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PUNKAPITALISM

"C'è una leggenda popolare secondo la quale, se l'Inghilterra fosse mai in pericolo, battendo sul tamburo di Francis Drake, lo si farebbe ritornare in tempo per salvare la patria".

Tutte le volte che lacci e lacciuoli soffocano l'economia ci pensa la pirateria. Questa è l'opinione originale (ma non troppo) che Matt Mason enuncia in «Punk capitalismo. Come e perché la pirateria crea innovazione» (edito da Feltrinelli).

D'altronde è andata così ai tempi di Drake, nominato sir e viceammiraglio della flotta britannica - quella he sconfisse l'Invincibile Armada di Filippo II - dalla Regina Elisabetta per i servigi resi alla corona e - soprattutto - alle sue finanze. Si stima infatti che la metà (la parte che spettava all'Inghilterra) del carico di spezie e tesori catturati agli spagnoli dal corsaro del Devon, fosse superiore alle entrate della corona di un intero anno. Un secolo dopo toccò al corsaro Henry Morgan, che per la sua fedeltà alla corona arrivò ad essere nominato governatore della Giamaica.

L'istinto pirata, ribelle e arraffone, sembra essere la radice antropologica del capitalismo stesso, della sua brama di conquista, di ricchezza, di potere.
L'epica della nuova frontiera, perlustrata in lungo e in largo da centinaia di film western, la corsa all'oro, all'industrializzazione, al progresso scientifico e tecnologico e l'approdo alla società dell'informazione, in quest'ottica sembrano tutti atti della stessa commedia.
È curioso, quindi, sentire prediche contro la "pirateria informatica" (con questo slogan passa tutto ciò che è libera condivisione di conoscenza in Rete) sulla moralità e le buone ragioni del mercato "in chiaro", sciorinate da monopolisti, tycoon ai limiti del brigantaggio, finanzieri senza scrupoli e pseudoindustriali con le pezze al culo.

Secondo Mason si tratta semplicemente di un grossolano abbaglio, poiché le fortune del mercato del domani le decidono i pirati in azione oggi. Dinamiche, tendenze e direzione di marcia del capitalismo che verrà vanno quindi ricercati nell'attuale cono d'ombra dell'illegalità, nelle "Libertatia" dove operano i Francis Drake e gli Henry Morgan contemporanei.
Mason, che ha cominciato come dj in una radio pirata londinese, sostiene che la pirateria è destinata - nell'informatica, dell'informazione, nella cultura, nell'arte, nei videogame - a essere vincente. Per questo ha scritto la "nuova Bibbia per manager e uomini d'affari", premiata da BusinessWeek e tradotta in dieci paesi. La tesi è semplice: il copyright non è giusto o sbagliato, ma semplicemente vecchio.

Quando lacci e lacciuoli soffocano l'ansia predatoria del business la pirateria arriva in suo soccorso. Già nel XIX secolo i Padri fondatori negli USA fecero spallucce davanti ai brevetti depositati regolarmente e si accaparrarono senza vergogna le invenzioni europee, alla base della rivoluzione industriale che ha cambiato il corso della storia.
Perché oggi dovrebbe andare diversamente?

Intanto gli ingegneri dell'università di Bath, in Gran Bretagna, stanno sperimentando da qualche anno alcune innovazioni destinate ad avere un impatto dirompente, non solo da un punto di vista commerciale, come la stampante tridimensionale già usata da aziende come Adidas, Timberland, Bmw e Sony. A breve i ragazzini saranno in grado di autoprodursi prodotti come le All Star, personalizzandone del tutto il look con pochi euro di spesa.
Fino a quando stati e corporation si ostineranno a fare muro contro muro?
Quand'è che si metteranno - una buona volta - a studiare dove e come gli conviene partecipare?

L'articolo è tratto dal blog di Aprile.
L'immagine di Francis Drake l'ho presa qui.

Pubblicato il 9/12/2009 alle 12.37 nella rubrica WhiteRabbit.

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