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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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31 agosto 2008

NOVE ORSI ALLA DERIVA


Per chi si interessa di numerologia, il nove è un numero sacro.
Negli ultimi anni è diventato il numero del mese delle catastrofi: 11 settembre 2001, tre anni fa Katrina, Gustav domani.

Nove è anche il numero di orsi polari che da alcuni giorni sono in balia delle onde nel mare di Chukchi in Alaska, a quasi cento chilometri dalle coste, dopo che i ghiacci dove vivevano si sono fusi.
"alcuni di questi esemplari non si vedono più, probabilmente non ce l’hanno fatta. Gli altri sono allo stremo e al limite della sopravvivenza. Non possono tornare indietro e riconquistare naturalmente il pack è impossibile. Bisogna soccorrerli". Dice Massimiliano Rocco di WWF Italia, secondo il quale
"questi nove orsi polari rappresentano il simbolo e l’emblema del riscaldamento climatico. Se continua questa situazione fra dieci anni potremmo addirittura dire addio a questa specie"

L'altra specie
, quella che impiega nove mesi a riprodursi ed è responsabile dello scioglimento dei ghiacci, sembra troppo affacendata in imprese tutto sommato di basso profilo come bruciare foreste secolari (in quella della Sila, in cui sono stato la settimana scorsa, al profumo degli eucalipti e dei pini larici spesso seguiva il tanfo dei resti del fuoco) per afferrare appieno i vantaggi della propria (prossima) estinzione.

I mondiali di wind surf al Polo Nord ad esempio (un sogno realizzabile, da qui a pochi anni) sarebbero un formidabile volano per rilanciare l'economia in recessione e una straordinaria opportunità di pace e concordia tra le grandi potenze del novecento, l'una contro l'altra (di nuovo) armate.
Lo scioglimento dei ghiacci artici inoltre ha finalmente aperto i mitici passaggi a nord-est e nord-ovest, facendo pregustare un fiorire di nuove rotte commerciali e turistiche per la gioia di industriosi balenieri ed intrepidi esploratori in rayban e
bermuda.

Chi non si sottrae a questo orizzonte gagliardamente apocalittico è la nuova beniamina del pubblico americano, Sarah Palin (si pronuncia pei-lin, ci ricorda Rodotà nel profilo che traccia sul suo blog).
La neocandidata vicepres di "Maverick" McCain
ha fatto da poco causa al governo USA (quello di Bush), colpevole di aver inserito gli orsi polari tra le specie protette e rallentando così il programma di trivellzione dell'Alaska, che governa insieme alle lobby petrolifere e col consenso di quasi il novanta per cento degli elettori.

Sarah piace. Le è bastato presentarsi al pubblico americano per rovesciare i sondaggi in corso (che davano Obama-Biden avanti, dopo il circo di Denver), portando in testa di due punti il ticket McCain-Palin.
Il vantaggio di Obama contro McCain (one a one) regge, ma lo zombi Biden sparisce davanti alla miss-mamma-santa-atleta-cacciatrice-governatrice-wonder woman Sarah (nella foto in alto, presa in prestito qui).

Ora Obama, a detta di molti osservatori, rischia sul serio. Il genere umano, invece, pare sempre più spacciato.

24 agosto 2008

PIOVONO MICI


Dopo che anche Wednesday se ne sarà andato (la prima settimana di settembre), forse ci sentiremo un po' soli.

C'eravamo abituati a un tale afffollamento di miciotti che ora tre gatti in casa sembrano già pochi, figuriamoci due. Per fortuna che Thor, nonostante pigrizia e tontaggine congenite, sta ricominciando a trombare Rebecca, che quindi - a occhio e croce - fra al massimo tre mesi sfornerà una nuova cucciolata.
Prima ancora di vederli, tra amici e contatti via web ce ne hanno già prenotati due - veri e propri futures di miciotti - così, sulla fiducia.

Intanto nella gara a chi casca più spesso (bruciandosi in fretta le proverbiali sette vite) Thor conduce con tre voli a peso morto contro uno di Wednesday, che per fare il duro dopo faceva finta di non zoppicare, e uno di Tontaggine, che è scarabaltata dalla terrazza mentre si rotolava in cerca di farfalline immaginarie.
Lei ci ha lasciato già da quindici giorni per una bimba molto dolce e una casa in mezzo al verde.

Nella foto Thor il Tonto,
Mastro di Tetti, scruta l'orizzonte, spalmato su uno dei camini che svettano sopra casa.


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permalink | inviato da orione il 24/8/2008 alle 16:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa

23 agosto 2008

IL TUTOR DI OBAMA


Probabilmente mi sbaglio, ho ancora il dente avvelenato, ma quella di Joe Biden come candidato vicepresidente mi sembra una scelta piuttosto miope, quindi potenzialmente perdente.
Il criterio razionalista e prudenziale con cui The One (traducibile più o meno come unto dal signore, come lo chiama McCain) e il suo staff hanno selezionato l'alter ego della star Obama puzza di paura di perdere lontano un miglio.

Il Biden è un veterano del Senato, presidente della commissione esteri, esperto in diplomazia, politica globalizzata e savoir faire internazionale. Poi è bianco, vecchiotto (65 anni), cattolico e munito di vicefirstlady bionda e yankee doc. Lui bilancia Obama, lei Michelle. Perfetto, se non fosse per un dettaglio: l'icona del cambiamento - yes we can - stava perdendo smalto (e punti nei sondaggi) e con questa scelta difensivista dimostra che le critiche (senza esperienza, troppo giovane, troppo nero) hanno colpito nel segno.

Durante la crisi Russia-Georgia Obama aveva fatto il vago (come al solito) mentre il semprealfronte McCain era scattato contro i vecchi nemici di sempre con militare tempismo. Tra l'altro il settantaduenne candidato repubblicano sembra in palla, nonostante qualche gaffe (scusi quante case ha lei? mah, non lo so di preciso...) e il suo vice Mitt Romney è uno sfigato conclamato, però decisamente più popolare del nuovo tutor di Obama, e lo può aiutare in qualche stato difficile (tipo il Massachusetts di cui è stato govenatore).

Naturalmente io avrei criticato qualunque ticket che non includesse Hillary Clinton.
Sono stato un ultras della prima candidata donna alla Casa Bianca e rimango tuttora convinto che fosse la migliore arma nelle mani dei democratici per vincere, oltreché l'unica con le idee chiare su cosa fare.
Hillary ha preso 18 milioni di voti e quasi il 50 per cento dei delegati e rappresentava la speranza di un cambiamento epocale: una donna alla guida del mondo libero.

Ci voleva del coraggio a mettersi il generale Rodham alla Casa bianca come vice, non c'è ombra di dubbio. Ma senza coraggio non si va molto in là, specie se - come Obama - si viene acclamati da media, vipps e persone normali come il simbolo pre e post politico del cambiamento. E si fa di tutto per stare al gioco.

Alla lunga la minestra obamiana (fuffa mediatica assortita con canzoncine ispirate e gnoccone in estasi) rischia di stancare e a forza di dire tutto e il contrario di tutto (tipo: sono contro nuove trivellazioni petrolifere... però in fondo si può fare, in misura limitata e all'interno di una più vasta riforma energetica però), il dubbio di trovarsi di fronte a un paraculo - forbito, stiloso e carismatico ma sempre paraculo - si insinua implacabile.

Forse per questo, complici le ferie e gli spot del perfido vecchiaccio (che al contrario ha le idee chiare e vuole trivellare e bombardare senza sé e senza ma), Obama si sta sputtanando del tutto il vantaggio acquisito, come rivelano gli ultimi sondaggi, senza aver ancora spiegato in modo convincente qual è la sua ricetta per rilanciare l'economia del paese e dare stabilità al mondo.

Nell'ultimo mese Obama ha perso punti in particolare nello zoccolo duro che gli ha consentito di vincere le primarie: fra i giovani tra i 18 e i 29 anni (quelli che sono partiti zaino in spalla per andare a votarlo tra le nevi dello Iowa, e negli altri stati in cui ci si poteva registrarsi senza essere residenti, o che lo hanno finanziato e sostenuto online) la sua popolarità è calata di 12 punti, fermandosi al 52%.
Ma sono i democratici in generale a mostrare i primi segno di disinnamoramento: il loro supporto è calato di 9 punti, mentre fra i liberali (la base del partito, quella che gli ha consentito di vincere in quasi tutti i caucus) il calo è stato di 12 punti.


Difficile immaginare che il buon Biden sia una scelta in grado di galvanizzarli.

Sopra American prayer, l'ultima canzoncina ispirata (e terribilmente pallosa), dedicata a The One da Bono Vox e Dave Stewart.

20 agosto 2008

PORNOCORRIERE


La terza news più cliccata di oggi sulla versione online dello storico quotidiano di Via Solferino è presa da un tabloid statunitense di proprietà di Rupert Murdoch, il New York Post. SI tratta di una presunta amicizia tra due attrici, Tera Patrick e Angelina Jolie. La prima - udite udite - è una pornostar, a cui la seconda avrebbe chiesto un cosiglio su come interpretare la parte di Catwoman nel prossimo film di Batman.

"Tera e Angelina sono amiche e si tengono in contatto via email. Hanno lunghe conversazioni. Dopo aver visto le notizie su questo nuovo ruolo, Angelina ha chiamato Tera e le ha chiesto cosa ne pensasse. La Patrick ha una conoscenza talmente approfondita sull'argomento che la Jolie ha esclamato: 'Dovresti farlo tu!'" ci rivela l'ineffabile Renato Franco, citando l'autorevolissima fonte d'oltreoceano.
Fine della (non)notizia.

Poi il Franco si avventura in una biografia di Tera Patrick che credo avesse qualche ambizione di ironia, ma che suona come una versione trash della moralina all'italiana in salsa Cesaroni, sessista e inconsapevole, infarcita da ammiccamenti e battute senza senso. In altri tempi neanche Chi l'avrebbe pubblicato
. Cito alcune perle, giusto per dare un'idea:

"Così torna a posare, questa volta — sarà stata l'estate — senza vestiti. Da lì all'hard il passo è breve."
Cioè?

"lavora come infermiera (niente battute sullo stereotipo dell'infermiera, please)"
'Please' a chi?

"che ha fondato con Evan Seinfeld, ex cantante e bassista della band hardcore (allora è un vizio)"
L'hardcore è un genere musicale. O era un'altra gag? 

Il finale poi è magistrale:
"E soprattutto: quali film di Tera avranno visto insieme Angelina e Brad?"

Tutto l'articolo di Renato Franco "Tera Patrick, la pornostar USA che da consigli ad Angelina Jolie" è qui.
Il sito ufficiale di Tera Patrick è qui.
L'immagine l'ho presa in prestito qui.

Morale della favola:
meglio il porno di Tera che il pornogiornalismo dei Franco.

19 agosto 2008

EVO STRAVINCE


Ma i nazi-leghisti di Santa Cruz non mollano e alzano la posta.
Questo il riassunto un po' brutale di questa estate di fuoco (nonostante il clima, l'anno scorso di questi tempi a La Paz nevicava) per la Bolivia.

Il 10 agosto si è tenuto il referendum revocatorio (una bizzarra e interessante invenzione andina, un pit-stop in cui gli elettori possono confermare o meno il capo del governo al potere), fortemente voluto da Morales, in cui è stato riproclamato presidente a furor di popolo, con oltre il 68 per cento dei voti (con punte fino al 98% nelle regioni di La Paz e Cochabamba).

Nelle regioni in cui sono in corso le rivolte autonomiste (capeggiate dai nazi-leghisti locali, i bianchi schiavisti della terra e del gas) Evo è andato avanti, vincendo nel Pando (
53%
), impattando a Tarija (49,8%), raddoppiando nel Beni (43% rispetto a meno del 20 preso nel 2005) e prendendo un onorevole 40% in casa del nemico pubblico numero uno, a Santa Cruz.

Il nemico pubblico numero uno però non si è fatto sorprendere: Rubén Costas, governatore di Santa Cruz e leader dell'opposizione autonomista a Morales, è stato ratficato a sua volta con il 67% dei voti.
Forse per questo che ha deciso di alzare la posta convocando lo sciopero generale, destituendo il capo della poliiza (di nomina governativa) e rilanciando l'eterno braccio di ferro col primo Presidente indigeno della storia della Boliva. Materia del contendere questa volta è la tassa sugli idrocarburi che il governo ha imposto per dare un reddito di sopravvivenza agli anziani campesinos.

"Le classi medie non capiscono l'importanza dei 200 bolivianos mensili (più o meno 20 euro) del 'Reddito Dignità' per gli anziani, però per un campesino equivalgono a quattro vitelli al mese", ha tentato di spiegare Morales. Invano, la lotta continua.

Intanto Fenando Lugo Mendez (nella videointervista sopra), vescovo e teologo della liberazione, giura da Presidente del Paraguay dopo la vittoria del 21 aprile. Il Sudamerica sta cambiando colore, nonostante gli eredi dei conquistadores che non hanno nessuna intenzione di rassegnarsi.

12 agosto 2008

RADIO TBILISI


..
.questo è accaduto senza nostra conoscenza e contro la nostra volontà.

Annunciava a Radio Praga il Partito Comunista della Cecoslovacchia, mentre i carri armati dell'Unione Sovietica che entravano nella capitale mettevano fine alla Primavera di Praga, specificando bene ai fricchettoni disattenti cosa significasse la parola ortodossia.
Al potere non ci stava la fantasia ma i soliti - sempreverdi - stivaloni di regime.

Quarant'anni dopo le bombe di Putin (il figliol prodigo degli stivaloni sovietici) e soci su Tbilisi hanno avuto una tempistica impeccabile. Come ogni putch che rispetti.
Gli aerei sono partiti quando l'attenzione del mondo era rivolta allo splendido show messo in piedi dall'altro despota globale per dare lustro alla ritrovata potenza del suo impero millenario. Sui siti dei "media" le medaglie di Pechino si rincorrevano con le bombe di Tbilisi alla ricerca della piazza d'onore, la vetta del mainstream.

Intanto le tecniche del Kgb erano state implementate con le meraviglie dell'era informatica e gli "hacker" russi mettevano in ginocchio i siti nevralgici della Georgia.
Gli attacchi sembrano provenire dal Russian Business Network
(RBN), una delle più grandi organizzazioni di cybercrimine al mondo con sede a San Pietroburgo specializzata in attacchi di ogni tipo (spam, phishing, ecc.) e, secondo il Guardian, legata direttamente a esponenti politici russi.
Niente di nuovo: l'anno scorso l'Estonia aveva sperimentato lo stesso trattamento.

Il Ministero degli Affari esteri della Georgia, coi server che venivano giù uno dopo l'altro, ha deciso di fare la cosa più ovvia e rivoluzionaria: aprire un blog.
Da lì sta raccontando le bombe, i morti, la guerra, mentre i televisori d'agosto sparano le imprese dei campioni di Pechino, che hanno fatto dimenticare in fretta ogni velleità di boicottaggio e tutte le belle parole spese sui diritti umani capestati nel (e dal) Celeste Impero.

Come Radio Varsavia, che trasmise fino al primo ottobre del 1944 e chiuse le trasmissioni con "la Caduta di Varsavia" di Chopin, avvenuta infatti il giorno dopo con i nazisti che entravano in una città ormai rasa al suolo dai bombardamenti.

E come Radio Praga, che a
ll'una e mezzo del mattino del 21 agosto 1968 trasmise la prima notizia dell'invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia.
A mezzogiorno durante il notiziario risuonò l'inno nazionale interrotto da raffiche di mitragliatrice, in via Vinohradska erano ore drammatiche, gli studi della radio divennero teatro di veri combattimenti in cui persero la vita venti persone.

Il giorno dopo Radio Praga
cominciò a trasmettere clandestinamente da una villa di Nusle, la Georgia oggi
si è dovuta rifugiare su Google. Speriamo che vada a finire in un altro modo.

La cartolina di Radio Praga l'ho presa in prestito qui.

5 agosto 2008

INDIETRO TUTTA


La cosa più allucinante è che la maggior parte della gente mi risponde la stessa cosa:
almeno con il grembiule sono tutti uguali.

E così in questo inizio agosto rovente, con i militari in arrivo nelle città (per la gioia dei turisti di quest'Italia sempre più sudamericana) al governo è riuscito l'ennesimo gioco di prestigio: spacciare autoritarismo per egualitarismo, tentando di far credere che basti evocare il ritorno ai bei vecchi metodi di una volta per fermare la fine del modello educativo, culturale e sociale del Novecento, il monopolio statale (o peggio confessionale) del sapere e la pedagogia pedante che divide maestri e allievi con l'accetta della discriminazione di classe.

Come se la Scuola di Barbiana, Don Milani e Lettera a una professoressa non fossero mai esistiti.

Non avendo idee e strumenti per riportare l'Italia nella contemporaneità i ceffi di governo credono di risolvere qualcosa rimettendo le lancette dei regolamenti scolastici a prima del movimento studentesco.
Così se non si è disciplinati si potrà essere bocciati, come il Franti di Cuore non basta il talento, disciplina ci vuole.

Che significa disciplina
non è ben chiaro, ma il dubbio che diventi subito sinonimo di conformismo è molto forte. E non c'è nemico peggiore del conformismo per un paese (in grossa crisi) di ruffiani, teledipendenti e mammoni che hanno imparato che fregare il prossimo, evadere le tasse o conoscere qualcuno sono le uniche chiavi del successo.

Come se i bulli se ne fregassero qualcosa delle divise e del voto in condotta, come se finite le ore di scuola i bambini non fossero rimessi nella centriguga del consumismo, come se i ragazzi non capissero che gli adulti li vogliono far controllare dalle scuole perché non hanno più un cazzo da insegnare.
Loro per primi non sanno da che parte girarsi in questa società-mondo che gli sfugge di mano.

Così la destra punta sul vintage per nascondere i tagli (alla scuola e all'università), rimette il voto di condotta e i grembiuli e annuncia una grande gara d'appalto aperta alle case di moda più prestigiose per definirne il look.
Non solo tutti uguali, quindi, ma uguali e firmati. In modo che da già da piccoli siano in grado di dare il giusto valore ai prestigiosi marchi del nostro Made in Italy e che possano misurare la distanza tra essere firmati o meno, appena varcate le mura scolastiche e rimessi i soliti cenci da outlet.

Dolce&Gabbana sono tra i favoriti.
Domenica sera ero a Milano Marittima, ostaggio dell'amico Giuseppe in preda a shopping compulsivo, e mi sono piazzato davanti alla vetrina del loro negozio monomarca. Claudio, compagno di sventura nel ghetto di lusso della Riviera, mi si è avvicinato felpato e mi ha indicato una maglietta esposta, ghignando maligno. Completamente bianca, un'unica scritta al centro: i love rich.
Ottimi candidati per l'egualitarismo di stato, non c'è che dire.

Ma è giusto così. L'Italia è indietro?
Fa niente, basta far finta di essere in un film degli anni '50, una di quelle belle pellicole in bianco e nero
rilassanti e rassicuranti, con Anna Magnani o Sofia Loren, Peppone e Don Camillo, e si va tutti a letto tranquilli, rincoglioniti e sereni. L'Avanzo di Balera d'altronde è questo: la replica dello stesso film portata trionfalmente in tripudio per la terza volta. Dagli italiani, democraticamente: meglio di Mussolini, che per farsi amare ha dovuto fare un colpo di stato e una marcia su Roma.

L'unica speranza è che s'incazzino i bambini: l'immagine di una catasta di divise che brucia in diretta tivù mi è di grande conforto, nonostante il caldo opprimente che in questo inizio agosto non da pace neanche la sera.

Che ne faremo delle camicie nere
un sol fascio e poi le brucerem...


L'immagine l'ho presa qui.

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