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GIOVANI RIVOLTOSI CRESCONO

“Le motociclette nere dei bassiji sono tornate nelle strade di Teheran, ieri, per disperdere la manifestazione organizzata dall’opposizione al regime degli ayatollah. Lacrimogeni, spari, un morto secondo l’opposizione, decine di arresti hanno scandito il pomeriggio della capitale iraniana, mentre le strade si riempivano di giovani e meno giovani”. Alla faccia di chi gridava al pericolo islamista è proprio l’Iran, i cui leader si erano affrettati a sostenere le rivolte in Tunisia ed Egitto nella speranza (speculare ai pruriti kissingeriani di casa nostra) di accaparrarsene la paternità, a scontare il nuovo contagio.

Il Medio Oriente, ora sì, è una polveriera rivoluzionaria che ad ogni istante ribolle di nuove proteste e nutre così altre turbe rivoltose. Sono i giovani, protagonisti del panorama anagrafico di questi paesi, il motore del cambiamento ed è la libertà il mito rivoluzionario che li spinge a rischiare la pelle, la famiglia e il lavoro. Se poi l’eclissi di libertà che ha impedito loro sinora di votare, pregare e scopare come meglio credono si chiama Mubarak, sovrano-fantoccio di una ultratrentennale democrazia familiare, utile agli interessi occidentali e d’Israele, o Ahmadinejad, leader di una sanguinaria teocrazia antimoderna (prima ancora che antisemita e antioccidentale) non fa differenza.

Il che la dice lunga sulla distanza che separa la realtà dalle categorie dell’analisi, ferme alla guerra fredda o al massimo ai suoi postumi, appunto, kissingeriani. L’Occidente sconta il logoramento della propria leadership innanzitutto come credibile guida del mondo libero, prima ancora che come guerra dei Pil, vittoriosamente condotta dai paesi emersi (Cina, India, Brasile, ecc.). Gli scheletri nell’armadio, la cui sola evocazione ha reso Julian Assange il nemico pubblico numero uno (e non a caso ‘adottato’ in tempo reale da Putin e oggetto delle ironie antioccidentali dello stesso Ahmadinejad), e i riflessi condizionati del vecchio mondo hanno reso l’Europa e gli Stati Uniti vecchi pugili stonati.

Prima l’America del Sud, in cui senza troppi casini sono stati i cittadini a incaricarsi di mandare al potere Morales, Lugo, Chàvez, Lula, Dilma Roussef, Cristina Kirchner, Michelle Bachelet, senza remore rispetto al ruolo di abitanti del “cortile di casa” che era stato assegnato loro dai potenti vicini del nord, ora il Medio Oriente. Intanto le blasonate democrazie della vecchia Europa si sono incartate sulla crisi e su come fare davvero l’Europa (che sembra sempre un po’ il Pd, una cosa ‘da fare’ ma da cui tutti tirano il culo indietro il prima possibile) e gli Stati Uniti, dopo l’Hope di Obama sono di nuovo al palo.

Altre Atene, Parigi, Roma ci aspettano, altre fiamme attendono l’Occidente, troppo vecchio per sperare in belle insurrezioni generazionali rivitalizzanti ma (ancora) troppo ricco per illudersi che gli esclusi dal banchetto rimangano educatamente fuori, con le facce spiaccicate sulla vetrina del ristorante.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

Pubblicato il 16/2/2011 alle 2.11 nella rubrica SpiderWeb.

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