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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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7 novembre 2011

OCCUPY HALLOWEEN


C’è una consolidata tradizione di tentativo di occupazione del
Samhain. La festa di fine raccolto, l’inizio dell’inverno per gli antichi Celti, è stata importata negli Stati Uniti dai coloni europei che tentavano di portarsi dietro gli antichi dèi e i riti della loro Europa ancestrale. Poi, insieme a Babbo Natale (made in Coke), il sogno americano ha rispedito al mittente la festa infiocchettata di pop, seppur nella sua sfumatura più dark.

Sempre più persone, festeggiando Dracula e Scary Movie, rendono onore agli antichi dèi del lungo autunno pagano e alla loro mitografia. È comprensibile quindi che alla chiesa cattolica girino le palle e che le invettive dei suoi rappresentanti più sanguigni assumano a ogni Halloween i toni trucemente grotteschi della crociata a mezzo stampa. Negli ultimi anni, come da copione, i contenuti delle prediche si sono concentrati sul carattere relativista dei festeggiamenti, che annacqua il valore religioso con frizzi e lazzi.

È buffo che sia proprio la chiesa cattolica a denunciare il furto di fede (frizzi e lazzi contro autentica preghiera), quando la data di ogni sua festa (a partire dal Natale) è stata minuziosamente tarata in modo da coprire quella che c’era prima (in onore degli antichi dèi, appunto), ereditandone fede e abitudine. La denuncia del carattere oziosamente consumistico di Halloween, in Italia trova nell’elettorato ex-Pci il suo alleato naturale, dando al termine “cattocomunista” un altro giorno di splendore.

Quest’anno però l’occupazione più riuscita è venuta da chi, l’occupazione, l’ha fatta diventare il fenomeno politico più cool del 2011. Le annuali parate di Halloween sono state occupate mediaticamente dai cartelli di protesta contro la dittatura finanziaria globale che hanno fatto il giro della Rete in poche ore. Secondo i sondaggi, d’altronde, per i campeggiatori anti-sistema di Occupy Wall Street, la sezione Usa più celebre degli indignados, simpatizzano i due terzi dell’intero elettorato americano.

“A confermare la popolarità mondiale di Occupy Wall Street, le agenzie turistiche ormai hanno inserito Zuccotti Park nei giri organizzati dei torpedoni, alla pari con l’Empire State Building e Times Square. I manifestanti hanno dovuto mettere dei cartelli “I turisti per favore si fermino qui” per evitare che il via vai dei gruppi, insieme con quello delle troupe televisive, finisse per invadere la privacy di chi dorme in sacco a pelo sotto le tende.”

E mentre a Zuccotti Park va in scena la parata delle star politically correct (and very glamour), in Ucraina s’indignano pensionati e reduci della Caporetto afghana dell’Armata Rossa, in Cile si ribellano gli studenti e la primavera araba, la miccia, si fa autunno e consegna la Tunisia alla democrazia islamica (la gente vota un po’ chi gli pare, bisogna farsene una ragione).

“Le immagini si sovrappongono alla homepage, disturbando la lettura. C’è Batman che cerca un lavoro (Lost my job, found an occupation), uno dei protagonisti dei film di Austin Power, Mini-Me, che chiede soldi, un robot che ricorda il potere popolare del «Movimento 99%» (1% rich, 99% poor), un dinosauro che regge un cartello con la scritta «People, not profits» e un’infinità di altre figure prese in prestito dalla politica o dal cinema.”

Occupazioni e sit-in sono sbarcati anche in Rete, con soluzioni molto creative, sui siti di banche e finanziarie brutte e cattive, prima, e con un contest di quattro giorni per creare icone di manifestanti da mettere a disposizione di chiunque, in qualunque parte del mondo, per azioni online. Tutto questo fermento, nell’epoca in cui con una app si calcola l’esatto numero di “schiavi” che mantengono il nostro stile di vita, di certo è un sollievo per il business della comunicazione che ha modo così di testare nuovi talenti. Gratis.

L'articolo, con foto, è stato pubblicato su The FrontPage.

29 marzo 2011

NONOSTANTE NOI


Che lo spettacolo dell’Occidente nella guerra in Libia, al solito diviso e rissoso, sia desolante è fuori discussione. All’interno di questa desolazione, però, Francia e Italia si sono distinte in una sorta di rivincita della finale dei penultimi mondiali, con Sarkozy intento a menar capocciate a nemici e alleati, convinto di poterle poi capitalizzare in voti, commesse e prebende neocoloniali, e il governo italiano oscillante tra la fedeltà al campo occidentale in cui milita dal 1945 ad oggi e la nostalgia del bunga bunga politico-danaroso all’ombra del Libro verde.

Uno degli sport preferiti degli italiani, si sa, è cambiare casacca, idea, fedeltà, a seconda delle convenienze. Così, quando il premier ha espresso “rammarico” per la sorte del vecchio sodale Gheddafi, oltre al rispetto per la coerenza cameratesca dell’unico leader occidentale capace di familiarizzare pubblicamente con personaggi come Putin e Lukashenko, ben oltre l’etichetta dell’ormai celebre “diplomazia della pacca sulle spalle”, si stagliava nitidamente un messaggio che l’ex “migliore amico di Bush e dell’America” (che ha spedito il tricolore in Iraq e Afghanistan) ha tentato di far giungere al raiss: siamo ancora amici.

Ora che anche a destra regna il ‘pluralismo’ più radicale, tra neopacifismi e prudenti realismi si cominciano ad orecchiare (anche fuori dai circuiti criptofascisti) tesi complottarde degne del miglior Giulietto Chiesa. Alla base delle rivoluzioni del mondo arabo di questi mesi ci sarebbe il solito ordito demo-pluto-giudaico-massonico, la Spectre dei finanzieri (quasi tutti in odore di kippah) tenutari delle portaerei storiche del giornalismo, in grado di far schizzare il prezzo del pane pigiando un bottone e d’indottrinare la pubblica opinione a seconda dei propri malvagi disegni. Una cricca di speculatori senza scrupoli e i loro epigoni politici, che Tremonti ha definito gli Illuminati, quelli che tirano le fila della diabolica globalizzazione.

Naturalmente lo sterco del demonio ha una parte in commedia anche stavolta: gas, petrolio, acqua (ce n’è tanta in Libia) fanno gola a tutti. Non è detto però che i rissosi neo-nanetti occidentali riescano ad accaparrarsi tutto come ai bei tempi delle sahariane e delle canzoncine virilizzanti. Brasile, India, Cina e Russia si sono messi di traverso con strategica determinazione (senza deambulare a vanvera tra le bombe e le chiacchiere) e lo scenario si profila assai più complesso dei sogni-incubi dei complottardi di casa nostra. Di certo il governo di Frattini e La Russa pare destinato a giocare un ruolo da comparsa tra i bomber anglo-francesi (Berlusconi che bacia la mano se lo ricordano bene), Obama e le quattro potenze del BRIC, acronimo del nuovo blocco, decise a misurare in politica le performances ottenute in economia. Il ruolo di mediazione a cui da sempre aspiriamo per ora lo sta svolgendo, in tutta l’area, la Turchia di Erdogan (altra economia da corsa).

Poi, nonostante le miserie d’Occidente, la lotta continua. In Siria la polizia ha sparato anche ieri sui manifestanti di Daraa, mentre il regime di Assad si affanna con riforme e pretattiche che si stanno mostrando controproducenti. Venerdì scorso lo Yemen e la Giordania sono stati teatro di manifestazioni, morti e feriti. Tutto questo non spaventa gli insorti ma anzi moltiplica le braci dell’incendio. Con le ovvie difficoltà che comporta ogni processo di transizione, Egitto e Tunisia sono lì a dimostrare che tutto è possibile.

L'articolo, con foto, è stato pubblicato su The FrontPage.

23 febbraio 2011

TECNOBRIGATE


“Alcuni sono insegnanti, impiegati, studenti, ingegneri, dottori (per darti un’idea). Quindi, penso che non siamo stati capiti. Noi non siamo reietti della società. Noi siamo te e tu sei noi. Siamo uniti, uniti per i nostri scopi comuni, ma non so… se siamo le nuove Nazioni Unite. Ma mi piace come suona, e sono certo che a molti piacerebbe questo titolo. Ma non siamo…”. 
È il Corriere che s’incarica di offrire una strepitosa tribuna a “uno degli attivisti internet” di Anonymous, il gruppo diventato celebre per gli attacchi ai siti di Visa, Mastercard e PayPal in difesa di WikiLeaks e, recentemente, a quello del governo italiano ritenuto “una minaccia alla libera espressione”.

“Anonymous combatte per la libertà. Vediamo l’oppressione dei popoli come un attacco contro i diritti umani e la loro libertà. Perciò combattiamo per tutti loro. Non importa se si tratta di Wikileaks, l’Egitto, l’Iran, l’Algeria, eccetera. Siamo qui per difendere i diritti umani e la libertà di parola in tutto il mondo. Perché Anonymous non ha radici solo in un Paese, ma veniamo da tutto il mondo e combattiamo per una causa comune.” Qualunque nodo della rete può proporre un obiettivo al resto del gruppo, disseminato ai quattro angoli del pianeta. Se la causa viene adottata tutti gli attivisti, come l’intervistato @Anony_Ops, si muoveranno insieme per colpire il bersaglio, indipendentemente dalle opinioni “perché lavoriamo per il popolo.”

Dopo OpItaly, l’anonimo attivista di Anonymous ha recensito OpIran. “Vogliamo mostrare agli iraniani che la gente all’estero si preoccupa per loro e condivide i loro sentimenti. Attaccando i siti del governo iraniano, stiamo protestando al fianco dei nostri fratelli e sorelle iraniani.” E quando Viviana Mazzi, che ha realizzato l’intervista sul Corriere via Twitter, gli ha chiesto se la Rete non gli va un po’ stretta risponde che “sì, personalmente sento che quello che sto facendo non è abbastanza e che devo scendere in strada con altre persone per mettere in atto una vera protesta, ma penso che non sia molto pratico andare ovunque queste proteste stiano avvenendo.”

Anno di grazia 2011 (meno di ventidue mesi all’apocalisse Maya): un pugno di anarchici smanettoni tiene in scacco a mesi alterni le cancellerie del media-mainstream internazionale (che anzi li vezzeggiano come vere rock star), seminando il panico fra legioni di dignitari con la piuma sul cappello. Intanto la polveriera del Medio Oriente sta saltando per aria davvero e il Maghreb è in fiamme al grido di “libertà” e nel vuoto politico, tra il muto terrore dell’Occidente. Orde di disperati si apprestano a varcare i sacri bastioni di Lepanto come l’incubo realizzato di ogni Borghezio d’Europa, a sentire gli apocalittici sermoni di tutti i Borghezio d’Italia.

A leggere l’intervista all’anonimo attivista internet mi è venuto in mente Per chi suona la campana e le Brigate Internazionali, attivisti di mezzo mondo che misero sul piatto la pelle per salvare la democrazia spagnola dal colpo di Stato fascista del generale Franco. Senza neppure l’aiuto di Facebook.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

21 febbraio 2011

GIOVANE RIVOLTOSE CRESCONO


Uno dei libri più letti in Egitto, nei giorni della caduta di Mubarak, è la biografia di Kemal Ataturk, padre della Turchia laica pre-Erdogan. La notizia, giunta sulla nostra riva del Mediterraneo come curiosità, racconta meglio di qualunque ponderosa analisi la verità di chi ha messo a repentaglio la propria vita e integrità fisica per sfidare coprifuoco, censura, violenza e conquistare la piazza alla libertà. Ataturk non era Che Guevara né Bin Laden e di sicuro non assomigliava a Khomeini, a cui probabilmente avrebbe fatto tagliare la testa in diretta tv (se fossero esistiti l’uno e l’altra, ai suoi tempi).

Il contagio nel Maghreb e in Medio Oriente non si ferma e il virus della libertà “come una freccia dall’arco scocca, vola veloce di bocca in bocca”. Dopo Algeria, Tunisia, Egitto, Yemen e Iran ora tocca a Bahrein, Kuwait, Oman e Libia. Neanche la dittatura pluridecennale del tiranno situazionista, presunto patrono del bunga bunga (oltre che della tratta di esseri umani verso l’Italia), si è salvata dall’inondazione che sta spazzando il mondo arabo. Come durante l’assalto all’ambasciata italiana di Tripoli, la reazione alla maglietta contro Maometto sfoggiata dall’ineffabile semplificatore Calderoli, il Colonnello ha usato la mano pesante contro i manifestanti e stavolta il bilancio è una vera e propria strage: quasi cento morti di cui buona parte a Bengasi (dove gli abitanti del quartiere dell’hotel che ospitava il figlio di Gheddafi, Saad, hanno tentato di sequestrarlo).

La repressione, oltre alla classica mordacchia alla Rete (attuata anche in Libia) è la cifra stabile della monarchia del Bahrein, anch’essa assediata dalla primavera araba. Il regno di Hamad, erede della secolare dinastia sunnita, conta poco più di un milione di abitanti ma è posizionato strategicamente sul Golfo Persico come bastione degli interessi statunitensi nell’area. La rivolta della minoranza sciita, discriminata a tutti i livelli, ha causato sinora quattro morti e oltre cinquanta feriti durante i loro funerali.

Anche il presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, al poter da più di trent’anni, sta reagendo rabbiosamente alle proteste di piazza capeggiate da una giornalista di trentadue anni, Tawakkol Karman, seguace di Martin Luther King, Gandhi, Mandela e Facebook. Lo Yemen è la nemesi della libertà, oltre che della dignità della donna, i matrimoni sono combinati durante l’adolescenza, la testimonianza di una donna in tribunale vale la metà di quella di un uomo, così come il risarcimento in caso di morte (per la donna si ottiene la metà). Al medioevo etico corrisponde un intenso attivismo di Al Qaeda, di cui lo Yemen è una delle capitali. Tawakkol Karman è la loro nemesi, l’incubo che s’incarna: una donna-leader che incita le truppe dalle colonne del Washington Post. “Dopo l’Egitto, tutti i dittatori della regione cadranno, e il primo sarà Ali Abdullah Saleh”.

Tawakkol Karman l'ho presa qui.
L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

16 febbraio 2011

GIOVANI RIVOLTOSI CRESCONO

“Le motociclette nere dei bassiji sono tornate nelle strade di Teheran, ieri, per disperdere la manifestazione organizzata dall’opposizione al regime degli ayatollah. Lacrimogeni, spari, un morto secondo l’opposizione, decine di arresti hanno scandito il pomeriggio della capitale iraniana, mentre le strade si riempivano di giovani e meno giovani”. Alla faccia di chi gridava al pericolo islamista è proprio l’Iran, i cui leader si erano affrettati a sostenere le rivolte in Tunisia ed Egitto nella speranza (speculare ai pruriti kissingeriani di casa nostra) di accaparrarsene la paternità, a scontare il nuovo contagio.

Il Medio Oriente, ora sì, è una polveriera rivoluzionaria che ad ogni istante ribolle di nuove proteste e nutre così altre turbe rivoltose. Sono i giovani, protagonisti del panorama anagrafico di questi paesi, il motore del cambiamento ed è la libertà il mito rivoluzionario che li spinge a rischiare la pelle, la famiglia e il lavoro. Se poi l’eclissi di libertà che ha impedito loro sinora di votare, pregare e scopare come meglio credono si chiama Mubarak, sovrano-fantoccio di una ultratrentennale democrazia familiare, utile agli interessi occidentali e d’Israele, o Ahmadinejad, leader di una sanguinaria teocrazia antimoderna (prima ancora che antisemita e antioccidentale) non fa differenza.

Il che la dice lunga sulla distanza che separa la realtà dalle categorie dell’analisi, ferme alla guerra fredda o al massimo ai suoi postumi, appunto, kissingeriani. L’Occidente sconta il logoramento della propria leadership innanzitutto come credibile guida del mondo libero, prima ancora che come guerra dei Pil, vittoriosamente condotta dai paesi emersi (Cina, India, Brasile, ecc.). Gli scheletri nell’armadio, la cui sola evocazione ha reso Julian Assange il nemico pubblico numero uno (e non a caso ‘adottato’ in tempo reale da Putin e oggetto delle ironie antioccidentali dello stesso Ahmadinejad), e i riflessi condizionati del vecchio mondo hanno reso l’Europa e gli Stati Uniti vecchi pugili stonati.

Prima l’America del Sud, in cui senza troppi casini sono stati i cittadini a incaricarsi di mandare al potere Morales, Lugo, Chàvez, Lula, Dilma Roussef, Cristina Kirchner, Michelle Bachelet, senza remore rispetto al ruolo di abitanti del “cortile di casa” che era stato assegnato loro dai potenti vicini del nord, ora il Medio Oriente. Intanto le blasonate democrazie della vecchia Europa si sono incartate sulla crisi e su come fare davvero l’Europa (che sembra sempre un po’ il Pd, una cosa ‘da fare’ ma da cui tutti tirano il culo indietro il prima possibile) e gli Stati Uniti, dopo l’Hope di Obama sono di nuovo al palo.

Altre Atene, Parigi, Roma ci aspettano, altre fiamme attendono l’Occidente, troppo vecchio per sperare in belle insurrezioni generazionali rivitalizzanti ma (ancora) troppo ricco per illudersi che gli esclusi dal banchetto rimangano educatamente fuori, con le facce spiaccicate sulla vetrina del ristorante.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

1 febbraio 2011

L'ILLUMINISMO ARABO

“Il chierico Ahmad Kathemi è stupido quanto il suo capo, Ahmadinejad. Nella preghiera del venerdì ha detto che le rivolte in Tunisia e in Egitto sono parte del riflesso della rivoluzione islamica in Iran. Qualcuno gli dica che non c’era un solo islamico o slogan islamico in Tunisia o in Egitto o in Yemen. Continui pure a sognare”. Il blogger libanese As’ad AbuKhalil mette subito in chiaro il significato dell’Illuminismo arabo in cui si comincia a sperare anche in Occidente, stavolta del tutto snobbato dalle piazze d’Egitto e della Tunisia in fiamme.

Quello che è stato definito “il contagio”, il prurito rivoltoso che già pregusta il piazza pulita dei vecchi sultani logorati da decenni di potere, si sta propagando a grande velocità. Algeria, Tunisia, Egitto, Yemen (al debutto assoluto) sono stati scossi alle fondamenta da manifestazioni, scioperi, disobbedienza civile, saccheggi e guerriglia online. Non ci sono solo le avanguardie politicizzate della Rete, la massa di giovani politicamente irrilevanti, spesso acculturati e sospettati, sinora, d’intelligenza col Nemico sia dai regimi che dall’Occidente (a cui i regimi hanno parato il culo in funzione anti-islamista), c’è anche la blasfemia barbarica dei saccheggiatori di templi e l’impagabile risposta delle ronde dei cittadini egiziani a difesa di luoghi e oggetti sacri all’intera umanità.

Eccita e commuove lo slancio di questi ragazzi rivoluzionari, in tutto e per tutto simili ai loro coetanei nostrani, che rischiano tutto per cambiare tutto. Eccita, commuove e fa riflettere la lucidità e l’apparente facilità con cui le scarmigliate truppe di blogger e utenti di Twitter e Facebook stanno mettendo in scacco uno dopo l’altro gli apparati di censura e repressione affinati dai regimi nel tentativo di evitare proprio quello che sta accadendo: la consapevolezza di massa come anticamera di uno sbrigativo congedo con disonore, in tutta fretta per non rimetterci la pelle. E tutto grazie all’accesso in massa alla Rete (+45% in Egitto sono l’ultimo anno).

L’Illuminismo arabo e la décadence italiana si contendono da un paio di settimane i titoli di apertura delle testate di tutto il mondo. Naturalmente è scontato, ma mai banale, segnalare l’enormità del baratro che separa una sponda del Mediterraneo dalle altre (anche solo come monito per i prossimi leghismi da sbarco estivo). Di là si fa la rivoluzione o si muore, di qua si sputtana il sultano, ci s’indigna, lo s’invidia di nascosto a suon di battutine davanti alla macchinetta del caffè, si finisce in mutandine e non cambia mai niente.


L'articolo
è stato pubblicato su The FrontPage.

17 gennaio 2011

I VICINI TUNISINI


Con un copione ormai collaudato, piazza e Rete si sono rivoltate insieme alla Tunisia di Ben Alì, della sua potentissima moglie e del clan a lei affiliato. La novità è che questa volta hanno vinto e il presidente è fuggito in Arabia Saudita (la destinazione di una fuga di solito racconta molto del profilo del fuggiasco). Adesso è l’ora dei saccheggi alla ville del potere, delle rivolte (con stragi) nelle carceri, della ribalderia proletaria su cui tramestano le grandi manovre degli aspiranti timonieri.

Ma prima, durante la “rivolta del pane”, erano stati i bloggers tunisini a raccontare al mondo la situazione del paese. Facebook, Twitter, YouTube e migliaia di blog hanno offerto al mondo un aggiornamento costante sul mese di rivolta che ha cambiato la storia della Tunisia. I video degli scontri e delle manifestazioni hanno fatto il giro del pianeta e nonostante il governo abbia minacciato l’oscuramento dei siti, alla fine è stata la Rete a vincere e a spalancare la piazza agli insorti.

O forse ha perso la debolezza del potere, il gigante coi piedi d’argilla che dopo tante energie dedicate ad accumulare roba si è dimostrato impotente di fronte a una realtà di disoccupazione, aumento dei prezzi e corruzione dilagante, denunciata sul web da gruppi come Nawaat. In Tunisia il 54,3% dei cittadini del paese ha meno di trent’anni e, grazie alla scolarizzazione partita dopo l’indipendenza del 1956, un giovane tunisino medio ha almeno una decina d’anni di scuola alle spalle. Il numero degli iscritti all’università aumenta in modo esponenziale ma il mercato del lavoro non dà sbocchi.

Dopo l’Iran, gli anarchici dell’Exarchia di Atene, gli studenti di Londra e Roma, gli immigrati di terza generazione delle banlieues parigine, sono i giovani tunisini oggi a sfidare il potere costituito. Colpisce l’analogia di fondo di tanta rabbia: la percezione che il no future, metafora punk lirizzante di fine anni ’70, sia alla fine divenuta realtà. Il terrore generazionale del domani, la percezione che l’oggi sia una truffa, un bluff inscenato dai parrucconi di turno per non mollare la poltrona, ogni tanto esplode in una fiammata di rivolta che non ha niente a che spartire con gli indottrinati movimenti degli anni Sessanta-Settanta. Destra e sinistra servono a poco per spiegare la paura del nulla.

La foto è tratta dal sito di Nawaat.
L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

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