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MONTI PARTY

“Noi siamo tornati ad essere una house divided, una casa divisa al suo interno, come l’America ferita dalla schiavitù nel Sud e dall’abolizionismo nel Nord, come la Francia legittimista di Vichy e quella libera di De Gaulle. Mai gli americani, i britannici e altre nazioni civili sospenderebbero la regola della democrazia per fronteggiare i mercati. L’Italia con il governo Monti, che nasce dalle ottime intenzioni e dai riflessi condizionati di Napolitano, e dal getto della spugna di Berlusconi (umanamente comprensibile, politicamente dolorosissimo), si condanna a una condizione paurosa di minorità costituzionale, una democrazia in braccio agli ottimati.”

Il Ferrara indignato ha tutte le ragioni per esserlo. Le stesse di Ferrero, dei ragazzi di Occupy Wall Street e delle “casalinghe inquiete” del Tea Party, come lui stesso si premura di puntualizzare nell’editoriale quotidiano a suon di citazioni di Paul Krugman (babau liberal sino a pochi mesi fa e teorico del fallimento della Bce oggi). La plutocrazia ha commissariato la democrazia, il complotto s’è avverato, Casa Pound e gli anarchici avrebbero tutte le ragioni per manifestare insieme.

Bisogna chiedersi, a questo punto, se c’era un’alternativa. Ferrara, Ferrero, Sallusti, Feltri, Santanché, insieme a Susanna Camusso, hanno chiesto fino all’ultimo le elezioni per difendere la sovranità popolare e il bipolarismo. Non è però che siano mancate le occasioni, alla sovranità bipolare, per tentare di combinare qualcosa, ma per diciassette anni la politica è stata al cinema a vedere lo stesso film.

A parte annunci e mezze riforme (sempre grandi in conferenza stampa) tutti i tentativi di correggere i noti vizi della ditta-Italia – spesa pubblica fuori controllo, parassitismi pullulanti, baronie voraci e inefficienti, ignavia tecnologica – sono sempre naufragati miseramente. Prima che i poteri forti la commissariassero, l’Italia era comunque ostaggio di micro-poteri che l’hanno spolpata e condannata alla paralisi.

Qualche anno fa, a Bologna, al bar “il Gatto & la Volpe” (il mio salotto radical-chic di riferimento), si parlava del neo-commissario della città, la pugnace signora Cancellieri (data per papabile come nuovo ministro). Un vecchietto, ex vigilante all’annuale Festa dell’Unità provinciale, a un certo punto mi ha apostrofato così: “E tota c’la zant là, consiglieri, assessori e compagnia cantante, i van tot a cà?… A’m piès la Cancellieri!”

Prima ancora di alzare un pollice, il Monti non-politico è già il salvatore della patria. Ora verrà restituito lo scettro, gli elettori avranno ancora qualche decisione da prendere oppure se l’Italia sarà del tutto una provincia. Io spero nella seconda ipotesi: lo spazio politico è quello europeo e in quella dimensione va ritarata una qualche forma di autogoverno (non solo formalmente) democratico.

L’elezione diretta del presidente degli Stati Uniti d’Europa è solo la proposta più notiziabile, ma nell’epoca della rivoluzione tecnologica forse bastano i cittadini. Claudia Bettiol, ingegnere ambientale e mamma, si è inventata un manifesto per promuovere la costituzione di un’authority europea che s’intesti i beni culturali del continente, anziché svenderli per pagare i debiti. A partire dal Partenone. Migliaia di cittadini degli Stati membri stanno traducendo la proposta e raccolgono le firme.

È chiaro anche ai sassi che a suon di stangate forse si risanano i bilanci ma di certo si diventa poveri e che l’Europa della Bce, dei burocrati di Bruxelles e degli aiuti all’agricoltura ha fatto il suo tempo. L’euro stesso paga la sua intrinseca debolezza, senza un prestatore di ultima istanza ma con ventisette politiche economiche sul collo. La cosiddetta speculazione non può che andarci a nozze e sarà sempre così, specie in tempi di vacche magre. Per cui, è proprio il caso di dirlo, o si fa l’Europa o si muore.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

Pubblicato il 15/11/2011 alle 15.8 nella rubrica SpiderWeb.

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