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INFINITE COSE DA FARE, E COSÌ POCO TEMPO


"Com'era la cosa rossa?
Una rosa sbocciata?
Una vagina con le mestruazioni?
Una chiazza di pomodoro?"

Fabri stamattina mi ha mandato questo sms. Gli ho risposto: un buco con Vendola intorno.

Ieri ero alla Fiera di Roma agli Stati generali della sinistra, per condurre uno studio antropologico (dicevo sempre), ammirare Ciubecca all'opera (il mondo è un suk per il mio amico mestatore), ascoltare Nichi Vendola; ma soprattutto per stare un po' con Roma e con i miei amici che ci vivono.

Arrivo sabato. Ale mi bidona quasi subito così mi metto a girovagare tra il Quirinale, la Fontana di Trevi e Piazza Venezia. I-pod alle orecchie e macchina fotogafica a tracolla faccio il turista in giro per la città in cui ho vissuto quasi tre anni (senza mai smettere di perdermi). Fino alle sette e mezza, l'ora del mio appuntamento.

Francesco e Salvatore stanno cercando di incastrare me e Sara: al Palazzo delle Esposzioni di via Nazionale proiettano Eyes wide shut (in non so quale versione imperdibile) e ci siamo dati appuntamento lì davanti per decidere il da farsi. Sulla scalinata sembra di stare sul Cervino, un vento gelido spazza la città e il rischio di addormentami davanti alla pippa di Kubrick (che ho già visto 2/3 volte sperando sempre di cavarci qualcosa di speciale, invano) mi rende risoluto. Appena arrivano i nostri mi appello alla stanchezza del viaggio e divincolo me e Sara da tre ore di cappucci.

Dopo l'aperitivo gli intellettuali sfidano la sorte (i cappucci menano rogna) e vanno a vedere il film, mentre io e Sara andiamo a cena a casa sua. Dopo ci aspetta una festa in via dei Serpenti, a base di musica etnica pugliese e cosine/i rosse/i: è ancora lunga. Non abbbiamo ancora finito di mangiare che Francesco comincia a telefonare, sono rimasti a piedi con la batteria della macchina (i cappucci), la serata si complica. Alla quarta telefonata ci informa che hanno trovato i cavetti, ma serve l'auto di Sara per attaccarli.

Così Sara si mette vestita da festa e usciamo in fretta e furia. Arriviamo in via Palermo (dove stanno i disgraziati più due malcapitati con cavetti alla mano) e Francesco prende in mano la situazione: sale sull'auto di Sara e fa inversione a U (contromano) per avvicinare i cofani (nessuno capisce il perché). Poi cominciano ad armeggiare con i cavetti (ma polo positivo vuol dire che va attaccato al meno o al più?) e a smadonnare in calabrese, per un'ora e mezza.
Concluso il tutto alla meno peggio (un parcheggio non in divieto di sosta per la macchina che non si decide a partire) Francesco annuncia: ho fame, vado a mangiare. E parte senza salutare nessuno. Sara mi farà notare a fine serata che la (di lui) nuova situazione sentimentale tende a renderlo un tantino volitivo.

È l'una passata quando entriamo alla festa. Sara conosce quasi tutti, ne deduciamo che si tratta della festa dei "giovani" della cosa rossa, anche se in pista ancheggiano shampiste e coatti su sonorità funky/house che ci colgono piacevolmente di sorpresa. Finito il caipiroska però parte la nenia pugliese e una gran quantità di barbe si riversa nelle danze, sfrattando la disco '70 e gli ombelichi. Posso ordinare una Budweiser (per 6 sporchi eurini) e riesco pure a baciare Antonello, amico dei tempi dell'Udu ora dirigente della Puglia di Vendola, e ad evitare di parlare di politica con chicchessia. Al ritorno con Sara e Francesco (nella foto sotto) tira aria di revival e le risate si addolciscono un poco.

Andiamo a letto alle 5 e la matttina alle 9 siamo in piedi. Sara mi accompagna a Ostiense, da dove parte il trenino per la nuova fiera. Ciube è lì che ci aspetta, col consueto ghigno da zingaro impenitente.
Sara sta cercando di ottenere lo status di moto storica per la sua vespa, che le da accesso al centro. Per questo è diretta a Fregene dove deve acquistare l'ultimo requisito richiesto dalla commissione comunale: un adesivo "Electronic" del 1983 da apporre sul bandone. Lo vende solo Heidi, tedesca di Fregene (giuro che è vero).

Ciubecca e io prendiamo il trenino al volo. Non sapendo la fermata decidiamo di accodarci a due signori che leggono uno di fianco all'altro due copie del "Manifesto" (statisticamente improbabile se non con una riunione della cosa rossa nei paraggi).
L'arrivo è desolante. Spioviggina e nella "stazione" della nuova fiera non c'è neanche una tettoia, le navette sono poche e lente, così ce la facciamo a piedi. Le entrate della fiera più vicine sono sprangate, dobbiamo arrivare all'ultima: mezz'ora a piedi, senza marciapiede.

Quando entriamo sono le 11 e 20, Vendola sta finendo il suo intervento tra gli applausi entusiasti dei militanti. Cazzo che puntualità, mi dico (doveva parlare alle 11), ma non sapevo ancora che per fare gli egualitaristi avevano deciso di far parlare tutti uguale, solo dieci minuti. Incontro Cipriani, il mussimalista
mio compagno di viaggio a Parigi e Milena, consigliera comunale a Bologna e vecchia amica. Poi interviene Ingrao e mi metto in silenzio.

Vi chiedo solo una cosa: fate presto.
Potrebbero chiudere qui, penso.

Lo scenario è di una bruttezza esemplare. La miseria scenografica è pari solo all'inesistenza organizzativa, all'assoluta mancanza di controlli, di sicurezza, di comfort; l'unico bar, minuscolo, è preso d'assalto da file interminabili. Fa pure freddo e per terra, dove non hanno messo manco la moquette, ci stanno mozziconi di sigarette, terriccio, sporcizia. La gente però è entusiasta e regge persino la contestazione dei comitati contro la base militare di Vicenza, che interrompendo Mancuso (di Arci Gay), occupano il palco e leggono un interminabile comunicato-cantilena.
Se non fosse per quelli lì dicono tutti sarebbe un trionfo, dove quelli lì sta per i capi dei partiti della neonata federazione, di cui nessuno capisce l'utilità. Secondo Ciube la macchina è già partita, gli è già sfuggita di mano, cioè il partito unitario della sinistra è in marcia indipendentemente dai calcoli di bottega. Speriamo.

"Heidi ha testé scoperto che ha l'adesivo sbagliato! Dovrò tornare"
L'sms di Sara mi riporta alla realtà (?!), frego il telefono a Ciube e la richiamo. Lei mi racconta che si è appena persa dalle parti di Fiumicino "anzi se hai finito ti passo a prendere".
Non me lo faccio ripetere due volte, abbandono Ciube al suo destino barocco di trattaive dadaiste e me la svigno. Mi aspetta un pranzo in solitudine insieme ad arabi e cinesi dal pizzettaro dietro Termini.
E quasi tre ore di sonno sul treno.

L'articolo del Corriere:
qui.
L'intervento di Vendola:
qui.

Pubblicato il 10/12/2007 alle 17.32 nella rubrica Diario.

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