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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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4 marzo 2013

PRIMA DELL'ESTINZIONE


Una decina di giorni prima del 25 febbraio 2013, dopo che una pioggia di meteoriti aveva provocato esplosioni nel cielo degli Urali, un asteroide di centotrentacinquemila tonnellate e quarantacinque metri di diametro era sfrecciato a circa ventisettemila chilometri dalla Terra, alle 20 e 25, ora italiana. Senza apocalissi di sorta. Anche i più tenaci apologeti dell’Armageddon Maya ritardato si erano dovuti arrendere alla noiosa evidenza della persistente sopravvivenza della, cocciuta, specie umana.

Dopo dieci giorni, più o meno alla stessa ora, era ormai chiaro che in Italia il Maya di turno non era nato tra le nebbie della bassa padana di Bettola. Di lì a qualche ora l’inviato di Porta a Porta, imbalsamato nel suo piumotto circonfuso dalle luci di scena e dalla spettrale quiete residenziale promanante dalla villa del timoniere di Sant’Ilario, avrebbe spalancato le braccia e il sorriso, disarmante e disarmato: “non abbiamo contatti con Beppe Grillo, né col suo staff… di nessun tipo”.

“Gli alieni sono invece introvabili, non sai con chi parlare, sono inafferrabili, interlocutori politici potenziali e media sono alla stessa stregua tenuti fuori dalla porta, anzi non c’è la porta, non si sa dove stanno e che fanno, vai fuori dalla casa di Grillo a Genova o vai a Bologna dove c’è un’esperienza in Comune o cerchi disperatamente di vedere se c’è un modello siciliano di omologazione, chissà, non hanno l’etichetta al citofono, vogliono fare le sentinelle della rete dentro le istituzioni, la delega ai capi è assoluta, nessuno si sente autorizzato nemmeno a fingere di avere una opinione per sé, spendibile politicamente, comunicabile senza passare per l’imbuto del web controllato dal blogger.”

E pouf. Passa una settimana e l’Italia è Mars Attacks. Alieni, setta, strategia diversiva di matrice neoliberista o forza di occupazione che dir si voglia: fatto sta che la prima parte del tanto sbandierato piano di Grillo&Casaleggio è andato magicamente in porto e l’Italia, le istituzioni repubblicane e tutta la baracca sono in ostaggio. Dopo anni passati a far le prove, scimmiottando le Br prima (sul blog venivano pubblicati i “comunicati politici” con un font tipo ciclostile anni ’70) e scippando poi senza vergogna Alan Moore, Anonymous e il movimento antagonista dell’icona di Guy Fawkes.

Appena si aprono le urne, come per magia, alcuni dei protagonisti della storia della Repubblica recente e meno recente non esistono più. La polizia del karma inghiotte subito Fini, Di Pietro, i comunisti e i verdi di ogni ordine e grado (già semi-morti), Ingroia, ma anche Casini e Monti scompaiono presto dai radar delle agenzie dopo le prime, pallidissime, dichiarazioni di rito. Come previsto dal Piano di Occupazione Stellare del Nexus 7 con gli occhialoni, rimangono in piedi solo l’uomo di Bettola e quello di Arcore, nati sotto il segno della Vergine. Lo stesso giorno.

Vendola, come da programma, comincia a sbarellare e attacca a dare segni di diserzione ad appena ventiquattrore dalla chiusura dei seggi. Aveva impiegato fior fior di sonetti e narrazioni per spiegare al popolo della sinistra e ai fratelli dei media di volta in volta convenuti che Grillo era un fascista della peggior risma, populista e maschilista becero, gemello del Berlusca brutto e cattivo, e ora la stessa passione gli sgorga con medesima ispirata naturalezza per sostenere l’esatto contrario. Naturalmente ha buon gioco, il timoniere, a prenderlo per il culo senza troppi complimenti.

“Vendola si è ingrillato all’improvviso dopo le elezioni. Si è vestito di nuovo come le brocche dei biancospini. Sembra un’altra persona. Ha un rinnovato linguaggio, comunque sempre variegato, e adopera inusitate e pittoresche proposizioni verso il M5S. Vendola ci ama: “Grillo non è un fantasma per il quale bisogna convocare l’esorcista, è un nostro interlocutore”. È lo stesso Vendola che il 20 febbraio 2013, a tre giorni dall’appuntamento elettorale, su La 7 spiegava: “Grillo è un populista di piazza. Grillo è il virtuoso della demolizione ma chi ricostruirà il Paese? Grillo è un’evoluzione di Berlusconi.”

Tra l’altro probabilmente è vero. Grillo è un’evoluzione di Berlusconi tanto quanto il MoVimento a 5 Stelle è un upload di Forza Italia del 1994. Quello era un partito-azienda e questo sembra assomigliarci parecchio, il timoniere è il leader carismatico assoluto tanto quanto (e forse ancor di più) il Cavaliere Nero dell’epoca. Casaleggio-Stranamore, poi, è molto più affascinante di Dell’Utri, anche se con l’ex braccio destro di Berlusconi condivide la passione bruciante per le cavalcate culturali d’annata.

Dice bene Ferrara: “il punto è che i grillini, nel bene e nel male, perché questa è la loro novità e la loro forza oltre che la loro controversa ambiguità, non sono un partito di plastica come fu Forza Italia, magari, e non sono un partito di terra e sangue come fu la Lega nord, magari. Non sono proprio, i grillini, un partito o un movimento materiale, che abbia luoghi di formazione comprensibili e solidi, radici culturali, un legame anche labile con una tradizione, magari da ribaltare. Sono leggeri come ultracorpi, body snatchers, invadono lo spazio pubblico clonandosi e moltiplicandosi con il consenso elettorale legittimo, ma lasciandosi alle spalle piazze, polmoni e comizi che non esprimono la loro autentica identità istituzionale, il loro carattere come soggetto politico, ormai delegato a un esercito di piccole figure scelte da piccole folle mediatiche sotto la occhiuta sorveglianza di una società di marketing, la Casaleggio & Associati.”

Sono tutto e niente, festeggiati nell’ultima novecentesca orgia un po’ lugubre da Dario Fo ed Ernesto Galli Della Loggia, Leonardo Del Vecchio e “Bifo” (leader del ’77 bolognese), Celentano e Goldman Sachs. All together. E blanditi e corteggiati, a suon di minacce spuntate e lusinghe idiote quanto inutili, dall’agonizzante non-vincitore delle elezioni. Lo scouting dei grillini è una sonora stronzata che permette al timoniere di gridare al mercato delle vacche, il giorno della richiesta di quattro anni di carcere a Berlusconi per la presunta compravendita di senatore.

Dopo aver sbagliato tutto quello che c’era da sbagliare, dalle primarie blindate agli italiani ai giaguari sul tetto, a quel che resta del più grande partito della sinistra italiana rimane uno spazio di manovra molto limitato, ma decisivo. Essersi chiusi nella ridotta di un piccolo mondo antico immaginario, tra giovani-vecchi spartani molestatori di blogger e funzionari decrepiti che non rispondono a nulla se non a patetiche e suicide logiche di corrente, ha impedito sinora di mostrare al Pd la reale posta in gioco.

Il dopobomba ha l’innegabile vantaggio della nitidezza. E mentre il duo di Weimar gioca al Joker di Batman e soffia sul caos, aspettando l’ultimo rantolo di un sistema irriformabile per clonare definitivamente le istituzioni repubblicane in un software eterodiretto da una maggioranza di byte “eletti solo dalla Rete”, la gente in carne ed ossa comincerà presto a farsela sotto. Grillo ha scritto che di qui a sei mesi non ci saranno più i soldi per pagare pensioni e stipendi: significa che prevede che in sei mesi salti il banco.

Questo è, ragionevolmente, l’intervallo di tempo rimasto per far saltare il banco a loro. La seconda parte del geniale piano del timoniere e del guru capelluto prevede, dopo il blocco della democrazia repubblicana, il filotto. Si torna a votare, sbaragliano tutti e inizia Brazil. Per questo sono e saranno indisponibili a qualunque alleanza di governo, di qualunque genere, con qualunque programma. In questo sta l’evoluzione, l’upload, rispetto a Forza Italia: nella natura intrinsecamente totalitaria del loro movimento.

Ma c’è un ma, anche se tenue. La politica: qualcuno è in grado di portare in Parlamento alcune leggi (poche, radicali e in fretta) che rispondono all’incazzatura popolare e, rompendo l’incantesimo, mostrano che si può fare. L’aula sorda e grigia può riformare sé stessa e allora, si, Grillo potrà serenamente essere mandato affanculo dagli elettori. Che notoriamente non votano mai per gratitudine.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

19 gennaio 2013

CAYMANISTAN 2 / IL RITORNO

“Diciamo che la politica va vista con attenzione. Ingroia ora è un’eversione nera che incide nel profondo il movimentismo ormai smarrito che si definisce di sinistra, ma che poi si innamora di progetti di ultradestra come Grillo, Ingroia, Di Pietro. Berlusconi è stato comunque l’ultimo a fare politica estera e per questo l’han fatto fuori. Se non altro perché i nemici li preferisco davanti piuttosto che di fianco, butto anche io Ingroia.”

Il mio vecchio compare di occupazione Fabio Zanon, dopo un acceso e per certi versi tipico dibattito pre-elettorale su Facebook, risponde così alla questione che avevo posto all’attenzione dei miei amici virtuali: “Tra Berlusca e Ingroia giù dalla torre ci spedisco Ingroia”. Zanon conduce in queste ore un’appassionata e incredula campagna, da sinistra, contro la candidatura del magistrato palermitano.

La sua incredulità si appunta sull’innegabile dato di fatto che il calderone politico di tutte le sigle, associazioni, movimenti e collettivi dell’estrema sinistra (Partito Comunista dei Lavoratori escluso, se non erro) abbia come leader un magistrato, peraltro di nota propensione “manettara”, accompagnato da due ex colleghi come il brillante De Magistris e l’ormai spompato Di Pietro (apripista però di questa sorta di privatizzazione della politica per via giudiziaria).

Ironica sorte, quella dei militanti dei centri sociali, del movimento No Tav e di tutte le realtà antagoniste per cui, sinora, il magistrato di turno era stato fondamentalmente stato il capo delle guardie. Quello che mandava la perquisizione, faceva sequestrare il computer, arrestare i compagni di lotta. Ora legalità e questione morale (“intrinsecamente reazionaria” secondo un altro commentatore su Facebook), diventano erga omnes il mito fondativo della nuova rivoluzione civile e tengono in scacco gli altri. “Un po’ come se la Juve entrasse in campo dichiarando: il nostro obiettivo è rispettare il regolamento”. Sintetizza efficacemente Zanon.

Spostandosi un po’ a destra, poi, non è che il panorama si rallegri più di tanto. “Benvenuta Sinistra” ricorda con vago struggimento “Maledetta Primavera” e i sondaggi consegnano un poeta pugliese sembra sempre più sfiatato, un po’ dalla competition col magistrato (che si dichiara gagliardamente pronto a ritornarsene in Guatemala, dovesse girar male) e un po’ dall’inevitabile abbraccio mortale con la logica di governo (logica a cui peraltro è ben rodato), fatta più di compromessi e mezze sconfitte che di narrazioni ispirate.

“Il logo di Monti sarebbe perfetto come nuovo logo del Club Alpino Italiano, è tristissimo, quasi da pompe funebri e con un font vagamente fascistoide”. “Scelta civica: con Merkel per l’Italia” è senz’altro il fake più riuscito del nuovo logo del ressemblement centrista che fa capo a Monti. Che non è brutto, come dice Toscani, se la pubblicità dev’essere un modo per rappresentare con efficacia il prodotto.

Perché questo è il prodotto. Ormai a seguire anche distrattamente le cronache, pare evidente che definire elitario o tecnocratico l’approccio alla politica di Monti sia piuttosto generico e per certi versi fuorviante. Il premier si comporta, agisce e interagisce come se fosse né più né meno, tipo, che il responsabile risorse umane per l’Europa del Sud della Goldman Sachs o di una Spectre qualsiasi e gli fosse toccata in sorte la rogna di raddrizzare, secondo logiche aziendali immote e immutabili, la guappa Italia.

Intanto, nei duri fatti, la gente comincia a toccare con mano quanto e cosa significa la “cura Monti”. Non solo per una questione di quattrini, che sono più che sacrosanti sia chiaro, ma in termini di concezione della vita in comunità. Di spazi di libertà e responsabilità. Il nuovo redditometro, che inverte l’onere della prova tra Stato e individuo in materia fiscale, rappresenta assai bene la destinazione poliziesca a cui conduce il carro funebre dell’austerity montiana.

Gli alleati inevitabili, apparentati coi fratellini di sinistra di Vendola, sono allo stato attuale l’unico partito in campo. Il Maya di Bettola, confortato dai potenti fiati del destino, ha sparigliato le carte nella sua metà campo (e soprattutto in ditta), ma ora si trova coi sondaggi che lo inchiodano (di già) alla quasi ingovernabilità del Senato. Se Ingroia non desiste (e non mi pare il tipo, visti i precedenti) nelle regioni in bilico (Lombardia, Veneto, Campania e Sicilia) si fa dura.

Così, dopo le Cayman e il fuoco amico, è partita la corte a Renzi a cui pare stiano cominciando a piovere profferte di poltrone e primizie. Si dice che il Sindaco di Firenze aspetti il prossimo giro, il cadavere sul fiume, scommettendo da pokerista sulla fragilità del sempre più probabile Bersani-Monti-Vendola, per poi ripresentarsi in camicia bianca col sorrisetto sornione come a dire: avete visto? Di certo se avesse vinto lui, non si sarebbe assistito al Ritorno.

L’ennesimo Ritorno, nella partita ventennale tra Berlusconi e il resto del mondo, la solita incredibile telenovela che inchioda l’Italia a un’epoca in cui Internet era conosciuto solo da quattro scienziati occhialuti e il Muro di Berlino era caduto da qualche anno appena. L’Era televisiva, il passato che non passa, e che giovedì scorso è andato in onda in prima serata, da Santoro, e ha fatto lo stesso share della finale del Festival di Sanremo o dei Mondiali.

“Lasciate che vi spieghi com’è questo paese: questo paese non è governabile” ha esordito Berlusconi nella fossa dei leoni, con un sorriso smagliante. Chi, come i bagarini inglesi, credeva che sbroccasse, si mettesse a urlare paonazzo in volto, lasciasse lo studio, si è dovuto ricredere. “Santoro siamo da lei o siamo a Zelig?”  Ha esclamato a un certo punto in un vertice creativo, quando ormai l’intrattenimento aveva definitivamente sussunto la politica, prima di giustiziare il giustiziere: “Lascialo qua, Travaglio, lo voglio guardare in faccia”. Dopo, come da copione, sono (ri)cominciati i cazzi amari.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

4 gennaio 2013

IL MAYA DI BETTOLA


“«Il mondo lo hanno distrutto i politici, altro che la profezia dei Maya!». Il risultato non cambia. Barba bianca e ammirevole coscienza dell’identità collettiva, «noi valdesi stiamo scappando da seicento anni», il signor Aldo ricorda di quando il villaggio contava 340 anime e «le zappe non erano coperte di ruggine, e la farina non era la materia morta che è adesso ma una cosa buona da mischiare alla segale, per fare il pane». Nostalgia di un mondo che non c’è più, nel vero senso dell’espressione? «Distruggere quello che ti dà la vita è puro autolesionismo. Andate nelle vallate a vedere cos’hanno combinato, autostrade, dighe, cemento ovunque: se è finita davvero nessun rimpianto, io me ne sto quassù».”

Non so, francamente, se la farfalla di Bradbury abbia spiccato il volo, in qualche sperduto angolo del mondo il giorno del Solstizio d’Inverno del 2012, né se siamo o meno entrati ufficialmente nell’Era dell’Acquario all’insaputa di tutti, fatta salva naturalmente l’élite di fulminati new age che ci crede di brutto ed è pronta, ad ogni aperitivo, a sguainare l’arco nuovo di trinca e ad oliare la zappa. Io non mi sento così baldanzosamente razionalista da escluderlo. Mi pare che vedere i bambini che a due anni cercano di cliccare sulle pagine di carta, quando non hanno per le mani l’iPad, già significhi qualcosa.

Che poi non siamo in salute, che il mondo non stia bene, è chiaro quasi a tutti. La declinazione ovviamente cambia, ma la sostanza è la stessa. A che pro? Qual è la posta dello sbattimento? Produci, consuma e preparati a crepare alla meno peggio? Di quante autostrade avremo ancora bisogno per capire che il problema non è la coda, ma il week-end? La gag dei Maya, per chi ha avuto voglia di esplorare, questo è stata: l’occasione per mettere in fila le priorità, dare ordine alle domande.

“La fine del mondo è la punta Martel, neve, sole e lo spettacolo dei Tredici Laghi, il torrente dove nuotano superbe trote fario, il volo dell’aquila reale. L’altro mondo dev’essere finito due tornanti più sotto, a dar retta ai Maya, e un giorno qualcuno controllerà. Non c’è nessuna fretta.” Secondo l’aneddotica gossippara il villaggio di Pradeltorno sulle Alpi Cozie era uno dei tre o quattro buchi del culo del mondo in cui ci si poteva salvare dall’Armageddon.

Invece “il settimanale L’Eco del Chisone (…) ha scoperto che la leggenda piemontese è spuntata su Wikipedia solo il 4 giugno 2011, mentre le indicazioni su Bugarach affondano le radici nella notte dei tempi. Non solo: nessuna fonte citata, riscontri zero, e come si sa chiunque può arricchire le voci di Wikipedia senza alcun controllo. Secondo il giornale l’anonimo collaboratore della libera enciclopedia telematica risulta poi essere un utente Vodafone della vicina Pinerolo, c’è anche il numero dell’apparecchio…”

Ora che comunque l’allineamento non s’è allineato, la Cintura Fotonica non ci ha fritto come coleotteri maldestri nella lampada alogena e gli ufo non sono sbarcati su un rosso deserto piallato dal sole, adesso che alla mezzanotte del 21 dicembre 2012 – ora italiana – solo lo show un po’ mesto di un sito a caccia di click ha messo in scena il countdown per la fine di un mondo “che è già finito da un pezzo”, ora che sono passati pure Natale, Santo Stefano e Capodanno sarà finalmente chiaro a tutti che l’unico vero Maya in circolazione è nato a Bettola.

Non certo Monti e la sua allegra brigata di banchieri, giannizzeri finanziari e attempati perdigiorno della politica, di cui su Facebook circola una simpatica epigrafe virale: «Dopo la saldatura di Monti, Casini e Montezemolo con il Vaticano, mi aspetto l’appalto a Finmeccanica per la costruzione della Morte Nera». Monti è stato benedetto dalla follia nichilista di Berlusconi e forse il 24 febbraio è abbastanza vicino da non far notare troppo il l’assai poco tecnico codazzo d’imboscati, ma difficilmente riuscirà a far meglio di Mariotto Segni diciannove anni fa. Perché dovrebbe?

E certo non sarà una gang di mozzorecchi assortiti, che non ho capito bene se ha sussunto in toto la versione law and order de sinistra 1.0 (l’Idv del buon Tonino, kaputt nei sondaggi dopo l’irruzione della Karma Police) o se ha solo valorizzato i “compagni” più meritevoli e televisionabili, a fare la “rivoluzione civile” di cui vaneggiano sopra una versione oscenamente post punk del Pellizza da Volpedo. Bene che va rosicchiano un po’ a Vendola e un po’ a Grillo e fine della rivoluzione.

Di Berlusconi e della metà campo di destra francamente non vale la pena parlare. Più che altro non me la sento, già ci capisco poco tra nuovi partiti annunciati, primarie virtuali, psicodrammi vari, che mi pare poi si vadano ricomponendo in gioiose rimpatriate sullo skilift, e in più mi sembra che quella del capo sia una partita un po’ mesta. Se voleva giocare non doveva tentare di ammazzare Monti, ora non vuole arrendersi all’idea di non avercela fatta e continua ad alzare la posta con una coppia di jack in mano. Forse cerca la bella morte, con tutti quei nipotini. Che tristezza.

Alfine arriviamo a lui, al Maya di Bettola: l’uomo più sottovalutato del 2012. Proviamo a tornare con la mente, per un attimo, a un anno fa. Bersani era leader di un partito senza capo ne coda, o meglio con un capo, lui, assediato da un migliaio di codazzi impazziti convinti di essere qualcosa o qualcuno. Aveva appena digerito Monti, nonostante i sondaggi gli avessero ripetuto fino alla noia che se andava a “votare sotto la neve”, come strizzava l’occhietto il perfido Giuliano Ferrara, avrebbe fatto cappotto.

Monti aveva cominciato subito a picchiare come un fabbro, proprio là dove il dente duole: nella sua base di pensionati e aspiranti pensionati e annunciava sfracelli nel pubblico impiego, proprio là dove il Pd ha il consenso vero e il Sindacato tiene il suo ultimo bastione. Renzi e i “giovani”, spalleggiati dagli infingardi media liberali, lo bastonavano un giorno si, l’altro pure e appena per qualche ragione se ne dimenticavano o si facevano un week-end in pace, Rosy Bindi rilasciava un’intervista.

Ora, dopo aver accettato la sfida di Renzi (non era obbligato a farlo, anzi) e averla vinta di oltre venti punti, ha stupito tutti gli addetti ai lavori e ha indetto le primarie per la scelta dei parlamentari: prima assoluta nella storia repubblicana. Naturalmente, con sardonico cinismo emiliano, ha scelto la data più bulgara possibile, 29 e/o 30 gennaio, si è accaparrato una quota importante di nomine dirette e ha scatenato un sostanziale delirio politico-organizzativo nel partito. Chi può dirgli niente?

Risultato: l’uomo contro il partito liquido, del collettivo contro i personalismi, si è svegliato come il leader più craxiano degli ultimi vent’anni, al cui potere tecnicamente iperplebiscitario (due primarie vinte di fila) si somma la “fedeltà di progetto” degli eletti in Parlamento, del Pd e di Sel (che non a caso ha tenuto analoghe primarie, gli stessi giorni): gli devono tutto, se fanno casini stavolta li linciano. Non più caminetti, al massimo qualche pacca sulle spalle alle vecchie glorie, e azzeramento delle correnti da parte degli elettori. Una piccola apocalisse, con un solo cavaliere.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

29 ottobre 2012

CAYMANISTAN


“La Porsche ha chiamato “Cayman” la sua auto più brutta per fare un dispetto a Renzi”, “#Dalema va ai giardinetti per mangiare i bambini e dice che l’ha mandato Renzi”, “E’ stato Renzi a bloccare il treno Italo a Firenze Per dimostrare che #LucadiMontezemolo non va”, “Le zanzare ad ottobre sono state mandate da Renzi”, “Matteo Renzi è il vero autore dei libri di Fabio Volo e Federico Moccia”, “Ma chi paga la lavanderia per tutte quelle camicie bianche?”, “Renzi svela sempre il finale delle barzellette di Bersani”, “Ma non è che quell’auto che secondo la Moratti era stata rubata da Pisapia, invece l’ha presa @matteorenzi?”, “Salterò la pausa pranzo: ho protestato, il mio capo mi ha detto: #attaccaRenzi.”

Lhashtag di @AsinoMorto dice già tutto. Vendola, per cui il pm ha appena chiesto venti mesi di galera per abuso d’ufficio, e Bersani, la cui storica segretaria è stata appena indagata  per truffa aggravata, sono riusciti nell’impresa di mettere Renzi all’angolo. Chi osa non dico spendere parole apertamente lusinghiere, ma esprimere qualche moderato dubbio circa lo status di “nemico del popolo” affibbiato al sindaco di Firenze, viene lapidato sulla piazza di Facebook.

Oltre alla staliniana trasfigurazione dell’avversario in “nemico”, già sperimentata con Craxi e Berlusconi (con evidenti benefici per il paese, in declino da un quarto di secolo sotto tutti i punti di vista), la tentata sterilizzazione del pericolo – ché quando un moccioso impudente annuncia di voler tagliare il finanziamento pubblico ai partiti entro i primi cento giorni di governo di questo si tratta – si basa sul boicottaggio della partecipazione.

Le primarie sono il mito fondativo del Pd e del centrosinistra, l’unico, e il mastice che riesce a tenere insieme un elettorato sempre più scazzato e disilluso. Negli anni passati si sono sempre rivelate l’unica vera arma in più rispetto ai soldi, al carisma e alla certezza della leadership che regnava nel campo avversario. Ma anche questa, ovvia, considerazione non deve aver fatto breccia.

Così mia nonna, che ha quasi novant’anni e fa fatica a scendere le scale (ma è sempre andata a votare), gli studenti di sedici e diciassette anni e quelli fuori sede (i pugliesi poi sono veri ultras del loro governatore) se ne staranno a casa. Invece che presentarsi al seggio con la carta d’identità e il certificato elettorale (e una volta sola), come nel 2005, tocca una babele di puttanate burocratiche che, a parte le patetiche giustificazioni in politichese, significano solo una cosa: vade retro Renzi.

Spararsi nelle palle per far dispetto alla moglie: dopo che gli analisti hanno spiegato che più alta è la partecipazione più le chances di vittoria di Renzi aumentano, le varie staffette partigiane sono partite ad architettar tagliole. Ma se va a votare meno gente perdono tutti, perché oltre alle primarie bisognerebbe tentar pure di vincere le secondarie. Arrivarci dopo un flop, proprio adesso che Berlusconi spariglia di nuovo e patrocina (forse) le primarie del centrodestra, sarebbe il massimo.

Il quotidiano lancio degli stracci, inoltre, ha definitivamente eclissato i contenuti dal dibattito, anche riguardo la cosiddetta “fase 2” della campagna di Renzi (che continua a giocare alla lepre). “Cambiamo l’Italia” ha affiancato il claim “Adesso!”, riconducendo idealmente il sindaco di Firenze al “Change” di Obama, dopo che la fase uno ne aveva già sussunto e italianizzato l’iconografia sin nel minimo dettaglio.

Il particolare è che stiamo sempre parlando dell’Obama del 2008, quello trionfale e trionfante. Tutti continuano a citare la campagna, le strategie, lo stile, i contenuti, lo story telling di quell’Obama là. In quanti conoscono il claim del 2012, quello su cui tra pochi giorni il presidente chiede il voto agli americani per altri quattro anni? “Forward”, dalla speranza visionaria al realismo del buon padre di famiglia in una campagna stile Diesel, con un video che sembra il trailer di una serie tv (alla seconda stagione).

Renzi, come gli altri ma col rischio di pagare un prezzo più alto, è rimasto al 2008, l’epoca del “Se po’ fa’” con cui Veltroni rastrellò il 33% alle politiche. Nel frattempo però è cambiato tutto, diverse volte. L’altra sera Santoro gli ha chiesto conto a modo suo della “fase due”, citandogli l’ultimo libro di Paul Krugman “che si chiama proprio come il suo slogan, adesso!” (col punto esclamativo pure) e argomenta il fallimento delle politiche di austerity in Europa e in Italia. “Lei che ne pensa?”

Renzi ha abbassato un po’ gli occhi, ha ripetuto un paio di volte che gli editoriali di Krugman sul New York Times sono un prezioso contributo all’analisi, ha dato l’impressione di non averne mai neanche sentito parlare (del libro titolato come il suo claim). Ora, si può essere d’accordo e meno con Krugman, ma è il caso di avere un’opinione su quello che scrive, visto quello che scrive, se si ambisce così tanto a governare un paese (uno qualunque).

Invece la cosa più politica che Renzi ha tirato su fuori sul tema è che “è una questione di qualità della spesa pubblica” certo “a saldi invariati”. Spiccicato a Bersani, a Monti, a tutti. Poi nient’altro, nulla che a poche ore dalla fine della trasmissione potesse rimanermi impresso, al netto delle gag rottamatorie. Unico guizzo, vagamente cimiteriale: nei primi cento giorni di governo la mitologica legge sul conflitto d’interesse. Per dimostrare che non è l’Ambra del vecchio Caimano. Poca roba.

All’ora del conto, infine, la Sicilia non poteva mancare. I primi exit polls sulle elezioni erano fischiati in rete come ghigliottine al vento. Anche se i risultati ufficiali sembrano ridimensionare l’uragano, Caymanistan trema. Più della metà dei siciliani è rimasta a casa e l’altra ha incoronato campione del caos il “D’Annunzio a Fiume, un situazionista fuori situazione, un estroso beato nel posto tipico delle stramberie”. Come aveva predetto Buttafuoco, con bella prosa.

“Non è stato elegante manco in acqua, eppure ha fatto evento. Una nuotata come quella può farla uno svelto atleta scolpito da Fidia, non un Satiro attempato e tutta la bellezza di quella traversata s’è confermata nell’essere lui – l’uomo che viene da fuori – tutto il contrario di ciò che ha fatto, il più improbabile dei Colapesce. Nessuno ci credeva che potesse arrivare a nuoto, tutti cominciano a credere che lunedì possa sfasciare finalmente la regione siciliana.”

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

7 ottobre 2012

OUTSIDER TRADING


“Mi avevano chiesto, come si usa, di fare due conti e vedere chi sta con chi. Ho fatto un sondaggio fra la nostra gente, segretari di circolo funzionari amministratori: tutto a posto, tutti con Bersani. Poi la sera che è venuto Renzi a parlare alla festa ho visto, in platea, il parrucchiere del mio paese, Alfonsine, è da lui che vanno a tagliarsi i capelli tutti i ragazzi. E ho visto anche il direttore della Conad, quella dove vanno le donne a fare la spesa. E poi in fondo il fratello di mia suocera, che fa l’imprenditore e che quando vuol sapere di politica chiede a me. Ho domandato al parrucchiere. Ma stai con Renzi? E lui: ma sì, è nuovo è giovane. Poi tanto sono tutti nel Pd, no? Bersani faccia il segretario, Renzi il presidente del Consiglio”.

Questa, fuori dalle chiacchiere politicanti è l’aria che tira. C’erano serie possibilità che l’Assemblea nazionale del Partito Democratico di sabato 6 ottobre fosse l’ultima. Bastava che il fu Partitone assediato si arroccasse in una Bulgaria di lacci e lacciuoli, tesi a tagliare le gambe alla volata del camper di Renzi, e Renzi, poi, avrebbe avuto tutto lo spazio del mondo – e le ragioni – per presentarsi alle elezioni in libertà. Mostrando dunque di aver fatto bene i suoi conti a iniziare la sua campagna con un appello agli “altri”.

Sulle “regole del gioco”, con cui si corrono le primarie per la candidatura alla premiership del centrosinistra italiano, la decisione è stata assurdamente rimandata per mesi, come quegli esami medici che dovremmo davvero, ma proprio non abbiamo voglia di fare. Così oggi il Pd di Bersani si trova a inseguire col fiatone un candidato che già parla da premier e che l’ultimo sondaggio Ipr gli piazza tre punti dietro. 37 a 34, con Vendola ben sotto il 20 e gli altri (Puppato-Gozi-Tabacci) con percentuali da prefisso.

Per capire la differenza basta accendere il pc, andare su Google e dare un’occhiata ai siti internet dei due candidati, uno dietro l’altro. Due ere geologiche. E questo vale per tutto il resto: dal fund raising online professionale alla presenza sui social network, dalla perfetta riproduzione iconografica del cliché stilistico del Pd made in Usa – in una grafica impeccabile, nel suo stereotipo manifesto – alla mimica del corpo durante i comizi-show del tour in giro per l’Italia.

Se Renzi vince le primarie, poi, è l’apocalisse Maya. Almeno per le centinaia di migliaia di famiglie che vedono uno stipendio sicuro smettere di esserlo. Per ora il corpaccione dell’ex partitone ha retto, ma se i sondaggi anche solo si attestano su queste proporzioni il cambio di casacca, dalle ultime file in avanti, a beneficio del quasi vincitore senza esercito diventerà sempre più sistematico e compulsivo man mano che la data delle primarie si avvicina minacciosa.

Già ora i maligni insinuano che agli show elettorali di Renzi tra le spie inviate dai dignitari di Bersani, sempre una dignitosa porzione della platea del comizio multimediale, pullulino i disertori pronti a vendersi appena finita la corsetta scenica con cui ad ogni tappa il sindaco fiorentino raggiunge il palco. Solerti funzionari occhiuti, rimasti spiazzati da quella inconfondibile puzza di vittoria, così raramente annusata, e subito folgorati sulla via del camper. Chi primo arriva…

Fuori dagli attendamenti dei generali sul campo, poi, si aggirano le candidature di bandiera come quella di Puppato (di cui subito s’è malignato essere quella di Bersani, la bandiera), Gozi (che pare più interessato a posizionare ego e cv, più che legittimamente) e Tabacci, unica candidatura fuori dal, paradossale, coro giovanil-movimentista di cui Vendola è il massimo campione storico. Nonostante l’età e il background.

Vale la pena spendere due parole per il governatore della Puglia, classico ed eterno esempio di radioso futuro alle spalle, che per un breve ma intenso attimo parve avere la possibilità di dare concretezza al velleitario. Facendo dell’esperienza di governo il jolly per accreditarsi anche fuori degli steccati ideologici che presidia da un trentennio come un credibile leader della sinistra. Si sa com’è andata a finire, in Puglia e nella sinistra, e la sua eterna campagna per l’argento alla leadership del centrosinistra senza trattino non appassiona più da almeno un annetto. Troppa fretta, troppo ego (ma bella campagna: complimenti ai creativi).

Ma forse Bersani è più furbo di quanto vuol far credere e lo sfoggio di liberalità del 6 ottobre può essere il modo di ottenere tre risultati: una bella figura e un bel numero di candidati che dipendono dalla clemenza della tanto vilipesa “struttura”. La conciliazione del 6 ottobre, infatti, è un a buona notizia soprattutto per Renzi: 18.000 firme da raccogliere in una settimana (107 firme all’ora cioè 1,78 firme al minuto, come conteggiano al volo su Twitter) o almeno il dieci per cento dei delegati dell’Assemblea nazionale del Pd. Dura per gli outsider.

Ma l’unica possibilità che Renzi non vinca, a occhio e croce, è che ci sia qualcun altro in grado di togliergli abbastanza voti, militanti, volontari, campo. Tutta gente che ora si trova costretta a scegliere fra la padella e la brace. Qualcuno di giovane, “nuovo”, credibile, ma un po’ meno marziano del sindaco di Firenze, almeno agli occhi del target Pd, senza disinvolte gite ad Arcore nello score e con meno brillantini e paillettes televisive. Qualcuno come Pippo Civati.

La sua rete ha lanciato in questi giorni “Occupy Primarie”, la campagna online che fino al 12 ottobre sforna ogni giorno una cartolina per l’Italia ed è culminata mediaticamente nel “blitz dell’Ergife”, il gotico hotel pullulante di déja-vu dove si è tenuta l’Assemblea del Pd. Sono sempre gli stessi che hanno formulato i sei referendum per smuovere le acque dentro un partito in cui, senza il ricorso al pueblo su certi temi non si muove foglia. E che ora chiedono di votarli insieme alle primarie. Con o senza Civati sulla lista.

Questo pare proprio l’ultimo giro di giostra. Ma che succederà poi, al Pd, se e quando la rottamazione sarà compiuta? Una volta che i vecchi oligarchi con cui prendersela sempre avranno davvero levato le tende o comunque si limiteranno a brontolare, come tutti i bocciatori in là con l’età? Cosa rimarrà del Pd con un governo a trazione renziana (o montiana)? Il congresso è oggi, anche questa partita si gioca ora.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
La campagna "Occupy Primarie" è stata realizzata delle Lance Libere.

21 aprile 2012

CACCIA ALLA STREGA


“Siamo arrivati a dover leggere in un dispaccio di agenzia «se la ‘nera’ non dovesse arretrare dalle sue posizioni…». La Nera è naturalmente la vicepresidente del Senato Rosy Mauro, coinvolta nel malaffare che sta travolgendo i vertici della Lega. E se dalla prosa della cronaca transitiamo ai piani alti del giornalismo, ecco, con rinnovata passione lombrosiana, corsivisti e grandi firme affondare la penna non sul reato ma sul corpo, sfregiandolo (la badante, la strega, la terrona, mamma Ebbe, la virago), fino a insistere sulle sue mani rosse e nodose, come tocco finale di un rogo intellettuale.”

Norma Rangeri sul manifesto inquadra alla perfezione i termini della questione. Il sacerdote pagano, officiante per conto del matriarcato guerriero della Lega Nord, è stato azzoppato là dove non si può difendere senza farsi da parte e il lesto salvatore della padana patria s’è fatto sotto. Si può immaginare pure che, in un classico patto fra maschietti a suon di puzza di sigaro da circolo della caccia, l’eterno delfino Maroni abbia concesso clemenza alla family del Capo.

Infatti la direzione leghista, dopo la notte delle scope del “pulizia! pulizia! pulizia!”, su Bossi jr. ha glissato, cavandosela con un blando apprezzamento per il senso di responsabilità dimostrato mollando la cadrega. Belsito, lombrosianamente colpevole per definizione, andava cacciato di default, e sulla moglie del Bossi, fondatrice della Lega e negromante in capo, tutti si sono ben guardati da spiccicar parola.

Rimaneva lei, la goffa e trashissima vicepresidente del Senato dalle “mani rosse e nodose”, pure terrona di Brindisi. Lei faceva parte della famiglia solo in quanto “badante”, quindi Maroni & Co. hanno potuto esigere lo scalpo. Il leghista “buono”, amico di Saviano e del club dell’antimafia militante, è arrivato ad auspicare la nascita di un sindacato padano vero, diretto da un padano vero. Un trionfo di maschilismo e razzismo shakerati insieme, per lisciare il pelo alla “base”.

“Quando si dice che stiamo assistendo a una Tangentopoli al cubo, sappiamo che il contraccolpo non sarà un pranzo di gala. E dal lancio delle monetine siamo passati alla lapidazione.” Probabilmente Maroni, Tosi e tutta la simpatica compagnia di rinnovatori leghisti credono di avere a che fare con una manica di rozzi dementi, a cui basta dare in pasto la donnaccia del Sud e il tesoriere infingardo per potersi rivendere una catarsi etica talmente rapida da far sorridere anche i più gonzi.

Maroni ha chiesto e ottenuto il congresso a giugno, perché sa di non avere rivali con Calderoli mezzo azzoppato dalle inchieste pure lui, ma per i sondaggi la Lega è in caduta libera e l’ex ministro degli Interni rischia di fare la fine dell’altro delfino eterno intelligente di vent’anni fa. Colpisce che la nuova Tangentopoli cali come una mannaia proprio durante il ventennale delle imprese di Di Pietro e Borrelli. Ma siamo proprio lì. Con Bossi al posto di Craxi e Maroni-Martelli in fila da una vita. Intorno a loro, i monatti del mainstream che giocano alla lotta nel fango. Come allora, ma chi è il nuovo Bossi?

“Ma quant’è furbo, da uno a dieci, Beppe Grillo che sta girando l’Italia per spiegare che lo scandalo della Lega è una trama dei giudici servi di Monti contro l’opposizione? «Tocca alla Lega, poi a Di Pietro e quindi a noi!». Quant’è abile a urlare in piazza e su YouTube una tesi innocentista e complottista a proposito delle porcate della family, quando perfino Bossi ha dovuto scaricare il figlio e il Cerchio magico. A corteggiare i leghisti spaesati dagli scandali con il no alla cittadinanza per i figli d’immigrati, a costo di sfidare le ire dei blogger, e il ritorno alla parole d’ordine dello sciopero fiscale contro la corruzione politica.”

L’autorevole monito ai coscienziosi lettori del giornale-partito di Largo Fochetti di Curzio Maltese aiuta a mettere le cose nella giusta prospettiva. Il big bang leghista suona come allarme rosso per tutti, inclusa la bolgia d’indecisi a tutto del centrosinistra di palude. Nei sondaggi Grillo è già il terzo partito, 7 per cento e passa, dopo Pd e Pdl poco sopra il 20. Bersani è già lì che ammonisce serio serio, mentre Vendola, che per un po’ ci aveva pure creduto, dopo la tegola dell’inchiesta sulla nomina del primario pugliese, ha ancora voglia di tuonare.

“Il rischio è che i voti della Lega vadano nel fiume sporco dell’antipolitica perché o il centrosinistra sarà in grado di mettere al centro della sua battaglia la questione sociale e quella morale nel loro intreccio, oppure il rischio è che possa prevalere il peggio, come nelle più brutte stagioni della nostra storia. Dopo la crisi dei partiti nel ’92 è venuto fuori Berlusconi”. Ci vuole un bel coraggio.

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23 gennaio 2012

MEGLIO SOLI

“All’Isola del Giglio, paradiso naturale e perla scheggiata ed oltraggiata, è naufragata una idea di modernità e di diseguaglianza selvaggia”. Parola del leader di “Eyjafjallajökull”, nome di battesimo della Fabbrica di Nichi (scelto in onore del vulcano islandese a pochi giorni dall’eruzione). C’è da chiedersi cosa potrà arrivare a inventarsi di qui alla fine del 2012, “Armageddon della nuova sinistra” magari. Per ora si limita a minacciare che “la tecnocrazia non può congelare il calore della democrazia”.

Vendola, insieme a Grillo e alla segretaria della Cgil, guida il composito fronte della sinistra anti-liberalizzazioni. Secondo Susanna Camusso “c’è una tendenza a dire che bisogna allungare l’orario di lavoro. È di per sé una straordinaria trasformazione, siamo tutti vittime dell’idea che bisogna essere costantemente raggiungibili dall’informazione. Ma bisogna riflettere sul fatto che non è forse vero che il problema è occupare tutto il tempo disponibile”, che così si “deprezza la cura delle persone, la salute, l’idea che si può avere attività che riguardano il tempo libero, la costruzione della cultura, della lettura”.

Col post “Io sto con i taxisti”, Beppe Grillo lancia direttamente un’opa à la Brecht sulle categorie in ballo. “Oggi vengono a prendere i tassisti, domani i notai, dopodomani i farmacisti, la settimana prossima i fruttivendoli. L’unica categoria che non vanno mai a prendere è quella dei politici.” Infatti “la caccia all’untore, alla singola categoria sociale, è iniziata. Una battuta dopo l’altra con i media a demonizzare i redditi dei tassisti o degli avvocati. I tassisti ricchi sono rari come i politici onesti. È un lavoro che si sono comprati con i loro soldi, non attraverso raccomandazioni, conoscenze, leccate di culo.”

Così come Berlusconi lisciava il pelo agli evasori fiscali, con battute e smentite di forma sull’iniquità dello Stato e sulle ragioni per cui in fondo bisognava capirli, Grillo si struscia attraverso il canonico attacco ai media, rei di “demonizzare i redditi dei tassisti o degli avvocati”. E pazienza se quasi nessuno ricorda di essere riuscito ad ottenere una ricevuta fiscale su un taxi o se l’Italia è piena di avvocati, dentisti, idraulici che dichiarano meno di badanti e ricercatori (che prendono meno delle badanti).

Per non sapere né leggere né scrivere, Grillo integra pure lo sloganino di battaglia con cui chiude tutti i post combat – Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure – con un bell’appello elettorale senza se e senza ma, condito con la solita spruzzata di vittimismo preventivo (che non fa mai male): “Ci vediamo in Parlamento se non fanno una legge elettorale per impedirlo.”

L’altra sera per sbaglio ho guardato il Tg3. Era un po’ che non succedeva, anche perché la tv non è molto gettonata in casa nostra, e non ero più abituato a certe bizzarrie, tipo un servizio (per fortuna veloce) su Marco Rizzo, leader di non so quale Partito Comunista Docg, che fissava marziale la telecamera arringando sulla nuova lotta di classe che unisce taxisti, precari e operai.

La prima manifestazione contro gli ordini professionali io l’ho organizzata nel 1998 e l’associazione di cui ero responsabile dell’organizzazione, l’Unione degli Universitari, aveva sede in Corso Italia e con la Cgil aveva (e ha) un rapporto di figliolanza politico-sindacale proficuo e (spesso) conflittuale. Quella volta non dissero niente (se scazzavamo forte la tirata d’orecchi arrivava puntuale) e anzi, Massimo D’Alema, allora segretario del Pds, si complimentò con inusuale veemenza.

Com’è andata dopo è noto. Sono passati quattordici anni da quel corteo e dal nostro elegantissimo slogan – gli ordini professionali non servono a un cazzo – e Bersani (versione ministro) e i governi di centrosinistra sono riusciti a fare poco, sudando molto. Quegli altri invece hanno festeggiato la rivoluzione liberale direttamente in piazza, assieme ai taxisti romani in camicia nera dopo la vittoria di Alemanno.

Monti ha fatto più di tutti in meno di due mesi, Natale e Capodanno inclusi. Così come sulle pensioni, sul riordino dei conti pubblici, ora sul mercato del lavoro e sulle frequenze tv che il centrosinistra – è bene ricordare agli smemorati – ha continuato a regalare al temibile Caimano. Perché mai, dopo un anno di questa rumba e con la barca che magari si rimette ad andare, dovrebbero fare le valigie? Che fanno gli altri, tornano per riattaccare a smacchiare i giaguari? Bersani fa bene a bere da solo, altroché.

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19 dicembre 2011

NON È UN PAESE PER TECNICI


“La verità è che l’Italia è stata fondata su basi marce e ci abbiamo mangiato tutti: evasori, statali che non facevano un cazzo e con il doppio lavoro magari si potevano permettere di cambiare una volta in più la macchina, così allo Stato tornava comunque indietro almeno l’Iva…”. Secondo Claudio il Tappezziere, economista di riferimento oltre che asso del tressette nel circolo
radical chic bolognese che frequento, c’è poco da fare.

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro degli altri, quelli che “alla mattina escono di casa per tirar su la serranda, andare in fabbrica o fare qualunque cosa”. Quelli che tutte le volte che il Paese si trova nella merda, gira e rigira alla fine si trovano il conto da pagare. È successo nel 1992 con la mitica finanziaria di Amato, poi coi sacrifici per entrare nell’Euro, ora col salasso per tentare di tenerlo in vita.

Bonanni buca i media dicendo che la manovra finanziaria poteva scriverla anche suo zio perché coglie lo spirito dei tempi, che aleggia maggioritario in tutti i Bildenberg di basso borgo del Belpaese. La consueta ingiustizia sommaria che si salda all’impotenza atavica di un potere spuntato, anche se ammantato per l’occasione di sobrietà professorale, per mettere qualche toppa. L’Italia è sempre quella del Marchese del Grillo.

Presumibilmente il “sadismo professorale” del “bullo intellettuale” diventato premier a furor di Twitter, ritratto da Annalena Benini con impeccabile perfidia, ha contribuito ma non è stata la causa scatenante. Il duce in loden, senza amici nel Palazzo, è parso un toccasana proprio a causa del disprezzo manifesto con cui ha trattato l’odiata casta. Non è neppure colpa della stangata, alla fine se l’aspettavano un po’ tutti.

È stata quella raggelante sensazione di déjà vu, schiaffoni ai soliti noti mentre i furbi si squagliano, unita all’italianissima vigliaccheria del non ammettere la Caporetto delle sempiterne riforme perennemente annunciate. Il Commissario Monti, lo stesso che ha inchiodato Microsoft, è stato messo sotto scacco da tassisti e farmacisti di casa nostra, oltre che dal veto sull’asta delle frequenze televisive. Per ora, a sentir Passera, ma gli altri non hanno goduto del privilegio di tale dilazione.

“Poi anche questo ‘contributo di solidarietà’ per le pensioni d’oro… Se prendi centonovantanovemila euro l’anno niente, con duecentomila te ne fan fuori trentamila. Non potevano tassare in modo progressivo?” Il diavolo si nasconde nei dettagli, Claudio il Tappezziere mette di nuovo il dito nella piaga e s’infervora: “Posso dire una cosa? Voi che siete giovani perché non andate in piazza a protestare?”

Nel clima surreale di questo Natale 2011 in odore di austerity, anche la piazza è un’arma spuntata. L’hanno capito bene gli anarchici che hanno spedito la bomba a Equitalia: a memoria d’uomo non ricordo un attentato, peraltro così vile e meschino, che abbia goduto di tale popolarità. Non solo i social network ma pure i bar con la birra sono un tripudio di “hanno fatto bene, quelli sono proprio il peggio”.

La coincidenza di analisi, poi, tra opposti estremismi rende il clima ancora più sinistro e cupo. Anarchici e Boghezio, leghisti vestiti da operai in Parlamento e rifondatori del Pci che gridano al complotto delle banche, insieme a Ferrara, Feltri, Bossi, Vendola, Tremonti e Di Pietro e agli editorialisti del manifesto, i sindacati e la Mussolini. Come stupirsi, in un clima del genere, dei proiettili ai politici recapitati da nuovi brand terroristici che sgomitano per il loro posticino nel Tg delle otto?

E mentre anche il New York Times getta la spugna e ammette la sua delusione per la manovra di Monti, nel Belpaese la fiction post-berlusconiana in crisi d’identità si va a sovrapporre a una realtà sempre più recessiva e deprimente. Così può accadere che l’onorevole Scilipoti si metta in combutta situazionista con l’avvocato Alfonso Marra, esperto di signoraggio e leader del Partito d’azione per lo sviluppo, e con la show-girl Sara Tommasi per inscenare una campagna contro le banche.

Le immagini di Sara Tommasi, a braccetto con Scilipoti, che accenna allo striptease in mezzo alla strada e si fa ritrarre come mamma l’ha fatta per promuovere il pamphlet del Marra (onore condiviso con Lele Mora, Manuela Arcuri e Ruby Rubacuori) contro le banche affamatrici, acuiscono l’ésprit de décadence che esala dalle cronache. Come se il teatrino del vecchio impresario più amato dagli italiani avesse deciso di sopravvivergli e stesse progressivamente esondando nella realtà.

Il 2012 incombe…

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6 giugno 2011

ATTENTATO ALLA NEGROMANZIA


“A Nichi Vendola voglio bene. Ma quando va in una città che non conosce dovrebbe ascoltare più che parlare”. Promette proprio bene il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, che non ha digerito il comizietto al solito tempestoso e appassionato con cui il leader di Sinistra e Libertà ha salutato la sua storica vittoria, in Piazza del Duomo. Il carisma da trasferta del governatore della Puglia, aspirante Pisapia nazionale, è stato giudicato inelegante e inopportuno dal “sindaco di tutti”, che ha puntualizzato stizzito che “a Milano si è vinto perché abbiamo parlato dei problemi di Milano”.

Il negromante Vendola, a regola, se la deve guadagnare anche e soprattutto in casa propria e non basteranno i “comizi d’amore” e l’ispirazione poetica per ottenere lo scettro di candidato premier del centrosinistra. Anche il carisma popolano (supponendo che il cosiddetto popolo si disinteressi del tutto ai congiuntivi) di Antonio Di Pietro sembra essere offuscato dalla nuova pop star manettara che, fresco dell’immunità concessa dal Parlamento Europeo nella causa per diffamazione intentatagli da Mastella, ha sbancato l’elezione a sindaco di Napoli con oltre trenta punti di scarto sul candidato del Pdl e senza apparentarsi col Pd.

Ma il grande sconfitto, celebrato da tutti i giornali, che s’è candidato al consiglio comunale di Milano e ha preso la metà dei voti dell’altra volta, è il negromante-capo. L’attuale (e spesso deprecata a vuoto) personalizzazione della politica è una sua creatura, così come la cultura di massa che ha segnato nel bene e nel male l’Italia a colori e ha preparato il terreno. Ora forse gli è sfuggita di mano. L’era televisiva è agli sgoccioli e il solo fatto di dare la colpa della sua sconfitta a Santoro & Co. la dice lunga sulla consapevolezza dell’uomo circa la contemporaneità e i suoi crucci. Berlusconi è invecchiato davvero.

Fini, Casini e Rutelli, aspiranti negromanti da una vita, non se la passano molto meglio. Certo, possono consolarsi con il solito balsamo della rendita di posizione che, un po’ qui un po’ là, garantisce al cosiddetto Terzo polo (che al pari degli altri due è diviso su tutto ciò che in politica è fondamentale: valori, opzioni etiche, visoni del mondo) qualche scampolo di esistenza che solo l’Italia delle eterne signorie non rende del tutto effimera. Niente a che spartire con il sogno finiano della destra legalitaria e liberale che scaldava i cuori anche a sinistra (non sembra passato un secolo?) o con l’improbabile riscossa neo-democristiana dai capelli ormai quasi tutti bianchi, ma ancora abbastanza George Clooney per seguitare a prendere voti in parrocchia (Casini e Rutelli sono interscambiabili a tale proposito).

Chi pare non avere di questi problemi è il segretario del Pd. Bersani è unanimemente considerato l’anti-carisma per antonomasia e, di conseguenza, la nemesi antropologica di negromanti e arruffa-popolo. Di certo l’insperato trionfo elettorale della sua parte politica si deve a una nuova leva di negromanti che, per consolidare il potere acchiappato, si vede costretta ad ammazzare i padri, spesso vecchi e ingombranti. Il rabdomante Grillo l’ha capito al volo con De Magistris (ogm scoperto dal comico genovese e impiantato nell’Idv) e ha tentato di azzannare per primo tirando su il solito teatrino all’italiana.

Con la negromanzia berlusconiana al tramonto e i leader “usato sicuro” di centro, destra e sinistra in potenziale affanno, a Bersani tocca la scelta. Giocare in proprio, puntando sulla sua immagine di “affidabile riformista con la testa sulle spalle”, o puntare su un negromante di partito (c’è?) in grado sia di scaldare i cuori che di governare l’Italia? Non si sa contro chi correrà ma vista la posta in gioco conviene puntare sul migliore, anche se significa sacrificare un po’ di ego. Siam mica qui a smacchiare i giaguari, o no?

19 maggio 2011

LA MARCHESA DEL GRILLO

Se fosse venuta la tentazione di considerare quella di Bologna una mezza vittoria per il Pd, un 50,41% che impallidisce non solo davanti all’impresa di Pisapia a Milano e al colpo di teatro napoletano di De Magistris, ma pure di fronte al successo di Fassino a Torino, basti ricordare che due anni fa a Delbono occorse il secondo turno prima di piegare Cazzola. E che nel 1999, prima della parata trionfale del commissario del popolo Sergio Gaetano Cofferati, a salutare l’ingresso di Guazzaloca a Palazzo D’Accursio come primo e ultimo sindaco di centrodestra c’erano le bandiere di Ordine Nuovo e diversi gentiluomini con la testa rasata e il braccio teso.

Il centrosinistra bolognese è stato capace, in mezzo secolo e passa di governo della città, di mettere in piedi un sistema economico, produttivo e di potere che ha garantito una qualità della vita, dei servizi e delle tutele che per lunghi anni ha reso la vecchia signora dai fianchi un po’ molli, col seno sul piano padano ed il culo sui colli, come l’ha cantata Guccini, una fra le mete più ambite per studiare, lavorare, metter su famiglia, giocare ai bissanot (in dialetto, letteralmente, “mastica-notte”). Ora il modello mostra la corda.


Le cause prime non sono imputabili alla politica. Globalizzazione dei gusti e dei problemi, omogeneizzazione tecnologica e culturale, invecchiamento della popolazione e conseguente gap di comunicazione con la popolazione studentesca (vera e propria città nella città), affitti e costo della vita alle stelle hanno congiurato per trasformare Bologna in una cittadina medioevale fra le tante. Tutta la mistica che ne ha accompagnato l’immagine, quindi (grassa, tollerante, solidale, godereccia, ecc.), ha iniziato a sgretolarsi innanzitutto fra i bolognesi stessi, che hanno cominciato a non crederci più.


Le responsabilità della classe dirigente iniziano qui. L’avere giocato di rimessa, senza prendere di petto il cambiamento (o declino a sentire i pessimisti) che avveniva sotto gli occhi dei bolognesi (che ne parlano fra loro, nei bar e nelle osterie, da vent’anni), si è trasformato in una sorta di silente complicità. Il cambiamento, si sa, o lo si governa o lo si subisce e il centrosinistra bolognese ha optato per la seconda strada, arroccandosi in un autoesilio politico-culturale fatto di faide continue, personalismi, navigazione a vista che ha finito per far smarrire il senso del progetto, quell’impostazione felicemente sovietica (pianificazione) che aveva permesso a Dozza, Fanti e Zangheri di fare Bologna.


Il Movimento 5 Stelle è stata l’unica forza politica capace d’interpretare questo sentimento/sensazione di disillusione/disincanto, diffuso tra i bolognesi ben al di là delle percentuali ottenute dalla lista di Grillo, e di formulare un’offerta politica conseguente e vincente. Significativamente i maggiori successi, in Italia, il hanno ottenuti laddove il centrosinistra è figlio di un passato glorioso, ininterrottamente al potere da decenni, ma appare fiacco perché privo di strategia e/o di leadership carismatiche: Bologna, Rimini e Ravenna (tutti e tre tra il 9 e l’11%).


Una sorta di Lega di sinistra, o forse la versione italiana del successo delle liste ecologiste in tutta Europa (uno dei loro punti di forza progettuale è quello), una nuova opposizione che si annuncia sempre più ingombrante e decisiva in vista dei ballottaggi e dei prossimi appuntamenti elettorali. La sensazione, per quanto riguarda il centrosinistra, è che l
’appeal della sua proposta è inversamente proporzionale a quello del candidato grilino (come a Milano). Non a caso Grillo, a Bologna, ha dato del busone (gay in italo-bolognese) a Vendola: si sta già mettendo avanti col lavoro.


"Bologna" di Francesco Guccini è qui.

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3 dicembre 2010

"MEGLIO IL FUOCO DELLA BATTAGLIA"

“Due canaglie votate al male. Concentrato di malefica intelligenza. Subodoro una trappola. D’accordo. In chat su fb.” Mauro Zani non ha dubbi e, brusco e bonario come l’archetipo di emiliano che incarna, accetta su due piedi la mia intervista per tFP. “È il blog diretto da Velardi&Rondolino che mi dicono di salutarti (consapevoli del rischio di essere mandati a cagare per interposta persona) e mi piacerebbe sapere il tuo parere su Pd, Bologna, rapporto con la Rete. Se ti piace l’idea possiamo anche fare in chat, qui su Facebook, su Skype o dove credi.” Dopo un paio di giorni, a sera tarda, abbiamo combinato. Ecco il copia e incolla di com’è andata.

Zani (Z): “Forza”

Orione (O): “Dunque, Mauro Zani: consigliere comunale, consigliere provinciale, presidente della provincia di Bologna, segretario del Pci…”

Z: “Già, eccomi”

O: “Poi segretario regionale, consigliere regionale, deputato, eurodeputato e coordinatore della segreteria nazionale Pds-Ds, adesso blogger. Lei fa il blogger a tempo pieno? Ha smesso di fare politica attiva per davvero? Come si sente?”

Z: “Fermo lì. Una cosa per volta. Faccio il blogger certo. La politica la osservo e se del caso la critico. Son come quei pensionati che s’aggirano intorno agli operai al lavoro e… mugugnano, e… avanzano rilievi critici…”

O: “Ci tiene a rimarcare che ha smesso con la politica attiva, l’ho letto più volte. Dal distacco etereo del blog com’è, la politica?”

Z: “Già. Niente politica attiva. Altrimenti mi pensano in agguato dietro una siepe… il lupo cattivo… La politica non sta tanto bene”

O: “Lo stato di salute di Pd e Pdl sembrano darle ragione… Perché, secondo lei, dal ‘92 ad oggi il grado di consunzione di partiti e leader politici è così alto? A sinistra, in particolare, è un’ecatombe”

Z: “M’interessa più stare a ridosso del Pd naturalmente. E… son così annoiato d’aver sempre ragione”

O: “Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino, Cofferati, Franceschini, Bersani, Prodi… ne ho perso qualcuno?”

Z: “Beh, consunzione dei leaders? Forse, resta che s’avvicendano più o meno gli stessi. Li conosco, a memoria… Appunto son quelli”

O: “Ma perché nessuno molla, come lei? Non lo capisco. Voglio dire, ha una bella pensione, un sacco di amici sparsi per il mondo, parecchi libri da leggere in sospeso…”

Z: “Questione egoica. Hanno poco rispetto per le loro persone… e poi in pensione non si sta tanto bene. Meglio il fuoco della battaglia. Per mollare basta andare per cinque anni nel Parlamento Europeo. E non vedi l’ora che finisca! In sostanza per mollare bisogna fare un apposito training… io modestamente lo feci”

O: “Si vede… Devo confessarle che all’inizio non ci credeva nessuno…”

Z: “Già. Poi però non mi va di starmene zitto e buonino…”

O: “Nono, intendo che nessuno credeva che fosse lei”

Z: “Prego?”

O: “Alcuni hanno insinuato che fosse un vero e proprio furto d’identità… un gesto dadaista”

Z: “Fantastico, è un mondo pieno di matti!”

O: “Un erede di Guy Debord si era impadronito del brand ‘Mauro Zani’ e le stava suonando a tutti di brutto… beh, non era una tesi tanto campata in aria. C’era una discreta differenza tra il prima e il dopo di Mauro Zani”

Z: “In verità c’è chi sa bene che io ho sempre suonato, adesso ho semplicemente cambiato strumento. E non mi dispiace”

O: “Comunque, sono felice che quello che diceva che Zani era morto e il blogger era uno sciacallo identitario si fosse sbagliato…”

Z: “Comunque quello vero è il blogger, seppur in erba”

O: “Bene: da bolognese chiedo al blogger, che dal cv mi pare informato dei fatti, che sta succedendo a Bologna?”

Z: “Sono informato anche dei misfatti”

O: “Immagino… lo spettacolo penoso che la riportò in città nel ‘99 si sta ripetendo o è una mia idea?”

Z: “A Bologna assistiamo con ogni probabilità all’ultimo atto di una lunga storia. Quella di una sinistra al governo per mezzo secolo e che dopo la nascita del Pd s’appresta a passare il testimone ad altri. Difficile dire adesso come andranno le cose, ma può persin darsi che, con l’aiuto di Vendola, Dossetti si prenda una rivincita post-mortem. Naturalmente non ho nulla contro gli eredi di Dossetti, tanto più che fino a qualche mese addietro, era persin possibile che la rivincita la prendessero i legittimi inquilini di Via Altabella. Sì, insomma, per i non bolognesi la Curia. In sostanza non si sta ripetendo semplicemente lo ‘spettacolo’ del ‘99. Con la meravigliosa idea che ha fatto frettolosamente nascere il Pd tutto lo scenario è cambiato. Non son sicuro che a Bologna e a Roma se ne abbia contezza”

O: “Lo scenario è cambiato, non solo a Bologna e in Italia. Non mi pare che il Pse goda di ottima salute… I socialisti stanno perdendo ovunque in Europa, mentre la sinistra conquista il Sudamerica stato dopo stato, facendo la sinistra per davvero… Qual è la lezione?”

Z: “Infatti. Perciò, modestamente, a suo tempo spiegai che si trattava di cercare una nuova (parolone antico) sintesi. Un progetto demosocialista. L’idea, semplice, che siamo tutti democratici dopo l’89, e che quindi definirsi semplicemente tali è come cercar d’afferrare il nulla. Calci al vento. Perché la sinistra in America del sud vince? Semplice: perché critica la liberaldemocrazia nei fatti e non con la semplice ideologia, della serie siamo socialisti, punto. O siamo democratici, punto. Morale. Ci vuole un’identità definita. Per me basterebbe definirsi come democraticiesocialisti tutt’attaccato. Insomma ripartire bisogna, a costo d’attraversare il deserto.”

O: “Ok, e cosa significa, con un esempio, essere democisalisti? Demosocialisti, faccio fatica a scriverlo…”

Z: “Capire che tutte le democrazie sono alla prova della globalizzazione dell’economia e dei mercati, ad esempio, e di conseguenza imprimere efficacia alla democrazia chiudendo la fase (novecentesca) della liberaldemocrazia. Come? Recuperando e facendo circolare ideali, valori di giustizia sociale nella democrazia. Ed è chiaro che ciò significa promuovere taluni interessi contro taluni altri. Se son bigi tutti i gatti allora le persone stanno a casa. A guardare (quando va bene) la politica dallo schermo”

O: “Ultima domanda: perché non si è candidato lei sindaco di Bologna? Lo sa, vero, che con una buona campagna, lei poteva vincere…?”

Z: “Per la ragione che avrei avuto contro prima di tutto il Pd. E anche per il solito egotismo. Della serie: se non mi vogliono peggio per loro. In più io non son adatto per le autocandidature. Proprio per niente: all’ego s’aggiunge, paradossalmente, una ritrosia innata. Insomma siam mal fatti!”

E’ mezzanotte passata, l’intervista è agli sgoccioli e Zani si concede un’ultima zampata.

“Piccolo motto conclusivo per i dirigenti nazionali del Pd: quando i gatti han lo stesso colore scorazzano le volpi. E non son solo grilline. Occhio ragazzi!”

Il blog di Mauro Zani è qui.
L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

4 ottobre 2010

OPPOSIZIONE DE CHE?

“Il popolo viola organizza il No B Day 2, Micromega un’altra manifestazione, il Movimento a 5 stelle fa la sua Woodstock a Cesena: tre eventi a distanza di pochi giorni. Sono in molti che vorrebbero partecipare a tutte e tre le manifestazioni perché molte sono le cose in comune. Saranno molte anche le differenze, ma quelle non spaventano nessuno ed è giusto che ci siano… Per salvare il paese ora serve unirsi e fare pulizia”. Queste parole, tratte dalla pagina web del No B Day 2 e riprese dall’Unità, rappresentano bene lo spirito dei tempi.

Non c’è solo Fini all’opposizione, quindi, ma un sacco di altra gente un po’ sparpagliata. Il nuovo appuntamento con il popolo viola, quelli dell’opposizione dura e pura a Berlusconi, ha deciso di chiamarsi No B Day 2, come il seguito di un videogioco e, come tutti i sequel in tono minore, è stato accompagnato da polemiche, fraintendimenti e beghe interne inerenti la leadership (e che sennò?), il rapporto coi partiti, i quattrini.

“Vorrei riflettere a voce alta sul fatto che ogni qual volta s’incontrano centinaia di migliaia di persone?vanno in fumo decine di migliaia di euro, mentre c’è tanta gente in giro e sono sempre di più? coloro che non riescono ad arrivare a fine mese”. Domenico non è un provocatore infiltrato, assicura la sua partecipazione empatica, ma si mette a fare i conti in tasca ai professionisti della gita anti-premier. Chissà che anche qualcun altro non si metta a fare i conti politici in tasca ai professionisti dell’antiberlusconismo militante e ai partiti che ci hanno sguazzato. A che pro si va in gita contro Berlusconi, la sfiga e la nebbia, ogni autunno che gli dei mandano in terra?

Di certo è contento Di Pietro, che ha pure festeggiato gli anni in piazza e, a regola, anche Vendola, a cui l’ennesimo tentennamento borbottante del Pd ha concesso una passerella in solitaria in rappresentanza della sinistra tutta, piuttosto utile per le prossime primarie. E magari qualche malato di berlusconite avrà trovato nel No B Day 2 un balsamo momentaneo all’insopportabile rabbia che gli riempie la pancia tutte le volte che lo vede comparire alla tv da un numero sconcertante di anni. Poi, però, torna sempre il lunedì.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

13 luglio 2010

OPPOSIZIONE SUL WEB


“In assenza di opposizione «esterna» — il centrosinistra, privo di identità, sembra incapace di essere un’alternativa ideale e programmatica credibile — il centrodestra si è creato un’opposizione «interna».” Piero Ostellino sul Corriere della Sera rinverdisce la quotidiana consuetudine nazionale alla bastonatura di Pd e soci, rei di non contare nulla (né di fare granché per riuscirci) proprio durante l’apparente implosione in corso nella maggioranza di governo in diretta mainstream e con apici di autolesionismo degni, appunto, della sinistra (il match Bocchino vs resto del Pdl sul caso Verdini è solo l’ultimo e più chiassoso esempio).

Sparare sul Pd è diventato una pratica talmente diffusa e bipartisan (Valentino Parlato domenica sul Manifesto non è stato certo più tenero di Ostellino con Bersani e la ditta) da suonare ormai fastidiosamente oziosa. Non che il resto dell’opposizione brilli per acume progettuale alternativo. Vendola è impegnato nell’ennesima insopportabile metafora operaista (la Fabbrica di Nichi), messa in piedi da gente che in fabbrica difficilmente ha mai messo piedi, capace di sfornare un’altra verbosa kermesse (gli stati generali, forse i trentesimi convocati da ogni sinistra in circolazione) e di chiamarla Eyjafjallajökull – Eruzioni di buona politica – umiliando in termini di dadaismo (involontario nel loro caso) Rondolino (che su The FrontPage ha declamato il suo “elogio del vulcano islandese”).

Il karma manettaro di Di Pietro gli si sta rivoltando contro (il figlio sotto inchiesta, le foto con gli spioni, i sospetti sulla gestione familiare dei fondi del partito) e i compari di tante crociate (Flores D’Arcais, Grillo, De Magistris) gli stanno voltando le spalle uno a uno a suon di oblique prese di distanza, fronde interne o furiose graticole mediatiche. Casini flirta di nuovo col premier in panne e quindi potenzialmente più generoso (col cinismo realista dei democristiani), Ferrero fa il doppio lavoro tra Regione e partito e Pannella vuol mangiarsi pure Bordin.

In questo scenario desolante è uscita la campagna del Pd dell’Emilia-Romagna (realizzata dalle Lance Libere) contro i tagli agli enti locali imposti dalla scure di Tremonti: sito, profilo su Facebook, 450000 cartoline da spedire all’inquilino di via XX Settembre e molteplici opportunità di partecipazione. Non sarà la rivoluzione d’ottobre ma si capiscono bene le ragioni concrete per cui i cittadini (a parere del Pd) dovrebbero essere incazzati col governo. E per una volta bavagli, amanti, tangenti e P3 non c’entrano niente.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
L'immagine viene da qui.

6 aprile 2010

BERLUSCONI 2.0


“Guardate qua donne", il contributo di Lupo Michele alla fan page di Silvio Belrusconi è inequivocabile. Trattasi di una foto che raffigura la scultura di un enorme pene eretto, piantonato da una pattuglia circolare di lanterne multicolore. Le dimensioni sono rivelate dalle due minuscole figure di sesso femminile, in piedi di fronte all’enorme totem. Lupo Michele è uno dei 223.058 fan del presidente del consiglio (che hanno già postato più di 3700 foto), tra cui Arianna Cacciotti, che lunedì sera saluta la compagnia così “Bonanotte Popolo. Buonanotte Presidente. Non fatevi troppe canne stanotte Violacei.”

“Ora che anche Berlusconi è su Facebook ci siamo davvero tutti". Secondo Rienzi, il sindaco di Firenze "i social network e internet in genere hanno cambiato tanto il modo di fare politica. Anche se Berlusconi aveva già un'efficacia comunicativa notevole.” Adesso che ha imboccato la strada dell’alfabetizzazione tecnologica in una settimana (e senza scrivere nemmeno una riga di politica) su Facebook ha tirato su più o meno lo stesso numero di fans di Veltroni (26000 e rotti), Bersani (circa 20000), Di Pietro (quasi 78000), Vendola (87000), Emma Bonino (16000), Rosy Bindi (8700) D’Alema e Pannella (5000 a testa) messi insieme.


“Sono convinto che nel momento in cui si interviene su temi così importanti, sia fondamentale ascoltare i suggerimenti dei cittadini. Ecco perché utilizzeremo Internet e Facebook” afferma Berlusconi nel videomessaggio al Giornale, chiudendo così – almeno simbolicamente – l’era pre-tecnologica della destra italiana, quel breve lasso di tempo in cui la sinistra ha avuto la possibilità di acquisire una posizione dominante in Rete (dopo esser stata per oltre vent’anni sotto scacco televisivo). Grillo e Di Pietro ci campano da un pezzo e il cosiddetto “popolo viola” ci è nato dentro. Ora arriva la corazzata Berlusconi.


Quello di Facebook, peraltro, potrebbe essere solo l’antipasto. Antonio Palmieri, responsabile internet del Pdl ha una strategia: “a breve lanceremo il sito ilgovernodelfare.it, affiancando il cammino delle riforme, interrogando e facendo partecipare direttamente gli italiani. Ci sarà quindi un “gazebo telematico” per chiedere ai cittadini che tipo di riforme vogliono”.


“Guardate qua donne” l'ho presa qui.

L'articolo è stato pubblicato oggi su "The Front Page".

1 giugno 2009

MAI DIRE LIBERTÀ

 
"Com'era la cosa rossa?
Una rosa sbocciata?
Una vagina con le mestruazioni?
Una chiazza di pomodoro?"

Il 10 dicembre del 2007 il mio amico Fabrizio mi ha spedito questo sms. Io gli ho risposto: un buco con Vendola intorno.

Venivo dagli Stati generali della sinistra - alla Fiera di Roma - per condurre uno studio antropologico (dicevo con un po' di spocchia gratuita) e per ascoltare Nichi Vendola, quello che quando ha perso il congresso di Rifondazione ha detto:
"A me i braccianti analfabeti hanno insegnato la battaglia contro il plebeismo culturale, ma questa comunità sta scegliendo un'altra strada".
L'anno prima ero stato un ultras della Rosa nel Pugno e mi ero fatto un po' diffidente nei confronti dei consueti tentativi - più o meno goffi - di spacciare il quorum-poltrone per qualcosa di politico. Anche quella volta l'avevano venduta così e quelli di indole più ottimista (dall'aria vagamente socialista) già pontificavano sul nuovo "partito della sinistra".
Quando è intervenuto Ingrao io mi sono messo zitto:
"Vi chiedo solo una cosa: fate presto".
Hanno fatto prestissimo a svignarsela tutti, tutti in ordine sparso.

Altro giro, altro regalo.
Elezioni europee, quattro per cento da passare e un progetto di sinistra nuovo di zecca: Sinistra e Libertà.

L'articolo completo, il Bianconiglio della settimana pubblicato su Aprile, è qui.
"Incubo 2013", il video sul futuro da sventare, invece è qui.

27 luglio 2008

L'ALTRA FACCIA DELLA PLEBAGLIA


"A me i braccianti analfabeti hanno insegnato la battaglia contro il plebeismo culturale, ma questa comunità sta scegliendo un'altra strada".

C'è una ragione per cui se Nichi Vendola fosse stato il candidato leader di Sinistra Arcobaleno io l'avrei votato, nonostante l'evidente miserabilità del progetto (e le facce dei promotori): è un tipo sincero.

Non credo sia solo lo smacco di una sconfitta annunciata (tutte le correnti di Rifondazione - stalinisti e trotzkisti insieme - contro la sua mozione maggioritaria che raccoglieva il 47% dei delegati) che gli fa dire
"questo congresso è il compimento della sconfitta della sinistra"
ma quella puzza di miserabile caccia al traditore che ha segnato il clima di un miserabile congresso, preceduto da vere e proprie rese dei conti a livello locale, a suon di ricorsi, avvocati, giudici, carabinieri.

La comunità (così la chiama
Nichi con la sua consueta magnanimità) di Rifondazione è riuscita nel capolavoro di apparire sui media come un guazzabuglio di bande che si odiano e si accapigliano per qualche strapuntino di potere o (peggio) per idee vecchie come Bakunin, ma non esitano a tramestare insieme come i più brutti ceffi democristiani (e sotto le telecamere per giunta) pur di bruciare le ambizioni dell'unico leader in grado di far votare per loro gente come me, che di norma farebbe fatica ad ascoltare anche un solo minuto dei loro deliri passatisti.

Non è una novità, comunque, anche Marx in persona decise le convocazioni del Quinto congresso dell'Aia della Prima internazionale socialista per mettere in minoranza i traditori anarchici. E poterli cacciare a calci nel culo.
Ferrero &C più modestamente si sono vendicati del Berty perdente e hanno deciso di rimettere indietro le lancette del partito, costruendo una trincea immaginaria per difendere l'ortodossia dal nulla che li circonda.
Forse Vendola dovrebbe riflettere sull'ipotesi di fare come Proudhon e Bakunin nel 1872: levare le tende e mettersi in proprio.
Qualche mazziniano lo seguirebbe di sicuro.

Ma come si dice, piove sul bagnato. Oppure, più prosaicamente, è la merda che si rivolta al badile.
Infatti mentre i compagni sono chiusi in assise permanente ad elaborare il lutto, regolare i conti in sospeso e scervellarsi sul perché gli operai iscritti alla Fiom al nord votano per la Lega (come ha fatto notare cupo il Berty), il Diavolo ha già deciso chi li rappresenterà quest'autunno, e come: Vladimir Luxuria all'Isola dei Famosi.

Così mentre la nuova e gagliarda classe dirigente di Rifondazione (gente della levatura di Ramon Mantovani, Riccardo Grassi e naturalmente dell'indimenticato exministro / neosegretario Paolo Ferrero, che nella testata del suo blog compare dalla fronte in giù per evitare la pelata) si affaccenderà a costruire l'unità dei comunisti (wow!) insieme ad altre brillanti teste d'uovo come Diliberto, Rizzo (la testa precedente a quella dell'homo sapiens-sapiens in un grafico darwiniano) e Ferrando, Luxuria apparirà davanti a 8/10 milioni di telespettatori una volta la settimana in prima serata e gli altri giorni nelle strisce quotidiane dell'Isola.

Il dibattito (è giusto o no che la compagna Luxuria guadagni quanto un operaio in 300 anni si chiedono i mentecatti) è già iniziato ma (a parte nella miserabile discussione interna di quell'ormai ex-partito) è anche già finito: chi sarà infatti il simbolo di Rifondazione d'ora in poi?
Il pretino valdese amico degli stalinisti (senza parlamentari né charme) o la transtar che ha ottenuto da Simona Ventura di poter parlare liberamente?

Evidentemente i compagni che continuano a sbagliare fanno una brutta fine, come sanno benissimo nel resto d'Europa dove i residuati bellici del novecento sono stati cancellati nelle urne.
A parte Die Linke in Germania: lì la sinistra ha lasciato da parte le pugnette ideologiche e si è messa insieme per inventarsi qualcosa di nuovo, l'idea di Vendola.

L'immagine l'ho presa in prestito qui.

Piesse
L'altro giorno ho letto su un giornale di carta (La Stampa?) che gli uomini di D'Alema stavano lavorando per Nichi. Avrei dovuto capire al volo che era un brutto segno. Tutti quei pelati vestiti di nero mi sa che menano un po' rogna.

8 aprile 2008

DISGIUNGO?


Per votare voto, ma come sempre vado per esclusione.
A destra no, il mio background familiare me lo vieta (il nonno Giorgio è sepolto nel Sacrario di Marzabotto, il bisnonno Augusto, Conte Arcelli, ha fatto la fame e la galera per non prendere la tessera del pnf, tutta la mia famiglia è antifascista), quindi non posso votare per la Santanché anche se è un'icona trash.
E neppure per Fini perché non esiste più.

L'Avanzo di Balera, poi, mi ha tolto ogni residuo dubbio con l'ultima minchiata dello stop ai condoni: se devo pure pagare le tasse e impazzire dietro i deliri della nostra burocrazia kafkiana per spostare una finestra, non si vede per quale altra ragione potrei votarlo. Non mi pare che il vecchio palpaculi riservi qualche altra brillante sorpresa. Meglio il fucilatore Bossi (non è neanche troppo fascista e le ampolle con l'acqua del Po e i riti celtici mi sono sempre piaciuti), ma il mio darwinismo me lo impedisce.

Casini e compagnia sono invotabili per un laicista-relativista della mia risma. Dicono qualcosa di interessante sul quoziente familiare (ma di che famiglia stiamo parlando, per le coppie gay niente quazionte?) e l'intelligente Tabacci ha idee condivisibili sulla politica fiscale e sulle liberalizzazioni. Pezzotta però è troppo brutto e ha una voce terribile. Bisognerebbe porre un limite alla bruttezza in politica, una sorta di modica quantità, come per le droghe.

Rimane l'altra metà del campo.
Boselli l'ho votato due anni fa quando si è presentato con i Radicali nella Rosa nel Pugno. Due mesi dopo a New York apro il Corriere della Sera e trovo la sua intervista in cui fa a pezzi tutto e tutti. A 'sto giro s'incula col suo zero virgola.
Bertinotti lo disprezzo personalmente, è un fighetto di merda peggio di Obama, quindi ho delle difficoltà a votarlo. Per non parlare di Diliberto, Pecoraro, Giordano e Rizzo (che è una testa prima di tutti noi sull'ideale grafico darwiniano dell'evoluzione della specie). Va detto che Sinistra Arcobaleno è pur sempre lo stesso brand politico di Nichi Vendola (che avrei votato come candidato premier) e che la campagna di comunicazione è efficace. Però si sono tirati dietro pure Occhetto che mena rogna peggio di Ciubecca.
Uòlter alla fine è il meno peggio. Si è preso la pattuglia di Radicali (a partire da Emma Bonino) e sta mettendo in pratica quell'evoluzione bipartitica e presidenziale (di fatto) che è l'unica via d'uscita al tunnel in cui si è ficcata l'Italia. C'è Di Pietro, è vero, ma non dovrebbe nuocere più di tanto.

Di certo la cosa di cui sento meno il bisogno in questo momento è l'inevitabile festival medievalista che segue la vittoria della destra, con i proibizionismi folli che ne derivano.
La Bossi-Fini sull'immigrazione, la legge sulla procreazione assistita e quelle che hanno reso il consumo di (qualunque) droga e la condivisione di files reati da perseguire penalmente sono il bilancio della gestione 2001/2006. E dovrebbero bastare.

Per questo, forse, disgiungo.

L'opera di Pomodoro, uno dei suoi disgiunti, l'ho presa in prestito qui.

10 dicembre 2007

INFINITE COSE DA FARE, E COSÌ POCO TEMPO


"Com'era la cosa rossa?
Una rosa sbocciata?
Una vagina con le mestruazioni?
Una chiazza di pomodoro?"

Fabri stamattina mi ha mandato questo sms. Gli ho risposto: un buco con Vendola intorno.

Ieri ero alla Fiera di Roma agli Stati generali della sinistra, per condurre uno studio antropologico (dicevo sempre), ammirare Ciubecca all'opera (il mondo è un suk per il mio amico mestatore), ascoltare Nichi Vendola; ma soprattutto per stare un po' con Roma e con i miei amici che ci vivono.

Arrivo sabato. Ale mi bidona quasi subito così mi metto a girovagare tra il Quirinale, la Fontana di Trevi e Piazza Venezia. I-pod alle orecchie e macchina fotogafica a tracolla faccio il turista in giro per la città in cui ho vissuto quasi tre anni (senza mai smettere di perdermi). Fino alle sette e mezza, l'ora del mio appuntamento.

Francesco e Salvatore stanno cercando di incastrare me e Sara: al Palazzo delle Esposzioni di via Nazionale proiettano Eyes wide shut (in non so quale versione imperdibile) e ci siamo dati appuntamento lì davanti per decidere il da farsi. Sulla scalinata sembra di stare sul Cervino, un vento gelido spazza la città e il rischio di addormentami davanti alla pippa di Kubrick (che ho già visto 2/3 volte sperando sempre di cavarci qualcosa di speciale, invano) mi rende risoluto. Appena arrivano i nostri mi appello alla stanchezza del viaggio e divincolo me e Sara da tre ore di cappucci.

Dopo l'aperitivo gli intellettuali sfidano la sorte (i cappucci menano rogna) e vanno a vedere il film, mentre io e Sara andiamo a cena a casa sua. Dopo ci aspetta una festa in via dei Serpenti, a base di musica etnica pugliese e cosine/i rosse/i: è ancora lunga. Non abbbiamo ancora finito di mangiare che Francesco comincia a telefonare, sono rimasti a piedi con la batteria della macchina (i cappucci), la serata si complica. Alla quarta telefonata ci informa che hanno trovato i cavetti, ma serve l'auto di Sara per attaccarli.

Così Sara si mette vestita da festa e usciamo in fretta e furia. Arriviamo in via Palermo (dove stanno i disgraziati più due malcapitati con cavetti alla mano) e Francesco prende in mano la situazione: sale sull'auto di Sara e fa inversione a U (contromano) per avvicinare i cofani (nessuno capisce il perché). Poi cominciano ad armeggiare con i cavetti (ma polo positivo vuol dire che va attaccato al meno o al più?) e a smadonnare in calabrese, per un'ora e mezza.
Concluso il tutto alla meno peggio (un parcheggio non in divieto di sosta per la macchina che non si decide a partire) Francesco annuncia: ho fame, vado a mangiare. E parte senza salutare nessuno. Sara mi farà notare a fine serata che la (di lui) nuova situazione sentimentale tende a renderlo un tantino volitivo.

È l'una passata quando entriamo alla festa. Sara conosce quasi tutti, ne deduciamo che si tratta della festa dei "giovani" della cosa rossa, anche se in pista ancheggiano shampiste e coatti su sonorità funky/house che ci colgono piacevolmente di sorpresa. Finito il caipiroska però parte la nenia pugliese e una gran quantità di barbe si riversa nelle danze, sfrattando la disco '70 e gli ombelichi. Posso ordinare una Budweiser (per 6 sporchi eurini) e riesco pure a baciare Antonello, amico dei tempi dell'Udu ora dirigente della Puglia di Vendola, e ad evitare di parlare di politica con chicchessia. Al ritorno con Sara e Francesco (nella foto sotto) tira aria di revival e le risate si addolciscono un poco.

Andiamo a letto alle 5 e la matttina alle 9 siamo in piedi. Sara mi accompagna a Ostiense, da dove parte il trenino per la nuova fiera. Ciube è lì che ci aspetta, col consueto ghigno da zingaro impenitente.
Sara sta cercando di ottenere lo status di moto storica per la sua vespa, che le da accesso al centro. Per questo è diretta a Fregene dove deve acquistare l'ultimo requisito richiesto dalla commissione comunale: un adesivo "Electronic" del 1983 da apporre sul bandone. Lo vende solo Heidi, tedesca di Fregene (giuro che è vero).

Ciubecca e io prendiamo il trenino al volo. Non sapendo la fermata decidiamo di accodarci a due signori che leggono uno di fianco all'altro due copie del "Manifesto" (statisticamente improbabile se non con una riunione della cosa rossa nei paraggi).
L'arrivo è desolante. Spioviggina e nella "stazione" della nuova fiera non c'è neanche una tettoia, le navette sono poche e lente, così ce la facciamo a piedi. Le entrate della fiera più vicine sono sprangate, dobbiamo arrivare all'ultima: mezz'ora a piedi, senza marciapiede.

Quando entriamo sono le 11 e 20, Vendola sta finendo il suo intervento tra gli applausi entusiasti dei militanti. Cazzo che puntualità, mi dico (doveva parlare alle 11), ma non sapevo ancora che per fare gli egualitaristi avevano deciso di far parlare tutti uguale, solo dieci minuti. Incontro Cipriani, il mussimalista
mio compagno di viaggio a Parigi e Milena, consigliera comunale a Bologna e vecchia amica. Poi interviene Ingrao e mi metto in silenzio.

Vi chiedo solo una cosa: fate presto.
Potrebbero chiudere qui, penso.

Lo scenario è di una bruttezza esemplare. La miseria scenografica è pari solo all'inesistenza organizzativa, all'assoluta mancanza di controlli, di sicurezza, di comfort; l'unico bar, minuscolo, è preso d'assalto da file interminabili. Fa pure freddo e per terra, dove non hanno messo manco la moquette, ci stanno mozziconi di sigarette, terriccio, sporcizia. La gente però è entusiasta e regge persino la contestazione dei comitati contro la base militare di Vicenza, che interrompendo Mancuso (di Arci Gay), occupano il palco e leggono un interminabile comunicato-cantilena.
Se non fosse per quelli lì dicono tutti sarebbe un trionfo, dove quelli lì sta per i capi dei partiti della neonata federazione, di cui nessuno capisce l'utilità. Secondo Ciube la macchina è già partita, gli è già sfuggita di mano, cioè il partito unitario della sinistra è in marcia indipendentemente dai calcoli di bottega. Speriamo.

"Heidi ha testé scoperto che ha l'adesivo sbagliato! Dovrò tornare"
L'sms di Sara mi riporta alla realtà (?!), frego il telefono a Ciube e la richiamo. Lei mi racconta che si è appena persa dalle parti di Fiumicino "anzi se hai finito ti passo a prendere".
Non me lo faccio ripetere due volte, abbandono Ciube al suo destino barocco di trattaive dadaiste e me la svigno. Mi aspetta un pranzo in solitudine insieme ad arabi e cinesi dal pizzettaro dietro Termini.
E quasi tre ore di sonno sul treno.

L'articolo del Corriere:
qui.
L'intervento di Vendola:
qui.


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permalink | inviato da orione il 10/12/2007 alle 17:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

22 novembre 2007

LO STRANIERO / 2


Ci sono cose che dette da Nichi Vendola sembrano credibili: la lotta alla precarietà è una di queste.
L'intervento video qui sopra ne è (a mio giudizio) la prova provata.

Ieri sera Vendola era ospite di Gad Lerner all'Infedele.
Tra le altre cose ha detto che se la Destra "è più forte perché ha la sua idea di società della paura basata sulla precarizzazione dei rapporti di vita e di lavoro e sulla demonizzazione di tutto ciò che è diverso, la Sinistra non può solo limitarsi alla riduzione del danno ma deve fondare una società della speranza".

L'8 e il 9 dicembre si tengono gli Stati generali della Sinistra: partiti, partitelli e mussimalisti sparsi si riuniscono in assemblea per tentare di quagliare. Una delle questioni sul tappeto naturalmente è la leadership.
Sulla sua candidatura Vendola ha glissato con diplomazia, ma neanche troppo. D'altrondo è il migliore e deve cominciare a rassegnarsi (fare riunioni con Rizzo e Diliberto dev'essere dura): anche Uòlter ha dovuto rinunciare all'Africa e alla letteratura per il Piddì, in fin dei conti.

5 novembre 2007

LO STRANIERO


Con la sua intervista al Manifesto, Nichi Vendola affronta senza paraocchi ideologici la questione sicurezza e, pur di denunciare l'urgenza e il pericolo che viene dalle periferie della "società della paura", si smarca da rifondazione & co. E dice che (fosse lì) voterebbe il decreto del governo.

Nell'immagine uno dei manifesti della sua ultima campagna elettorale, curata da Proforma.

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