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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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16 dicembre 2009

E LA MAIALA?


"È la pandemia più lieve della storia", si spinge a dire Marc Lippsitch, epidemiologo di Harvard. In Italia siamo a quota 142, come dire un morto ogni 25mila casi di infezione (in totale da noi sono state colpite dall'influenza A 3.650.000 persone).


Repubblica.it il 14 dicembre la mette così. La Maiala va in soffitta e buona notte ai suonatori. Certo “nessuno, naturalmente, discute la pericolosità dell'H1N1: la sua diffusione - complice un mondo sempre più globale - è stata rapidissima. Gli effetti però sono stati meno gravi del previsto. Secondo l'Oms, il virus è arrivato in 208 Paesi. Le vittime riconducibili a H1N1 però sono "solo" - si fa per dire - 9.596 (800 nell'ultima settimana), una cifra di gran lunga inferiore alle 500mila causate ogni anno dall'influenza stagionale.”
Cioè: la Maiala è l’ennesima bufala, la solita finta “peste del 2000” che i media si sono palleggiati per qualche mese, in attesa di trovare qualcos’altro di più avvincente.

Aviaria, suina.
Arrivano sempre d’estate, quando le agende dei media cominciano a sguarnire, fluttuano qualche mese tra panico di massa, inchieste indipendenti, rassicurazioni di stati e megabusiness per le industrie farmaceutiche (per l’influenza A vengono sfornate qualcosa come 3 miliardi di dosi del vaccino), per poi scomparire senza lasciare traccia (salvo occasionali tiratine d’orecchi che qualche trombone liberal si concede come intercalare, tra una notizia e l’altra).

Così scrivevo qualche settimana fa, sempre su Aprile, a proposito della “pandemia mediatica” e così è andata a finire, a quanto pare (non ci voleva certo un genio).
Qualche miliardo di dollari è migrato dalle casse degli stati e dalle tasche della gente ad alcune multinazionali per un vaccino nella migliore delle ipotesi inutile (non è che fosse esattamente senza effetti collaterali, almeno per alcune persone), che la stragrande maggioranza dei medici si è ben guardata da iniettarsi, nonostante il goffo minacciare del governo.

Ora, secondo L’Unità del 15 dicembre
“le autorità sanitarie americane hanno ordinato il ritiro dal mercato di centinaia di migliaia di dosi del vaccino contro il virus H1N1, dopo test clinici che ne avrebbero dimostrato la scarsa efficacia nella prevenzione del contagio. Il Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie di Atlanta, l'agenzia del governo americano che coordina l'emergenza influenzale, ha annunciato oggi la decisione.
Nel mirino ci sono 800 mila dosi prodotte da Sanofi Pasteur, sotto forma di siringhe già pronte all'uso destinate ad immunizzare bambini tra i 6 mesi e i 3 anni. Non è per il momento chiaro se i bambini cui sia già stato somministrato uno di questi vaccini debbano ripetere il trattamento.”

Adesso  però sono altre le notizie di primo piano, le priorità del paese, nella deriva psichiatrica del nostro mainstream quotidiano. Un altro tema poi, uno solo, sempre lui. L’Avanzo di Balera. Stavolta Ferito dinnanzi al Predellino.
La santificazione di Berlusconi, in onda 24 ore su 24 da tre giorni su quasi tutti i giornali-radio-tv, ha del surreale prima ancora che del patetico. Sabina Guzzanti dice che non deve succedere “mai più” e che ha provato stima per la sua fierezza, Di Pietro prova a fare il duro e le testate che fino a 15 giorni fa terrorizzavano la gente con gli scenari da tregenda della Maiala adesso gridano all’untore, nemico dello stato, a chiunque non si unisce al solito mantra (rivolto sempre agli altri): “abbassiamo i toni”.
Fabrizio Rondolino è stato indicato tra “fans di Tartaglia” dal Corriere della Sera solo perché su Facebook ci ha scherzato su (“Ma quanto verrà a costare il restauro?”).

Non è il solo.
Subdoli “untorelli”, portatori di odio e seminatori di zizzania, si annidano a migliaia negli anfratti del Belpaese. Il loro “brodo di coltura”, naturalmente, è la Rete.
Gian Antonio Stella, già pop star anti-casta, sul Corriere non ha dubbi:
“come ha spiegato Antonio Roversi nel libro «L’odio in Rete», il lato oscuro del web «è popolato da individui e gruppi che, pur nella diversità di accenti e idiomi utilizzati, parlano tutti, salvo qualche rara ma importante eccezione, il linguaggio della violenza, della sopraffazione, dell’annientamento».

Fonti:
“Ecco perché le milioni di dosi di vaccino influenzale possono restare negli hangar” di Roberto Volpi dal Foglio
“E se il virus fosse solo un raffreddore?” da Repubblica.it
“Sabina Guzzanti sul suo blog: «Il premier aggredito? Mai più»” su Corriere.it
“Irresponsabilità” di Fabrizio Dondolino su The Front Page
“Il lato oscuro della rete” di Gian Antonio Stella su Corriere.it

Tratto dal blog di Aprile: qui.
La foto, l'Avanzo di Balera in forma smagliante, l'ho presa qui.

9 dicembre 2009

PUNKAPITALISM

"C'è una leggenda popolare secondo la quale, se l'Inghilterra fosse mai in pericolo, battendo sul tamburo di Francis Drake, lo si farebbe ritornare in tempo per salvare la patria".

Tutte le volte che lacci e lacciuoli soffocano l'economia ci pensa la pirateria. Questa è l'opinione originale (ma non troppo) che Matt Mason enuncia in «Punk capitalismo. Come e perché la pirateria crea innovazione» (edito da Feltrinelli).

D'altronde è andata così ai tempi di Drake, nominato sir e viceammiraglio della flotta britannica - quella he sconfisse l'Invincibile Armada di Filippo II - dalla Regina Elisabetta per i servigi resi alla corona e - soprattutto - alle sue finanze. Si stima infatti che la metà (la parte che spettava all'Inghilterra) del carico di spezie e tesori catturati agli spagnoli dal corsaro del Devon, fosse superiore alle entrate della corona di un intero anno. Un secolo dopo toccò al corsaro Henry Morgan, che per la sua fedeltà alla corona arrivò ad essere nominato governatore della Giamaica.

L'istinto pirata, ribelle e arraffone, sembra essere la radice antropologica del capitalismo stesso, della sua brama di conquista, di ricchezza, di potere.
L'epica della nuova frontiera, perlustrata in lungo e in largo da centinaia di film western, la corsa all'oro, all'industrializzazione, al progresso scientifico e tecnologico e l'approdo alla società dell'informazione, in quest'ottica sembrano tutti atti della stessa commedia.
È curioso, quindi, sentire prediche contro la "pirateria informatica" (con questo slogan passa tutto ciò che è libera condivisione di conoscenza in Rete) sulla moralità e le buone ragioni del mercato "in chiaro", sciorinate da monopolisti, tycoon ai limiti del brigantaggio, finanzieri senza scrupoli e pseudoindustriali con le pezze al culo.

Secondo Mason si tratta semplicemente di un grossolano abbaglio, poiché le fortune del mercato del domani le decidono i pirati in azione oggi. Dinamiche, tendenze e direzione di marcia del capitalismo che verrà vanno quindi ricercati nell'attuale cono d'ombra dell'illegalità, nelle "Libertatia" dove operano i Francis Drake e gli Henry Morgan contemporanei.
Mason, che ha cominciato come dj in una radio pirata londinese, sostiene che la pirateria è destinata - nell'informatica, dell'informazione, nella cultura, nell'arte, nei videogame - a essere vincente. Per questo ha scritto la "nuova Bibbia per manager e uomini d'affari", premiata da BusinessWeek e tradotta in dieci paesi. La tesi è semplice: il copyright non è giusto o sbagliato, ma semplicemente vecchio.

Quando lacci e lacciuoli soffocano l'ansia predatoria del business la pirateria arriva in suo soccorso. Già nel XIX secolo i Padri fondatori negli USA fecero spallucce davanti ai brevetti depositati regolarmente e si accaparrarono senza vergogna le invenzioni europee, alla base della rivoluzione industriale che ha cambiato il corso della storia.
Perché oggi dovrebbe andare diversamente?

Intanto gli ingegneri dell'università di Bath, in Gran Bretagna, stanno sperimentando da qualche anno alcune innovazioni destinate ad avere un impatto dirompente, non solo da un punto di vista commerciale, come la stampante tridimensionale già usata da aziende come Adidas, Timberland, Bmw e Sony. A breve i ragazzini saranno in grado di autoprodursi prodotti come le All Star, personalizzandone del tutto il look con pochi euro di spesa.
Fino a quando stati e corporation si ostineranno a fare muro contro muro?
Quand'è che si metteranno - una buona volta - a studiare dove e come gli conviene partecipare?

L'articolo è tratto dal blog di Aprile.
L'immagine di Francis Drake l'ho presa qui.

1 dicembre 2009

IL PD HA DUE ANNI

Al compimento del secondo anno di vita, almeno su una cosa quelli del Pd si possono dire tranquilli: il partito esiste. Devono averlo percepito anche gli elettori, che non a caso (come ci racconta Ilvo Diamanti nelle sue consuete “mappe” su Repubblica) cominciano a (ri)preferirlo al partito di Di Pietro, la cui estemporaneità personalistica sta cominciando a mostrare la corda. Alla lunga la realtà vince e anche il più ingastrito antiberlusconiano deve farci i conti, soprattutto in tempi di crisi e insicurezze, e comincia a pesare la qualità delle proposte e la credibilità di chi le avanza con occhio più guardingo.
Il Pd non è certo un modello di partito con le idee chiare, ma si è diviso in una lunga (un po’ autistica ma certo democratica) campagna interna che gli ha permesso di (ri)trovarsi e di serrare i ranghi. Uno sforzo di verità percepito.

A poco più di tre mesi dalle elezioni regionali il calo nei sondaggi di Di Pietro e della sinistra e l’avanzamento del Pd e di Casini sembra indicare proprio una richiesta di concretezza degli italiani per uscire dal pantano della crisi un po’ meglio di come ci si era entrati (già in crisi). Chi concentra il poco fuoco mediatico a disposizione contro Berlusconi rischia di apparire l’ennesima replica di sé stesso, peraltro fuori tempo massimo.

Lui, infatti, non è più fra noi.
Dopo che “Rolling Stone” (che non è una rivista ma un’icona sacra) lo ha sbattuto sulla sua leggendaria copertina, perdippiù ritratto dal designer americano Shepard Farey (quello del manifesto con cui ha “cheguevarizzato” la acampagna elettorale di Mister Obama), per “la sua capacità di stare come nessun altro sotto le luci della ribalta e distinguersi per uno stile di vita degno delle migliori rockstar”, il discorso è chiuso.
Se già prima poteva esserci qualche sospetto che attacchi e manifestazioni non facessero altro che rafforzarlo, ora il Rubicone è  varcato del tutto. Infatti Vittorio Macioce su “il Giornale” può commentare così il lieto evento (la copertina):
“È una serigrafia di Andy Warhol che ti insegue e si ripete all’infinito, cambiando colore, forma, idioma. È Marilyn. È Jacqueline. È Mick Jagger. È mister President. È la Coca-Cola. È come un poster di Che Guevara. È quello che sottoscrive David Bowie: «Per me la musica è il colore. Non il dipinto. La mia musica mi permette di dipingere. Me stesso».”

Macioce ha ragione e anche la metà d’Italia che non si fa sedurre dal grande seduttore s’è rotta le balle e non ha più tempo né voglia di sentire quanto è brutto e cattivo. Quindici anni con gli stessi titoli di giornale sono lunghi per tutti.
Il problema è che – oltre sedurre – Berlusconi in trent’anni ha creato un blocco sociale e culturale assai omogeneo a sostegno della propria avventura. Alla sinistra (in tutte le versioni in cui si è presentata) è riuscito talvolta di scalfirne i margini o di scompaginarne il format politico che l’ha via via rappresentata, ma mai di uscire dall’agenda, dal ritmo e – soprattutto – dal linguaggio che Berlusconi ha imposto. Nel bene e nel male.

Naturalmente un modello culturale alternativo (alla società tv-centrica cristallizzata al 1989) esiste e in tutto il mondo si sta affermando con grande rapidità: è la rivoluzione tecnologica del web, dei social network e dai media interattivi (smart phone, pc portatili, cellulari, ecc.). In questa nuova dimensione della comunicazione il potere di Berlusconi non conta niente. Tutta la famiglia (lui, Mediaset, ecc.) hanno dimostrato sinora un’ignoranza completa (letterale, una “non conoscenza”) dei nuovi strumenti, anche superiore a quella dei leaders della sinistra. Lui appartiene all’Era televisiva, ne è il re (come Elvis, ha fatto bene infatti Rolling Stone). Attore, regista e produttore dello show della sua vita-stato.

L’Era televisiva è agli sgoccioli e i media, la politica, il business, le relazioni, le comunità si stanno spostando in massa in Rete. Nel dibattito interno al Pd si è molto discusso di partito liquido e partito solido, come se si trattasse di una provetta. Nella realtà le comunità online rappresentano il collante relazionale tra persone in carne ed ossa, la casa del loro popolo (di quelli con cui hanno qualcosa in comune) in cui si confrontano idee, nascono progetti, si realizzano cose molto concrete. Il web serve (o può servire) per fare comunità, al contrario della tv (è l’esatto opposto).
Sinora il Pd ha tentato di utilizzare molto il web, non sempre riuscendo a uscire dalla logica della propaganda politica. Ma la Rete è lo strumento ideale per realizzare quella partecipazione tanto sbandierata negli slogan nell’attività politica quotidiana: per diffondere idee, selezionare talenti, creare comunità, raccogliere soldi e adesioni, risparmiare tempo e denaro. Per fare un partito come si deve.

Fonti:
“Il Cavaliere rock star dell'anno” di Vittorio Macioce da il Giornale

L'articolo è tratto dal blog di Aprile: qui.
L'immagine è tratta dalla campagna online del Pd per le Europee, di cui ho curato la direzione creativa per conto di Banzai.

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