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GIOVANE RIVOLTOSE CRESCONO


Uno dei libri più letti in Egitto, nei giorni della caduta di Mubarak, è la biografia di Kemal Ataturk, padre della Turchia laica pre-Erdogan. La notizia, giunta sulla nostra riva del Mediterraneo come curiosità, racconta meglio di qualunque ponderosa analisi la verità di chi ha messo a repentaglio la propria vita e integrità fisica per sfidare coprifuoco, censura, violenza e conquistare la piazza alla libertà. Ataturk non era Che Guevara né Bin Laden e di sicuro non assomigliava a Khomeini, a cui probabilmente avrebbe fatto tagliare la testa in diretta tv (se fossero esistiti l’uno e l’altra, ai suoi tempi).

Il contagio nel Maghreb e in Medio Oriente non si ferma e il virus della libertà “come una freccia dall’arco scocca, vola veloce di bocca in bocca”. Dopo Algeria, Tunisia, Egitto, Yemen e Iran ora tocca a Bahrein, Kuwait, Oman e Libia. Neanche la dittatura pluridecennale del tiranno situazionista, presunto patrono del bunga bunga (oltre che della tratta di esseri umani verso l’Italia), si è salvata dall’inondazione che sta spazzando il mondo arabo. Come durante l’assalto all’ambasciata italiana di Tripoli, la reazione alla maglietta contro Maometto sfoggiata dall’ineffabile semplificatore Calderoli, il Colonnello ha usato la mano pesante contro i manifestanti e stavolta il bilancio è una vera e propria strage: quasi cento morti di cui buona parte a Bengasi (dove gli abitanti del quartiere dell’hotel che ospitava il figlio di Gheddafi, Saad, hanno tentato di sequestrarlo).

La repressione, oltre alla classica mordacchia alla Rete (attuata anche in Libia) è la cifra stabile della monarchia del Bahrein, anch’essa assediata dalla primavera araba. Il regno di Hamad, erede della secolare dinastia sunnita, conta poco più di un milione di abitanti ma è posizionato strategicamente sul Golfo Persico come bastione degli interessi statunitensi nell’area. La rivolta della minoranza sciita, discriminata a tutti i livelli, ha causato sinora quattro morti e oltre cinquanta feriti durante i loro funerali.

Anche il presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, al poter da più di trent’anni, sta reagendo rabbiosamente alle proteste di piazza capeggiate da una giornalista di trentadue anni, Tawakkol Karman, seguace di Martin Luther King, Gandhi, Mandela e Facebook. Lo Yemen è la nemesi della libertà, oltre che della dignità della donna, i matrimoni sono combinati durante l’adolescenza, la testimonianza di una donna in tribunale vale la metà di quella di un uomo, così come il risarcimento in caso di morte (per la donna si ottiene la metà). Al medioevo etico corrisponde un intenso attivismo di Al Qaeda, di cui lo Yemen è una delle capitali. Tawakkol Karman è la loro nemesi, l’incubo che s’incarna: una donna-leader che incita le truppe dalle colonne del Washington Post. “Dopo l’Egitto, tutti i dittatori della regione cadranno, e il primo sarà Ali Abdullah Saleh”.

Tawakkol Karman l'ho presa qui.
L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

Pubblicato il 21/2/2011 alle 0.0 nella rubrica SpiderWeb.

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