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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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7 maggio 2007

MERCI SÉGOLÈNE


Dopo una domenica a Parigi, Bologna sembra un po' Argelato (con tutto il rispetto). E io sono a pezzi. Flynt mi ha recapitato in agenzia più di quattro ore fa, ma continuo ad addormentarmi sul monitor. Squillano i telefoni e spunta gente mai vista, che parla di cose di lavoro. Non capisco. In più non mi lavo da sabato (neanche i denti), così cerco di mimitizzarmi tra i tomi di grafica e gli scanner. Senza troppo successo mi sa. D'altronde arrivo direttamente dalla Bastiglia.

Ho dimenticato di prendere la macchina fotografica. Sono un idiota. Ritrovare Notre-Dame (e i suoi spiritelli di pietra) e scoprire la chiesa di Saint Sulpice (resa celebre dal Codice Da Vinci di Dan Brown) avrebbe meritato qualcosa di più del mio telefonino marcio. Idem per i ragazzi di Ségolène, gli spaccatutto della Bastiglia e "les petit fascio" di Sarkozy: è il loro giorno.

Ma andiamo con ordine. Partiamo sabato notte, all'una. La formazione:
Flynt (capitano) al volante, io (navigatore) di fianco, Cipriani (di dietro) riserva. Dopo 10 minuti il mussimalista (reduce dal convegno di Sinistra democratica) ronfa della grossa, la luna splende alta, io e Flynt ci diamo alla fantarcheologia. All'alba varchiamo le Alpi. Cipriani si sveglia e si mette alla guida. Dura poco. La sua compulsività operaista (accende / spegne la radio, apre / chiude il finestrino, tamburella, soffia, borbotta) sveglia ripetutamente Flynt, che alla terza volta lo insulta e riprende il timone. Io dormo.

Mi svegliano alla periferia sud di Parigi, all'una. Flynt ha appuntamento a casa di Fernando, che ci offre una birra, il suo bagno e si unisce a noi. Dopo un'omelette ed una croque madame al Quartiere Latino ci facciamo un giro e raggiungiamo il campo di battaglia.

A Place de la Concorde lo staff sarkozysta sta montando un palco grande come l'Enterprise. Non è un bel segno. Ma noi siamo preparati alla sconfitta e, armati di repubblichina allegria, ci dirigiamo sprezzanti verso il quartier generale di Ségò. Affronto uno del servizio d'ordine:
"Bonjour je suis italien... y a-t-il un rendez-vous pour la Gauche?"
"Oui... rue de Solferino, la première a gauche"
mi sorride premuroso, strabuzzando un po' gli occhi.

Solferino è sia la strada dove ha sede il partito socialista che il nome di un bistrot che ci porta via 9 eurini per una Heineken marcia alla spina. Mortacci loro. I socialisti non sono granché meglio. Asseragliati dietro tapparelle e telefonini, sfilano rapidi davanti alle finestre, scuotendo il capo e facendo vaghi cenni di disfatta. Sotto ci sono 2/3000 giovanissimi che sfidano la sorte e la resistenza polmonare.
"Sé-go-lène Pré-si-dent, Sé-go-lène Pré-si-dent, Sé-go-lène Pré-si-dent" Non smettono mai. Ogni tanto qualcuno/a avvista le smorfie dei burocrati in terrazza e attacca a piangere a dirotto. Gli altri continuano a cantare.

Il mussimalista è sconcertato. Dice che non si aspettava "una tale prova di debolezza da parte dell'organizzazione socialista". Mentre gli faccio presente che Ségolène l'ha scalata in sei mesi (ha vinto le primarie dopo aver fatto decine di migliaia di nuovi iscritti) mi guardo intorno. E comincio a contare. Una bandiera del Psf, in tutto. Povera gente.

Mentre gli exit-polls abusivi delle tv belga e svizzera (che Vanessa mi spedisce dall'Italia) sono impietosi, Solferino si è riempita come un uovo, i ragazzi ballano, cantano e sperano. Sono commoventi. Esa è un'artista italiana che vive a Parigi. Ci presenta la sua amica, 15 anni nel partito socialista marocchino e ne dimostra 20 (in tutto). Cipriani le gela il sangue snocciolando i numeri, io provo a raccontarle delle nostre ultime politiche (la rimonta spettacolare di Berlusconi dagli exit-polls alle proiezioni) e le faccio coraggio. Finge di credermi.

Arriva il momento, le otto di sera. Silenzio. Poi un urlo collettivo, quasi di dolore. E rabbia, insulti, pianti. I ragazzi non se ne vanno. Aspettano Ségolène. L'adorano. Le vogliono bene come a una sorella maggiore, come ad un'amica troppo buona per invidiarne la bellezza.

Lei dopo un'ora arriva. Parla dal balcone del Psf e prova a rassicurare, ma la voce ogni tanto s'incrina. Esce tre volte. Dice 1000 volte "insieme", garantisce che non sparirà, che "potrete sempre contare su di me" e "sarò in prima linea". Ovvio che sta affrontando (e sfidando) i morti viventi del suo partito. Che ogni tanto compaiono in controluce fra le tende del vecchio palazzo.
"Sfrattali!!!" grido nel silenzio. Qualcuno si gira e ride, un po' perplesso.

Poi parla Sarkozy e non si sente niente. Solo "Sarko Fascio" e simili. Si sta facendo buio e il target cambia velocemente. Torme di ragazzini spettinati sfilano verso casa con gli occhi rossi, rimpiazzati da ragazzoni energici che si guardano intorno con determinata circospezione.
"à la Bastille!" gridano in molti. Di solito ci si va a festeggiare. Di solito.

Intanto Flynt è riemerso dal sonnellino. Tra poche ore ripartiamo per Bologna e lui non aveva chiuso occhio. Mentre ci dirigiamo verso la macchina sul viale spuntano sette / otto ragazzotti, di corsa. Stanno esultando. Ci prendono per il culo e scappano. "des petit fascio" chiosa un parigino con distacco. La Bastiglia ci attende.

Lo scenario è da Maggio francese (ed è anche maggio). Camionette della géndarmerie bloccano tutti i ponti verso la piazza-simbolo della rivoluzione del 1789. Alla fine troviamo un varco, sediamo le proteste del mussimalista affamato, e andiamo a curiosare. Urla, vetri che si infrangono, fumo e fiamme non promettono nulla di buono. Il gas delle granate lacrimogene ci fa desistere del tutto.

Sono le undici e mezza, quando ci mettiamo a sedere per cenare. All'una Flynt ha fissato il rimpatrio. Mangiamo piuttosto male, spendiamo molto e pizzichiamo il cameriere (proprietario? direttore?) che fa la "v" di vittoria con le dita ad un amico. Sarkozysta bastardo.

Lo scenario comunque è unico. Siamo in Place des Vosges (nella foto) e le sirene delle ambulanze ci fanno da colonna sonora. Parigi e i suoi "cuccioli del maggio" sono in scena solo per noi.
Merci Ségolène.

Esa:
www.esabang.book.fr

Immagine tratta da:
http://z.about.com/d/goparis/1/5/l/-/-/-/PA140077.JPG




permalink | inviato da il 7/5/2007 alle 18:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
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