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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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15 maggio 2012

ASSALTO AL PARTITONE

Dalle mie parti il Pd si chiama ancora Partito, con la “p” maiuscola”. Al di là degli aspetti folk (tortellini e cappelletti fatti a mano alle feste dell’Unità, volontari che distribuiscono il giornale al mattino, ecc.), la presenza dell’organizzazione erede del più grande partito comunista d’Occidente si fa sentire in pressoché tutti gli ambiti della società e della vita biologica di chiunque ne faccia parte, a qualunque livello.

L’intreccio fra Partito, Sindacato e Lega (che da queste parti significa ancora Lega delle cooperative) è la cifra distintiva del sistema emiliano, che nel corso degli anni ha definito comunità omogenee sotto il profilo politico, economico e culturale. Per lavorare, fare impresa, aprire una scuola di yoga o di tango argentino, farsi una partita a tressette con gli amici, presentare la dichiarazione dei redditi o farsi controllore i contributi per la pensione, andare a ballare o a sentire un concerto rock, in una maniera o nell’altra s’incoccia quasi sempre un qualche nipotino di Gramsci e Togliatti.

Quasi ogni paese, città, Provincia, oltre che la Regione, sono stati governati per sessant’anni dalla stessa famiglia politica e dalle filiazioni che da essa sono scaturite, al punto che quando queste stagioni sono state interrotte bruscamente dalla vittoria degli “altri” (Parma nel 1998 e Bologna nel 1999, i casi più celebri) sulle gazzette locali (ma anche nazionali ed estere) si è gridato all’evento. Intendiamoci: mediamente la qualità amministrativa è alta e gli asili nido della regione, per citare un esempio noto, hanno fatto scuola in tutto il mondo.

L’altra faccia della medaglia è l’aria da regime che, soprattutto in provincia, tira più o meno forte a seconda dei personaggi che si trovano al timone. Sarà banale dirlo ma la fine dell’ideologia, intese come religione civile che tutto teneva (non solo la grinta per tirare la pasta sfoglia dei tortellini o le ferie prese per fare volontariato allo stand della pesca gigante, ma anche l’omertà pietosa rispetto ad abusi e ruberie in nome del partito o del proprio conto corrente), ha fatto tracimare sovente ambizioni e appetiti.

Se a parole si cantano le lodi del libero mercato e del partito aperto e contendibile, nel profondo rosso padano si affilano i coltelli per scannare chiunque si avvicini al bandolo della matassa di potere, che tutto avvinghia. Il gap ideale e progettuale con un passato in cui, altro che Facebook, nel bene e nel male si faceva notte in sezione per determinare la “linea” fa il resto. Così la fedeltà è reclamata non più sulla base di notti trascorsi a sputar fumo e presentar mozioni, ma sempre più spesso sul terrore di non lavorare più o di essere esclusi, in una maniera o nell’altra, dai giochi.

Far finta che l’Italia non sia, da sempre, una congrega di congreghe (chiuse come ricci ad ogni minacciosa novità) è una della ribalderie più ricorrenti degli osanna al libero mercato, che tutti i mali spazza via. Ma c’è un momento in cui ogni congrega omogenea (pace sociale mixata con omologazione e conformismo) va in crisi: quando non è più in grado di assicurare benessere e qualità della vita (seppur minima) alla maggior parte di chi ci vive e, magari, i suoi capitani non si stanno dimostrando abbastanza coraggiosi.

In Emilia-Romagna, prima un po’ la Lega (Nord) poi Grillo hanno preso a scavare come talpe sotto i piedi del consenso consolidato del Partitone, apparentemente inossidabile. Ma mentre le sparate contro le moschee o altre bizzarrie tipo la Romagna indipendente (“Nazione Romagna” era lo slogan leghista, se non ricordo male) lasciano il tempo (e i voti) che trovano, la guerra per la salute (effetto collaterale di partite di business già chiuse in partenza) del Movimento a 5 Stelle comincia a pagare.

Acqua, ambiente, trasporti, connettività e sviluppo sono le cinque stelle polari che orientano l’azione del movimento sul territorio, mentre la democrazia diretta (assemblee pubbliche e forum online al posto delle riunioni nelle sezioni di partito) è lo strumento di partecipazione, sedicente rivoluzionario. Naturalmente il web già pullula di leggende metropolitane circa lo stalinismo di Grillo e le mire occulte dei suoi spin doctor di Casaleggio&Associati, veri registi occulti di tutta la baracca (secondo l’inevitabile vulgata complottarda) e assertori di un nuovo ordine mondiale, vagamente orwelliano. Stiamo alla politica.

“Parma è una città indebitata, con un grave dissesto economico. Il MoVimento 5 Stelle è un salto nell’ignoto, nel domani. Gli altri sono la continuità con il passato, la certezza del suicidio assistito. Vincenzo Bernazzoli, il candidato del Pdmenoelle è presidente della Provincia di Parma (ma le Province non dovrebbero essere abolite?) in carica (così se perde conserva il posto di lavoro) e sostenitore dell’inceneritore (che causa neoplasie), ha spiegato che il futuro di Parma è nel maggiore indebitamento bancario e che (nessuna paura) i suoi uomini sanno come trattare con i banchieri.”

Oltre che con Federico Pizzarotti a Parma (amministrata dal centrodestra da quasi quindici anni), definita nello stesso post da Grillo “la nostra piccola Stalingrado”, il M5S è al ballottaggio a Budrio (in provincia di Bologna) con Antonio Giacon vs Giulio Pierini (Pd) e a Comacchio (in provincia di Ferrara) con Marco Fabbri vs Alessandro Pieroni (centrosinistra allargato all’Udc). In tutti e tre i comuni della Regione in cui si vota lo scontro è tra il Partitone e i nuovi barbari di Grillo.

Da qui a domenica cercherò di raccontare le disfide elettorali, i protagonisti e le ragioni del contendere. Proverò a tracciare piccoli affreschi di paese in grado di sgombrare il campo dalla fuga nello stereotipo che caratterizza il mainstream nostrano e di capirci qualcosa nel piccolo terremoto in corso.

Per ora l’unico che ha accettato di parlare con tFP, il candidato sindaco del Pd a Budrio, mi ha stupito lamentando una strumentalizzazione “tutta nazionale” di un voto locale. E io che pensavo che fossero proprio i temi locali il cavallo di battaglia delle liste legate al brand Grillo. Spero che i candidati del M5S, contattati su Facebook nei giorni scorsi, sappiano far luce su questo piccolo mistero e sul resto. Diversamente dovrò affidarmi solo alla ricerca e il racconto sarà inevitabilmente più sfuocato.

(1 – continua)

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

27 aprile 2012

FAR WEB

“Oh figurati… per me tutte le scuse sono buone pur di avere la sensazione di cavalcare l’onda del futuro, qua è arrivato questo nuovo assunto, si chiama Sparky, deve telefonare alla mamma se fa tardi a cena, solo, pensa un po’… siamo noi i suoi apprendisti! Louis si intrippa con ARPAnet, e ti giuro che è come l’acido, tutt’un altro mondo, stranissimo… tempo, spazio, e tutta quella roba là…”.

Doc, detective hippy nella Los Angeles psichedelica di Vizio di Forma, aiuta a mettere in prospettiva la portata rivoluzionaria dell’Internet Era in cui siamo immersi sino al collo. Niente sarà mai come prima, oltre a essere lo slogan di chissà quante campagne pubblicitarie, è il corollario ai limiti della banalità che costella ogni riflessione sull’argomento, dentro e fuori la Rete.

Di certo c’è solo un prima, mentre il dopo è avvolto da nebbie futuristiche intrecciate con paranoie neo-millenaristiche e profezie cyber punk, che allignano nei sobborghi della cultura globale, e globalmente massificata, che dall’interattività “social” trae la propria linfa vitale. Con le debite differenze (la rivoluzione tecnologica non ha precedenti nella storia, forse bisogna arrivare alla ruota perché Gutemberg alla fine era un prodotto di nicchia) si tratta della narrazione inevitabile di un’era di passaggio fra due mondi. E, quindi, di crisi.

Oltre ai cambiamenti “oggettivi”, infatti, sono i soggetti che stanno cominciando a mutare pelle e anima, come se l’innovazione tecnologica scrosciante producesse un sisma genetico analogo a quello degli X-Man. È l’antropologia il campo di battaglia vero su cui si misurano le truppe digitali e analogiche, e l’evoluzione (e conseguente selezione) della specie la posta in palio.

La gente cambia, spesso senza rendersene conto e senza rendersi conto della velocità con cui sta cambiando. Ma l’amico del fricchettone protagonista del romanzo di Thomas Pynchon aveva già colpito nel segno: è la percezione allargata di tempo, spazio e tutta quella roba là il punto. Il tempo reale s’è incoronato sovrano assoluto, spodestando con un sol colpo il passato (buono giusto per nostalgie feisbukabili o mode vintage) e il futuro. E basta un click su Google per bypassare qualunque limite geografico.

Gli effetti sulla politica e sull’informazione sono tanto traumatici quanto, a volte, rasenti la comicità. Alle ultime elezioni in Francia, stante il gap tra i primi exit polls (pronti alle 18) e la chiusura dei seggi (ore 20), è stata nominata una task force di dieci (dieci!) persone per vigilare che in Rete venisse rispettato il locale gioco del silenzio che, in una versione un po’ meno demenziale che in Italia, impedisce a chiunque di parlare di sondaggi o previsioni di voto (multe salate per chi contravviene, blogger inclusi). Risultato: sono usciti in Belgio e in un amen ogni francese sapeva tutto.

L’overdose quotidiana di informazioni e notizie che ti inseguono letteralmente in ogni attimo dell’esistenza, con gli smart phone l’effetto è più che psichedelico, rende la gente decisamente più esigente e intraprendente. Sempre in Francia, sono state diffuse in Rete diverse foto di donne che hanno scelto di usare il proprio corpo come arma di seduzione politica o per convincere la gente ad andare a votare o per fare propaganda a questo o a quel candidato. Pare senza nulla in cambio, solo perché possono farlo.

L’adagio popolare secondo cui in Italia sono tutti commissari tecnici della nazionale di calcio bene si attaglia alla politica, in tempi in cui le decisioni dei politici possono cambiare radicalmente il tenore di vita di una famiglia e di una comunità e/o il grado di libertà delle persone. Di conseguenza suonano pateticamente urticanti le lacrime di coccodrillo versate di fronte ai sondaggi arrembanti che consacrano Grillo e il suo movimento come il temibile asso pigliatutto della prossima tornata elettorale.

Non è una questione di moralità o mani pulite, che alla fine solo solo il package del Movimento 5 Stelle, ma di efficacia e immediatezza. La generazione politicante al potere (a corrente alternata, in ossequio al totem bipolare) da vent’anni è bollita. È un dato di fatto e nemmeno loro provano a smentire (al massimo, a domanda diretta, divagano). La Rete (che Grillo ha capito, studiato e utilizzato per primo) è solo un’accelerazione all’eutanasia inevitabile per chi si ostina a negare la propria, evidente, necrosi progettuale.

Un po’ com’è accaduto in Tunisia, Egitto e Libia che peraltro distano poche centinaia di miglia dalle italiche coste. Ma in tutto il mondo è sempre e comunque un formidabile strumento di stress dal basso nei confronti di gestisce la cosa pubblica (ergo i soldi delle tasse dei cittadini, gli stessi che chiedono il conto, sempre più spesso e con sempre più cognizione di causa). Internet, dunque, è davvero la prima utopia libertaria dei fricchettoni anni ’60 ad essersi realizzata?

“Ti ricordi quando hanno messo fuori legge l’acido appena hanno scoperto che era un canale verso qualcosa che non volevano farci vedere? Perché dovrebbero comportarsi diversamente nei confronti dell’informazione?” Pynchon mette in bocca a Doc la più ovvia delle verità. Perché non hanno fermato Internet se era così pericoloso? La risposta è: chi? Chi ha il potere di farlo, se non al riparo di caduchi confini nazionali e sotto minaccia di torture e vessazioni? È la solita storia della mela, della conoscenza che fa male e del Lucifero tentatore. Che, stavolta, pare abbia in pugno la mano (e forse la partita).

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

19 luglio 2011

SPIDER TRUMAN SHOW


“Malgrado dubbi e insinuazioni di illustri opinionisti, politici e commentatori, continuano ad arrivare migliaia di adesioni sul profilo di Spider Truman. Vogliono a tutti i costi sapere chi c’è dietro Spider Truman, intervistarlo, proporre progetti editoriali: tutti ad osannare il suo coraggio, poi con le buone o le cattive sapranno come metterlo a tacere. Dicono che ha manie di protagonismo, ma al tempo stesso pretendono che sveli la sua vera identità. Editori, giornalisti, televisioni: centinaia di avvoltoi cercano di stanarlo. Allora dico a questi signori, ai politici che siedono sulle poltrone, alle schiere di sgherri sguinzagliati nei corridoi di Montecitorio come nel mondo virtuale del web: state attenti.”

Il coming-out fasullo del presunto portaborse precario, licenziato e in caccia di vendetta, racconta molto meglio di ogni dietrologia giornalistica la reale natura del fenomeno mediatico che, a sentire i giornali, sta sputtanando (per l’ennesima volta) i privilegi dei parlamentari italiani. Secondo ManteBlog il rischio-bufala, amplificata come sempre dal cialtronismo giornalistico che non confronta mai le fonti, è reale e si tradurrebbe in una sorta di effetto-boomerang per i pecoroni della Rete.

Secondo alcuni Spider Truman starebbe rivelando segreti già noti, assemblati ad arte in una classica operazione di comunicazione virale con l’obiettivo (raggiunto) di mettere la politica con le spalle al muro. Cosa cambia? Coi mercati che crollano e l’ennesima stangata obbligata per non chiudere baracca, l’elenco delle (solite) peggio scrocconerie parlamentari, inanellate dal blogger misterioso e rilanciate in grande stile da giornali e tv, mandano fuori dei gangheri un po’ chiunque non sia parte (seppur minore) del giro.

La pagina Facebook dedicata alle sue prodezze ha già passato i 320.000 iscritti (100.000 nelle ultime ventiquattr’ore) e il misterioso giustiziere online ha già raggiunto il suo primo obiettivo. È ripartita infatti la goffa gara dei volonterosi della dieta parlamentare e tra i partiti, a parole, c’è grande fermento per “dare un segnale al Paese”. Probabilmente, poi, tale fervore punta sulla tintarella d’agosto per “svelenire il clima”, e l’accorto guastatore mantiene l’anonimato per non abbassare la guardia.

L’anonimato in quanto tale sembra essere la cifra identitaria di Spider Truman, che non a caso ha scelto l’iconografia di V for Vendetta (nella foto), già ampiamente utilizzata dal gruppo Anonymous e perfettamente incarnata dall’appello su Facebook a sostituire l’immagine del profilo al grido “Io sono Spider Truman”. Se le parole non sono un’opinione, poi, la seconda parte del finto coming-out suona come una firma.

Spider Truman è lì vicino a voi. Spider Truman è ovunque. Spider Truman è ogni disoccupato che non trova lavoro perchè non ha santi in paradiso. Spider Truman è ogni precario che viene sfruttato per 900 euro al mese e poi dopo anni e anni buttato in mezzo a una strada. Spider Truman è ogni cassintegrato che deve sudare per arrivare a fine mese.  Spider Truman è ogni operaio sfruttato e malpagato per 40 anni alla catena di montaggio per un salario e una pensione da fame. Spider Truman è ogni giovane costretto ad emigrare perchè gli hanno rubato il proprio futuro. Spider Truman è ogni anziano costretto a sborsare decine di euro di ticket se ha la pretesa di andare in un ospedale. Spider Truman è ogni uomo e ogni donna che a luglio ed agosto non può permettersi nemmeno una settimana al mare. Spider Truman è uno, nessuno e centomila.”

L'articolo (con foto) è stato pubblicato su The FrontPage.

27 aprile 2010

PDL 2.0

“Almirante che cavolo hai combinato???? Hai scambiato un pagliaccio per un futuro statista???? Chiedi il permesso e riscendi in terra quel tanto che basta per dare un calcione nel fondoschiena a questo cialtrone, così potrai tornare e riposare in pace". Questo il contributo di Depil, sul sito del Giornale, al match politico-mediatico del momento.

Per Pontifex (sempre sul Giornale) “Il Sign. Fini è l´uomo più pericoloso della Repubblica...un QUINTA COLONNA che invidia Berlusconi...e sarà sempre un numero Due... Il più grande traditore di questo paese...lui, l´amico dei clandestini africani e musulmani....l’anti italiano.... Caso unico nella Repubblica...è riuscito a distruggere DUE Partiti di Destra...MSI e Alleanza Nazionale...incredibile ma vero! Il suo più grande progetto è distruggere iL PDL e trasformare l´Italia in un paese da terzo mondo...pieno di africani e musulmani...chiederemo un referendum popolare per fermarlo... Fini dovrebbe lasciare l´Italia! Fuori dalla politica Fini!!”

All’altro angolo del ring Barbara Lorella Donati posta una Lettera a Berlusconi
: “Caro” papisilvio oggi inizia il tuo declino politico, vedrai che sarà molto veloce. Rispetto a FINI sei soltanto un pidocchietto della politica. Ti ha fatto la beffa, d’altronde tu sei abituato ai contradditori con emilio fede. Sei una macchietta papisilvio, FINI ti sconfiggerà politicamente!” La pagina di Facebook “Gianfranco Fini Presidente” naturalmente pullula di gente dell’altra sponda passata a complimentarsi. Come Dario Comes “da elettore di sinistra: chapeau! grande Fini..innegabile l'ammirazione per il coraggio di sottolineare la necessità di una vera identità politica, che non sia ostaggio di B, sondaggi, Lega e ciellini benpensanti. Ora ci vuole coraggio!”

In una partita apparentemente chiusa, a dispetto dell’esiguità delle truppe politico-parlamentari (una manciata di fedelissimi tra direzione Pdl e Parlamento) Fini può contare su un piccolo esercito di sognatori
(da “Generazione Italia” di Bocchino&Briguglio a “Libertiamo” del radicale Della Vedova) che agisce principalmente in Rete e in questo momento è in grado di dettare l’agenda, produrre dibattito, caciara e – soprattutto – ottima stampa, ottimamente, puntualmente (e in modo platealmente strumentale) innescata dalle sue incursioni.

“Finalmente qualcosa si muove. Finalmente la plastica si squaglia al calore della vita vera. Del coraggio. Finalmente parole e non propaganda. Finalmente il senso dell'onore. Dell'azione bella perché inutile a se stessi. Finalmente idee e parole come senso dello Stato, legalità, unità nazionale. Finalmente l'Italia. Finalmente la libertà." Così Filippo Rossi, direttore del web magazine di FareFuturo (la fondazione-pensatoio del Presidente della Camera), nel commento alla direzione del Pdl che ha spedito i panni sporchi del partito direttamente nelle case degli italiani, col tiggì della sera. Il fischio d’inizio delle ostilità.

L'articolo è stato pubblicato (con un altro titolo) su The FrontPage.

1 dicembre 2009

IL PD HA DUE ANNI

Al compimento del secondo anno di vita, almeno su una cosa quelli del Pd si possono dire tranquilli: il partito esiste. Devono averlo percepito anche gli elettori, che non a caso (come ci racconta Ilvo Diamanti nelle sue consuete “mappe” su Repubblica) cominciano a (ri)preferirlo al partito di Di Pietro, la cui estemporaneità personalistica sta cominciando a mostrare la corda. Alla lunga la realtà vince e anche il più ingastrito antiberlusconiano deve farci i conti, soprattutto in tempi di crisi e insicurezze, e comincia a pesare la qualità delle proposte e la credibilità di chi le avanza con occhio più guardingo.
Il Pd non è certo un modello di partito con le idee chiare, ma si è diviso in una lunga (un po’ autistica ma certo democratica) campagna interna che gli ha permesso di (ri)trovarsi e di serrare i ranghi. Uno sforzo di verità percepito.

A poco più di tre mesi dalle elezioni regionali il calo nei sondaggi di Di Pietro e della sinistra e l’avanzamento del Pd e di Casini sembra indicare proprio una richiesta di concretezza degli italiani per uscire dal pantano della crisi un po’ meglio di come ci si era entrati (già in crisi). Chi concentra il poco fuoco mediatico a disposizione contro Berlusconi rischia di apparire l’ennesima replica di sé stesso, peraltro fuori tempo massimo.

Lui, infatti, non è più fra noi.
Dopo che “Rolling Stone” (che non è una rivista ma un’icona sacra) lo ha sbattuto sulla sua leggendaria copertina, perdippiù ritratto dal designer americano Shepard Farey (quello del manifesto con cui ha “cheguevarizzato” la acampagna elettorale di Mister Obama), per “la sua capacità di stare come nessun altro sotto le luci della ribalta e distinguersi per uno stile di vita degno delle migliori rockstar”, il discorso è chiuso.
Se già prima poteva esserci qualche sospetto che attacchi e manifestazioni non facessero altro che rafforzarlo, ora il Rubicone è  varcato del tutto. Infatti Vittorio Macioce su “il Giornale” può commentare così il lieto evento (la copertina):
“È una serigrafia di Andy Warhol che ti insegue e si ripete all’infinito, cambiando colore, forma, idioma. È Marilyn. È Jacqueline. È Mick Jagger. È mister President. È la Coca-Cola. È come un poster di Che Guevara. È quello che sottoscrive David Bowie: «Per me la musica è il colore. Non il dipinto. La mia musica mi permette di dipingere. Me stesso».”

Macioce ha ragione e anche la metà d’Italia che non si fa sedurre dal grande seduttore s’è rotta le balle e non ha più tempo né voglia di sentire quanto è brutto e cattivo. Quindici anni con gli stessi titoli di giornale sono lunghi per tutti.
Il problema è che – oltre sedurre – Berlusconi in trent’anni ha creato un blocco sociale e culturale assai omogeneo a sostegno della propria avventura. Alla sinistra (in tutte le versioni in cui si è presentata) è riuscito talvolta di scalfirne i margini o di scompaginarne il format politico che l’ha via via rappresentata, ma mai di uscire dall’agenda, dal ritmo e – soprattutto – dal linguaggio che Berlusconi ha imposto. Nel bene e nel male.

Naturalmente un modello culturale alternativo (alla società tv-centrica cristallizzata al 1989) esiste e in tutto il mondo si sta affermando con grande rapidità: è la rivoluzione tecnologica del web, dei social network e dai media interattivi (smart phone, pc portatili, cellulari, ecc.). In questa nuova dimensione della comunicazione il potere di Berlusconi non conta niente. Tutta la famiglia (lui, Mediaset, ecc.) hanno dimostrato sinora un’ignoranza completa (letterale, una “non conoscenza”) dei nuovi strumenti, anche superiore a quella dei leaders della sinistra. Lui appartiene all’Era televisiva, ne è il re (come Elvis, ha fatto bene infatti Rolling Stone). Attore, regista e produttore dello show della sua vita-stato.

L’Era televisiva è agli sgoccioli e i media, la politica, il business, le relazioni, le comunità si stanno spostando in massa in Rete. Nel dibattito interno al Pd si è molto discusso di partito liquido e partito solido, come se si trattasse di una provetta. Nella realtà le comunità online rappresentano il collante relazionale tra persone in carne ed ossa, la casa del loro popolo (di quelli con cui hanno qualcosa in comune) in cui si confrontano idee, nascono progetti, si realizzano cose molto concrete. Il web serve (o può servire) per fare comunità, al contrario della tv (è l’esatto opposto).
Sinora il Pd ha tentato di utilizzare molto il web, non sempre riuscendo a uscire dalla logica della propaganda politica. Ma la Rete è lo strumento ideale per realizzare quella partecipazione tanto sbandierata negli slogan nell’attività politica quotidiana: per diffondere idee, selezionare talenti, creare comunità, raccogliere soldi e adesioni, risparmiare tempo e denaro. Per fare un partito come si deve.

Fonti:
“Il Cavaliere rock star dell'anno” di Vittorio Macioce da il Giornale

L'articolo è tratto dal blog di Aprile: qui.
L'immagine è tratta dalla campagna online del Pd per le Europee, di cui ho curato la direzione creativa per conto di Banzai.

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