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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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7 gennaio 2010

ELOGIO DELLA FOLLIA


Curiosamente (ma non troppo), è il libro preferito dell'Avanzo di Balera, scritto da Erasmo da Rotterdam nel 1509, oltre che la colonna sonora di questo fine 2009.

L'articolo continua sul blog di Aprile, qui.
L'immagine l'ho presa qui.

16 dicembre 2009

E LA MAIALA?


"È la pandemia più lieve della storia", si spinge a dire Marc Lippsitch, epidemiologo di Harvard. In Italia siamo a quota 142, come dire un morto ogni 25mila casi di infezione (in totale da noi sono state colpite dall'influenza A 3.650.000 persone).


Repubblica.it il 14 dicembre la mette così. La Maiala va in soffitta e buona notte ai suonatori. Certo “nessuno, naturalmente, discute la pericolosità dell'H1N1: la sua diffusione - complice un mondo sempre più globale - è stata rapidissima. Gli effetti però sono stati meno gravi del previsto. Secondo l'Oms, il virus è arrivato in 208 Paesi. Le vittime riconducibili a H1N1 però sono "solo" - si fa per dire - 9.596 (800 nell'ultima settimana), una cifra di gran lunga inferiore alle 500mila causate ogni anno dall'influenza stagionale.”
Cioè: la Maiala è l’ennesima bufala, la solita finta “peste del 2000” che i media si sono palleggiati per qualche mese, in attesa di trovare qualcos’altro di più avvincente.

Aviaria, suina.
Arrivano sempre d’estate, quando le agende dei media cominciano a sguarnire, fluttuano qualche mese tra panico di massa, inchieste indipendenti, rassicurazioni di stati e megabusiness per le industrie farmaceutiche (per l’influenza A vengono sfornate qualcosa come 3 miliardi di dosi del vaccino), per poi scomparire senza lasciare traccia (salvo occasionali tiratine d’orecchi che qualche trombone liberal si concede come intercalare, tra una notizia e l’altra).

Così scrivevo qualche settimana fa, sempre su Aprile, a proposito della “pandemia mediatica” e così è andata a finire, a quanto pare (non ci voleva certo un genio).
Qualche miliardo di dollari è migrato dalle casse degli stati e dalle tasche della gente ad alcune multinazionali per un vaccino nella migliore delle ipotesi inutile (non è che fosse esattamente senza effetti collaterali, almeno per alcune persone), che la stragrande maggioranza dei medici si è ben guardata da iniettarsi, nonostante il goffo minacciare del governo.

Ora, secondo L’Unità del 15 dicembre
“le autorità sanitarie americane hanno ordinato il ritiro dal mercato di centinaia di migliaia di dosi del vaccino contro il virus H1N1, dopo test clinici che ne avrebbero dimostrato la scarsa efficacia nella prevenzione del contagio. Il Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie di Atlanta, l'agenzia del governo americano che coordina l'emergenza influenzale, ha annunciato oggi la decisione.
Nel mirino ci sono 800 mila dosi prodotte da Sanofi Pasteur, sotto forma di siringhe già pronte all'uso destinate ad immunizzare bambini tra i 6 mesi e i 3 anni. Non è per il momento chiaro se i bambini cui sia già stato somministrato uno di questi vaccini debbano ripetere il trattamento.”

Adesso  però sono altre le notizie di primo piano, le priorità del paese, nella deriva psichiatrica del nostro mainstream quotidiano. Un altro tema poi, uno solo, sempre lui. L’Avanzo di Balera. Stavolta Ferito dinnanzi al Predellino.
La santificazione di Berlusconi, in onda 24 ore su 24 da tre giorni su quasi tutti i giornali-radio-tv, ha del surreale prima ancora che del patetico. Sabina Guzzanti dice che non deve succedere “mai più” e che ha provato stima per la sua fierezza, Di Pietro prova a fare il duro e le testate che fino a 15 giorni fa terrorizzavano la gente con gli scenari da tregenda della Maiala adesso gridano all’untore, nemico dello stato, a chiunque non si unisce al solito mantra (rivolto sempre agli altri): “abbassiamo i toni”.
Fabrizio Rondolino è stato indicato tra “fans di Tartaglia” dal Corriere della Sera solo perché su Facebook ci ha scherzato su (“Ma quanto verrà a costare il restauro?”).

Non è il solo.
Subdoli “untorelli”, portatori di odio e seminatori di zizzania, si annidano a migliaia negli anfratti del Belpaese. Il loro “brodo di coltura”, naturalmente, è la Rete.
Gian Antonio Stella, già pop star anti-casta, sul Corriere non ha dubbi:
“come ha spiegato Antonio Roversi nel libro «L’odio in Rete», il lato oscuro del web «è popolato da individui e gruppi che, pur nella diversità di accenti e idiomi utilizzati, parlano tutti, salvo qualche rara ma importante eccezione, il linguaggio della violenza, della sopraffazione, dell’annientamento».

Fonti:
“Ecco perché le milioni di dosi di vaccino influenzale possono restare negli hangar” di Roberto Volpi dal Foglio
“E se il virus fosse solo un raffreddore?” da Repubblica.it
“Sabina Guzzanti sul suo blog: «Il premier aggredito? Mai più»” su Corriere.it
“Irresponsabilità” di Fabrizio Dondolino su The Front Page
“Il lato oscuro della rete” di Gian Antonio Stella su Corriere.it

Tratto dal blog di Aprile: qui.
La foto, l'Avanzo di Balera in forma smagliante, l'ho presa qui.

9 dicembre 2009

PUNKAPITALISM

"C'è una leggenda popolare secondo la quale, se l'Inghilterra fosse mai in pericolo, battendo sul tamburo di Francis Drake, lo si farebbe ritornare in tempo per salvare la patria".

Tutte le volte che lacci e lacciuoli soffocano l'economia ci pensa la pirateria. Questa è l'opinione originale (ma non troppo) che Matt Mason enuncia in «Punk capitalismo. Come e perché la pirateria crea innovazione» (edito da Feltrinelli).

D'altronde è andata così ai tempi di Drake, nominato sir e viceammiraglio della flotta britannica - quella he sconfisse l'Invincibile Armada di Filippo II - dalla Regina Elisabetta per i servigi resi alla corona e - soprattutto - alle sue finanze. Si stima infatti che la metà (la parte che spettava all'Inghilterra) del carico di spezie e tesori catturati agli spagnoli dal corsaro del Devon, fosse superiore alle entrate della corona di un intero anno. Un secolo dopo toccò al corsaro Henry Morgan, che per la sua fedeltà alla corona arrivò ad essere nominato governatore della Giamaica.

L'istinto pirata, ribelle e arraffone, sembra essere la radice antropologica del capitalismo stesso, della sua brama di conquista, di ricchezza, di potere.
L'epica della nuova frontiera, perlustrata in lungo e in largo da centinaia di film western, la corsa all'oro, all'industrializzazione, al progresso scientifico e tecnologico e l'approdo alla società dell'informazione, in quest'ottica sembrano tutti atti della stessa commedia.
È curioso, quindi, sentire prediche contro la "pirateria informatica" (con questo slogan passa tutto ciò che è libera condivisione di conoscenza in Rete) sulla moralità e le buone ragioni del mercato "in chiaro", sciorinate da monopolisti, tycoon ai limiti del brigantaggio, finanzieri senza scrupoli e pseudoindustriali con le pezze al culo.

Secondo Mason si tratta semplicemente di un grossolano abbaglio, poiché le fortune del mercato del domani le decidono i pirati in azione oggi. Dinamiche, tendenze e direzione di marcia del capitalismo che verrà vanno quindi ricercati nell'attuale cono d'ombra dell'illegalità, nelle "Libertatia" dove operano i Francis Drake e gli Henry Morgan contemporanei.
Mason, che ha cominciato come dj in una radio pirata londinese, sostiene che la pirateria è destinata - nell'informatica, dell'informazione, nella cultura, nell'arte, nei videogame - a essere vincente. Per questo ha scritto la "nuova Bibbia per manager e uomini d'affari", premiata da BusinessWeek e tradotta in dieci paesi. La tesi è semplice: il copyright non è giusto o sbagliato, ma semplicemente vecchio.

Quando lacci e lacciuoli soffocano l'ansia predatoria del business la pirateria arriva in suo soccorso. Già nel XIX secolo i Padri fondatori negli USA fecero spallucce davanti ai brevetti depositati regolarmente e si accaparrarono senza vergogna le invenzioni europee, alla base della rivoluzione industriale che ha cambiato il corso della storia.
Perché oggi dovrebbe andare diversamente?

Intanto gli ingegneri dell'università di Bath, in Gran Bretagna, stanno sperimentando da qualche anno alcune innovazioni destinate ad avere un impatto dirompente, non solo da un punto di vista commerciale, come la stampante tridimensionale già usata da aziende come Adidas, Timberland, Bmw e Sony. A breve i ragazzini saranno in grado di autoprodursi prodotti come le All Star, personalizzandone del tutto il look con pochi euro di spesa.
Fino a quando stati e corporation si ostineranno a fare muro contro muro?
Quand'è che si metteranno - una buona volta - a studiare dove e come gli conviene partecipare?

L'articolo è tratto dal blog di Aprile.
L'immagine di Francis Drake l'ho presa qui.

1 dicembre 2009

IL PD HA DUE ANNI

Al compimento del secondo anno di vita, almeno su una cosa quelli del Pd si possono dire tranquilli: il partito esiste. Devono averlo percepito anche gli elettori, che non a caso (come ci racconta Ilvo Diamanti nelle sue consuete “mappe” su Repubblica) cominciano a (ri)preferirlo al partito di Di Pietro, la cui estemporaneità personalistica sta cominciando a mostrare la corda. Alla lunga la realtà vince e anche il più ingastrito antiberlusconiano deve farci i conti, soprattutto in tempi di crisi e insicurezze, e comincia a pesare la qualità delle proposte e la credibilità di chi le avanza con occhio più guardingo.
Il Pd non è certo un modello di partito con le idee chiare, ma si è diviso in una lunga (un po’ autistica ma certo democratica) campagna interna che gli ha permesso di (ri)trovarsi e di serrare i ranghi. Uno sforzo di verità percepito.

A poco più di tre mesi dalle elezioni regionali il calo nei sondaggi di Di Pietro e della sinistra e l’avanzamento del Pd e di Casini sembra indicare proprio una richiesta di concretezza degli italiani per uscire dal pantano della crisi un po’ meglio di come ci si era entrati (già in crisi). Chi concentra il poco fuoco mediatico a disposizione contro Berlusconi rischia di apparire l’ennesima replica di sé stesso, peraltro fuori tempo massimo.

Lui, infatti, non è più fra noi.
Dopo che “Rolling Stone” (che non è una rivista ma un’icona sacra) lo ha sbattuto sulla sua leggendaria copertina, perdippiù ritratto dal designer americano Shepard Farey (quello del manifesto con cui ha “cheguevarizzato” la acampagna elettorale di Mister Obama), per “la sua capacità di stare come nessun altro sotto le luci della ribalta e distinguersi per uno stile di vita degno delle migliori rockstar”, il discorso è chiuso.
Se già prima poteva esserci qualche sospetto che attacchi e manifestazioni non facessero altro che rafforzarlo, ora il Rubicone è  varcato del tutto. Infatti Vittorio Macioce su “il Giornale” può commentare così il lieto evento (la copertina):
“È una serigrafia di Andy Warhol che ti insegue e si ripete all’infinito, cambiando colore, forma, idioma. È Marilyn. È Jacqueline. È Mick Jagger. È mister President. È la Coca-Cola. È come un poster di Che Guevara. È quello che sottoscrive David Bowie: «Per me la musica è il colore. Non il dipinto. La mia musica mi permette di dipingere. Me stesso».”

Macioce ha ragione e anche la metà d’Italia che non si fa sedurre dal grande seduttore s’è rotta le balle e non ha più tempo né voglia di sentire quanto è brutto e cattivo. Quindici anni con gli stessi titoli di giornale sono lunghi per tutti.
Il problema è che – oltre sedurre – Berlusconi in trent’anni ha creato un blocco sociale e culturale assai omogeneo a sostegno della propria avventura. Alla sinistra (in tutte le versioni in cui si è presentata) è riuscito talvolta di scalfirne i margini o di scompaginarne il format politico che l’ha via via rappresentata, ma mai di uscire dall’agenda, dal ritmo e – soprattutto – dal linguaggio che Berlusconi ha imposto. Nel bene e nel male.

Naturalmente un modello culturale alternativo (alla società tv-centrica cristallizzata al 1989) esiste e in tutto il mondo si sta affermando con grande rapidità: è la rivoluzione tecnologica del web, dei social network e dai media interattivi (smart phone, pc portatili, cellulari, ecc.). In questa nuova dimensione della comunicazione il potere di Berlusconi non conta niente. Tutta la famiglia (lui, Mediaset, ecc.) hanno dimostrato sinora un’ignoranza completa (letterale, una “non conoscenza”) dei nuovi strumenti, anche superiore a quella dei leaders della sinistra. Lui appartiene all’Era televisiva, ne è il re (come Elvis, ha fatto bene infatti Rolling Stone). Attore, regista e produttore dello show della sua vita-stato.

L’Era televisiva è agli sgoccioli e i media, la politica, il business, le relazioni, le comunità si stanno spostando in massa in Rete. Nel dibattito interno al Pd si è molto discusso di partito liquido e partito solido, come se si trattasse di una provetta. Nella realtà le comunità online rappresentano il collante relazionale tra persone in carne ed ossa, la casa del loro popolo (di quelli con cui hanno qualcosa in comune) in cui si confrontano idee, nascono progetti, si realizzano cose molto concrete. Il web serve (o può servire) per fare comunità, al contrario della tv (è l’esatto opposto).
Sinora il Pd ha tentato di utilizzare molto il web, non sempre riuscendo a uscire dalla logica della propaganda politica. Ma la Rete è lo strumento ideale per realizzare quella partecipazione tanto sbandierata negli slogan nell’attività politica quotidiana: per diffondere idee, selezionare talenti, creare comunità, raccogliere soldi e adesioni, risparmiare tempo e denaro. Per fare un partito come si deve.

Fonti:
“Il Cavaliere rock star dell'anno” di Vittorio Macioce da il Giornale

L'articolo è tratto dal blog di Aprile: qui.
L'immagine è tratta dalla campagna online del Pd per le Europee, di cui ho curato la direzione creativa per conto di Banzai.

25 novembre 2009

QUANDO IL GIOCO SI FA DURO


“Secondo quanto riportato da diversi siti (anche scientifici come Climate Audit, il blog di Steve McIntyre) nelle e-mail ci sarebbero scambi di informazioni e pareri tra gli studiosi del global warming su come filtrare le informazioni per selezionare cosa far passare al pubblico e cosa no. Il Cru è considerato uno dei centri di ricerca più influenti nello studio del riscaldamento globale dovuto a cause umane, e ha giocato un ruolo chiave nell’ultimo documento dell’Ipcc, il panel intergovernativo delle Nazioni Unite che studia i cambiamenti climatici.”


Ha prurito ai polpastrelli, Piero Vietti, quando racconta sul Foglio la favola dell’hacker di destra, che ha fregato centinaia di mail al Centro di ricerche sul clima (Cru) dell’Università dell’East Anglia in Inghilterra e le ha piazzate su un server russo, dopo aver fatto pervenire la rivendicazione di rito ai blog non allineati all’ortodossia di Al Gore:
“Pensiamo che la scienza che studia il clima sia, nell’attuale situazione, troppo importante per essere tenuta nascosta. Qui pubblichiamo una selezione a caso di corrispondenza, codice e documenti”.

Vietti fa di tutto, nel pezzo, per mantenere una postura coordinata all’undestratement esibito (già dalla testata stile Financial Times) del suo giornale, ma la notizia è troppo ghiotta.
Per una volta, all’autorità e contro i pirati, non deve ricorrere un losco faccendiere discografico o un avido banchiere, ma le icone più nobili (scienziati impegnati per salvare il mondo) dell’unica ideologia “progressista” scampate alla temperie.

Così lo zelo legalitario esibito dal giornalista a mo’ di super partes (“Fermo restando che chi ha violato il server del Cru ha commesso un reato grave” o “Il dubbio che il materiale sia stato sistemato alla bisogna da chi contesta le teorie del global warming di origine antropica è fondato”) non fa che fornire all’impresa un’aria ancor un po’ funettistica, che ricorda certi resoconti di imprese hacker “de sinistra” letti in altri tempi su Indymedia.

Molto probabilmente, invece che di un romantico “Ribelle” jungeriano, che viola da destra in nome della verità i codici del politicamente corretto, ci troviamo di fronte a un banale e allo stesso tempo ben più inquietante atto di guerra informatica. Come il presunto attacco hacker della Russia all’Estonia, quello contro il Cru (su un server russo) ha tutta l’aria di essere un atto di guerra politica gabellato da scoop civile.

13 anni di mail da cui la blogosfera “negazionista” (in fatto di global warming di natura antropica) ha tratto una controtesi sulla malafede tout court della comunità internazionale di climatologi che – com’è noto – per la stragrande maggioranza sostengono che le temperature del pianeta si stanno alzando a causa dell’uomo e che truccherebbero i dati per avere ragione. Una congiura mondiale orchestrata da centinaia di migliaia di cospiratori in camice bianco, in complicità con la solita cricca liberal appollaiata sulla spalla della pubblica opinione.  

Sembra invece che la realtà sia come al solito banalmente peggiore
“il pianeta è sulla strada che porta ad un disastroso aumento di 6°C a fine secolo (rispetto ai livelli pre-industriali) e lo è perché emettiamo sempre più CO2 e al tempo stesso la capacità della Terra di assorbire il gas serra sta invece diminuendo.
Se 50 anni fa il 60% dei gas serra emessi in atmosfera veniva assorbito dal pianeta ora questa percentuale è scesa al 55”
.

Questo secondo lo studio pubblicato in questi giorni su Nature Geoscience, dai noti bolscevichi del Global Carbon Project.
Che concludono infatti come tutti i maledetti comunisti:
“L’unico modo per controllare il cambiamento climatico è farlo tramite una riduzione drastica nelle emissioni mondiali di CO2”.

Fonti:
Mistero su Internet, un pirata svela i trucchi del global warming” di Piero Vietti sul Foglio.it
Hacker negazionisti, mentre il clima cambia davvero” dal Qualenergia.it
The Global Carbon Project

L'articolo è tratto dal blog di Aprile: qui.

La copertina del "Tratta del Ribelle" di Ernst junger è stata presa qui.

17 novembre 2009

INSIDER TRAINING


“Siamo due vecchi arnesi della politica e della comunicazione; ne abbiamo viste tante e qualcuna l’abbiamo anche fatta. Quando ci siamo ritrovati, ci siamo chiesti come mai in Italia l’informazione politica sia diventata (quasi solo) pettegolezzo e propaganda.

tFP nasce dalla convinzione che una buona informazione politica faccia bene non soltanto ai cittadini, ma prima di tutto alla politica.”

Comunque la si pensi, quella di The Front Page sembra proprio una buona notizia.
Velardi e Rondolino in versione western (l’autoironia compiaciuta diverte, se è divertita) firmano il nuovo blog collettivo d’informazione politica, che tenta di far debuttare anche in Italia il giornalismo d’assalto stile “off the records” che negli States sta cambiando i connotati al panorama mediatico di pluricentenaria tradizione.

Il fatto che l’Huffington Post (il blog molto beninformato di Arianna Huffington) abbia superato il sito del Washington Post in termini di “click” significa qualcosa.
“The Politico” (un blog anch’esso) che diventa all’improvviso una delle più influenti fonti, capace di “dare la linea” alle vacche sacre del giornalismo USA, testate-portaerei vecchie come la Guerra di Secessione, vorrà pur dire qualcosa. Se poi in Italia le vendite dei giornali calano mentre le visite sui loro portali aumentano e la pubblicità va migrando in Rete, forse significa che anche qui qualcosa sta cambiando.

I due ex consulenti di D’Alema devono averlo fiutato e infatti si sono inventati, lesti, The Front Page.
La formula è semplice e un po’ carognesca: ci scrivono illustri firme del giornalismo italiano sotto pseudonimo, che (in questo modo) possono bastonare a piacere oppure semplicemente dire le cose papali papali (si deduce quindi che non godono della stessa libertà nelle testate che gli pagano lo stipendio).
Anche e solo per questo (ammesso che sia vero) quella di The Fronte Page è una good news.

La veste grafica richiama un po’ il New York Times (il font scelto per il “The” è lo stesso) e un po’ l’estetica western (il posizionamento corsaro ne giova) e dal sito si può saltellare sulle varie Front Pages sparse sui principali social network della Rete (Facebook, Twitter, ecc.).

Dalla videopresentazione dei due front men (che dopo un po’ di ingessatura iniziale si rivela schietta e un po’ inconsueta, almeno rispetto all’attitudine cimiteriale o palesemente marchettara a cui siamo abituati da iniziative analoghe) e dai primi giorni di attività emerge un profilo editoriale netto: attenzione all’analisi, ai dettagli e ai “backstage” della scena politica italiana, poca (o divertita) partigianeria.
Certo, l’inflazione dell’aggettivo “serio”, di cui sia Velardi che Rondolino abusano in presentazione, tradisce forse l’ansia (a mio modo di vedere immotivata e un po’ dalemistica) di non posizionare il blog come una versione colta di Dagospia, ma come un think tank per nulla accidentale e molto (appunto) “serio”. O forse è un’altra gag.

Da quello che ho letto, comunque, mi sembra che il pop prevalga, almeno nella scelta di un tono di voce informalmente complice, che da al lettore la sensazione di partecipare alla denudazione di reucci e reginette in prima persona. Per ora, quello che manca è la “notizia”. Anche se “l’entusiastica collaborazione di un gruppo di amici e colleghi non pagati” dovrebbe garantirne in abbondanza.
I collaboratori spediranno i “post” durante la giornata per incrociare giornalisti e comunicatori proprio quando scrivono i loro pezzi e le macchine si stanno scaldando. Sono gli addetti ai lavori il target primario di The Front Page.

Anche le rubriche fisse promettono bene. In “Lie to me”, ispirata al telefilm, un neurofisiologo italoamericano analizza il linguaggio non verbale dei politici, mentre in “Pagine rosa” c’è la rassegna stampa – appunto – “rosa”.
Se un tempo, per informarsi sulla politica, si leggeva Rinascita, oggi si legge Chi, e noi selezioneremo articoli provenienti da Chi e da giornali affini con la massima considerazione” chiosa serissimo Rondolino.

Speriamo che poi arrivino anche le inchieste, corsare e trasversali certo, ma abbastanza “serie” da scrollare un po’ il quadretto di mummie del ’992, che seguita a farsi chiamare “Seconda Repubblica”.

Fonti:
“The Front Page” il blog
“The Front Page” la videopresentazione di
Rondolino / Velardi
“Huffington a Trastevere: nasce The Front Page” dal blog di Zambardino su Repubblica.it
“Qui si spiega come dare le non notizie con stile” di Marianna Rizzini sul Foglio.it

Nell'immagine sopra la testata del blog.
L'articolo è tratto dal
blog di Aprile.

11 novembre 2009

DIARIO DELLA MAIALA


“Primo caso letale di influenza suina in Egitto. Una donna egiziana è morta con sintomi dell'influenza suina in Egitto mentre era in pellegrinaggio per andare alla Mecca. Lo ha reso noto il ministero della sanità egiziano.”


Repubblica.it, il 19 luglio alle 23 e 55 minuti, mi aggiorna sullo stato di avanzamento del virus. Il primo morto in Egitto dopo l’annuncio della non riapertura delle scuole a settembre in Gran Bretagna, in cui pare che anche la ex Fisrt Lady Cherie Blair sia stata colpita dalla nuova influenza.
Anche qui a Zoccolandia è stato dato l’allarme. Ci sono già i primi casi e il viceministro della salute ha detto che forse le scuole rimarranno chiuse. O forse no. La Gelmini l’ha escluso e il mutaforme Fazio ha rettificato. Mi sa che, come dicevano i ragazzi del Maggio francese, “c’est seulement le debut”.

Ad agosto se ne sono stati buoni.
La tregua estiva funziona ancora, o forse – semplicemente – untori e monatti mediatici sono pure loro in fila per l’ombrellone.

I primi di settembre il tam tam è ripartito. I primi casi gravi, le smentite di rito “non è grave, il virus non è mutato” e la psicosi da vaccino comincia a dilagare.
In aggiunta i mentecatti al governo continuano a darsi sulla voce, affermando e negando l’opportunità di posticipare l’apertura delle scuole (evento che certificherebbe lo stato di emergenza, anche se non dichiarato) a giorni alterni. Secondo le ultime news l’anno scolastico inizierà regolarmente, per la gioia di librai, cartolai e venditori di grembiuli (i prezzi sono schizzati di nuovo alle stelle nonostante la crisi).

A fine ottobre la situazione sta cominciando a degenerare. Gli ospedali sono zeppi di mamme impazzite e di gente col panico dell’influenza A (la “febbre maiala” secondo il Foglio).
Il governo italiano continua a dire e smentire ogni cosa. “I vaccini sono pronti” “I vaccini non sono ancora pronti, ma lo saranno presto” e via di questo passo. Intanto l’Ordine dei medici sta tentando una sorta di boicottaggio sistematico dell’allarmismo di massa a suon di dati e statistiche. Se, di solito, la percentuale di medici che si vaccinano contro la normale influenza di stagione non supera il 20%, quest’anno – dopo blandizie e vere e proprie minacce (le autorità sono arrivate a minacciare la sospensione di quelli che lavorano per il servizio pubblico) – pare che si raggiunga quota 1/3.
I 2/3 dei medici continuano a mettere in pratica quello che affermano senza mezzi termini a mezza bocca: il virus è una bufala mediatica meno pericolosa della normale influenza.

Certo, di questi tempi non è facile remare contro la corrente.
Il mainstream del terrore di massa è inarrestabile fino a quando la marea non è montata del tutto, grazie alla moltiplicazione dei media. Il chiacchiericcio – anche critico – di blog e social network, in aggiunta al vociare implacabile dei network, crea un effetto frastuono che fa percepire alla gente che, ad ogni modo, qualcosa sta accadendo e c’è qualcosa di cui aver paura.

Aviaria, suina.
Arrivano sempre d’estate, quando le agende dei media cominciano a sguarnire, fluttuano qualche mese tra panico di massa, inchieste indipendenti, rassicurazioni di stati e megabusiness per le industrie farmaceutiche (per l’influenza A vengono sfornate qualcosa come 3 miliardi di dosi del vaccino), per poi scomparire senza lasciare traccia (salvo occasionali tiratine d’orecchi che qualche trombone liberal si concede come intercalare, tra una notizia e l’altra).
E mentre i virus di solito si rivelano bufale tremende, le operazioni mediatiche che ne decretano il successo di pubblico si disvelano anno dopo anno in tutta la loro crudele e cinica efficacia. Le famiglie si affannano a cercare cure per arginare il panico diffuso dal loop mediatico, che se tenta di ridimensionare alimenta la paranoia e se rettifica, o sminuisce, gli allarmismi fa serpeggiare il dubbio di foschi scenari complottardi per silenziare o depistare la libera informazione.

Ci sarà una ragione se l’ultima frontiera del marketing contemporaneo è la comunicazione virale, quella che “come una freccia dall’arco scocca vola veloce di bocca in bocca”, che si attacca velocemente e che contagia preferenze commerciali, politiche, di consumo.
E che utilizza, guarda caso, i media come untori e – in qualche caso – monatti.

Fonti:
“Ecco perché le milioni di dosi di vaccino influenzale possono restare negli hangar” di Roberto Volpi dal Foglio
“Febbre suina colpisce Cherie Blair” da TgCom
“Influenza ‘A’ egiziana muore dopo pellegrinaggio Mecca” da Repubblica.it
“Marketing virale” su Wikipedia

L'immagine è stata presa qui.
L'articolo è tratto dal blog di Aprile.

4 novembre 2009

BOLOGNA 2.0


Se digito “Bologna” su Google la prima voce che esce è “Italia – Serie A: Bologna”.

Al secondo posto c’è “Bologna” su Google Maps, poi “Bologna Football Club 1909, il sito del Comune (Iperbole, la Rete Civica, la prima d’Italia), “Bologna” su Wikipedia, “Strage di Bologna” sempre su Wikipedia e i “risultati da Google News su Bologna”.
All’ottavo posto c’è Bologna Turismo, il sito ufficiale dedicato all’accoglienza nella nostra città, al nono l’Alma Mater Studiorum, poi l’Aeroporto Marconi, Bologna Fiere, il sito della Provincia di Bologna e quello dell’ATC (l’azienda dei trasporti). La prima pagina di ricerca su Google per “Bologna” finisce qui.
Cliccando su “Bologna Turismo” scopro che non esiste più. L’ente, creato da Comune e Provincia ai tempi di Guazzaloca, nel 2007 è stato messo in liquidazione e ha chiuso i battenti. È rimasto il marchio, una scarna directory del sito del Comune.

Quando ho chiesto a Fernando Diana, CEO di ZIngarate – una delle community di viaggiatori più visitate – quali danni creava a Bologna il non avere un portale dedicato all'accoglienza (a differenza di Mantova, Ferrara, Padova, di stazza simile ma che investono sul turismo), mi ha risposto senza troppi giri di parole.
“La percezione dell’utente web è che la città non ha nulla da offrire da un punto di vista turistico. Non si tratta di un danno, ma semplicemente oggi se non sei su Internet si ritiene che non esisti.”

In effetti l’esperienza quotidiana insegna che informarsi su Internet su qualunque tipo di viaggio è diventata la norma.
“Primo step: informazione per scegliere la destinazione.
Secondo step: organizzazione. Scegliere l’albergo, la navetta per raggiungerlo, i ristoranti, gli eventi, ecc. Su Internet ci sono consulenti turistici che propongono soluzioni integrate, Zingarate invece è un feedback costante di utenti che raccontano esperienze di viaggio”
Ogni viaggio ormai si base su informazioni prese online.
“La cosa più semplice, oggi, è cercare la destinazione sui motori di ricerca. Se c’è poca presenza online di Bologna su Google c’è poca presenza turistica della città., mentre oggi la presenza online di una città deve essere soprattutto sul turismo… alcuni studi della Bocconi sostengono che il 60% degli acquisti online riguarda il turismo…”

Io sono bolognese e mi sono sempre chiesto per quale ragione Bologna non investe sul turismo. Si dice sempre che è perché ha investito sulla Fiera. Per questo alberghi e ristoranti hanno prezzi stellari e si sono sempre barcamenati alla grande senza menarsela troppo a cercare nuovi clienti.
Bologna poi è una città studentesca. L’Alma Mater Studiorum – l’università più antica del mondo – ha compiuto novecento anni alla fine del secolo scorso e rimane una delle principali mete per decine di migliaia di studenti di tutto il mondo. Molti di loro, terminati gli studi, rimangono in città per lavorare, aprire un’attività e mettere su famiglia.
Negli ultimi due/tre anni però le immatricolazioni per la prima volta sono diminuite, segno di una perdita di smalto dell’Ateneo o dell’offuscamento del carisma della città.
Qualche anno fa Bologna ha perso il Future-Show, che ha deciso di trasferirsi armi e bagagli a Milano. Quest’anno il Motor-Show è stato dimezzato: sono rimasti gli show ma auto e motori saranno esposti da altre parti.

Bologna non sta investendo (ancora) sul turismo, men che meno online. Cosa ci guadagnerebbe a farlo?
“Avere una strategia web è inevitabile per competere sul mercato globale. Bologna poi non è Roma e le sue dimensioni permettono di calibrare gli interventi e raggiungere il target preciso.”
Per Diana definire il viaggiatore-tipo per Bologna è più facile
“si parte sempre dal prodotto. Il turista di Ibiza è diverso da quello di Bologna… non bisogna inventarsi molto, ma valorizzare quello che c’è e definire una strategia per il turista-tipo. Un errore classico della comunicazione dei tour operators istituzionali è fare campagne molto massive (tv, giornali, ecc.). Non serve. Basta un marketing mix a portata di budget in grado di raggiungere il target in modo mirato, soprattutto per le campagne worldwide.”
Turismo, università, fiera e lavoro sono le principali ragioni per venire a Bologna e la Rete può aiutare e promuovere e a semplificare l'accoglienza.
“Il web è lo strumento ideale per questi viaggiatori. Se tu fossi una stazione termale la maggior parte del target non ha confidenza col web, nel caso di Bologna studenti, docenti, business-men invece si.
In tutto il mondo il numero di persone che viaggiano e i viaggi per persona sono in costante aumento, mentre diminuisce il tempo di permanenza (3/4 giorni, ora, che per visitare Bologna sono l’ideale) e crescono gli aeroporti. Una volta esaurite le capitali e le mete primarie (in Italia Roma, Firenze, Venezia, Napoli) i viaggiatori si orientano sulle altre, più appetibili. Ad esempio Valencia in Spagna (di dimensioni analoghe a Bologna) ha avuto un aumento strepitoso delle visite negli ultimi anni.”

Anche azioni di marketing virale possono “costituire un salutare shock che fa uscire la città dal torpore comunicativo in cui versa. In linea generale e nel medio-lungo periodo il passaparola è l’arma vincente per promuovere e consolidare l’appeal della città.”
Il passaparola è lo strumento ideale anche per diffondere gli aspetti “caldi” della comunicazione di  Bologna (leggende metropolitane, luoghi mitici, culture underground)
“In una città puoi essere turista, viaggiatore o cittadino. Alle persone di solito piace essere viaggiatori, entrare nella cultura della città in profondità. L’ente non può fare preferenze tra operatori turistici (alberghi, ristoranti, ecc.) però può segnalare le esperienze dei viaggiatori passati e che hanno lasciato tracce su blog o social network.”

Fonti:
Comune di Bologna
Zingarate

Questo articolo è stato pubblicato oggi sul blog di Aprile, qui.
La "Finestra sull'Aposa", scattata a Bologna un paio d'anni fa, viene da qui.

27 ottobre 2009

PD 3.0

"Tre milioni di persone sono una grande prova di democrazia. Tre milioni di persone che hanno pagato due euro a testa per partecipare alle primarie sono un grande risultato. Noi siamo orgogliosi di essere quelli che stanno costruendo un partito. Chi fa un partito realizza la costituzione repubblicana che parla di partiti e non di popoli"

Bersani ha proprio ragione: 3 milioni di persone alle urne per scegliere il segretario del Pd sono una cosa seria. Abbastanza per domandarsene la ragione.
Ha vinto lui, Franceschini ha avuto dal popolo delle primarie la conferma della stessa proporzione espressa dagli iscritti – 1/3 del partito – e Marino ha aumentato i consensi, dimostrando che laicità, diritti civili, eccetera sono percepiti come priorità.

Ha avuto ragione D’Alema: gli iscritti non sono degli alieni e il popolo delle primarie ne ha rispecchiato le preferenze. Ma hanno avuto ragione anche Veltroni / Franceschini a impuntarsi sul plebiscitarismo un po’ bizantino di queste primarie all’italiana.
Che sono forse l’unica eredità decente di questo ammasso di macerie politiche e istituzionali che passa per Seconda Repubblica, l’unica vera novità in quindici anni di valzer di partiti che cambiano nomi e simboli senza mai cambiare dirigenti.
L’unica opportunità di partecipazione nei fatti.

Per una volta varrebbe la pena di rovesciare l’approccio esterofilo, in cui un po’ tutti ci si impantana troppo spesso, considerando l’ipotesi che far scegliere il segretario di un partito “popolare” a chi lo vota sia un’innovazione importante nella scena politica della vecchia Europa e che gli altri per una volta ci stanno studiando con interesse e ammirazione per vedere se funziona. Dalle file ai seggi parrebbe di si.
Da come stanno messi i partiti socialisti della vecchia Europa, poi, viene da pensare che qualcosa di buono il tanto bistrattato Pd deve averlo pur combinato (o anche solo evocato), per avere ancora la forza di portare 3 milioni di persone, la domenica, a tirare fuori due euro e a farsi un’ora di fila per mettere una croce su un nome.
Perché al di là dei giudizi sulla gestione Veltroni / Franceschini, alla “ditta” ne sono arrivate di legnate, tra Marrazzo (proprio il giorno prima con tutti che lo sapevano da mesi, e addirittura l’Avanzo di Balera che l’aveva “protetto”, dice), le pistolettate in Campania, la telenovela Binetti, la serie impressionante di batoste elettorali, Rutelli, lo scandalo della sanità in Puglia. Al di à di ogni analisi è altrettante lampante che i media ci sono andati già duri, dopo che Veltroni ha perso. E non solo i bravacci dell’Avanzo di Balera, ma pure gli “amici”: non penso che il trattamento da fratellini tonti che gli è stato riservato da Repubblica&c sia stato utile per consolidare una qualche autorevolezza.

Di ragioni per tenersi i due euro in tasca e starsene a casa ce n’erano a bizzeffe.
Non è andata così e io, che avevo deciso di stare a casa, di fronte alle immagini della gente in fila non ce l’ho fatta e sono andato a votare.

Al di là di gusti ed opinioni, poi, è un dato di fatto che la politica sia personalizzata, in Italia e dalle altre parti. In epoca di overdose mediatica continua la personalizzazione è una semplificazione, un modo per decodificare al volo messaggi che non abbiamo sempre il tempo, la voglia o gli strumenti per decodificare.  
Per questo le primarie rappresentano lo strumento di controllo democratico che controbilancia lo strapotere politico-mediatico dei leaders e l’opportunità di protagonismo e inclusione per gli outsiders. Sono il collante di una comunità politica, la sua vera festa dell’unità.

3 milioni di persone su 8 milioni di elettori alle Europee è il segnale che la comunità del Pd è fortissima. Le primarie ancora una volta sono state il modo per rendersene conto, il balsamo per tutti i crucci che ne appesantivano il passo.
Sarà difficile, dal 25 ottobre 2009 in poi, trovare qualcuno con la faccia di dire che non servono più.

Fonti:
“La svolta e il ritorno all'antico” di Federico Geremicca dalla Stampa
“Ai seggi si scopre che c'è un'armata dei nonni-elettori” di Maria Laura Rodotà dal Corriere della Sera

L'immagine l'ho presa in prestito qui.

Tratto da Aprile di oggi.

20 ottobre 2009

PRIMARIE 2.0


"Scrivo "Primarie 2.0" per Aprile. Per questo mi sono a messo pedinare i tre candidati qui su Twitter..."

Così scrivo su Twitter, dopo essere diventato un “following” di Pierluigi Bersani, Dario Franceschini e Ignazio Marino.
In questo modo posso seguirne le mosse, rimanendo sempre in contatto con le loro frasi di 140 caratteri al massimo (che poi sono le stesse che mettono sugli altri social network, Facebook in testa). Il mio pedinamento però non si avvale di telecamere, è consenziente (sono loro a decidere cosa far leggere) e si disinteressa di calzini e cravatte.

La prima cosa di cui mi rendo conto al volo è il cambio di tono. Quando i politici possono scrivere (o far scrivere) e parlare molto lo fanno, c’è poco da fare. Spesso è noioso e addirittura inefficace ma è più forte di loro e vanno dritti per la loro strada. Bla bla bla, fino allo stordimento dell’interlocutore.
Su Twitter al 141simo carattere digitato appare una scritta rossa piccola piccola, che avverte: +1. Il messaggio è troppo lungo, bisogna tagliare. Così ognuno dei candidati cerca di adeguare il proprio stile all’obbligo di sintesi imposto dal mezzo e il risultato è sorprendentemente gradevole. Sembrano esseri umani.

L'articolo completo, il Bianconiglio pubblicato oggi su Aprile, è qui.
L'immagine l'ho presa in prestito qui.


13 ottobre 2009

NOBEL ALLA MAGIA


"Meglio non essere figli di cinesi, tuo padre e tua madre sono entrambi vigliacchi che per dimostrare la loro fedeltà, quando la morte è a portata di mano, fanno accomodare prima i leader"

L'altro giorno su Repubblica ho scoperto la storia del De Andrè cinese, un cantautore cieco di 39 anni che ha venduto milioni di cd e gira da solo per la Cina da oltre vent'anni cantando l'altra faccia della superpotenza. Cinismo, miseria, corruzione, sfruttamento dell'uomo sull'uomo. L'unico mistero è perché non l'hanno ancora fatto fuori.
In tempi in cui il leader della speranza progressista mondiale evita di incontrare il Dalai Lama per non turbare il buonumore diplomatico degli eredi del Celeste Impero, come fosse un D'Alema qualunque, si tratta di un dubbio legittimo.

Obama ci ha subito ripensato, subissato da una valanga di critiche, che hanno reso subito chiaro che il piatto della bilancia costi-benefici della mossa in ossequio alla ragion di stato pendeva decisamente verso i costi. Frasi come quella del deputato repubblicano Frank Wolf non lasciano molti dubbi in proposito
"Cosa deve pensare un monaco o una suora buddhista rinchiusi nella prigione di Drapchi nell'apprendere che Obama non riceve il leader spirituale tibetano?"
Così il presidente ha annunciato che incontrerà il Dalai Lama in data da destinarsi, decisa di comune accordo.

L'articolo intero, il Bianconiglio di questa settimana pubblicato ieri su Aprile, è qui.
L'immagine l'ho presa in prestito qui.

6 ottobre 2009

LIBERTÀ DALLA STAMPA


"L'Evening Standard, storico giornale di Londra (è nato nel 1827), sarà distribuito gratuitamente dal 12 ottobre. Il quotidiano inglese è stato rilevato lo scorso anno dal magnate russo Alexander Lebedev. Ex spia del Kgb, Lebedev ha intenzione di distribuire gratuitamente anche gli altri giornali di cui è editore, The Times e The Sun."

Dopo "La Stampa in bolletta" (13600 giornalisti licenziati negli Stati Uniti da inizio 2009) il Foglio riprende il suo ciclo di inchieste sulla crisi del settore, dopo aver detto peste e corna della manifestazione della FNSI del 3 ottobre.

Nell'Italia dell'Avanzo di Balera non c'è spazio per il dissenso, come in ogni colpo di stato che rispetti infatti "l'unica parola d'ordine è che deve riuscire, costi quel che costi, e nessuno dovrà mai essere perseguibile in alcuna sede".
Ogni voce critica deve essere intimidita, ogni obiettore di coscienza mobbizzato in una maniera o nell'altra. Il tempo stringe, il vecchio palpaculi ha compiuto i 73 e per completare il Piano di rinascita nazionale della P2 di Gelli non gli rimane molto.

L'articolo, il Bianconiglio pubblicato oggi su Aprile, è qui.
L'immagine l'ho presa in prestito qui.

1 ottobre 2009

IL TRAVAGLIO QUOTIDIANO


"E' una sorta di "Travaglio della Sera" questo primo numero: a) pubblicità di un libro di Marco Travaglio vicino alla testata; b) commento di Marco Travaglio intitolato "De Villepin e de Minzolin"; c) notizia a centro pagina: "Editto su Travaglio. Mannaia su Anno Zero"; d) a pagina due ci sono quattro articoli, e in ben tre si parla di Travaglio; e) rubrica dello stesso Travaglio a pagina 6, "M'illumino d'incenso", dedicata a Piero Chiambretti alias Pierino Slurpetti; f) intera paginata, la 21, a firma Travaglio su "Come nasce un giornale. Il giro d'Italia lettore per lettore"".

Dopo l'articolo di Stefano Di Michele sul Foglio mi sono incuriosito e sabato (terzo numero) ho tentato di comprare una copia del "Fatto Quotidiano", il nuovo giornale diretto da Antonio Padellaro, in un'edicola di Ravenna intorno alle 11 di mattina. Finito.
"Ma si può anche ordinare il primo numero" mi ha informato l'edicolante. Ci ho riprovato domenica 27, ieri, nell'edicola di Piazza Farini, a Russi. Bingo.

Arrivato al bar mi sono messo a controllare.

Tutto l'articolo, il Bianconiglio pubblicato questa settimana sul blog di Aprile, è qui.
L'immagine è stata presa in prestito qui.

22 settembre 2009

FROM RUSSI WITH LOVE


"Non so di dov'eri, non mi ricordo neppure il tuo nome, ma è certo che abbiamo fatto sesso. Se sei là fuori e vedi questo messaggio allora fatti vivo".
Karen è una giovane mamma danese e si affida a YouTube per trovare il padre del bimbo August, che tiene in braccio nel video-appello accorato.

Più di un milione di persone ci clicca sopra e se lo guarda nel giro di poche ore. Spuntano anche i primi volontari neopapà, peccato che è uno scherzo. Di più: si tratta di un'azione di marketing virale architettata da "Visit Denmark", l'ente del turismo danese.

Secondo Dorte Kiilerich, il responsabile dell'ente "La storia di Karen dimostra che la Danimarca è una società libera, dove le donne sono indipendenti e fanno le loro scelte".

L'articolo completom il Bianconiglio pubblicato oggi su Aprile, è qui.
L'immagine, una delle foto che ho scattato durante la Fira di Sett Dulur dello scorso anno, è qui.

15 settembre 2009

PER UNA RETE LIBERA

Salerno era troppo vicina a Marina di Camerota (una settimana di sole e di splendido mare) per non fare un salto al primo congresso della nuova associazione radicale Agorà Digitale, di cui avevo già parlato nell’ultimo Bianconiglio.

Arrivato a Salerno ho fatto una prima divertente scoperta: i socialisti sono sempre loro.
In contemporanea con il workshop sulle nuove tecnolibertà in cui dibattevano i radicali, infatti, al Grand Hotel sul lungomare si teneva il “Summer Camp” dei giovani socialisti.
Nonostante le austerità imposte dalla nuova era politica, non proprio generosa con gli eredi di Craxi, Nenni e Pertini, il “dibattito” della mattinata (in ritardo di alcune ore) si teneva a qualche metro dalla piscina della dépendence dell’hotel, tra il frastuono delle lezioni di acquagym e i commenti dei “congressisti” sulle virtù atletiche della giovane insegnante.

L'articolo completo, il Bianconiglio pubblicato ieri su Aprile, è qui.
L'immagine l'ho presa in prestito qui.

9 settembre 2009

LIBERTÀ 2.0


"Teresa ha gli occhi secchi
guarda verso il mare
per lei figlia di pirati
penso che sia normale
Teresa parla poco
ha labbra screpolate
mi indica un amore perso
a Rimini, d'estate"

Il primo maggio del ‘68 mentre gli studenti francesi stanno per cambiare il mondo, Giorgio Rosa dichiara l'Insulo de la Rozoj - Isola delle Rose in Esperanto, una piattaforma di 400 metri quadrati con tubi in acciaio appoggiati sul fondale, undici chilometri al largo di Rimini al confine con le acque internazionali - stato sovrano, indipendente dall'Italia.

Sono i tempi delle radio pirata, che sfidano il "palinsesto unico" delle emittenti nazionali da potenti stazioni trasmittenti montate su barche di fortuna, ormeggiate fuori dalle acque territoriali e quindi dalla portata del "monopolio della forza" degli stati.  Come l'Isola delle Rose, in teoria.

L'articolo completo, il Bianconiglio pubblicato la scorsa settimana su Aprile, è qui.
L'immagine l'ho presa in prestito qui.

25 agosto 2009

BORN TO WEB


"L'obiettivo è di fare arrivare il messaggio nel posto giusto, cioè dove la gente c'è già, e aprire con il pubblico un dialogo, invece di farne solo l'obiettivo del messaggio".


Dice al "New York Times" Julie Channing di Akwa, la società californiana che sta curando la nuova campagna "online only" di GAP.

Il fatto che sia stata una multinazionale a parlare così ai miei occhi è un vantaggio.
Se le stesse cose le avessero dette Obama, Pierre Levy, Jeremy Rifkin o Beppe Grillo, si sarebbero potute scambiare per la solita litania sulle magnifiche sorti e progressive dell'Internet interattivo e del nuovo web 2.0. Invece no. Parla chi sulla Rete ha deciso di sganciare bei soldi e di farne l'asse portante della propria strategia commerciale.

Il brand creato a San Francisco quarant'anni fa dalla famiglia Fischer, che adesso possiede marchi come Banana Republic e Old Navy, ha deciso di puntare tutto sulla Rete.
Visto che c'è la crisi e il budget pubblicitario si riduce, GAP ha tagliato i costosissimi spot tv a beneficio di una strategia di marketing tanto ovvia quanto rivoluzionaria: andare dove già la gente c'è, sul web.

L'articolo completo, il Bianconiglio di questa settimana sul blog di Aprile, è qui.
L'immagine l'ho pressa in prestito qui.

14 agosto 2009

IL DIALETTO A SCUOLA


"Ma è così uno scandalo?"

Ho chiesto l'altro giorno al mio amico Enrico Maria, blogger triestino, giornalista, antropologo, esperto di comunità virtuali e seguace di Cecco Beppe e dell'irredentismo euroregionale.
Mi ha risposto con un lapidario "ovvio che no". E si è offerto di illustrare il perché ai lettori del Bianconiglio.
Buona lettura.

L'articolo completo, il Bianconiglio pubblicato sul blog di Aprile, è qui.
Il video di Aldo, Giovanni e Giacomo sull'inganno della cadrega l'ho preso in prestito qui.

7 agosto 2009

(A)SOCIAL NETWORK?


"Diecimila persone volevano diventare miei amici. Non riuscivo neanche a capire se mai le avessi conosciute".
Parola di Bill Gates.

Questo è il laconico commiato da Facebook del vincitore del Premio per la pace, il disarmo e lo sviluppo della Fondazione Indira Gandhi. Detto da uno dei totem viventi - nel bene e nel male - della rivoluzione tecnologica, fa un certo effetto.

"La rivoluzione informatica è stata di enorme beneficio" ha spiegato a Nuova Delhi "Ma se non stiamo attenti le tecnologie possono trasformarsi in una perdita di tempo".

Troppi amici, gruppi, foto da taggare, video da linkare, gente in chat e messaggi sempre nuovi: una menata che toglie tempo alla vita vera, quella fuori dal pc.

L'articolo completo, il Bianconiglio della settimana pubblicato da Aprile, è qui.
L'immagine l'ho presa in prestito qui.

28 luglio 2009

PAN-DEMONIO


"In quattro mesi il virus dell'influenza A H1N1 ha fatto il giro del mondo, dimostrando una capacità di diffusione molto rapida. Microbiologi, infettivologi e immunologi di tutto il mondo non lo perdono d'occhio perchè le probabilità che possa improvvisamente trasformarsi, diventando più aggressivo, non vanno sottovalutate. Sorvegliare il responsabile della nuova pandemia è necessario, inoltre, perchè molte domande sul comportamento di questo virus sono ancora senza risposta."

Pandemia è già di per sé una parola tremenda. Dice "epidemia" e "pandemonio" in un colpo solo ed evoca scenari apocalittici di pestilenze, morte, untori e monatti.

La peste è una paura recondita di cui serbiamo con pudica paranoia il ricordo ancestrale. Prima e dopo i "promessi sposi" di Manzoni, milioni di persone sono state falciate dalle epidemie in ogni angolo del mondo.

L'articolo intero, il Bianconiglio ritardatario pubblicato oggi su Aprile, è qui.
L'immagine l'ho presa in prestito qui.

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