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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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4 marzo 2013

PRIMA DELL'ESTINZIONE


Una decina di giorni prima del 25 febbraio 2013, dopo che una pioggia di meteoriti aveva provocato esplosioni nel cielo degli Urali, un asteroide di centotrentacinquemila tonnellate e quarantacinque metri di diametro era sfrecciato a circa ventisettemila chilometri dalla Terra, alle 20 e 25, ora italiana. Senza apocalissi di sorta. Anche i più tenaci apologeti dell’Armageddon Maya ritardato si erano dovuti arrendere alla noiosa evidenza della persistente sopravvivenza della, cocciuta, specie umana.

Dopo dieci giorni, più o meno alla stessa ora, era ormai chiaro che in Italia il Maya di turno non era nato tra le nebbie della bassa padana di Bettola. Di lì a qualche ora l’inviato di Porta a Porta, imbalsamato nel suo piumotto circonfuso dalle luci di scena e dalla spettrale quiete residenziale promanante dalla villa del timoniere di Sant’Ilario, avrebbe spalancato le braccia e il sorriso, disarmante e disarmato: “non abbiamo contatti con Beppe Grillo, né col suo staff… di nessun tipo”.

“Gli alieni sono invece introvabili, non sai con chi parlare, sono inafferrabili, interlocutori politici potenziali e media sono alla stessa stregua tenuti fuori dalla porta, anzi non c’è la porta, non si sa dove stanno e che fanno, vai fuori dalla casa di Grillo a Genova o vai a Bologna dove c’è un’esperienza in Comune o cerchi disperatamente di vedere se c’è un modello siciliano di omologazione, chissà, non hanno l’etichetta al citofono, vogliono fare le sentinelle della rete dentro le istituzioni, la delega ai capi è assoluta, nessuno si sente autorizzato nemmeno a fingere di avere una opinione per sé, spendibile politicamente, comunicabile senza passare per l’imbuto del web controllato dal blogger.”

E pouf. Passa una settimana e l’Italia è Mars Attacks. Alieni, setta, strategia diversiva di matrice neoliberista o forza di occupazione che dir si voglia: fatto sta che la prima parte del tanto sbandierato piano di Grillo&Casaleggio è andato magicamente in porto e l’Italia, le istituzioni repubblicane e tutta la baracca sono in ostaggio. Dopo anni passati a far le prove, scimmiottando le Br prima (sul blog venivano pubblicati i “comunicati politici” con un font tipo ciclostile anni ’70) e scippando poi senza vergogna Alan Moore, Anonymous e il movimento antagonista dell’icona di Guy Fawkes.

Appena si aprono le urne, come per magia, alcuni dei protagonisti della storia della Repubblica recente e meno recente non esistono più. La polizia del karma inghiotte subito Fini, Di Pietro, i comunisti e i verdi di ogni ordine e grado (già semi-morti), Ingroia, ma anche Casini e Monti scompaiono presto dai radar delle agenzie dopo le prime, pallidissime, dichiarazioni di rito. Come previsto dal Piano di Occupazione Stellare del Nexus 7 con gli occhialoni, rimangono in piedi solo l’uomo di Bettola e quello di Arcore, nati sotto il segno della Vergine. Lo stesso giorno.

Vendola, come da programma, comincia a sbarellare e attacca a dare segni di diserzione ad appena ventiquattrore dalla chiusura dei seggi. Aveva impiegato fior fior di sonetti e narrazioni per spiegare al popolo della sinistra e ai fratelli dei media di volta in volta convenuti che Grillo era un fascista della peggior risma, populista e maschilista becero, gemello del Berlusca brutto e cattivo, e ora la stessa passione gli sgorga con medesima ispirata naturalezza per sostenere l’esatto contrario. Naturalmente ha buon gioco, il timoniere, a prenderlo per il culo senza troppi complimenti.

“Vendola si è ingrillato all’improvviso dopo le elezioni. Si è vestito di nuovo come le brocche dei biancospini. Sembra un’altra persona. Ha un rinnovato linguaggio, comunque sempre variegato, e adopera inusitate e pittoresche proposizioni verso il M5S. Vendola ci ama: “Grillo non è un fantasma per il quale bisogna convocare l’esorcista, è un nostro interlocutore”. È lo stesso Vendola che il 20 febbraio 2013, a tre giorni dall’appuntamento elettorale, su La 7 spiegava: “Grillo è un populista di piazza. Grillo è il virtuoso della demolizione ma chi ricostruirà il Paese? Grillo è un’evoluzione di Berlusconi.”

Tra l’altro probabilmente è vero. Grillo è un’evoluzione di Berlusconi tanto quanto il MoVimento a 5 Stelle è un upload di Forza Italia del 1994. Quello era un partito-azienda e questo sembra assomigliarci parecchio, il timoniere è il leader carismatico assoluto tanto quanto (e forse ancor di più) il Cavaliere Nero dell’epoca. Casaleggio-Stranamore, poi, è molto più affascinante di Dell’Utri, anche se con l’ex braccio destro di Berlusconi condivide la passione bruciante per le cavalcate culturali d’annata.

Dice bene Ferrara: “il punto è che i grillini, nel bene e nel male, perché questa è la loro novità e la loro forza oltre che la loro controversa ambiguità, non sono un partito di plastica come fu Forza Italia, magari, e non sono un partito di terra e sangue come fu la Lega nord, magari. Non sono proprio, i grillini, un partito o un movimento materiale, che abbia luoghi di formazione comprensibili e solidi, radici culturali, un legame anche labile con una tradizione, magari da ribaltare. Sono leggeri come ultracorpi, body snatchers, invadono lo spazio pubblico clonandosi e moltiplicandosi con il consenso elettorale legittimo, ma lasciandosi alle spalle piazze, polmoni e comizi che non esprimono la loro autentica identità istituzionale, il loro carattere come soggetto politico, ormai delegato a un esercito di piccole figure scelte da piccole folle mediatiche sotto la occhiuta sorveglianza di una società di marketing, la Casaleggio & Associati.”

Sono tutto e niente, festeggiati nell’ultima novecentesca orgia un po’ lugubre da Dario Fo ed Ernesto Galli Della Loggia, Leonardo Del Vecchio e “Bifo” (leader del ’77 bolognese), Celentano e Goldman Sachs. All together. E blanditi e corteggiati, a suon di minacce spuntate e lusinghe idiote quanto inutili, dall’agonizzante non-vincitore delle elezioni. Lo scouting dei grillini è una sonora stronzata che permette al timoniere di gridare al mercato delle vacche, il giorno della richiesta di quattro anni di carcere a Berlusconi per la presunta compravendita di senatore.

Dopo aver sbagliato tutto quello che c’era da sbagliare, dalle primarie blindate agli italiani ai giaguari sul tetto, a quel che resta del più grande partito della sinistra italiana rimane uno spazio di manovra molto limitato, ma decisivo. Essersi chiusi nella ridotta di un piccolo mondo antico immaginario, tra giovani-vecchi spartani molestatori di blogger e funzionari decrepiti che non rispondono a nulla se non a patetiche e suicide logiche di corrente, ha impedito sinora di mostrare al Pd la reale posta in gioco.

Il dopobomba ha l’innegabile vantaggio della nitidezza. E mentre il duo di Weimar gioca al Joker di Batman e soffia sul caos, aspettando l’ultimo rantolo di un sistema irriformabile per clonare definitivamente le istituzioni repubblicane in un software eterodiretto da una maggioranza di byte “eletti solo dalla Rete”, la gente in carne ed ossa comincerà presto a farsela sotto. Grillo ha scritto che di qui a sei mesi non ci saranno più i soldi per pagare pensioni e stipendi: significa che prevede che in sei mesi salti il banco.

Questo è, ragionevolmente, l’intervallo di tempo rimasto per far saltare il banco a loro. La seconda parte del geniale piano del timoniere e del guru capelluto prevede, dopo il blocco della democrazia repubblicana, il filotto. Si torna a votare, sbaragliano tutti e inizia Brazil. Per questo sono e saranno indisponibili a qualunque alleanza di governo, di qualunque genere, con qualunque programma. In questo sta l’evoluzione, l’upload, rispetto a Forza Italia: nella natura intrinsecamente totalitaria del loro movimento.

Ma c’è un ma, anche se tenue. La politica: qualcuno è in grado di portare in Parlamento alcune leggi (poche, radicali e in fretta) che rispondono all’incazzatura popolare e, rompendo l’incantesimo, mostrano che si può fare. L’aula sorda e grigia può riformare sé stessa e allora, si, Grillo potrà serenamente essere mandato affanculo dagli elettori. Che notoriamente non votano mai per gratitudine.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

19 gennaio 2013

CAYMANISTAN 2 / IL RITORNO

“Diciamo che la politica va vista con attenzione. Ingroia ora è un’eversione nera che incide nel profondo il movimentismo ormai smarrito che si definisce di sinistra, ma che poi si innamora di progetti di ultradestra come Grillo, Ingroia, Di Pietro. Berlusconi è stato comunque l’ultimo a fare politica estera e per questo l’han fatto fuori. Se non altro perché i nemici li preferisco davanti piuttosto che di fianco, butto anche io Ingroia.”

Il mio vecchio compare di occupazione Fabio Zanon, dopo un acceso e per certi versi tipico dibattito pre-elettorale su Facebook, risponde così alla questione che avevo posto all’attenzione dei miei amici virtuali: “Tra Berlusca e Ingroia giù dalla torre ci spedisco Ingroia”. Zanon conduce in queste ore un’appassionata e incredula campagna, da sinistra, contro la candidatura del magistrato palermitano.

La sua incredulità si appunta sull’innegabile dato di fatto che il calderone politico di tutte le sigle, associazioni, movimenti e collettivi dell’estrema sinistra (Partito Comunista dei Lavoratori escluso, se non erro) abbia come leader un magistrato, peraltro di nota propensione “manettara”, accompagnato da due ex colleghi come il brillante De Magistris e l’ormai spompato Di Pietro (apripista però di questa sorta di privatizzazione della politica per via giudiziaria).

Ironica sorte, quella dei militanti dei centri sociali, del movimento No Tav e di tutte le realtà antagoniste per cui, sinora, il magistrato di turno era stato fondamentalmente stato il capo delle guardie. Quello che mandava la perquisizione, faceva sequestrare il computer, arrestare i compagni di lotta. Ora legalità e questione morale (“intrinsecamente reazionaria” secondo un altro commentatore su Facebook), diventano erga omnes il mito fondativo della nuova rivoluzione civile e tengono in scacco gli altri. “Un po’ come se la Juve entrasse in campo dichiarando: il nostro obiettivo è rispettare il regolamento”. Sintetizza efficacemente Zanon.

Spostandosi un po’ a destra, poi, non è che il panorama si rallegri più di tanto. “Benvenuta Sinistra” ricorda con vago struggimento “Maledetta Primavera” e i sondaggi consegnano un poeta pugliese sembra sempre più sfiatato, un po’ dalla competition col magistrato (che si dichiara gagliardamente pronto a ritornarsene in Guatemala, dovesse girar male) e un po’ dall’inevitabile abbraccio mortale con la logica di governo (logica a cui peraltro è ben rodato), fatta più di compromessi e mezze sconfitte che di narrazioni ispirate.

“Il logo di Monti sarebbe perfetto come nuovo logo del Club Alpino Italiano, è tristissimo, quasi da pompe funebri e con un font vagamente fascistoide”. “Scelta civica: con Merkel per l’Italia” è senz’altro il fake più riuscito del nuovo logo del ressemblement centrista che fa capo a Monti. Che non è brutto, come dice Toscani, se la pubblicità dev’essere un modo per rappresentare con efficacia il prodotto.

Perché questo è il prodotto. Ormai a seguire anche distrattamente le cronache, pare evidente che definire elitario o tecnocratico l’approccio alla politica di Monti sia piuttosto generico e per certi versi fuorviante. Il premier si comporta, agisce e interagisce come se fosse né più né meno, tipo, che il responsabile risorse umane per l’Europa del Sud della Goldman Sachs o di una Spectre qualsiasi e gli fosse toccata in sorte la rogna di raddrizzare, secondo logiche aziendali immote e immutabili, la guappa Italia.

Intanto, nei duri fatti, la gente comincia a toccare con mano quanto e cosa significa la “cura Monti”. Non solo per una questione di quattrini, che sono più che sacrosanti sia chiaro, ma in termini di concezione della vita in comunità. Di spazi di libertà e responsabilità. Il nuovo redditometro, che inverte l’onere della prova tra Stato e individuo in materia fiscale, rappresenta assai bene la destinazione poliziesca a cui conduce il carro funebre dell’austerity montiana.

Gli alleati inevitabili, apparentati coi fratellini di sinistra di Vendola, sono allo stato attuale l’unico partito in campo. Il Maya di Bettola, confortato dai potenti fiati del destino, ha sparigliato le carte nella sua metà campo (e soprattutto in ditta), ma ora si trova coi sondaggi che lo inchiodano (di già) alla quasi ingovernabilità del Senato. Se Ingroia non desiste (e non mi pare il tipo, visti i precedenti) nelle regioni in bilico (Lombardia, Veneto, Campania e Sicilia) si fa dura.

Così, dopo le Cayman e il fuoco amico, è partita la corte a Renzi a cui pare stiano cominciando a piovere profferte di poltrone e primizie. Si dice che il Sindaco di Firenze aspetti il prossimo giro, il cadavere sul fiume, scommettendo da pokerista sulla fragilità del sempre più probabile Bersani-Monti-Vendola, per poi ripresentarsi in camicia bianca col sorrisetto sornione come a dire: avete visto? Di certo se avesse vinto lui, non si sarebbe assistito al Ritorno.

L’ennesimo Ritorno, nella partita ventennale tra Berlusconi e il resto del mondo, la solita incredibile telenovela che inchioda l’Italia a un’epoca in cui Internet era conosciuto solo da quattro scienziati occhialuti e il Muro di Berlino era caduto da qualche anno appena. L’Era televisiva, il passato che non passa, e che giovedì scorso è andato in onda in prima serata, da Santoro, e ha fatto lo stesso share della finale del Festival di Sanremo o dei Mondiali.

“Lasciate che vi spieghi com’è questo paese: questo paese non è governabile” ha esordito Berlusconi nella fossa dei leoni, con un sorriso smagliante. Chi, come i bagarini inglesi, credeva che sbroccasse, si mettesse a urlare paonazzo in volto, lasciasse lo studio, si è dovuto ricredere. “Santoro siamo da lei o siamo a Zelig?”  Ha esclamato a un certo punto in un vertice creativo, quando ormai l’intrattenimento aveva definitivamente sussunto la politica, prima di giustiziare il giustiziere: “Lascialo qua, Travaglio, lo voglio guardare in faccia”. Dopo, come da copione, sono (ri)cominciati i cazzi amari.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

19 novembre 2012

KARMA POLICE

“La vita sulla Terra, come la conosciamo, non sarebbe possibile senza la protezione esercitata dal campo magnetico. Secondo studi recenti la magnetosfera sarebbe interessata da un processo d’indebolimento. Si tratta di un processo lento, ma progressivo”. Non è il solito buco web di untorelli new age (il capovolgimento dei poli magnetici era uno dei must apocalittici in vista del 21/12/2012) ma un comunicato dell’Esa, l’Ente spaziale europeo, che sta lanciando una nuova missione per capire che diavolo sta succedendo: “nei prossimi anni il campo magnetico potrebbe arrivare a un punto di non ritorno, a un livello mai conosciuto dall’uomo”.

A un mese dalla fine del calendario Maya, tutto si può dire fuorché il mondo scoppi di salute. Con gli occhi ancora colmi delle immagini della capitale dell’Occidente, sfregiata dagli elementi nell’intimo dei suoi muscoli architettonici lanciati contro il cielo, la puzza di guerra che arriva dal Medio Oriente lascia presagire un Natale all’insegna del terrore. Allo strazio delle vittime e alla disperazione dei bambini ebrei e palestinesi si aggiunge la paranoia di una guerra vera, con Israele da una parte, il mondo arabo dall’altra e alcune testate nucleari (vere e presunte) in mezzo.

Tutto questo dopo che il segretario di stato Usa, Hillary Clinton, ha annunciato la propria indisponibilità a ricoprire l’incarico nel nuovo governo di Obama. Gli occhi di tutto il mondo sono ancora una volta puntati su di lui, l’uomo del discorso del Cairo. Il Papa Nero è stato appena rieletto, non certo in pompa magna come hanno raccontato con consueta cialtronaggine paesana dalle nostre parti, ma pur sempre con un margine molto superiore ai pronostici della vigilia, sia nel voto nazionale che tra gli stati grandi elettori.

Naturalmente sono tante le ragioni della vittoria di Obama, a partire dall’inadeguatezza goffamente robotica del suo avversario, ma fra tutte spicca l’operazione Chrysler. Sergio Marchionne, il nemico giurato della sinistra italiana, è stato il protagonista dell’evento più atteso dalla sinistra worldwide: il beniamino dei liberal di tutto il mondo rieletto presidente grazie al salvataggio di Stato del colosso dell’auto americana, con i lavoratori a metà stipendio e il plauso unanime del sindacato.

In coincidenza con la fine del calendario Maya, o forse per via della perdita di vigore della corazza naturale del magnetismo terrestre, che impedisce alla Terra di trasformarsi in un Marte o in una Venere, pare che la polizia del karma si stia incaricando di recapitare i suoi paradossali verdetti con crescente impazienza. Non solo il Papa Nero made in Fiat, dunque, ma una serie di piccole scorribande di riequilibrio karmico che sembrano proprio non poter aspettare oltremodo.

“Milano è un villaggio. Tutti sapevano tutto di tutti. Lui arrestava, istruiva processi-bomba, percorreva in favore di telecamere corridoi fatali accompagnato da avvocaticchi con i quali concordava l’uscita degli arrestati dalle camere di sicurezza in cui si riscuoteva con la paura del carcere la confessione, ma già si sapeva tutto di quel coraggioso magistrato in carriera politica. Si sapeva che non era uno stinco di santo, che le sue cadute di stile erano piuttosto pesanti, che il tout Milan era pieno di gente di denari che aveva avuto rapporti spuri con l’ex poliziotto laureato di fretta e messo lì a fare da battistrada dei professorini dell’anticorruzione del pool, si sapeva quel che è venuto fuori pubblicamente dopo, e cioè che aveva avuto rapporti inconfessabili con un pezzetto dei servizi diplomatici (e altro) americani, che la sua storia di pm antipartito era la storia stessa di come veniva calando la cortina di ferro della guerra fredda.”

Il prosaico cade male, nella strapaesana italiana cosiddetta Terza repubblica (in fieri). La faccia di Di Pietro, davanti alla gendarmeria della “commissaria Gabanelli”, come la chiama Giuliano Ferrara nel suo articolo definitivo, sembrava proprio quella del “mariuolo” di craxiana memoria colto con le mani nella marmellata. Sadicamente, ma non troppo, in diversi hanno rievocato la bavetta di Forlani, in aula al processo Enimont: la giustizia infatti non solo (o non tanto) è uguale per tutti. Ma è – soprattutto – equilibrio.

E una volta che si mette in moto, il processo di assestamento non si arresta sino a quando non c’è un equilibrio nuovo. Così capita di assistere alla triste parabola discendente dell’ex Caimano dei caimani, ridotto a mitragliare a salve, a giorni alterni, il governo in carica e a ritrovarsi puntualmente svillaneggiato dai giornali (che un tempo non troppo lontano lo onoravano di una demonizzazione a nove colonne) a pié di pagina, in angoletti troppo angusti per l’ipertrofico ego che scalcia ancora dai titoli.

Oppure di scoprire che dopo tanto bla bla rottamatorio, tra i “Fantastici 5” candidati alle primarie l’unico che azzarda qualcosa di politico (la riforma fiscale capace di assorbire l’evasione = mettere i cittadini in contraddittorio finanziario = fare scaricare tutto a tutti) e scalda i cuori della sinistra del web si chiama Bruno Tabacci, ha centotrentacinque anni ed è un cazzuto di democristiano. Quelli che l’hanno capito per primi, gli agenti segreti della karma police, sono i Marxisti per Tabacci. Normale, poi, che il compagno Bruno sbugiardi le velleità nuoviste del giovane turco Renzi, menandogli calci negli stinchi per tutta la pallosissima versione-primarie dell’X Factor di Sky.

Il pallido Matteo ormai arranca palesemente e certo non aiuta che due tra i suoi economisti di riferimento – Alesina e Zingales – abbiano dichiarato di sostenere Romney. Un amico di tFP, pochi giorni prima del voto, mi ha scritto che “Obama è diventato lo spartiacque fra buoni e cattivi”. L’hanno spiegato anche a Renzi? Intanto Casaleggio, Grillo & associati, liberati ormai dallo stereotipo dei liberatori e ventre a terra nelle purghe d’autunno, continuano a scavare indisturbati, lasciando agli esodanti il continuo rimpallo della propria inconcludenza. Manco la legge elettorale sono riusciti a cambiare.

Per quadrare il cerchio, infine, il rottamator cortese si è candidato segretario del Pd, in Lombardia hanno candidato a furor di partito l’ennesimo “civico”, di sicuro spessore ma conosciuto dal grande pubblico solo per il tragico lutto (continuare a tirare in ballo orfani e vedove oltre a essere macabro e patetico inizia a risultare avvilente), che per prima cosa ha tentato di abolire le primarie e Crocetta neo-presidente della Sicilia ha annunciato Franco Battiato neo-assessore alla cultura. Quello di “mandiamoli in pensione i direttori artistici, gli addetti alla cultura”. Addavenì.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

23 ottobre 2012

LOMBARDIA CANAGLIA


Dopo Er Batman, la Polverini in contromano con l’auto blu per andare a comprare le scarpe, la fine ingloriosa del Formigoni V, ora potrebbe toccare a Errani. Il 2012, pur non  accogliendo le astronavi aliene sul Viale dei Morti di Teotihuacan, sembra proprio l’anno del piazza pulita congiunto di governo e parlamento italiano, Lazio, Emilia-Romagna e Lombardia. Oltre alla Sicilia, che va al voto a fine mese. Il tutto in uno scenario politico vagamente apocalittico.

Grillo, che ha l’età di D’Alema anno più anno meno, si fa lo Stretto di Messina a nuoto per lanciare la campagna elettorale “separatista” del M5S per le regionali della Sicilia. I sondaggi dicono che rischia di ritrovarsi primo partito dell’isola e secondo a livello nazionale, al 21 per cento e passa. Il Pdl è poco sopra il 14 e il Pd è quasi al 26, l’Idv torna intorno al 4, l’Udc verso il 5 mentre Lega e Sel si attestano sul 6. Si votasse domani tornerebbe Monti.

Naturalmente non è indifferente, in termini politici e/o elettorali, il risultato delle primarie del centrosinistra. La coalizione del Pd con Sel e il Psi in caso di vittoria di Renzi potrebbe andare in pezzi: Vendola, col suo classico cinismo gabellato da coerenza, si smarcherebbe per incassare da sinistra i cocci dell’ex Pd (o del più probabile esodo di funzionari e attendenti).

A sentire Renzi, invece, il Pd a trazione renziana vale il 40%, come neanche nei sogni più bagnati del neo autorottamato Veltroni, già teorico della vocazione maggioritaria (e arrivato a onore del vero all’ineguagliato 33%). E quindi forse avrebbe i numeri per riuscire a vincere e a governare, senza bisogno di supplenti o parenti-serpenti. Certo, se gli ultimi sondaggi sulle primarie si confermeranno sarà dura verificare.

Secondo il più incazzato il Bersani neo-rottamatore che mette D’Alema alla porta senza troppi complimenti sta giocando una partita “gesuitico-stalinoide” e mostra che “una famiglia politica che non sa rispettare se stessa, la propria storia e dignità, è condannata alla dissoluzione.” Secondo i bersaniani (che i botteghini danno in aumento, a prescindere dalle polemiche miserabili sulle Cayman e i giardinetti) il vero rinnovatore è lui, lo smacchia-giaguari che ha passato gli ultimi anni in Tv a sganasciarsi con Crozza.

Una buona occasione per dimostrare che è vero, che il rinnovatore è lui, è la scelta del candidato governatore della Lombardia, nel caso in cui il Celeste riesca a mandare tutti a spendere prima di Natale (e sotto profezia Maya). Ad oggi il nome più papabile, fra quelli che circolano (Ambrosoli ha declinato), è quello di Bruno “prezzemolo” Tabacci (senza offesa, s’intende, l’uomo è intelligente). Lo score – deputato e assessore a Milano in contemporanea, presidente della Lombardia cinque lustri fa sotto il segno di Ciriaco De Mita – non ne fa proprio il frontman ideale per l’assalto dei grillini.

Non è un dettaglio da poco, il nome, nelle elezioni della Lombardia. Se c’è una cosa che il ventennio celestiale ha lasciato è l’enorme aspettativa per il dopo. Per chi verrà dopo, perché gli elettori capita che siano più avanti dei politici (specie di quelli di centrosinistra) e che gli importi fino a un certo punto di salamelecchi programmatici e guazzabugli organizzativi. Quando si tratta di governare una regione che è uno stato di dieci milioni di abitanti, tra i più avanzati d’Europa, il manico fa la sua brava differenza.

Naturalmente per fare un nome che funzioni bisogna avere un’idea di che cosa si vuol fare e, prima ancora, di chi ci si crede (o modestamente si vorrebbe) essere. La celebre e celebrata “soggettività politica collettiva” che, nel bene e nel male, a Milano ha espresso un sindaco di sinistra dopo un altro ventennio, ora preme per il bis. Quindi delle due una: o si fanno le primarie o il nome che esce dal conclave deve essere all’altezza di quest’aspettativa. Dello zeitgeist, fotografato dall’immancabile sondaggio sul giornalone dell’editore-tessera numero uno del Pd (e main sponsor dell’usato sicuro Bersani alle primarie nazionali), che ha permesso la presa di Palazzo Marino.

Poi bisogna mettersi d’accordo su cosa s’intenda per “avanzato” e forse le primarie sono uno dei ring migliori per uscire con una risposta condivisa. La Lombardia di Formigoni, tra un arresto e l’altro, ha pure trovato il tempo di mandare nel panico per quasi un mese i malati di epilessia, mettendo a pagamento due farmaci di largo consumo. Poter essere presi in ostaggio, senza nessuna ragione, dal pensiero di 150 euro al mese di più, che possono significare l’addio alle ferie del 2013 o alla settimana bianca, alla camera del figlio, o alla pizza e alla palestra: questo significa essere malati.

“Avanzato”, per i malati (ma anche non), coincide con il contrario della paranoia gratuita procurata dall’incuria politica di un Titanic incastrato fra le nuvole del Pirellone. Essere liberi di curarsi come si crede, dovendo risponderne solo a sé stessi, ai propri medici e alla propria famiglia, senza moralismi puntati. La Toscana del bersaniano Rossi ha scelto la strada della libertà di cura, disciplinando l’uso farmacologico dei derivati della canapa indiana, in modo da evitare ai malati l’umiliazione del bavero alzato e del centone che sguscia in cambio del pacchettino furtivo. Col rischio di perdere il lavoro e/o la custodia dei figli, farsi ritirare il passaporto o magari qualche giorno di galera.

L’avanzato centrosinistra lombardo può permettersi un’Agenda Rossi? La rottamazione bettoliana è davvero una posa tattica un po’ meschina (e col fiato corto) o sotto lo stanco termine “rinnovamento” c’è qualcosa di politico? Se il tenore della tenzone sarà Albertini (o Lupi) vs Tabacci, in assenza di primarie, è facile che certi contenuti diventino un’esclusiva del Movimento 5 Stelle. Che in più ha il vantaggio di non aver bisogno di spiegare, di sottilizzare, di specificare. E ha tutto da vincere, anche perché se succede davvero, poi, non si sa come va a finire.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

16 ottobre 2012

BERSANAMENTO


“È stato un capolavoro di democrazia. Se usciamo bene dalla vicenda delle primarie non ci ammazza più nessuno”. Di certo adesso faranno più fatica ad ammazzare lui. Bersani, il segretario, dopo l’Assemblea nazionale del Pd del 6 ottobre è stato salutato dal coro mediatico come un generoso liberale che, un po’ per tattica un po’ per convinzione, le primarie le ha aperte davvero. Con qualche regoletta, certo, ma un po’ di regole ci debbono pur essere, no?

Le regolette, però, per definizione sono vincolanti e in questo caso la sanzione per chi non le rispetta è stare a casa, senza se e senza ma. Così, dopo i primi attimi di entusiasmo, gli aspiranti premier del Pd, outsider che avevano annunciato la propria candidatura in deroga all’articolo 18 (i casi del destino) dello statuto che prevede che sia il segretario a rappresentare la ditta alle primarie di coalizione, si sono resi conto di essere rimasti in braghe di tela.

Alle diciottomila firme di iscritti al Pd (“Una follia, io ci ho rinunciato già il primo giorno”, dice Puppato) si sono affiancate pastoie burocratiche stile lasciapassare a 38. Elenchi degli iscritti consultabili solo all’interno delle sezioni del partito, per via della privacy (che non vale per l’albo pubblico degli elettori, però), blindatura senza quartiere della maggioranza già bulgara in Assemblea nazionale, con conseguente difficoltà a trovare le novantacinque firme necessarie per candidarsi.

“Io posso parlare per esperienza diretta. Diversi delegati che avevano assicurato di voler sostenere Renzi, hanno cambiato improvvisamente idea. Alcuni si erano fatti avanti con convinzione, ma dopo qualche giorno e qualche colloquio privato, hanno fatto un passo indietro”. Salvatore Vassallo, deputato neo-renziano (ed ex veltroniano), descrive un clima da “o con noi o contro di noi” che forse è quello che aveva in testa Bersani quando, con apprezzabile humour emiliano, ha gridato al “capolavoro di democrazia”.

Il Bersani neo-rottamatore (che può già incassare il bye bye di Veltroni) è uscito bene dall’Assemblea nazionale, garantendo a Renzi la possibilità di correre (e svincolandosi dai vecchi pachidermi) ma costringendolo a una silenziosa conta old style di delegati “fedeli” e bastonando senza pietà gli altri outsider in grado di togliergli voti al primo turno. Pare che solo la Puppato riesca a trovare le firme, unica donna “in gamba” per i Bettoliani del secondo turno e/o clone mignon del segretario, per i maligni.

Sarà l’acrilico, ma a me la cartolina di Bettola piace. Forse perché è talmente fuori dai canoni della comunicazione contemporanea (pure quella più dadaista) e così sideralmente distante dal “made in Usa” di Renzi, che al terzo (o quarto) sguardo ha finito per conquistarmi. Il richiamo familiare, poi, è talmente arcaico da stemperare la ruffianeria e abbastanza emiliano da non cedere alla retorica (niente giuramenti, salamelecchi, o poesie strappalacrime). Anche questo merita rispetto.

Prima ero rimasto un minuto buono, gli occhi sbarrati, a fissare l’immagine sul mio Mac del sito della campagna, “TuttiXBersani”, in effetti molto simile al “TuttiXMilano” di un paio d’anni prima. Credo che il neologismo “sciogliocchi” sia il più indicato per definire l’inferno grafico che circonda il nonsense editoriale di uno strumento che, a differenza di quello di Renzi, è palese che sia stato fatto proprio perché non se ne poteva fare a meno. Al contrario della cartolina di Bettola, che ha un cuore.

L’idea del partito che si legge in controluce, però, è quella che aleggia sulle belle facce emiliane dell’infanzia di Bersani, che il suo staff ha fatto circolare in occasione dell’avvio della campagna, a Bettola (suo paese natale). Un partito pesante come un aratro e duro come le zolle di terra da spaccare. Niente a che spartire con Renzi, ovviamente, poco con il partito delle primarie (che ci sono ancora solo perché Renzi è partito senza chiedere il permesso a nessuno), di Twitter e Facebook, della mediatizzazione, della personalizzazione della politica. In una parola della contemporaneità.

Il paradosso è che per affermare questa idea di partito, Bersani sta mettendo in gioco sé stesso in modo molto più americano del rivale rottamatore. Paradosso fino a un certo punto, per chi conosce gli emiliani, a cui fa da contraltare l’altra verità di cui nessuno pare accorgersi in queste ore. Per le regionali del Lazio c’è Zingaretti e basta (nisba primarie) e in Lombardia, dove delle primarie parlano solo i giornalisti, per ora l’unico candidato certo del centrosinistra è Tabacci. Dopo Formigoni ci si aspetterebbe anche qualche colpo d’ala, ma questa è un’altra storia.

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8 agosto 2012

SINISTRA E/A PUTTANE


“Erano queste giovani [sacerdotesse,
ndr] che avevano, anche, il nome di «vergini» (parthénoi ierai), di «pure», di «sante» – qadishtu, mugig, zêrmasîtu; si pensava che incarnassero, in un certo modo, la dea, che fossero le «portatrici» della dea, da cui traevano, nella loro specifica funzione erotica, il nome – ishtaritu. L’atto sessuale assolveva così per un lato la funzione generale propria ai sacrifici evocatori o ravvivatori di presenze divine, dall’altro aveva una funzione strutturalmente identica a quella della partecipazione eucaristica: era lo strumento per la partecipazione dell’uomo al sacrum, in questo caso portato e amministrato dalla donna.”

C’è bisogno della Metafisica del Sesso di Julius Evola per mettere un po’ di ordine intorno a quello che, un po’ sbrigativamente ma non senza una ragione profonda, è conosciuto come il mestiere più antico del mondo. “Puta” è una radice sanscrita presente nei Veda indiani, poi esondata dall’Avesta alle lingue romanze, che allude a qualcosa di puro, santo. La “Grande Prostituta” o “Vergine Santa”, infatti, anticamente era una sacerdotessa che amministrava il culto della dea.

“L’atto sessuale tra un uomo e la sacerdotessa era il mezzo per ricevere la gnosi, per fare esperienza del divino [...]. Il corpo della sacerdotessa diventava, in modo impensabile per il mondo occidentale contemporaneo, letteralmente e metaforicamente una via per entrare in rapporto con gli dei [...]. Per i pagani, infatti, le donne erano naturalmente in contatto con il divino, mentre l’uomo, da solo, non poteva raggiungere questo obiettivo.”

Sino ai tempi dei romani il termine “vergine” significava “nubile”, tant’è che in latino a “virgo” si affiancava l’allocuzione “virgo intacta” per identificare la ragazza non sposata e priva di esperienza sessuale. Non stupisce, dunque, la trasfigurazione etimologica – e culturale – operata dalla gestione patriarcale del messaggio di Cristo. In più i cristiani, junior del Vecchio Testamento, erano avvantaggiati: gli avi ebrei erano stati i primi a liberarsi del culto della dea e a sostituirla con il (presunto) unico dio maschio.

Proprio una Vergine sarà la madre del Salvatore e il suo carisma si diffonderà con trasversale rapidità. Le madonne nere di Francia, il culto di Iside, le eredità etrusche, cretesi e druidiche, insieme al Natale e alle altre feste copiaincollate su quelle pagane e celtiche, si fondono nel Cristianesimo che porta a compimento il rovesciamento dei poli, iniziato dagli ebrei e dalle invasioni di elleni, dori e achei nella Grecia pre-socratica e matriarcale: gli uomini amministrano il culto, le donne sono sante o puttane.

Le antiche sacerdotesse della luna vengono sfrattate dagli altari e sbattute in strada, proprietarie solo di quel corpo che un tempo fu il tempio e ora diventa l’icona del peccato. Maddalena non per caso assurgerà a simbolo di resistenze carbonare, oltre che a croce e delizia della sbandierata tolleranza della religione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (tutti con la “o”). Così come i padroni maschi del pantheon greco si erano dovuti inventare il parto cerebrale di Era da parte di Zeus, per giustificare la patrilinearità celeste su cui poggiava il loro potere ai piedi dell’Olimpo.

La sessuofobia contemporanea, quindi, non è che un retaggio antropologico antico, un riflesso condizionato di quel naturale timore reverenziale che ogni maschio di potere prova nei confronti di una donna libera e del suo corpo. Tutto quello che ne discende, in termini di tic e paranoie culturali sull’educazione, la cultura, il buon gusto e persino la politica, è solo un pallido rimbalzo di una partita antica come il sole e la luna. Il beghinaggio moralista su videogiochi, pornografia, preservativi e tutto il resto è tutto qui.

Ma c’è anche la tolleranza. Questa dev’essere una delle ragioni per cui il motto – il mestiere più antico del mondo – è ancora valido. Le prostitute sono sempre state tollerate, spesso utilizzate per le “necessità corporali” di papi, confratelli e prelati, come monito del peccato ma anche della possibile redenzione, incarnata dalla sempiterna Maddalena. Tolleranza non vuol dire uguaglianza, però. Anzi. La condizione di minorità, di clandestinità professionale, di oscurità sociale è essenziale, per il monito.

Niente di male, intendiamoci: la Chiesa fa la sua partita. Quello che disarma, come al solito, è la nullità culturale e la sudditanza politica espressa dai sinistri moralizzatori che si ergono a paladini dei diritti della donna, con la “d” maiuscola. E non spostano un fico secco circa le condizioni materiali delle donne in carne ed ossa che, per scelta, costrizione o (estremo peggio) schiavitù, si prostituiscono per strada.

L’ultima della lista è la neo-portavoce del governo Hollande, Najat Vallaud-Belkacem, che ha dichiarato: “Non si tratta di sapere se vogliamo abolire la prostituzione, ma di trovare gli strumenti per farlo”. Le “sex workers” di Francia (lì le case chiuse sono state abolite nel 1946), circa ventimila di cui ottomila solo a Parigi, sono scese in piazza per protestare, volto coperto da maschere di plastica e lavagnetta al collo con su scritto: “Non siete voi a riempirmi il frigo, a pagarmi le bollette, perciò non potete parlare”.

In Italia la senatrice radicale Poretti, che ha proposto un disegno di legge per la legalizzazione della prostituzione, ha fatto i conti: “settantamila prostitute presenti nel nostro Paese per nove milioni di clienti e un costo medio per prestazione di trenta euro fa un giro d’affari, sicuramente per difetto, di novanta milioni al mese, oltre un miliardo l’anno”. In tempi di crisi nera forse è meglio tassare l’ipocrisia di Stato, visto che la prostituzione in sé non è reato, piuttosto che strangolare imprese e pensionati.

Un barlume di lucidità giunge dalla Romagna. A Ravenna il sindaco Matteucci ha annunciato recentemente il progetto per la “zonizzazione” della città, prevedendo alcune zone illuminate e sicure per farle lavorare in santa pace. Si è anche lanciato in un’apologia liberalizzatrice commovente sulla necessità di una legge che regolamenti il mestiere più antico del mondo con laica serietà. In tempi normali sarebbe una battaglia persa in partenza, chissà se la fame si dimostra catartica.

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23 maggio 2012

ASSALTO AL PARTITONE: PARMAGRAD


“La radio al buio e sette operai, sette bicchieri che brindano a Lenin… e Stalingrado arriva nella cascina e nel fienile, vola un berretto un uomo ride e prepara il suo fucile. Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa… d’ora in poi troverà Stalingrado in ogni città!” Chissà se a Grillo è passato per la testa il
pezzo degli Stormy Six, quando ha dichiarato Parma “la nostra Stalingrado”. Ora che punta a Berlino dovrebbe proprio ascoltarla.

“I parmensi sono come i ravanelli: rossi fuori e bianchi dentro.” Mia zia, bolognese trapiantata a Parma in gioventù, mi aveva avvertito per tempo. La scorsa settimana, quando davo la caccia ai candidati al ballottaggio, per il Pd di Parma avevo chiesto a lei. Mi ha dato il cellulare di un funzionario di Partito, molto cortese e disponibile, che a sua volta mi ha dato l’e-mail del “comunicatore”. Che non mi ha mai risposto.

Pizzarotti, dopo un po’ di stalking su Facebook e via mail, quando mi è scesa la catena e gli ho chiesto se, per caso, non cagare chi chiedeva un’intervista fosse una “scelta di politica aziendale”, mi ha risposto. “Nessuna strategia ma mi chiamano da tutta Italia ed è un casino gestire tutto. Domani vedo cosa riesco a fare.” Il giorno dopo ha ripreso a non rispondermi, nel frattempo a Parma è arrivato il New York Times, Le Monde e la CNN e io mi sono arreso.

Adesso che i ravanelli parmensi hanno votato e che, a differenza che nel resto d’Italia, l’hanno fatto in massa (solo tre punti in meno rispetto al primo turno) è possibile tracciare un primo bilancio della Campagna d’Emilia, che ha portato Grillo (e Pizzarotti, che ha fatto di tutto per mostrare ai suoi concittadini di essere un bravo ragazzo lavoratore, persino un po’ moderato, che pensa e decide in proprio) al primo successo serio, in grado forse di scardinare la pax partitica imposta dal moribondo governo Monti.

Mentana ha aperto il suo pomeriggio tv dedicato ai ballottaggi con il sondaggio sulle intenzioni di voto degli italiani. Grillo è balzato al 12%, raddoppiando i consensi rispetto a due settimane fa, e si affaccia come terza forza politica del paese, col Pd al 25 (in calo), il Pdl al 20 (a picco), la Lega sotto il 5 (ai minimi termini) e pure Udc, Idv, Sel e Fli in discesa. Tutti i partiti giù, in pratica, con altri sondaggi che gonfiano ancor di più le vele del Movimento 5 Stelle. Chissà tra un anno, alla partita vera.

Per l’intanto Grillo può mettere in fila, oltre a Parmagrad, altri tre municipi espugnati. Alla vittoria al primo turno, per venti voti, di Roberto Castiglion a Sarego (già sede del “Parlamento padano”), si aggiunge il trionfo di Marco Fabbri (quasi il 70%) a Comacchio e il rush vincente (52,5% e 26 punti rimontati dal primo turno) dello studente universitario di 26 anni Alvise Maniero a Mira, città d’arte di quasi 40000 abitanti sulla Riviera del Brenta (ed ex roccaforte rossa).

Stalingrado, però, rimane Stalingrado. Parma è una città ricca con un Comune talmente indebitato (si parla di 600 milioni di euro, interessi esclusi) che rischia di non poter pagare gli stipendi ai dipendenti, a giugno. Dopo quattordici anni di giunte di centrodestra il candidato del Pd si aspettava di vincere facile. “Io rispetto tutti gli avversari, ma il ballottaggio con il candidato del Movimento 5 Stelle Federico Pizzarotti sarà come giocare la finale di Coppa Italia contro una squadra di serie B.”

Dev’essere stata questa certezza (o forse la sensazione che le cose si stavano mettendo male) che ha spinto Vincenzo Bernazzoli ad avventurarsi, tra lo stupore generale, a un faccia a faccia con Pizzarotti organizzato dall’Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse di Parma all’Auditorium Paganini (strapieno, oltre mille persone). Tema della serata il nuovo inceneritore, piatto forte della stracittadina elettorale, la cui costruzione è stata approvata dalla Provincia presieduta proprio da Bernazzoli.

In Italia si sta andando verso la soluzione senza inceneritore: Reggio Emilia, la Sicilia, la Provincia di Lucca. L’Europa prevede dal 2020 il divieto di bruciare materiali riciclabili o compostabili. Ma a Parma vige la “Legge Vincenzo“. Bernazzoli nemmeno risponde alle domande scomode: “Dove metterà le ceneri tossiche dell’inceneritore?“. Non si sa.” La lettera dell’Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse, pubblicata sul blog di Beppe Grillo, suona come un epitaffio.

Secondo alcuni, tra cui anche Pizzarotti (che in un attacco di sincerità ha confidato alle telecamere che se quelli del Pd mettevano un altro, “magari giovane e fuori dai giochi”, forse avrebbero vinto al primo turno), è stato un problema di manico. Bernazzoli si è dovuto difendere per tutta la campagna elettorale dall’accusa (che a Parma vale triplo) di non voler mollare la poltrona di Presidente della Provincia. Oltre all’ineleganza ha dato anche l’impressione di crederci il giusto, alla vittoria. E se non ci crede lui…

Adesso Grillo e i suoi festeggiano l’avvento col botto (si fa presto a fare i fatalisti ora, ma il 60% a Parma non se l’aspettava nessuno) della Terza Repubblica e Bersani la sua vittoria “senza se e senza ma” ché, se non c’era la “non-vittoria” (spettacolare neologismo) di Parma sarebbe stato un trionfo. Il mio piccolo viaggio nel Partitone emiliano assediato finisce così con un due a uno per i barbari e la sensazione che, sui suoi temi (Casta, ecologia, ecc.), Grillo continuerà a far male.

(… fine)

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20 maggio 2012

ASSALTO AL PARTITONE: COMACCHIO


“Beh, a voi elettori di Comacchio la scelta: il rinnovamento oppure un ritorno al passato con Pierotti, già due volte sindaco, che ha comunque sempre manovrato dietro le quinte le ultime amministrazioni comunali. Quindi abbiamo una grossa opportunità: riprenderci tutti insieme, tutti i cittadini, il governo di questo nostro territorio così splendido…”.

Quando ho visto il video di Marco Fabbri, candidato del Movimento 5 Stelle, su YouTube mi è tornato in mente l’esondazione sprezzante e vagamente sconsolata della mamma di due compagni di musica di mio figlio, sulla classe politica (senza distinzioni) che ha amministrato Comacchio negli ultimi quindici anni. “Poi hanno pure la faccia tosta di presentarsi adesso come quelli che vogliono cambiare tutto.”

Il Comune di Comacchio (Cmâc’ nel dialetto locale) conta poco più di ventitremila abitanti sparpagliati su un territorio che comprende i sette lidi (Lido degli Estensi, delle Nazioni, di Pomposa, degli Scacchi, di Spina, di Volano e Porto Garibaldi) che si allargano su spiagge californiane lungo la costa che congiunge la foce del Reno e il Po di Volano, tocca il Parco regionale del Delta del Po e fa capo all’antico borgo, le cui vestigia risalgono ad oltre duemila anni fa.

Il simbolo architettonico della piccola Venezia, “sorta sull’unione di tredici piccole isole (cordoni dunosi litoranei) formatisi dall’intersecarsi della foce del Po di Primaro col mare”, è il Trepponti (nella foto), creato nel 1694 dall’architetto Luca Danesi e costituito da cinque ampie scalinate (tre anteriori e due posteriori), culminanti in un piano in pietra d’Istria. Un simbolo perfetto anche per il barocco politico cittadino (velenoso, invelenito ma grondante speranza), una girandola di parole che lunedì sera condurrà, comunque, a un unico “piano in pietra d’Istria”: una e una sola faccia al timone di Comacchio.

Quella di Alessandro Pierotti, avvocato navigato che corre con una coalizione formata da Pd, Udc, Lista Civica Futura Comacchio e Lista Civica l’Onda e ha ottenuto l’appoggio di Fli al Bagno Ippopotamus di Porto Garibaldi, è una faccia spavalda. Al comizio di chiusura, dopo quindici giorni a testa bassa contro Fabbri e Grillo (“è lui il primo a non essere incensurato”), anziché parlare del suo programma “ormai già sentito in tutte le salse” ha preferito bastonare “Fantomas Fabbri”, che “negli ultimi quindici giorni non si è mai presentato ad un confronto con me”, e quello che liquida come “un programma invisibile, un copia-incolla scaricabile da internet”.

Poi passa alle blandizie di vecchia scuola e addita tutto il grillume che potrebbe urtare note sensibilità. Sostiene che quelli del M5S non parlano delle vongole che “danno da lavorare a trecentocinquanta persone” e, con un crescendo berlusconiano quasi epico, che con i loro canoni sbandierati di legalità diventerebbe fuorilegge l’80% delle seconde case (che i comacchiesi affittano ai lidi). Alla fine si dice certo che “se si vorrà votare con la benda sugli occhi è certo che si ritornerà al voto tra sei mesi”. O Pierotti o il diluvio.

Marco Fabbri è un giovanotto col gel e la faccia da alieno (almeno rispetto ai canoni lombrosiani del giovane politico contemporaneo). “Sono nato a Comacchio, dove vivo tutt’ora nella frazione di Lido Estensi, ho 29 anni, sono laureato presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna e sono un dipendente pubblico (ma non un fannullone!)”. Scrive di sé stesso sulla sua pagina del sito “Comacchio a 5 Stelle”, dove compare con casco e sorriso in groppa a una Ducati.

Nel video su YouTube rilancia i temi-bandiera della sua campagna elettorale col botto (oltre il 22% dietro a Pierotti che supera di poco il 36, con quasi l’intero arco costituzionale dietro), primo fra tutti il “no alla chiusura dell’Ospedale San Camillo deciso da Provincia e Regione.” La mamma di Comacchio che ho intervistato al posto di Fabbri-Pierotti è stata la prima cosa che mi ha detto. Poi c’è il rilancio del turismo declinante su cui anche lui, come tutti, ha la sua ricetta.

“Una delle prime lotte sarà quella contro la cementificazione del territorio. In questi anni si è costruito troppo e male: quasi 30000 case, molte delle quali invendute e sfitte… Occorre valorizzare questo splendido territorio che non è fatto solo di mare, ma anche di valli, di saline. Siamo nel Delta del Po, i comacchiesi hanno un’occasione unica per ridare dignità e fiducia a questo posto, che negli ultimi anni ha perso presenze turistiche nell’ordine di oltre un milione.”

Via libera di fatto a Fabbri (“oggi l’inesperienza è necessaria”) arriva anche dal candidato del “Centrosinistra per Comacchio”, che sul Delta del Po evidentemente non comprende il Pd ma solo Rifondazione, Sel e l’Idv. Fabio Cavallari, trentadue anni, allenatore di pallavolo e “responsabile postvendita estero per una multinazionale”, ha superato l’undici per cento dei consensi al primo turno, arrivando di poco quarto dopo il neanche il 15% di Antonio Di Munno e il suo Pdl in caduta libera (il sindaco uscente di centrodestra, Paolo Carli, aveva preso quasi il 60% due anni fa).

Il terzo candidato “giovane” al primo turno, Alberto Lealini della lista “Voce giovane per Comacchio”, ha sfiorato il dieci per cento dei voti e si è classificato al quarto posto, davanti alla Lega Nord (poco sopra il sei). Per qualche giorno è circolata la voce, poi smentita, di un apparentamento suo con Fabbri e i grillini ma se si sommano i consensi ottenuti dai “trepponti” della nuova Comacchio (Fabbri, Cavallari e Lealini) si arriva al 43%.

Forse davvero “la Terza Repubblica nascerà da Comacchio”, come ha profetizzato Grillo con usuale sobrietà all’ultimo, gettonatissimo, comizio in città o semplicemente gli elettori stanno prendendo a schiaffoni i partiti che hanno gestito la baracca fino ad ora. Di certo essere giovani e/o fuori dai giochi sembra essere la carta vincente per aspirare a fare il sindaco della piccola Venezia. E Grillo lo ha capito per primo. Staremo a vedere.

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18 maggio 2012

ASSALTO AL PARTITONE: BUDRIO

“Piccolo motto conclusivo per i dirigenti nazionali del Pd: quando i gatti han lo stesso colore scorazzano le volpi. E non son solo grilline. Occhio ragazzi!” Mauro Zani, ex leader comunista (e per un po’ pure post), chiudeva così la sua intervista a FrontPage. È passato un anno e mezzo, sembra cambiato ancora una volta il mondo e le volpi (solo) grilline scorrazzano nell’intera regione all’inseguimento del Pd.

A parte Piacenza, dove la Seconda Repubblica tiene e centrosinistra e centrodestra si misurano nella classica bipolar tenzone, a Parma, Comacchio e Budrio Pd & soci (a formazioni variabili) se la devono vedere con i candidati del Movimento 5 Stelle. Il centrodestra e la Lega Nord, esclusi dai ballottaggi e prosciugati elettoralmente, si attestano su una schizofrenia politica che fa propendere i caporioni locali per Grillo, per l’astensione o (senza dichiararlo a chiare lettere) per il centrosinistra.

“La piccola comunità di Budrio, con eroico coraggio e indomito spirito patriottico, contribuiva alla lotta di Liberazione, dando ospitalità e rifugio a gruppi di partigiani. Subiva una feroce e cieca rappresaglia da parte delle truppe tedesche che trucidarono civili inermi, tra cui donne e giovani adolescenti e incendiarono alcuni edifici. Ammirevole esempio di spirito di sacrificio ed amor patrio.”

Budrio, medaglia d’argento al valor civile, è un paese di quasi 18000 abitanti in provincia di Bologna, sulla strada per il mare, le cui più antiche vestigia risalgono ai temi dei romani. La cittadina sulla San Vitale è celebre in tutto il mondo per l’ocarina, uno strumento musicale inventato dal budriese Giuseppe Donati e il candidato sindaco del Pd, Giulio Pierini, suona la sesta ocarina nell’Ocarina Ensemble Budrio.

Pierini lo conosco da dieci anni, da quando faceva il segretario della Sinistra Giovanile (i giovani dei Ds) di Bologna e gli curavo le campagne di comunicazione. Ora di anni ne ha quasi trentaquattro e dopo aver fatto il responsabile comunicazione per il Pd bolognese e l’assessore alla cultura e al bilancio di Budrio è stato scelto come candidato unico a sindaco, senza primarie (“non c’erano sfidanti”).

Ha accettato di confrontarsi sui temi più spinosi della sua campagna elettorale: centrali a biomasse di Mezzolara, centro commerciale e Imu (il “super-Imu” di Budrio, secondo le gazzette locali). Contro le centrali è sorto un comitato di cittadini capitanato dal magistrato Enzo Roi e si è cementato il consenso della lista di Grillo il cui candidato, Antonio Giacon, non ha risposto alla richiesta d’intervista via e-mail né ai messaggi su Facebook.

Giulio Pierini, reduce da una campagna particolarmente dura (“con attacchi personali gratuiti e offensivi”), ha accettato di raccontarsi sulla chat di Facebook e quello che segue è il copia e incolla di com’è andata.

Giulio Pierini, candidato sindaco di Budrio, ti aspettavi il ballottaggio?
“Eravamo sette candidati a sindaco; il ballottaggio poteva starci. Con il M5S al 20% e la lista “Noi per Budrio” al 14% arrivare così vicini al 50% è stato un bel risultato. Ci poteva stare…”

La lista Noi per Budrio è frutto di una scissione del centrosinistra, o sbaglio?
“Non è esattamente una scissione. È una lista politica formata da cittadini ma soprattutto da ex amministratori, che negli anni scorsi erano all’interno del centrosinistra.”

Quali sono le differenze fondamentali fra il centrosinistra, diciamo così, storico, la lista Noi Budrio e il Movimento 5 Stelle? Perché a occhio parte del 62% preso dal sindaco uscente, Castelli, è andato lì…
“Con coloro che hanno formato la lista Noi per Budrio non ci siamo trovati d’accordo sul giudizio sull’amministrazione uscente. Nonostante ne abbiano fatto parte per dieci anni, hanno deciso di esprimere un giudizio negativo sul Sindaco Castelli. Per noi questo era semplicemente sbagliato. Con il Movimento 5 Stelle, invece, non abbiamo mai avuto nessun confronto. Se escludiamo idee diverse sui temi dello spostamento dello stabilimento Pizzoli, la nascita di un centro commerciale e la strumentalizzazione delle biomasse a Mezzolara, il M5S ha un programma in buona parte condivisibile e su molti punti già realizzato o in via di realizzazione.”

Perché dici “strumentalizzazione delle biomasse a Mezzolara?” Io ho letto che sono contrari al progetto, ho visto il video dell’area che dovrebbe ospitare il sito delle quattro (?) centrali e assistito a progetti di questo genere, un po’ in tutta la regione… Qual è l’idea del Pd e del suo candidato? Mi spiego meglio: a cosa serve? Chi ci guadagna? Ci sono rischi per la salute? Cosa cambia per l’ambiente? Per la Valle dei Benni?
Pierini: “Strumentalizzazione perché, se il progetto è ben fatto, i comuni hanno pochissimi poteri in merito: è un impianto privato su area privata autorizzato dalla Conferenza dei Servizi provinciale sulla base di una legge nazionale. In Italia, tutti i ricorsi dei comuni e dei comitati hanno avuto esito negativo. Il Comune di Budrio, con il dialogo e il confronto serrato nel merito dei problemi, ha convinto il privato a modificare il progetto: spostamento del sito in una zona lontana dal centro abitato, riduzione dell’impianto a 2 MW; trasporto delle materie prime fuori dei centri abitati; controllo continuo delle emissioni prodotte da parte dei cittadini e degli enti preposti… Deve cambiare la legislazione nazionale per ridare agli enti locali il potere di individuare i siti e le modalità di alimentazione degli impianti, in modo da premiare gli impianti piccoli che utilizzano scarti della produzione agricola e zootecnica. Gli impianti a biomasse possono rappresentare così un’integrazione al reddito degli agricoltori, contribuendo a sviluppare fonti energetiche alternative, senza sacrificare il paesaggio né la vocazione agricola del territorio, sennò chi ci guadagna sono grandi investitori. Se ci sono rischi per la salute gli enti preposti in Conferenza dei Servizi bloccano il progetto rigettandolo. Sulla Valle Benni, poi, conviene sfatare un mito: l’area umida non verrà intaccata per nulla e comunque anche quella è un’area privata attualmente inaccessibile ai cittadini e utilizzata per la caccia.”

Quindi se tu diventi sindaco e decidi che la campagna deve rimanere campagna e che nessun mega-impianto dev’essere costruito, a parte quelli piccoli di produzione del biogas, non hai il potere di farlo?
Pierini: “Nessun sindaco ha il potere di farlo, se i progetti sono ben fatti sulla base della legge nazionale e delle prescrizioni regionali. In assenza di una vera autonomia dei comuni su questa materia, quello che si può fare è una sorta di “moral suasion” che permetta di difendere il territorio e rispondere alle preoccupazioni di cittadini e agricoltori.”

Sono previsti sconti sulle bollette dell’energia per chi abita nei pressi della centrale?
“La legge non prevede compensazioni di questo tipo. Gli impianti a biomasse in realtà producono una certa quantità di calore che in gran parte viene dispersa: con il teleriscaldamento si potrebbe riutilizzarlo, ma nel caso di Mezzolara è impossibile, con l’allontanamento dell’impianto che anche il Comune ha chiesto.”

Ma perché il M5S è contrario al centro commerciale?
“Non hanno compreso che senza un investimento come quello di un centro commerciale (che va poi a utilizzare una potenzialità prevista dal 1997) l’azienda Pizzoli se ne sarebbe andata da Budrio in un’altra regione o all’estero. In questo modo invece siamo riusciti ad avere la mole adeguata di investimenti per realizzare la prima APEA (area produttiva ecologicamente attrezzata) della provincia di Bologna. Perché nel 1997 gli amministratori decisero per un possibile centro commerciale? Io ero minorenne, ma probabilmente già allora era chiaro che senza strutture medio-grandi i budriesi facevano le loro spese in gran parte fuori dal loro Comune.”

Ultima domanda, forse la più spinosa: il super-Imu di cui parlano i giornali? A parte le ragioni di bilancio, quasi tutti i comuni sono messi male dopo dieci anni di tagli e di aumento della spesa di stato e regioni… Ma proprio adesso? A un mese dal voto?
“L’Imu è una tassa ingiusta, soprattutto sulla prima casa, ed è pesante anche da spiegare e gestire in piena campagna elettorale. La cosa più brutta, insieme all’esborso per i cittadini, è che non c’è ancora nulla di chiaro e certo. I comuni hanno poca autonomia e sono praticamente esattori dello Stato. Bisogna insistere per rendere l’Imu più equa e meno pesante: servono ulteriori detrazioni prima casa per le famiglie a basso reddito, agevolazioni alle persone in difficoltà (per esempio chi ha perso il lavoro, anziani soli); riduzioni per i comodati gratuiti a familiari e per la proprietà indivisa; aliquote più basse per le imprese, per il commercio e per i terreni coltivati direttamente dai proprietari.”

Vabbè, ma Budrio ha applicato quasi l’aliquota massima, sia per terreni che per seconde case… e pure sulla prima casa ha picchiato duro. O no?
“Assolutamente no. Innanzitutto non abbiamo ancora applicato niente perché con le modifiche alla legge “Salva-Italia” bisogna rifare i conti. Noi abbiamo trovato un equilibrio, in un quadro comunque pesante: lo 0,48% per la prima casa (il massimo è 0,6) e lo 0,92 sulle seconde (il massimo è 1,06) con riduzioni per artigianato e commercio allo 0,84 e forti agevolazioni per i comodati gratuiti e la proprietà indivisa. Sui terreni agricoli, quando abbiamo approvato la nostra variazione di bilancio, non erano ancora possibili riduzioni specifiche, ma adesso sulla modalità di conteggio in agricoltura cambierà tutto e confidiamo in un alleggerimento del prelievo perché c’è il rischio concreto che molte aziende agricole chiudano perché non possono pagare l’Imu.”

Meglio l’usato sicuro del buon vecchio Partitone, quindi… Perché, in una battuta?
“Qui non c’è la Casta e non ci sono privilegi: gli amministratori sono cittadini che si impegnano per il bene della loro comunità. Continuiamo con le buone politiche dell’amministrazione uscente, ma insieme a questo innoviamo e riformiamo profondamente il welfare che oggi non regge più di fronte ai nuovi bisogni, investiamo in politiche ambientali, energetiche e della mobilità sostenibile, valorizziamo il nostro patrimonio di eccellenze produttive e culturali.”

(2 – continua)

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15 maggio 2012

ASSALTO AL PARTITONE

Dalle mie parti il Pd si chiama ancora Partito, con la “p” maiuscola”. Al di là degli aspetti folk (tortellini e cappelletti fatti a mano alle feste dell’Unità, volontari che distribuiscono il giornale al mattino, ecc.), la presenza dell’organizzazione erede del più grande partito comunista d’Occidente si fa sentire in pressoché tutti gli ambiti della società e della vita biologica di chiunque ne faccia parte, a qualunque livello.

L’intreccio fra Partito, Sindacato e Lega (che da queste parti significa ancora Lega delle cooperative) è la cifra distintiva del sistema emiliano, che nel corso degli anni ha definito comunità omogenee sotto il profilo politico, economico e culturale. Per lavorare, fare impresa, aprire una scuola di yoga o di tango argentino, farsi una partita a tressette con gli amici, presentare la dichiarazione dei redditi o farsi controllore i contributi per la pensione, andare a ballare o a sentire un concerto rock, in una maniera o nell’altra s’incoccia quasi sempre un qualche nipotino di Gramsci e Togliatti.

Quasi ogni paese, città, Provincia, oltre che la Regione, sono stati governati per sessant’anni dalla stessa famiglia politica e dalle filiazioni che da essa sono scaturite, al punto che quando queste stagioni sono state interrotte bruscamente dalla vittoria degli “altri” (Parma nel 1998 e Bologna nel 1999, i casi più celebri) sulle gazzette locali (ma anche nazionali ed estere) si è gridato all’evento. Intendiamoci: mediamente la qualità amministrativa è alta e gli asili nido della regione, per citare un esempio noto, hanno fatto scuola in tutto il mondo.

L’altra faccia della medaglia è l’aria da regime che, soprattutto in provincia, tira più o meno forte a seconda dei personaggi che si trovano al timone. Sarà banale dirlo ma la fine dell’ideologia, intese come religione civile che tutto teneva (non solo la grinta per tirare la pasta sfoglia dei tortellini o le ferie prese per fare volontariato allo stand della pesca gigante, ma anche l’omertà pietosa rispetto ad abusi e ruberie in nome del partito o del proprio conto corrente), ha fatto tracimare sovente ambizioni e appetiti.

Se a parole si cantano le lodi del libero mercato e del partito aperto e contendibile, nel profondo rosso padano si affilano i coltelli per scannare chiunque si avvicini al bandolo della matassa di potere, che tutto avvinghia. Il gap ideale e progettuale con un passato in cui, altro che Facebook, nel bene e nel male si faceva notte in sezione per determinare la “linea” fa il resto. Così la fedeltà è reclamata non più sulla base di notti trascorsi a sputar fumo e presentar mozioni, ma sempre più spesso sul terrore di non lavorare più o di essere esclusi, in una maniera o nell’altra, dai giochi.

Far finta che l’Italia non sia, da sempre, una congrega di congreghe (chiuse come ricci ad ogni minacciosa novità) è una della ribalderie più ricorrenti degli osanna al libero mercato, che tutti i mali spazza via. Ma c’è un momento in cui ogni congrega omogenea (pace sociale mixata con omologazione e conformismo) va in crisi: quando non è più in grado di assicurare benessere e qualità della vita (seppur minima) alla maggior parte di chi ci vive e, magari, i suoi capitani non si stanno dimostrando abbastanza coraggiosi.

In Emilia-Romagna, prima un po’ la Lega (Nord) poi Grillo hanno preso a scavare come talpe sotto i piedi del consenso consolidato del Partitone, apparentemente inossidabile. Ma mentre le sparate contro le moschee o altre bizzarrie tipo la Romagna indipendente (“Nazione Romagna” era lo slogan leghista, se non ricordo male) lasciano il tempo (e i voti) che trovano, la guerra per la salute (effetto collaterale di partite di business già chiuse in partenza) del Movimento a 5 Stelle comincia a pagare.

Acqua, ambiente, trasporti, connettività e sviluppo sono le cinque stelle polari che orientano l’azione del movimento sul territorio, mentre la democrazia diretta (assemblee pubbliche e forum online al posto delle riunioni nelle sezioni di partito) è lo strumento di partecipazione, sedicente rivoluzionario. Naturalmente il web già pullula di leggende metropolitane circa lo stalinismo di Grillo e le mire occulte dei suoi spin doctor di Casaleggio&Associati, veri registi occulti di tutta la baracca (secondo l’inevitabile vulgata complottarda) e assertori di un nuovo ordine mondiale, vagamente orwelliano. Stiamo alla politica.

“Parma è una città indebitata, con un grave dissesto economico. Il MoVimento 5 Stelle è un salto nell’ignoto, nel domani. Gli altri sono la continuità con il passato, la certezza del suicidio assistito. Vincenzo Bernazzoli, il candidato del Pdmenoelle è presidente della Provincia di Parma (ma le Province non dovrebbero essere abolite?) in carica (così se perde conserva il posto di lavoro) e sostenitore dell’inceneritore (che causa neoplasie), ha spiegato che il futuro di Parma è nel maggiore indebitamento bancario e che (nessuna paura) i suoi uomini sanno come trattare con i banchieri.”

Oltre che con Federico Pizzarotti a Parma (amministrata dal centrodestra da quasi quindici anni), definita nello stesso post da Grillo “la nostra piccola Stalingrado”, il M5S è al ballottaggio a Budrio (in provincia di Bologna) con Antonio Giacon vs Giulio Pierini (Pd) e a Comacchio (in provincia di Ferrara) con Marco Fabbri vs Alessandro Pieroni (centrosinistra allargato all’Udc). In tutti e tre i comuni della Regione in cui si vota lo scontro è tra il Partitone e i nuovi barbari di Grillo.

Da qui a domenica cercherò di raccontare le disfide elettorali, i protagonisti e le ragioni del contendere. Proverò a tracciare piccoli affreschi di paese in grado di sgombrare il campo dalla fuga nello stereotipo che caratterizza il mainstream nostrano e di capirci qualcosa nel piccolo terremoto in corso.

Per ora l’unico che ha accettato di parlare con tFP, il candidato sindaco del Pd a Budrio, mi ha stupito lamentando una strumentalizzazione “tutta nazionale” di un voto locale. E io che pensavo che fossero proprio i temi locali il cavallo di battaglia delle liste legate al brand Grillo. Spero che i candidati del M5S, contattati su Facebook nei giorni scorsi, sappiano far luce su questo piccolo mistero e sul resto. Diversamente dovrò affidarmi solo alla ricerca e il racconto sarà inevitabilmente più sfuocato.

(1 – continua)

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8 maggio 2012

È NATA UNA STALLA

Un’altra volta. A vent’anni di distanza, tutto si ripete nella stessa, identica, maniera. Per filo e per segno, le elezioni hanno scandito il penultimo atto del big bang dei partiti, nel ben noto copione mediatizzato di mazzette, manette, assalto alla spesa pubblica e alla moneta corrente (ma senza la lira da svalutare) unito alla disperante incapacità di fare politica. Vent’anni passati a non decidere che cosa l’Italia avrebbe dovuto essere e ora, dopo che anche l’ultimo dei fessi li ha sgamati, tutti a gridare all’antipolitica dei bruti che minacciano le virtù repubblicane.

Così, come nel 1994 è arrivato il marziano antipolitico magnate dei media, adesso ce n’è un altro, che conosce quelli nuovi (di media). E sa (e lo scrive da anni a chiare lettere) che per vincere le elezioni contro quei morti di sonno da cui è circondato non servono congressi, tessere o sezioni né rimborsi milionari, che i partiti si spartiscono come gangster al saloon. Meglio usarli contro di loro, adesso che la gente fa davvero fatica ad arrivare alla fine del mese e che il bollettino dei suicidi per debiti se la gioca con quello dei caduti sul lavoro. Adesso, la gente, ai soldi ci guarda proprio.

La chiamano antipolitica, col riflesso condizionato di chi considera tout court la politica una cosa sporca e prende poco l’autobus. Forse perché, semplicemente, non credono possibile un mondo in cui un consulente informatico di una banca (che deve prendere le ferie per fare campagna elettorale) possa realisticamente arrivare al ballottaggio per diventare sindaco di una città come Parma. E non sono tanto i politici di professione (che si difendono alla meno peggio) ma la pletora di opinionisti che, eterni interpreti dell’arte del disincanto, adesso spalancano gli occhioni e sparano a caratteri cubitali.

La notizia più scioccante di queste elezioni non è l’affermazione di Grillo, su cui il solito Giuliano Ferrara contro tutti ha sentenziato, a una smagliante Bianca Berlinguer: “è il vero sconfitto della giornata, con questo clima mi aspettavo il 20/30 per cento”. La sorpresa vera è stata la botta d’arresto subita da Casini, Fini & Co. Come alle amministrative del 1993, al centro si è spalancata una voragine, considerata la caduta libera del Pdl (con Berlusconi in gita da Putin, per non saper né leggere né scrivere).

Il Pd dicono che tiene. A regola è il primo partito d’Italia (visto che il Pdl è via di scioglimento) e, nonostante non riesca a esprimere candidati nelle grandi città (a Genova è in testa Doria, indipendente, a Palermo Orlando, Idv, contro Ferrandelli, ex Idv), in termini di lista, appunto, tiene. Sarà per questo che D’Alema va predicando la fine delle leadership populiste e di certo, passata (se passerà) la paura dei ballottaggi, Bersani penserà (forse a ragione) di potersi giovare per un po’ dell’effetto-Hollande (segretario pacioso, senza grilli per la testa, vince le elezioni mettendoci la faccia).

Ma c’è un ma. Quel famoso effetto ’94 non c’è alcuna ragione per cui non debba ripresentarsi, con le stimmate dei giorni nostri. Non è che gli elettori del Pdl e della Lega (bombardata ma non del tutto affondata, anche se in via di mutazione grillina) siano scomparsi coi loro partiti. E se, putacaso, possono bastonare gli odiati post comunisti, magari votando una giovane faccia pulita senza partito, perché non dovrebbero farlo? Per paura dell’antipolitica?

Oltre a Parma, dove il candidato è al ballottaggio con quello del centrosinistra (Pdl quarto, tipo) in Emilia-Romagna la cartina politica diventa interessante, se letta in controluce. Il Movimento 5 Stelle va al ballottaggio a Budrio (in provincia di Bologna, roccaforte Pd) e a Comacchio (in provincia di Ferrara) con risultati sopra il 20 per cento. Tendenzialmente in regione non scende mai sotto il dieci e sfonda quando ci sono questioni in grado di dividere la cittadinanza, sul merito delle proposte politiche (inceneritore, centrale a biomasse, storici cavalli di battaglia).

Come nel 1993 oggi il centrosinistra tira a festeggiare, occhieggia speranzosa a Parigi e teme Atene come la peste, mentre Grillo sta organizzando l’opposizione nelle sue roccaforti (di voti, potere, spina dorsale), sui contenuti che scaldano davvero il cuore dei suoi, famosi, militanti di base come fa contro Lega e Pdl dalle loro parti (rivolta fiscale, nisba cittadinanza agli immigrati nati in Italia). Quando poi i suoi candidati si dimostrano intelligenti e preparati e i vecchi ras del villaggio sono troppo bolliti per correre (e/o per piazzare rampolli presentabili) rischia pure di vincere.

A occhio, a Bersani converrebbe davvero mandare tutti a spendere e andare a votare con questa legge elettorale. Tra un anno forse è troppo tardi (anche per l’effetto-Hollande). E a chi, quando sarà il momento, venisse in mente (Ferrara l’ha già esplicitato prima su Rai Tre, con evidente sadismo) di proporre qualcosa che assomiglia al governo di unità nazionale (non c’è bisogno di dichiararlo esplicitamente in via preventiva, dopo aver approvato una legge elettorale proporzionale, la gente capisce) perché “c’è bisogno di senso di responsabilità”, si tenga bene a mente la lezione di Avigliana.

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12 aprile 2012

GEMONOLOGHI

“Ma non mi fido della tua natura: troppo latte d’umana tenerezza ci scorre, perché tu sappia seguire la via più breve. Brama d’esser grande tu l’hai e l’ambizione non ti manca; ma ti manca purtroppo la perfidia che a quella si dovrebbe accompagnare. Quello che brami tanto ardentemente tu vorresti ottenerlo santamente: non sei disposto a giocare di falso, eppur vorresti vincere col torto. [...] Ma affrettati a tornare, ch’io possa riversarti nelle orecchie i demoni che ho dentro, e con l’intrepidezza della lingua cacciar via a frustate ogni intralcio tra te e quel cerchio d’oro onde il destino e un sovrumano aiuto ti voglion, come sembra, incoronato.”

Lo sbuzzo della citazione del Macbeth, Atto I, scena V, si deve a Flavia Trupia ed è perfetto per convalidare la vulgata corrente, il “lo sapevano tutti” della settimana di passione leghista: la Lega Nord era un matriarcato guerriero. A parte i quattrini pubblici che, secondo il pullulare d’inchieste, spruzzavano dalle casse del partito come champagne alle premiazioni delle gare di motociclette e alimentavano una bulimia di lauree, macchinoni, body-guards e cornicioni d’accomodare, era il potere il punto.

“Se tu vai sopra alla mansarda, c’è una brandina, ma non sto scherzando, ci sono le foto. C’è una brandina di quelle che sembrano per bambini, un comodino e una lampada. Per terra, piena piena, che prende tutta la stanza, libri di magia nera. Cartomanzia. Astrologia. Tutti eh! Ma ce ne saranno almeno un centinaio, tutti per terra, non su una scrivania. Niente, lei vive lì, quando è in casa è lì, con quei libri.”

È Nadia Degrada, amazzone contabile del Carroccio, che intercettata dipinge la tragicommedia del capo-feticcio usato come una bambola voodoo per far fuori i nemici interni e inaugurare una dinastia familiare, nutrita dal suo carisma. “Dopo Bossi, Bossi”. Questo, prima dello showdown pasquale, era il mantra che serpeggiava tra i pretoriani del “cerchio magico” di Manuela Marrone e Rosi Mauro, druide-cape e custodi del corpo del capo-popolo della grande epopea padana, forgiata nel monolocale di sua moglie.

Bossi è stato il sacerdote officiante di una liturgia, pagana e popolare, che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone. Il populista col dito medio sguainato, quello che “la Lega ce l’ha duro”, s’è persino inventato una discendenza etnica, i Celti, per spiegare antropologicamente la sua Padania, causa/missione fondata sul nulla. L’ampolla del Dio Po, Pontida, eccetera sono stati solo interpretati, dal Bossi, ma sono farina del sacco di qualcun altra. Qualcuna che legge di magia e/o che non ha fatto altro che un bel copia/incolla, dalla new age neopagana al Dna di un partito senza identità.

“Ma intanto Bossi fu altro, è stato una chiave per la comprensione e l’incanalamento di grandi e pericolose rabbie nordiste, ha flirtato con i mostri del secolo, da Milosevic in giù, ha usato una lingua da trivio, la sua gesticolazione corporale era la volgarità incarnata, ma mostro non è mai stato. Se chi gli sputa addosso adesso, brutti maramaldi che non sono altro, avesse fatto un centesimo di quello che ha fatto Bossi per cercare soluzioni ai problemi veri italiani, avrebbe il diritto di parlare. Chi ha il diritto di parlare?”

Giuliano Ferrara s’indigna per l’elettroshock mediatico subito dal vecchio leader. Da garantista, certo, ma soprattutto come testimone eccellente di una storia che si ripete: Craxi capro espiatorio di un sistema in panne, Berlusconi logorato da giudici e cortigiani e un Martelli-Alfano-Maroni sempre pronto ad approfittarne a suon di appassionate omelie dedicate al capo carismatico caduto in disgrazia e, contestualmente, affilando le lame in vista dell’agognato affondo.

“Io penso che queste cose non capitino per caso a Pasqua. Quando ci presenteremo davanti al Padreterno ci chiederà quante volte sei stato capace di ripartire: questo vuol dire Pasqua, ripartenza.” Dal palco di “Orgoglio leghista”, day after della crocifissione pasquale, Bossi ha chiesto scusa ai militanti per suo figlio, ha tentato di giustificarsi un po’ (tra i fischi), ha tuonato contro il solito complotto (ancora fischi) e si è arreso all’avvento dell’eterno delfino in un cortocircuito retorico vagamente psicanalitico: “Non è vero che Maroni è Macbeth”.

“La partitocrazia e Roma vogliono annientare la Lega perché la Lega è l’unica risposta. È  per questo che tenteranno ancora di dividerci… è la storia della Lega, i tentativi che ci sono stati di dividerci, di dividere la Lombardia dal Veneto, di spezzare quella magica operazione che fece Umberto Bossi nel 1991 creando la Lega Nord, la potentissima…”. E “basta con i cerchi”, però: secondo Maroni la magia è di Bossi, non delle fattucchiere della soffitta di via Gemonio. Per loro e per i loro accoliti sono pronte le epurazioni, roghi rituali e staliniani di un partito-tribù che ha esordito sventolando il cappio in Parlamento.

“Ce la faremo a risorgere? Certamente sì, ma non ci basta: noi abbiamo un sogno nel cuore, quello di diventare alle prossime elezioni politiche il primo partito della Padania… è il progetto egemonico di cui ha sempre parlato Umberto Bossi. Possiamo farcela se facciamo quello che ho detto: pulizia, nuove regole e unità. Senza polemiche fra di noi, chi rompe le palle fuori dalle palle! È un sogno? Certo, è un bel sogno. Il futuro appartiene a coloro che credono alla bellezza dei propri sogni.”

La Lega è stato l’ultimo partito di massa all’antica, modellato sul centralismo democratico del Pci e sulla democrazia progressiva di togliattiana memoria, e il suo capo assoluto (come lo erano i segretari del Pci) ha cominciato strimpellando canzoni alla chitarra con piglio belmondiano, come il suo amico-nemico Berlusconi. Il tramonto della sua avventura (mai termine fu più appropriato) coincide con quello dell’altra B che ha dominato la scena politica negli ultimi vent’anni.

È un terremoto vero, per la destra, molto simile a quel fatidico 1992 in cui la magistratura e i media spazzarono via, nel disonore, i partiti che avevano costruito la Repubblica dalle macerie. Occhetto e il Pds, allora, tentarono di approfittarne con miope cinismo e infatti arrivò Berlusconi, per vent’anni. La stessa latitanza politica di oggi con il rischio che, stavolta, “l’uomo nuovo” non abbia neppure un qualche conflitto d’interessi con cui tentare di ricattarlo. E che ci seppellirà, sì, ma con grande onestà.

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14 marzo 2012

TERRA È LIBERTÀ


“Alla Tekove Katu ci arriviamo da Santa Cruz in jeep, per una strada che taglia il Chaco come una papaya, dal sud della Bolivia all’Argentina, passando per il Paraguay. Sul portapacchi, nel bagagliaio e fra noi, zaini, casse d’acqua, componenti per pc, frutta, spaghetti. Padre Tarcisio ci accoglie come se fossimo vecchi amici.

Dentro l’ufficio/cucina/studio ci aspetta un brodo di pollo (vero), una torma di bimbi e alcune splendide signore ai fornelli, ridenti e indaffarate. La tavola non viene mai sgombrata del tutto, c’è sempre qualcuno che passa e magari deve ancora mangiare. A Gutierrez la scuola è il cuore della comunità: la luce è arrivata da tre anni e tutta la città ha l’acqua da quando Padre Tarcisio ha fatto mettere la cisterna.”

Sono passati quasi cinque anni dal viaggio in Bolivia e dall’incontro con la comunità Guaranì, che lotta da vent’anni e passa per il riconoscimento dell’Autonomia indigena. Vanessa ed io ci ritrovammo catapultati in una realtà parallela, un mondo a priorità capovolte in cui tutto ciò che noi eravamo abituati a ritenere essenziale non contava niente mentre le cose scontate, quaderni per scrivere e acqua calda per lavarsi, erano tutto. Correva l’estate del 2007, l’anno della VI Marcia del Popolo Guaranì, in cammino dal Chaco fino a Sucre, la sede del Parlamento della Bolivia.

“L’autodeterminazione è una battaglia di giustizia per gli occidentali di passaggio come noi, ma una questione esistenziale per gli indigeni. Rivendicare l’Autonomia da queste parti significa lottare per vivere con ciò che si produce, nella terra in cui si è nati”. Sono passati cinque anni dal nostro reportage, che il Manifesto ospitò sulle pagine di Chips&Salsa (l’inserto settimanale del compianto Franco Carlini), e mi ci sono voluti tre articoli su tFP per collegare la battaglia del popolo Guaranì con quella degli indigeni della Val di Susa.

La questione, invece, è la stessa. La solita secolare questione: la terra. In Val di Susa ribellarsi per difendere la propria contea significa affermare un diritto assoluto, la proprietà, contro un altro, il presunto interesse generale. Sono diritti potenzialmente inconciliabili. In Bolivia, e in mezzo mondo, gli indigeni lottano per recuperare la terra perduta, sottratta con l’inganno dai colonialisti.

I coloni di Manituana, che facevano firmare ai pellerossa contratti di cessione delle proprie terre dopo averli fatti ubriacare, non erano molto diversi dalle multinazionali farmaceutiche che regalano ai contadini indiani sementi che rendono il terreno dipendente dal prodotto spacciato, o dal colosso minerario indiano Vedanta Resources, che della montagna sacra dei Dongria Kondh riesce solo a calcolare i due miliardi di dollari di bauxite che ci stanno sotto. E neppure dalle scavatrici della Val di Susa.

In nome di una grande opera, che nulla ha a che spartire con le sorti del luogo in cui viene calata come un’astronave, lo Stato italiano è vent’anni che cerca di piantare la bandierina. Una qualsiasi: prima era stato il trasporto di persone, poi è diventato di merci, in diversi formati e progetti, ma sempre ad alta velocità (l’estetica futurista inturgidisce ancora i politici in cerca d’autore). Tutti corredati dal solito teatrino di conti e controconti, d’accordo soltanto nell’ammettere con vaga mestizia che in Italia costa dalle tre alle cinque volte di più che nel resto dell’Occidente.

Ora, le responsabilità del passato sono note e dibattute. Si tratta di un’opera bipartisan, fortemente voluta da tutte le forze politiche presenti in Parlamento (di maggioranza e opposizione), e di un impegno con l’Europa, come ripetuto stile-mantra in ogni angolo del mainstream. La questione è se a questa presunta volontà generale corrisponda o meno un consenso sul territorio e se debba contare. Non solo per decidere sul “come”, ma sul “se”. Il governo ha deciso per la prima, chiudendo esplicitamente la porta al referendum invocato da FR, oltre che da Adriano Sofri su Repubblica, e si è abbassato la visiera dell’elmetto.

La sensazione è che la posta della partita non sia tanto la grande opera in sé, che in Italia as usual dà da mangiare (molto) a imprese grandi, piccine (poco), lavoratori (pochissimo e a tempo), mafie e per questo costa molto di più che all’estero, ma la sfida. Il diritto all’autodeterminazione su base proprietaria, innalzato dagli anarco-agricoltori della Val di Susa, è un punto di non ritorno per l’autorità dello Stato in quanto tale e la guerriglia resistente (più o meno non-violenta, cambia poco) si configura come un oltraggio intollerabile al suo monopolio della forza.

La proprietà tale diventa il guscio di base, la metrica minima a guardia della libertà dell’individuo. Se non possiedi sei posseduto. Dall’affitto, dal mutuo, dalla carta di credito, dal divano a rate, dall’iPhone in comodato gratuito, da tutti gli strumenti con cui sei cooptato nel circo dei consumi, grazie ai quali l’occhiuto poliziotto globale ti tiene al guinzaglio vita natural durante. Nella tua fattoria invece sei, puoi essere, l’anarca jungeriano e disertare (o meno) il conformismo globalizzato. Puoi creare da te il percorso di vita che più ti aggrada, scegliere.

Certo non tutti possiedono una casa che “si può girarci intorno”, come il sogno di una vita raccontato a mio suocero da un vecchio repubblicano romagnolo. Ed è curioso che oggi si cominci ad avverare quella guerra tra città e campagne profetizzata dal crononauta John Titor (leggenda internettiana d’inizio millennio). Un filo rosso lega i ribelli della Val di Susa a tutti gli irriducibili dell’autorganizzazione comunitaria sparsi per il mondo, che ha nello Stato esattore/poliziotto il nemico naturale e sempre più inutile (se non proprio nocivo).

In quest’ottica la secessione delle ex Repubbliche socialiste sovietiche è da considerare un’avanguardia e la contrapposizione novecentesca tra comunismo e capitalismo un gioco di specchi buono per dare lustro alle vecchie istituzioni. Magari aveva ragione Marx e l’estinzione dello Stato è prossima o forse andrà semplicemente a finire che “a tarda sera io e il mio illustre cugino de Andrade eravamo gli ultimi cittadini liberi di questa famosa città civile, perché avevamo un cannone nel cortile”. Prima comunque bisogna avere il cortile.

L'articolo è stato pubblicato come editoriale su The FrontPage.

La foto è stata scattata in Bolivia e ritrae il processo di lavorazione di uno stencil artigianale a scopi di “viral marketing” (io l’ho imparato lì, facendo il consulente volontario del movimento indigeno Guaranì, il viral marketing...). L’assemblaggio del logo “Autonomia Indigena” dell’immagine, utilizzato durante la VI Marcia Guaranì, fu il nostro primo contributo alla causa.

23 febbraio 2012

TERZO MONDO FERROVIARIO


Mercoledì quindici febbraio, il sole in cielo e diversi giorni senza un fiocco di neve, mi arrischio a prendere un treno sulla famigerata tratta Ravenna-Bologna. La settimana prima, sempre di mercoledì (in piena bufera), il treno delle nove e tre quarti era stato soppresso e l’autobus sostitutivo ci aveva messo più di tre ore per raggiungere Bologna. Quindi opto per una postura guardinga e, nonostante il mio appuntamento in Fiera non sia prima delle undici e trenta, arrivo alla stazione di Russi alle otto e mezza.

Scopro subito di aver fatto bene, perché sia il treno prima che quello dopo sono stati cancellati e la gente (numerosissima al binario) non si capacità del perché. Dicono che le vetture sono da accomodare per via della nevicata, ma tutti sanno che le officine delle Ferrovie hanno licenziato a man bassa. Forse è per questo che ci mettono una settimana ad aggiustare una carrozza, penso fra me e me mentre il treno arriva con neanche dieci minuti di ritardo.

Quando le porte si aprono una muraglia umana ondeggia minacciosamente nella mia direzione ma, forte della convinzione che quella sarebbe stata la mia unica possibilità per andare al lavoro, mi acquatto sul gradino più basso in attesa di qualche pertugio. La stazione dopo, Bagnacavallo, stessa scena. Apertura porte, facce sbigottite, qualche spintone.

A Lugo il clima si surriscalda. Io nel frattempo sono riuscito a scovare un posto-acciuga in una carrozza e sto addirittura leggendo il mio Pynchon, ma fuori la gente non riesce a salire, scattano flash e volteggiano videocamere tra le minacce del capotreno ormai fuori controllo. A Castel Bolognese si sfiora la rissa, o forse no e si menano davvero, ma io riesco a vedere solo uno spintone e a sentire il ruggito del pendolare buggerato. A Imola il treno giunge tra ali di folla degne di un Gran Premio di Formula Uno. Ma nessuno potrà salirci sopra. Ancora grida e schiamazzi d’impotente frustrazione.

Intanto un rapido e intimo briefing con i compagni di sventura mi consente di mettere a fuoco le ragioni del delirio di giornata. Alla Fiera di Bologna oltre Univercity (dove devo andare io) c’è Alma Orienta, il giorno dell’orientamento per le aspiranti matricole dell’Alma Mater, e il nostro treno è l’unico in circolazione tra Ravenna e Bologna dalle otto del mattino e mezzogiorno. In più ha soltanto quattro carrozze e non è neanche una novità. I treni del mattino sono tutti così mentre quelli del pomeriggio, deserti, di solito ne hanno dalle dieci in su. Quando, qualche anno fa, ho chiesto lumi mi è stato risposto che dovevo organizzare una petizione di pendolari perché loro, i ferrovieri, non se li fumavano.

Quando ero piccolo l’Italia era un Paese sostanzialmente ricco e i bambini poveri erano quelli del Terzo mondo. Non era un modo di dire particolarmente elegante ma d’altronde neanche la povertà lo è. Nella bambagia del benessere anni ’80, “Terzo mondo” evocava lo spettro della povertà vera e nera, quella che avevano conosciuto solo i nostri nonni e che veniva esorcizzata di quando in quando da concerti benefici di pop star in cerca di redenzione e/o rilancio.

Il ventaglio delle metafore possibili per illustrare il declino italiano è davvero ampio, ma quella ferroviaria mi sembra la più indicata: negli ultimi vent’anni, i treni italiani sono rimasti sostanzialmente identici, come il loro Paese bipolaristicamente immobile. Carrozze, rotaie, motrici vecchie, sporche e mal funzionanti, sempre in attesa di una nevicata redentrice per potersi rinchiudere in officina mi parlano del mio Paese molto meglio delle proiezioni dotte di sociologi ed economisti.

Oggi a mio figlio racconto sempre che è un bambino fortunato, la povertà però non è più confinata ai documentari sull’Africa ma è diventata come lo spot della Vodafone: tutto intorno a te. L’Italia è un ricco Paese in decadenza, che si autoalimenta di scuse e alibi incrociati per non scommettere sul futuro, l’abbiamo ripetuto tutti talmente tante volte che mi annoio pure a scriverlo. Bisogna solo che ci rimbocchiamo le maniche e ci mettiamo a spalare a testa bassa, non ci sono cazzi.

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4 febbraio 2012

UP PATRIOTS TO ARTS


Monti svègliati: i giovani sono già senza posto fisso. La predica falla alle banche
abituate al posto fisso per dare un mutuo. Ai giovani già non importa nulla del posto fisso. Si accorgono e rimpiangono il posto fisso quando entrano in una banca, quando chiedono un mutuo, quando chiedono un prestito. E la risposta è sempre la solita: “no”. Senza posto fisso il mutuo non si fa. Quindi, caro Monti, questo discorso è da fare alle banche. Ah, potrebbe parlarne anche in Consiglio dei ministri, ormai è la stessa cosa. Grazie.”

In Italia si sente dire spesso che quando uno riesce e mettersi contro tutti significa che sta lavorando bene. O quantomeno che sta lavorando. Così su Facebook il blogger filo Pdl Daw riesce a portare a sintesi la reazione che, da destra a sinistra, hanno suscitato le parole di Monti sul posto fisso “noioso”. Dopo l’uscita del sottosegretario meritocratico contro gli sfigati che si laureano dopo i ventott’anni si può dire che l’era della sobrietà è un ricordo remoto, come il global warming sotto mezzo metro di neve.

Secondo i sondaggi Monti continua a godere della fiducia degli italiani, ma anche no. L’altro giorno Repubblica.it titolava “Gli italiani di lotta e di governo promuovono Monti e le proteste” e presentava l’italianissimo risultato dell’ultimo sondaggio, che promuoveva Monti e chi lo contesta con percentuali pressoché identiche (58% a favore del governo, 56% con le piazze).

Una delle ragioni di questa apparente schizofrenia può essere ascritta al noto adagio italico “Franza o Spagna purché se magna”, ma non basta. I desolanti e desolati partiti politici hanno pure la loro parte di responsabilità in commedia e la recente scoperta della scomparsa di 13 milioni di euro dal conto corrente della fu Margherita di certo non aiuta la generosa resistenza contro il mainstream antipolitico, sempre più bipartisan.

Oppositori e sostenitori del governo sono ruoli così palesemente tattici (come prima la saga pro/contro B.) nella commedia dei partiti, che nessuno li prende sul serio da tempo. Il dramma è che sotto la tattica non sembra esserci niente di più del solito basso cabotaggio, i consueti strumenti per la navigazione a vista in una fase storica che richiede coraggio visionario. Pure la pantomima sull’articolo 18, inscenata dal governo con un andirivieni imbarazzante di sparate e smentite, non aggiunge né risolve granché. Il lavoro non c’è perché non ci sono soldi che girano, altroché mobilità in uscita.

Cambia il mondo ed è ormai chiaro che globalizzazione significa iPhone, Twitter e Wikipedia ma anche che “le panchine sono piene di gente che sta male”. Il villaggio globale è l’Eden della conoscenza svelata e delle infinite opportunità, certo, ma anche l’era della polarizzazione estrema della ricchezza che spacca il mondo fra élites cosmopolite e proletariato televisivo, sempre sul ciglio della favela.

Questo mondo, in cui cresceranno i nostri figli, assomiglia sempre più a una sorta di Medioevo tecnologico, con i templari della finanza a guardia dell’ortodossia sviluppista che misura la salute di Stati e famiglie con il termometro unico del Pil. E l’ordine dopo la crisi si configura ora (o mai più) nelle agende di Bruxelles, Washington, Pechino, Brasilia e Nuova Delhi, in una mano di poker con le agenzie di rating, gli organi di governo sovranazionali e gli interessi economico-finanziari che non hanno certo bisogno di Davos per contare.

Nella trasmissione di Santoro, che ascolto mentre scrivo, hanno appena intervistato una pensionata greca. Le hanno tagliato l’assegno mensile di quattrocento euro e non ha i soldi per pagarne novecento di luce. Così gliel’hanno tagliata. A lei, a suo marito pensionato, a sua figlia e a suo genero, disoccupati, che vivono lì con la figlia piccola. In Grecia si stanno moltiplicando gli episodi di malnutrizione infantile, come nei paesi poveri, e neanche i bilanci stanno così bene. L’inviato le chiede come fanno: “Con le candele.”

Bisogna che tecnici e/o politici, italiani e/o europei, siano in grado, adesso, di indicare una direzione di marcia, un approdo credibile, una speranza comune. È l’unica alternativa ai forconi che, come in Grecia, passeranno sempre più spesso alle vie di fatto, una volta constatato che il tempo delle parole è passato. Oltre che della povertà bisogna avere paura delle sue conseguenze, ora che con l’iPhone e Twitter chiunque è in grado di mostrarle al mondo in tempo reale.

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5 dicembre 2011

LACRIME, SANGUE E MERDA


Così come tra uomini e donne, anche per gli Stati essere deboli o forti non è una questione di genere ma di capacità/possibilità di decidere in proprio. L’Italia del commissario Monti è l’esempio perfetto di uno Stato storicamente giovane, costituzionalmente promiscuo e politicamente abbastanza debole da avere accettato, in centocinquant’anni di storia, praticamente tutto.

Da Mussolini al compromesso storico, dal partito dell’ampolla del Dio Po al governo a quello di Mastella, Diliberto e Pecoraro Scanio, passando per un’incredibile sequenza di aspirazioni golpiste (almeno quattro, solo dal 1963 al 1985), esecutivi balneari di ogni razza e l’eliminazione giudiziaria a mezzo stampa dei partiti che hanno scritto la Costituzione. Fino al Drive-in di massa degli ultimi anni con intercettazioni, escort e chiacchiere che hanno finito per eclissare la crisi e alla fine il governo stesso.

Poi, dopo qualche ora di festa per l’auto-deposizione del Caimano e dopo la selva di tripudi di loden e di alleluia per la ritrovata sobrietà al governo, ecco che la annunciatissima scure di Monti cala in tutta la sua crudezza, alle otto della sera, e le chiacchiere arrivano a zero. Con grande sobrietà, in un sol colpo il professore reintroduce l’Ici (rivalutando gli estimi), aumenta l’Iva e (agghiacciante) blocca la rivalutazione Istat per le pensioni oltre i 1000 euro.

La super-stangata prevede anche l’annunciata riforma delle pensioni, la reintroduzione della tracciabilità e un ulteriore taglio agli enti locali. Ferrara potrà lustrarsi gli artigli (dopo giorni e giorni di apologie di Paul Krugman), Calderoli rilancia già la secessione (“consensuale, sul modello Cecoslovacchia”), Ferrero annuncia lo sciopero generale, a Di Pietro prudono le mani, i sindacati si preparano alla battaglia e il Pd e il Pdl (al solito) non sanno che pesci pigliare.

Mi sa che non basteranno le tasse sui beni di lusso e i (presunti) tagli alla politica per decretare la fine anticipata della luna di miele fra il commissario Monti e gli italiani, che fino a ieri sera gli hanno tributato una fiducia quasi unanime. Né basterà il carisma istituzionale di Re Giorgio (come l’ha ribattezzato il New York Times), che forse ha salvato l’Italia dal default finanziario ingaggiando Monti con un’operazione di rara abilità, ma difficilmente potrà qualcosa contro le probabili ricadute recessive di questa manovra.

Monti ha tenuto fede alla promessa di non guardare in faccia a nessuno e continua a ripetere che tutti i riflettori sono puntati sull’Italia. Allo Stato debole per eccellenza l’altro ieri è stato lasciato il cerino in mano dalla Merkel davanti al Bundestag riunito: “Dai cambiamenti dell’Italia dipende il futuro dell’Eurozona”. E i cambiamenti sono arrivati per decreto legge, sobriamente denominato “salva-Italia”, e con un appello ai cittadini centrato sul rischio di “macchiarsi del fallimento dell’intera Eurozona”, perché “il debito pubblico italiano è colpa di chi ha governato l’Italia, non dell’Europa”.

“I sacrifici devono essere visti alla luce di un risveglio a favore del merito e contro i privilegi, i nepotismi, le rendite”. Per Monti “noi italiani siamo considerati delle individualità di spicco, simpatici”, e sembra di sentire la conferenza stampa di un commissario europeo tedesco o lussemburghese, di un consulente di una banca d’affari o dell’Fmi.

Essere uno Stato debole significa ciclicamente abdicare dalla democrazia e quando Monti annuncia “ho riflettuto in questi giorni che, visti i sacrifici che devo chiedere ai cittadini italiani, ho deciso di rinunciare ad ogni compenso come presidente del Consiglio e ministro del Tesoro e delle Finanze”, ho pensato che forse hanno davvero ragione Ferrara&Ferrero e questo è un tecno-golpe a tutti gli effetti.

Non è detto che sia un male. Non c’è dubbio, per esempio, che in termini metodologici questo governo è un altro mondo e Passera che annuncia report costanti, con gli stati di avanzamento delle riforme in programma, ne è l’emblema. Poi, quando l’algida ministra Fornero scoppia in lacrime annunciando il blocco delle pensioni e non riesce a terminare la relazione, metto a fuoco l’unica verità: siamo nella merda, mi sa che c’è poco da fare gli schizzinosi.

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24 novembre 2011

THE DARK SIDE OF THE WEB


“Ciao, sono Rascatripas e questo mi è successo perché non ho capito che non avrei dovuto postare cose sui social network”. Lo “strimpellatore”, Rascatripas, è stato trovato senza testa e con le mani legate dietro la schiena alla periferia di Nuevo Laredo, città messicana al confine con il Texas. Sul corpo del blogger trentacinquenne, che gestiva un sito che denuncia i cartelli della droga messicana, l’intimidazione di massa.

A partire dalla metà di settembre altri tre blogger sono stati uccisi dai narcos-killer riconducibili al cartello di Los Zetas. Una ragazza e un ragazzo sono stati appesi a un ponte mentre Maria Elisabeth Macìas, “La Nena del Laredo” che moderava il sito insieme a Rascatripas, è stata sequestrata, decapitata e il corpo è stato fatto trovare sotto la statua di Cristoforo Colombo, a Nuevo Laredo, dove qualche giorno dopo hanno trovato quello del suo socio.

I messaggi di rivendicazione sono stati tutti firmati con la “z” di Los Zetas che fa tanto Zorro. Per non lasciare adito a dubbi, certo, ma forse anche per ingaggiare una battaglia iconografica con quelli che stanno tentando di metterli alla berlina, in Rete. Tra cui non potevano mancare gli Anonymous che, dietro l’effigie altrettanto simbolica di Guy Fawkes (esondata dalla Rete alla realtà nelle piazze di tutto il mondo), hanno dichiarato guerra al narcotraffico lanciando la campagna #OpCartel.

A questo giro però il 5 novembre, data-simbolo per eccellenza (anniversario dell’arresto di Guy Fawkes sotto la Camera dei Lords, con la miccia in mano) e giorno delle annunciate rivelazioni sul cartello e sui suoi fiancheggiatori, non è successo niente. L’attivista di Anonymous sequestrato da Los Zetas il mese prima era stato liberato e la minaccia di ammazzare dieci persone della sua famiglia per ogni nome di narcotrafficante o fiancheggiatore svelato è risultata convincente.

Anonymous, dopo aver passato l’ultimo anno e passa a buttar giù come birilli i siti di corporation, Stati e polizie, aveva cominciato la sua campagna di repulisti della Darknet (omicidi su commissione, droga, armi, pedofili) col vento in poppa. “Siamo qui per proteggere gli innocenti. Attenti, pedofili”. Una quarantina di siti di pornografia infantile sono stati oscurati e centonovanta indirizzi IP di presunti pedofili sbattuti in chiaro, nella gogna telematica chiamata #OpDarknet. Poi i giustizieri della Rete oscura hanno alzato troppo la posta.

Cia, Mossad, diaboliche corporation, dittatori sanguinari e malvagi pedofili da una parte, romantici combattenti per la libertà dall’altra: gli Anonymous erano gli eroi digitali senza macchia e senza paura. Nell’attuale deriva dei continenti, epoca in cui la percezione d’impotenza delle strutture del passato (Stati, monete, mercati) si salda alla sfiducia più assoluta nei confronti del loro futuro, le azioni degli Anonymous hanno avuto sinora ragione dei blabla inconcludenti dei loro detrattori.

Disgraziatamente per loro, però, in ultima istanza aveva ragione Tibor Fischer e “avere in mano una pistola è come essere dalla parte giusta in un dialogo socratico”. Anonymous dunque ha perso per abbandono la partita contro Los Zetas (e forse, si spera, qualcuno ci ha guadagnato la pelle). Ci si dovrebbe guardare dal dichiarare le guerre che non si possono vincere, specialmente se si ha fama di Batman e il proprio film preferito si chiama V per Vendetta. Chi la scampa (la vendetta) ha vinto due volte.

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15 novembre 2011

MONTI PARTY

“Noi siamo tornati ad essere una house divided, una casa divisa al suo interno, come l’America ferita dalla schiavitù nel Sud e dall’abolizionismo nel Nord, come la Francia legittimista di Vichy e quella libera di De Gaulle. Mai gli americani, i britannici e altre nazioni civili sospenderebbero la regola della democrazia per fronteggiare i mercati. L’Italia con il governo Monti, che nasce dalle ottime intenzioni e dai riflessi condizionati di Napolitano, e dal getto della spugna di Berlusconi (umanamente comprensibile, politicamente dolorosissimo), si condanna a una condizione paurosa di minorità costituzionale, una democrazia in braccio agli ottimati.”

Il Ferrara indignato ha tutte le ragioni per esserlo. Le stesse di Ferrero, dei ragazzi di Occupy Wall Street e delle “casalinghe inquiete” del Tea Party, come lui stesso si premura di puntualizzare nell’editoriale quotidiano a suon di citazioni di Paul Krugman (babau liberal sino a pochi mesi fa e teorico del fallimento della Bce oggi). La plutocrazia ha commissariato la democrazia, il complotto s’è avverato, Casa Pound e gli anarchici avrebbero tutte le ragioni per manifestare insieme.

Bisogna chiedersi, a questo punto, se c’era un’alternativa. Ferrara, Ferrero, Sallusti, Feltri, Santanché, insieme a Susanna Camusso, hanno chiesto fino all’ultimo le elezioni per difendere la sovranità popolare e il bipolarismo. Non è però che siano mancate le occasioni, alla sovranità bipolare, per tentare di combinare qualcosa, ma per diciassette anni la politica è stata al cinema a vedere lo stesso film.

A parte annunci e mezze riforme (sempre grandi in conferenza stampa) tutti i tentativi di correggere i noti vizi della ditta-Italia – spesa pubblica fuori controllo, parassitismi pullulanti, baronie voraci e inefficienti, ignavia tecnologica – sono sempre naufragati miseramente. Prima che i poteri forti la commissariassero, l’Italia era comunque ostaggio di micro-poteri che l’hanno spolpata e condannata alla paralisi.

Qualche anno fa, a Bologna, al bar “il Gatto & la Volpe” (il mio salotto radical-chic di riferimento), si parlava del neo-commissario della città, la pugnace signora Cancellieri (data per papabile come nuovo ministro). Un vecchietto, ex vigilante all’annuale Festa dell’Unità provinciale, a un certo punto mi ha apostrofato così: “E tota c’la zant là, consiglieri, assessori e compagnia cantante, i van tot a cà?… A’m piès la Cancellieri!”

Prima ancora di alzare un pollice, il Monti non-politico è già il salvatore della patria. Ora verrà restituito lo scettro, gli elettori avranno ancora qualche decisione da prendere oppure se l’Italia sarà del tutto una provincia. Io spero nella seconda ipotesi: lo spazio politico è quello europeo e in quella dimensione va ritarata una qualche forma di autogoverno (non solo formalmente) democratico.

L’elezione diretta del presidente degli Stati Uniti d’Europa è solo la proposta più notiziabile, ma nell’epoca della rivoluzione tecnologica forse bastano i cittadini. Claudia Bettiol, ingegnere ambientale e mamma, si è inventata un manifesto per promuovere la costituzione di un’authority europea che s’intesti i beni culturali del continente, anziché svenderli per pagare i debiti. A partire dal Partenone. Migliaia di cittadini degli Stati membri stanno traducendo la proposta e raccolgono le firme.

È chiaro anche ai sassi che a suon di stangate forse si risanano i bilanci ma di certo si diventa poveri e che l’Europa della Bce, dei burocrati di Bruxelles e degli aiuti all’agricoltura ha fatto il suo tempo. L’euro stesso paga la sua intrinseca debolezza, senza un prestatore di ultima istanza ma con ventisette politiche economiche sul collo. La cosiddetta speculazione non può che andarci a nozze e sarà sempre così, specie in tempi di vacche magre. Per cui, è proprio il caso di dirlo, o si fa l’Europa o si muore.

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9 novembre 2011

DO SOMETHING


In tempi in cui l’Italia rischia l’11 novembre dei conti pubblici a causa dell’impotenza dei suoi timonieri, l’azione in quanto tale assume connotati rivoluzionari. A guardarci bene il rovescio di popolarità del premier, sia tra gli elettori che sui mercati finanziari (oltre che tra le élites cosmopolite che lobbeggiano sull’economia globale, ma questa non è una novità), è dovuto proprio a questa percezione d’impotenza. Che per “l’uomo del fare” significa la pietra tombale sul suo carisma.

Così sono saltato sulla sedia quando ho aperto il sito del Corriere e mi sono imbattuto nell’azione di Giuliano Melani, che ha speso oltre ventimila euro per comprarsi una pagina del Corriere con un accorato (e molto ben scritto) appello agli italiani perché si comprino il debito, prendendo esempio dai giapponesi (il doppio del nostro e tutto in casa). “Io non sono Diego Della Valle, ma voglio essere uno dei portatori sani della soluzione. Questo appello mi è costato un botto, per favore non fatene carta da macero!”

“Sono circa 4.500 euro a testa: lo so che le medie ci fanno fessi ma state sicuri che molte persone dispongono di queste cifre”. Melani non ha fatto il vago, ma si è messo a fare i conti in tasca agli italiani entrando nel merito dell’investimento. “Vi giuro che ci conviene, negli ultimi due anni sono state poste in essere manovre per 200 miliardi, sono andati tutti perduti perché nel frattempo sono saliti i tassi d’interesse sul debito”. Impeccabile, e subito ipercitato da politici e banchieri. Sicché mi son detto: pensa se l’avesse detto Bersani a Piazza San Giovanni.

Invece la ditta, in compagnia dei soci di Vasto, era impegnata nell’operazione antipatia contro Renzi, uno che sgomita quando i giovani dovrebbero stare a cuccia e aspettare il proprio turno. Mettersi a disposizione. Troppo decisionista/protagonista questo Renzi, sembra Craxi o Berlusconi (ci è pure andato a cena, l’infingardo) a sentire gli umori della base del Pd, prontamente riportati dai segugi di Repubblica. Il Fatto l’ha paragonato al Duce, per non sapere né leggere né scrivere. Per la Bindi è un provocatore.

Secondo Bersani alla manifestazione del Pd “c’è stato solo un battibecco. È stata una cosa spiacevole. Ma vorrei ricordare che Renzi è uno del Pd e io sono anche il suo segretario.” E poi, naturalmente, bisogna pensare all’Italia, non ai destini personali, che non coincidono mai con le ambizioni di chi sta fuori dal cerchio magico. Poi arriva la rasoiata di Prodi: “Bersani è una persona eccellente, di grandi capacità, posso dirlo, è stato un mio ministro, ma non riesce a “uscire”… Non è confortante leggere che, con quel che succede, nei sondaggi il Pd non riesce a crescere come ci si aspetterebbe”.

Certo l’inazione snervante e inutilmente parolaia del centrosinistra, quella sinistra sensazione di “indecisi a tutto” che con il governo dell’Unione aveva rapidamente raggelato ogni speranza di cambiamento dell’elettorato, contribuisce non poco ai crucci del Professore. Anche Prodi non fa il vago e presenta il conto al “manico” della ditta, con tutta la crudele cortesia di cui un bolognese (acquisito) è capace.

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25 ottobre 2011

LIBERTÀ DI CHE?


Tre video del tutto diversi fra loro, che mi è capitato di vedere a distanza di poche ore l’uno dall’altro, mi hanno indotto ad una riflessione tanto greve quanto velleitaria. Uno spunto di discussione per il nostro bar senza birra o semplicemente un’occasione per sfogarmi: mi capita sempre più spesso d’indignarmi (con la “i” minuscola) per gli squallori quotidiani, specie se consumati in nome o per conto della libertà (con la “l” maiuscola). Il mio unico potere è scriverci su.

Il primo video mi è spuntato sullo schermo mentre avevo mio figlio in braccio. Tra i tanti “Il coccodrillo come fa?”, pubblicati su YouTube con la stesa icona, ho cliccato sul primo che mi è capitato a tiro. Non ho fatto caso alla mini-didascalia che compare, in bianco su banda rossa, durante i primi secondi: “Video contenente materiale esplicito. È sconsigliata la visione da parte di un pubblico minorenne.”

“Ma perché sti bigotti non la smettono di rompere il cazzo, io di una persona guardo quello che fa, se una brava persona, e non conta nulla se creda o non creda. E soprattutto ma se sapete che questo è un video di bestemmie perche lo commentate.” È una canzone dello Zecchino d’Oro, un balocco per bambini, che senso ha un remix a suon di bestemmie? “A dir la verità la blasfemia (in pubblico) è punita legalmente. Vuoi sapere che ne penso? Dio cane ma non è possibile!”. E ha ragione lui a quanto pare: il video di Mosconi (“bestemmiatore d’élite”, secondo un altro commentatore) è su da mesi.

Il secondo video è quello pubblicato da Repubblica.it sulla ragazza-madre black bloc. Non mi scandalizzano granché le professioni di fede violenta, anche in una giovane madre, alla fine forse è peggio (e più deleteria) l’ipocrisia moralista di chi lancia il sasso e nasconde la mano. Ho provato orrore più che altro per lo squallido teatrino da finto scoop con cui è stato imbastito il tutto: osceno copricapo stile burka per l’anonima incazzata e prurito contrabbandato da comprensione per il taglio del servizio.

Il riassuntino a fianco del video dice già tutto. “È una giovane precaria. Mamma di una bambina molto piccola. Il 15 ottobre era in piazza. A lanciare sassi e bastoni contro la polizia. Ha 30 anni, è romana. E furiosa. Perché non riesce ad arrivare a fine mese, perché non ha una casa, perché non ha aiuti per crescere sua figlia.” Quindi fa bene a tirare i sassi? No? E allora che c’entrano i figli, la casa e l’incazzatura?

Infine, Gheddafi. Sarà una banalità, ma l’iniezione di violenza che si prova a vedere i video degli ultimi istanti di vita del Rais fanno male alla salute. Capisco chi brinda e pure chi ha premuto il grilletto. Fossi stato libico forse ora sarei a festeggiare, fossimo nel 1945 magari sarei a Piazzale Loreto a sputare sul Duce, freddato senza processo e appeso a testa in giù. Fa schifo lo stesso, però, e fa male: “Se guardi l’abisso, l’abisso ti guarda”.

L'articolo, con foto, è stato pubblicato su The FrontPage.

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