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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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19 aprile 2011

LA TASSA DELLA LIBERTÀ


“Sono appassionata di questioni industriali e di ricerca, ho lavorato sul controllo dei bilanci. Mi interessano quasi tutte le questioni politiche. Per esempio, sono favorevole a un compromesso per risolvere l’annosa questione del copyright: imporre una
flat rate per poter scaricare tutto senza più questa insensata guerra tra consumatori e produttori di contenuti”.

Ci voleva Amelie Andersdotter, con i suoi 23 anni la più giovane eurodeputata di Strasburgo, per dare forma a un’ovvietà che mi ronzava in testa da parecchio tempo. Amelie è stata eletta in Svezia nelle file del Partito Pirata, arrivato alle elezioni del 2009 al 7,1% dopo l’arresto dei fondatori di The Pirate Bay, una delle più importanti piazze online per lo scambio di files (il cosiddetto peer to peer). Il sito è oscurato in Italia dal 12 febbraio 2010, come informa la sezione nostrana (che suggerisce alternative con tanto di banner grafici in diversi colori), dopo che il Tribunale di Bergamo ha obbligato tutti i providers italiani a bloccare l’accesso al server pirateschi.

Scaricare e condividere musica, film e altri file è una realtà contro cui ogni combattimento si sta dimostrando vano se si escludono, naturalmente, i paesi in grado di investire tanto denaro, mezzi e lavoro per mettere in piedi un apparato di censura degno di uno stato totalitario moderno. In tempi di crisi (e di svacco politico manifesto) prevalgono i ‘vorrei ma non posso’ di aspiranti fustigatori del libertinaggio informatico, che in Italia si riflettono in un pullulare di proposte di leggi all’insegna della tolleranza zero ma destinate a sicuro fallimento. Forse sarebbe ora di prendere in parola Amelie.

La sua proposta è l’uovo di Colombo. Introdurre una sorta di pay per peer, una tassa che permette di scaricare liberamente e legalmente, produrrebbe nuovo e insperato gettito oltre che un sospiro di sollievo dei potenziali criminali, svariate centinaia di migliaia di persone (forse qualche milione solo nel Belpaese) e delle forze dell’ordine, che probabilmente hanno di meglio e più utile da fare che mettersi a fiutare le tracce informatiche di quindicenni brufolosi al primo porno o di tranquille signore che si scaricano Bach o Lost.

Intanto il ministro Maroni, nel sostanziale silenzio dei grandi media, continua a sostenere che scaricare o condividere musica non è un reato, che non intende perseguire chi lo fa (al contrario dei compagni di guerre umanitarie, francesi e inglesi) e che sogna un sito nazionale da cui poter scaricare gratuitamente e legalmente grazie al sostegno di sponsor. Tra la proposta della deputata europea Amelie Andersdotter e quello che, con un certo sprezzo del pericolo, dice Maroni c’è lo spazio per un bel condono informatico tombale e preventivo. Un compromesso all’italiana di cui andare fieri, per una volta.

L'articolo è stato pubblicato (insieme alla foto) su The FrontPage.

2 marzo 2010

MANETTE IN RETE

"Mi chiedono di dire quanti siamo, mi chiedono i numeri, io rispondo chissenefrega! La piazza è completamente piena, piena quanto lo era per la manifestazione sulla libertà di stampa. Quanti erano allora? 200 mila? Noi siamo quanti loro". Questo il Gianfranco Mascia-pensiero, dopo la manifestazione di Piazza del Popolo. "Ma i numeri non sono importanti importante è essere qui. In modo indipendente dai partiti". Specificava poco prima il Mascia, che è uno dei portavoce del movimento che aveva trionfalmente annunciato alla vigilia di essersene liberato (dei partiti) anche dal punto vista finanziario, grazie al fund-raising online. Al netto di portavoce e pr (che risultano essere più o meno gli stessi da almeno un paio di “movimenti”) è un fatto (e a suo modo un evento) che un brand nato in Rete ha messo in fila (sotto il palco) Rosy Bindi e Emma Bonino, Di Pietro e Pannella, Vendola e il Pd, Rifondazione e i Verdi, tutti. A parte Casini.

 

Ironia della sorte, mentre le opposizioni politiche e sociali (ri)unite si accodano, sostanzialmente acritiche, al “popolo viola” contro le iniziative del governo sulla giustizia e a difesa della magistratura, sono proprio due libere toghe a emettere due storiche sentenze (che condizioneranno pesantemente il dibattito politico) contro due simboli (opposti ma non troppo) della Rete libera: Google e The Pirate Bay.

 

La sentenza di Milano contro Google, che ne ha condannato i dirigenti per violazione della privacy per il video delle violenze sul bimbo down, mette in discussione il principio cardine della neutralità dell’intermediario (che permette agli utenti di partecipare, liberamente) con conseguenze potenzialmente devastanti, innanzitutto in termini economici (l’ambasciatore USA in Italia si è detto “negativamente colpito dalla sentenza”). Il Tribunale di Bergamo invece ha obbligato tutti i providers italiani a oscurare l’accesso a The Pirate Bay, lo storico portale svedese (che ha dato i natali al Partito Pirata, 7% alle ultime Europee) tramite cui gli utenti si scambiano file audio o video. Motivo: accesso (indiretto) a prodotti protetti dal copyright. I pirati (e i manager di Google, come prima Craxi & Co. e prima ancora chi ospitava un amico di un amico di un brigatista) non potevano non sapere.


L'articolo è stato pubblicato su The Front Page.
La foto l'ho trovata qui.

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