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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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21 febbraio 2013

UNA RICETTA PER L'ITALIA / Lettera aperta a tutti i candidati


Se il diavolo si nasconde nei dettagli, tra le tante schifezze che si possono annoverare nella funestata penisola pre-elettorale c’è un’ingiustizia particolarmente odiosa e forse troppo piccola per trovare spazio tra i cubitali delle grandi testate, pancia a terra a celebrare il Grande Addio e/o il wrestling elettorale. Riguarda i malati di alcune patologie e la loro sfiga di aver incrociato, oltre la malattia, anche una cura fuorilegge.

Per chi soffre di diversi tumori particolarmente dolorosi, di malattie neurodegenerative come l’Alzheimer, di epilessia, anoressia e di tante altre patologie, i derivati della cannabis possono essere una soluzione. I suoi effetti analgesici, calmanti, di stimolo all’appetito, al buonumore (per chi soffre di depressione non è un dettaglio) da tempo ormai sono oggetto di studi, ricerche e pubblicazioni da parte della comunità scientifica di tutto il mondo.

Così come, in mezzo mondo, si fanno strada sperimentazioni legislative che rompono l’assedio psico-culturale del proibizionismo: i referendum, contemporanei all’elezione di Obama, che hanno reso legale la sostanza negli stati di Washington e del Colorado sono solo l’ultimo esempio. D’altronde era stato l’ONU, oltre un anno fa, a pubblicare uno storico rapporto in cui decretava il fallimento della repressione e l’urgenza del cambio di rotta a livello planetario, dopo decenni di manganello.

Anche in Italia si muove qualcosa. Oltre alle sentenze della Corte di Cassazione, che hanno prima ammesso la coltivazione a uso “domestico” e poi, pochi giorni fa, decretato non punibile il consumo di gruppo, si stanno muovendo le regioni, in rigoroso ordine sparso (anche politico). Sono partite la Toscana e la Puglia, in cui è nata la prima associazione di malati-consumatori raccontata da FrontPage, seguite da Liguria e Veneto. L’Emilia-Romagna dovrebbe accodarsi a breve.

Nonostante ci si possa rallegrare per i malati di queste regioni l’assurdità del federalismo all’italiana, che garantisce un diritto alla salute sostanzialmente diverso a seconda del comune di residenza, è evidente. L’inanità di un Parlamento che non è riuscito a decidere nulla che prevedesse un dibattito tra persone libere è la causa dell’inferno legislativo, in cui la legge Fini-Giovanardi ha precipitato migliaia di malati e circa cinque milioni di consumatori di cannabis.

Il bavero alzato e la banconota stiracchiata, allungata allo spacciatore nel vicolo buio, sono a tutt’oggi l’unica ricetta per chi intenda mettere la propria salute prima della legge (peraltro differente a seconda di latitudini e giurisdizioni). Col rischio, o il semplice terrore (che poi sono un po’ la stessa cosa) di vedersi ritirare il passaporto, la patente, la custodia dei figli. O magari di farsi qualche giorno in gattabuia, a discrezione.

Ora, tra le tante sbandierate come tali, questa è un’emergenza. Lo è per chi vive la malattia sulla propria pelle, ogni giorno, ed è costretto dallo Stato a considerare la propria cura come qualcosa di cui vergognarsi, da fare di nascosto dai vicini, dagli amici, dai parenti. Quando invece scienza e coscienza, da che mondo è mondo, sanciscono che solo il medico e il paziente hanno il diritto-dovere di condividere la cura. In libertà.

Per queste ragioni si chiede a tutti i candidati, di ogni ordine e grado come si suol dire (a Palazzo Chigi, alla Camera, al Senato, nel Lazio, in Lombardia e nel Molise), di impegnarsi pubblicamente ad approvare entro i mitici primi cento giorni – quelli appunto delle emergenze – una legge molto semplice che stabilisca:

-        la legalizzazione dei farmaci a base di cannabis

-        la liberalizzazione delle associazioni di consumatori di cannabis ad uso medico

-        la liberalizzazione delle piantagioni di cannabis ad uso medico destinate ai nuovi mercati (farmacie, parafarmacie, associazioni di consumatori)

-        l’equiparazione della cannabis ad uso medico da terrazzo al basilico.

Naturalmente questo non significa far west. Al contrario è interesse anche dei malati che gli altri, tutti, rispettino norme di buon senso (che già esistono) per evitare di mettersi alla guida o di svolgere mestieri delicati dopo aver assunto farmaci a base di cannabis. Ma vale anche per il Tavor e per tutti gli altri analgesici che inibiscono le normali funzioni neurologiche di cui ci si serve per guidare o lavorare. Non è una news.

In Italia ci sono tante associazioni di malati che si battono per la libertà di cura e il prossimo Parlamento, nel bene o nel male, sarà comunque una rivoluzione. Politica e anagrafica. Questa battaglia è una battaglia giusta che potrebbe materializzare una maggioranza di parlamentari ragionevoli, indipendentemente dalla loro collocazione politica all’interno dell’emiciclo: prima di decidere se votare e per chi, scrivete ai candidati del vostro collegio e chiedete loro se intendono o meno prescrivere una ricetta per l’Italia. La vostra.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

29 maggio 2011

L'ULTIMA CORSA DI VARENNE?


“Quale esper­t­o impazzito di marketing poli­tico ha suggerito al premier di presentarsi in tutti i tg come un propagandista, di diminuire la sua autorità e credibilità di pre­sidente del Consiglio e di lea­der del partito di maggioranza relativa di una grande nazione occidentale con discorsi da bet­tola strapaesana? Chi gli ha consigliato di perdere all’istan­te i voti dei cattolici diocesani abbracciando a Milano, dove le intemerate leghiste più sprovvedute non hanno mai at­­tratto consensi, la crociata del­la lotta a zingaropoli o il truc­chetto del trasferimento in terra meneghina di al­cuni ministeri romani, subi­to contraddetto dal sindaco della Capitale? Che cosa può portare il capo di una classe dirigente che dovrebbe pun­tare su libertà e responsabili­tà ad avallare, dopo la magra figura dell’attacco
ad perso­nam a Pisapia, e senza le do­vute scuse, l’idea che la vitto­ria dell’avversario nella lotta per il Municipio porterebbe terrorismo e bandiere rosse a Palazzo Marino?”

Giuliano Ferrara, con la tipica lucida crudeltà degli amanti traditi, denuda in poche righe il disastro politico della campagna elettorale sempre più disperata (con tanto di finti operai sguinzagliati in diversi quartieri a prendere le misure per finte moschee e finti rom a distribuire finti volantini pro-Pisapia) di Berlusconi, la cui – piuttosto probabile – disfatta rischia di tirarsi dietro tutto il resto. Ostaggio di una Lega debole, sconfitta nelle urne e sfibrata da faide, rivolte della base e contraddizioni che neanche il verbo del Bossi sembra in grado di placare, e ostaggio della propria storica inossidabilità, che gli ha impedito sinora di scegliere un successore a cui affidare la costruzione di un partito vero, il premier stavolta appare all’angolo del ring. A un soffio dall’ultimo gong.

Notapolitica e The Right Nation da diversi anni utilizzano la gagliarda metafora ippica per sbertucciare platealmente il divieto di pubblicazione dei sondaggi, escogitato presumibilmente per tutelare gli elettori da sé stessi (sono troppo stupidi per non farsi condizionare da rilevazioni statistiche a ridosso del voto o da – ommioddio! – spot televisivi, questi elettori). Secondo le ultime corse clandestine recensite, dopo la pubblicazione quasi quotidiana di tutte le gare preparatorie dei principali ippodromi in cui si disputano i Grand Prix più attesi, per i purosangue della scuderia Varenne si profila una vera e propria Caporetto.

“Ultimo giorno di gare, all’Ippodromo di Frizzy, per la preparazione alla finale del Gran Prix di Milano del 29-30 maggio. Anche stavolta, confermando un trend emerso nettamente negli ultimi giorni, Fan Pisapie ha dominato in lungo e in largo staccando di ben undici lunghezze Morattenne. Risultato vicinissimo al record stagionale fatto registrare mercoledì della scorsa settimana. Con una larga fetta della tifoseria di Varenne assente dagli spalti, in evidente stato di agitazione nei confronti dei coach della scuderia, il cavallo rosso ha galoppato in scioltezza fin dalle prime curve, arrivando sul traguardo in 55,5?, mentre la campionessa uscente non è andata oltre un modestissimo 44,5?. A questo punto, in vista della gara finale, l’obiettivo principale della Scuderia Varenne sembra essere diventato quello di limitare il più possibile le perdite, per evitare che la sconfitta si trasformi in un dramma.”

Se a Milano piange da Napoli potrebbe arrivare il colpo di grazia per la scuderia Varenne: “Lunedì Galopin du Magistry è arrivato al traguardo in 52?, con quattro lunghezze su Letterienne (48?). Giovedì le lunghezze sono diventate sette, con il puledro amato dai giudici di gara che ha fatto segnare un ottimo 53,5? contro il 46,5? del suo avversario. Nell’ultima gara in programma, però, quella di venerdì, il cavallo della Scuderia Varenne ha avuto un sussulto d’orgoglio, chiudendo il giro di pista in 48,5? contro il 51,5? di Galopin du Magistry, ad appena tre lunghezze dal battistrada. Barlume di speranza o canto del cigno?”

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
"Il favoloso mondo di Pisapie" è stato pubblicato qui.

29 luglio 2010

BAVAGLIO ALLE WEB TV?


“Le nuove regole trasformeranno Internet in una grande tv. Alla fine a fare video informazione e intrattenimento resteranno solo proprio i signori della tivù tradizionale”. È inequivocabile Guido Scorza, tra i massimi giuristi specializzati in faccende della Rete, intervistato dall’Espresso (in un articolo segnalato da Luca De Mata) a proposito del decreto Romani e del suo regolamento attuativo, emanato dall’Agcom nei giorni scorsi.

A pagare il prezzo più salato sono le web-tv. Anche un solo banner pubblicitario e verranno considerate emittenti a tutti gli effetti, in grado di sborsare tremila euro prima ancora di aprire bottega e di esibire la solita montagna di documenti (molto italiana) degna delle Dodici fatiche di Asterix. Quelle col palinsesto, poi, dovranno stare davvero in campana visto che, se non si adeguano alla normativa e non sborsano la tassa, rischiano multe da quindicimila a due milioni di euro.

La tesi dell’Espresso, naturalmente, è che ci si trova davanti all’ennesimo bavaglio alla libertà (questa volta digitale) gabellato da regolamento di un settore che si è trasformato rapidamente in una giungla di oltre 5000 web-tv, sorte negli ultimi anni in Italia. Alessandra Longo chiude il pezzo facendo balenare “il sospetto che tra le motivazioni che hanno portato il governo a tarpare le ali alle web tv ci sia anche il desiderio di proteggere Mediaset, che tra l’altro è particolarmente attiva nella riproposizione dei suoi programmi in Internet con un apposito videoportale.”

Mediaset, che è pure in causa con YouTube per i video delle varie trasmissioni tv che gli utenti hanno postato nel corso degli anni, può certamente temere una concorrenza “potenziale” che secondo Bruno Pellegrini (fondatore di The Blog Tv, sei milioni di fatturato nel 2010 con una cinquantina di web tv tra cui MadeinKitchen, NokiaPlay e YouDem) significa “circa 10 milioni di euro l’anno, escludendo i portali come YouTube e quelli delle grandi reti”.

Tutto sommato però, per Mediaset avrebbe più senso investirci sopra qualche spicciolo (ché di questo si tratta) per svecchiare un po’ contenuti e format, piuttosto che giocare alla lobby censoria. Sempre che, invece dell’ennesimo diabolico complotto, non si tratti del classico problema, un po’ più prosaico e spesso sottovalutato: chi ha scritto la legge non sa nulla di come funziona la Rete.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
Il video è stato preso in prestito qui.

29 giugno 2010

PIRATI LEGALIZZATI


“Scusa, se io pago una tassa per una cosa che non si sa se faccio o meno, si presume che questa cosa è legale. O no?” Massimo è un informatico bolognese che sostiene, con ridanciana serietà, che in Italia “scaricare selvaggiamente” è legale dall’entrata in vigore del decreto legislativo firmato dal ministro Bondi lo scorso 30 dicembre, poco prima di stappare lo spumantino, che introduce una tassa sui supporti multimediali (inclusi hard disk interni ed esterni, memorie dei telefonini, chiavette USB). “Presumendo quindi che tu scarichi e conservi i files”, secondo Massimo. Una sorta di condono preventivo.

Si tratta del sequel del contestatissimo (all’epoca) decreto Urbani che introduceva una tassa sui supporti vergini, per garantire – appunto – l’equo compenso (derivante dalla presunta “copia privata” di un’opera, concessa ai consumatori) che dovrebbe spettare agli artisti. L’Asmi (l’associazione di categoria dei produttori di supporti multimediali, Sony, Maxell, Tdk, Fuji magnetix, Panasonic, Philips, Hewlett-Packard, Memorex, ecc.) ci fece una campagna (nella foto il manifesto) contro la “Memory Tax”, la tassa sui ricordi, prima di intentare un’azione legale nei confronti della Siae in grado di provocare una voragine da 70-80 milioni di euro (su circa 700 di fatturato).

Sarà per questo, magari, che Bondi ha raccolto il testimone di Urbani? In Rete naturalmente si (s)parla apertamente di una “tassa Siae”, un decreto scritto per continuare l’alimentazione artificiale di uno degli enti più discussi e decotti d’Italia e per dare un po’ di ossigeno alle corporation (in tempi di pirateria di massa). Guido Scorza, presidente dell’Istituto per le politiche dell’innovazione, puntualizza sui numeri: “Sembra opportuno ricordare che nel 2008 la Siae ha complessivamente incassato compensi per 671 milioni di euro e che tale importo è destinato, per effetto delle nuove disposizioni varate dal ministro Bondi il 30 dicembre, a lievitare di circa il 50% nel prossimo anno.”

Tra l’altro, sempre secondo Scorza, “il ministro sembra aver completamente dimenticato i limiti del potere regolamentare affidatogli e sembra essersi spinto ad imporre il pagamento di un compenso anche in relazione a “memorie fisse o trasferibili” non “destinate alla registrazione di fonogrammi o videogrammi” in esecuzione della copia privata.” In base a quale criterio, quindi, devo pagare una tassa per mettere, ad esempio, questo articolo sulla mia chiavetta USB? Delle due una: o per il governo tutto fa brodo (e si è un po’ allargato, per Scorza), oppure ha ragione l’informatico bolognese. E Bondi libera tutti.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
La campagna è stata realizzata da Orione Lambri e Fabio Balcon nel lontano 2002.

1 giugno 2010

SANITÀ 2.0

“I cyber-pediatri della Liguria che rispondono ai dubbi dei genitori via mail, le associazioni di medici che producono materiale informativo per i pazienti, le informazioni su Aids e contraccezioni via sms in Africa e ancora il servizio online per prenotare un posto al pronto soccorso ad Atlanta.” Quelli di Pazienti.org non hanno dubbi: “Grazie al web ci sono infinite possibilità per rendere più facile la vita ai malati.”

”Ad Atlanta, la compagnia InquickER ha creato un servizio che consente ai pazienti di saltare la fila al pronto soccorso. Basta registrarsi al sito (il costo è inferiore ai 25 dollari per ogni visita) e il paziente può così controllare l’entità delle attese negli ospedali della zona. Poi sceglie il pronto soccorso più rapido, informa l’ospedale della natura del suo problema e riserva il primo posto disponibile in lista d’attesa. Il paziente va in ospedale all’ora stabilita e di solito è ricevuto immediatamente. Se il paziente non dovesse essere visitato entro 15 minuti dall’ora prevista InquickER non fa pagare nulla e nemmeno gli ospedali.” Il pronto soccorso prenotabile online è uno degli esempi, in arrivo dagli USA, in cui la tecnologia semplifica la vita di pazienti e strutture sanitarie. Nell’ultima inchiesta c’è spazio anche per l’educazione sanitaria preventiva tramite Facebook e Twitter e per la telemedicina.

Pazienti.org è il sito che raccoglie storie e testimonianze per metterle a disposizione di chi deve affrontare cure simili e per segnalare al sistema sanitario nazionale problemi e opportunità. È nato grazie all’ostinazione di Linnea Passaler (32 anni, chirurgo milanese) che ha importato l’idea di “Patient Opinion”, il portale-community dei pazienti inglesi finanziato dal servizio sanitario nazionale (che se ne serve per dialogare con loro).

Dopo la solita vana trafila per cercare finanziamenti e partnership, Linnea ha potuto decidere di fare da sé grazie a uno staff (tecnico e specialistico) di volontari. Il sito, che si presenta con un layout grafico minimal-ospedaliero, oltre alle storie dei pazienti (non tutte tragiche a dire il vero) ospita foto e video, permette di segnalare i tempi di attesa per visite ed esami diagnostici e pubblica news e inchieste. È nella sezione “chi siamo”, però, che si trova la frase-manifesto: “L’unico modo per essere liberi è avere un bilancio in attivo.”

L'articolo è stato pubblicato su The Front Page.

17 maggio 2010

IL VERBO ESOTERICO DI J.J.ABRAMS


“Jacob” era il nome con cui un misterioso terapeuta psichedelico, nell’America degli anni Sessanta, praticava sedute a base di LSD su pazienti affetti da disturbi di vario genere.” Secondo FR il demiurgo biondo della serie-cult Lost (giunta a tre puntate dalla fine), amico-nemico del micidiale fumo nero che nell’ultima serie s’è incarnato nel defunto John Locke (un personaggio po’ fesso e sognatore, velleitario, nonché omonimo del pensatore liberale del XVII secolo… che vorrà dire?) “era in realtà il professor Leo Zeff, psicologo e terapeuta jungiano di Oakland, California, nonché, negli anni Ottanta, quando la sostanza era ancora legale, pioniere dell’uso psicoterapeutico dell’MDMA (Ecstasy).”

“E con Fringe JJ arriva allo scienziato psichedelico, molto più terra terra ma sempre tanto quantico (Walter Bishop).” Luisa Telemaco, nel commento all’articolo di FR, si riferisce al personaggio del telefilm che JJ Abrams ha creato dopo Lost. Un classico archetipo di “scienziato pazzo” che sperimenta, appunto, l’LSD e esplora i dossier borderline fra scienza e mistero (fisica quantistica applicata a realtà parallele, telecinesi, viaggi nel tempo, ecc.). Dopo il gioco di specchi di citazioni, suggestioni e analogie che ha reso Lost leggendaria prima ancora di essere finita, JJ Abrams in Fringe continua a battere sugli stessi temi, a instillare gli stessi dubbi, a suggerire analoghe e inusuali prospettive.

Quello di Lost/Fringe può essere considerato una sorta di mega-messaggio subliminale interattivo, una visione del mondo spacciata per intrattenimento “leggero” (e in questa maniera più facilmente assorbita dal consumatore televisivo). Il “persuasore occulto” (per dirla con Vance Packard) usa le arti della seduzione televisiva (grande location, attori fighi, trama intricata, azione, intrighi amorosi) per altri fini non espliciti se non per gli “iniziati” (che già prima di Lost e Fringe parlavano lo stesso argot), con somma invidia degli altri.

A differenza dei persuasori consueti però (i grafici della Disney che piazzavano riferimenti sessuali espliciti nei cartoni animati o i pubblicitari e le loro marche di sigarette o di scarpe in primo piano) JJ Abrams è stato sezionato per sei anni dalla Rete in migliaia di forum, blog e social network. Che ne hanno tradotto e interpretato l’argot e diffuso il verbo su scala planetaria (anche in p2p).

L'articolo è stato pubblicato su The Front Page.

19 aprile 2010

ESTATE GLACIALE SUL WEB


“Quell’anno, il 1816, venne ricordato come l’anno senza estate e in precedenza c’erano stati anni simili… nel ‘700 ne abbiamo avuto un altro simile in cui si dice si sia gelato, addirittura, il Mississipi… quindi non è una teoria stupida…". Il 2010 senza estate è una possibilità da non scartare per Marina Baldi, climatologia del Cnr, nell’intervista a RaiNews24 di qualche giorno fa. “Ma un grande bombardamento per far piovere, non è possibile?”

Butta là Corradino Mineo, con timidissima ironia. La Baldi spiega seria che no, non si può fare (costa tanto e serve  a poco), poi finisce l’elenco dei pericoli in arrivo (asmatici, bambini, ecc.) e infine chiosa cupa “Non dimentichiamoci che l’ultima volta…” “1816?” s’inserisce Mineo “Si… ha eruttato per circa due anni” “Nel 1816? Quello stesso vulcano?” “No, non era lo stesso vulcano, ma era sempre in Islanda…” Mineo abbozza “quindi… potrebbe essere l’inizio di un lungo periodo?” “Speriamo di no”.


Secondo Italian spot e l’informazione sparita nel 1816 “l’Europa, che stava ancora riprendendosi dalle guerre napoleoniche, soffrì per la mancanza di cibo. Ci furono rivolte per il cibo in Gran Bretagna, in Francia e i magazzini di grano vennero saccheggiati. La violenza fu peggiore in uno stato senza sbocchi sul mare come la Svizzera, il cui governo fu costretto a dichiarare un’emergenza nazionale. Grandi tempeste, piogge anomale e inondazioni dei maggiori fiumi europei (incluso il Reno) sono attribuite all’eruzione”. Prima però “nel 1812 il vulcano Soufrière nell’isola di Saint Vincent nei Caraibi eruttò per quasi sei mesi. Due anni dopo nel 1814 toccò al Mayon nelle Filippine nel 1814. Un anno dopo tra il 5 e il 15 aprile del 1815 ci fu l’eruzione del vulcano Tambora nell’isola di Sumbawa, l’attuale Indonesia.”


Lo spettro dell’estate glaciale (che ammazza i week-end, peggio di qualunque suina, aviaria o mucca pazza), nuova info-mescalina gratuita, s’aggira per la Rete. Il primo commento al video su YouTube dell’intervista Mineo-Baldi, postato da MissPurplelife90, è eloquente “quest'anno mi sono fatta un c**o tnt fuori casa e aspettavo l'estate per riposarmi nella mia città in riva al mare... Ma perché sono nata poretta e non posso pagarmi una vacanza sulla Luna che questi problemi non ci sono?”


L'articolo è stato pubblicato oggi su The Front Page
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29 marzo 2010

ALL STAR WEB


Durante “la più brutta campagna elettorale della storia della Repubblica", secondo Sorgi sulla Stampa, pare che nessuno si sia accorto delle corse clandestine di Right Nation (o forse tutti le sbirciano in silenzio), ovvero dell’escamotage creativo adottato da Andrea Mancia per la terza (o quarta?) campagna elettorale consecutiva. A onor di cronaca la domenica delle elezioni gli ultimi pronostici annunciavano un Gran Prix del Lazio in bilico tra Polverenne
(49,2) e Fan Bonin (49,8), quello della Puglia quasi saldamente alla briglia di Fan Vendol, 46,8 contro il 43 di Palenne e il 9.5 di Ipson de Borton. In Piemonte Fan Bressol conduceva di misura (49,1 a 48,1) su Cotenne, mentre in Campania Caldenne (49,1) sopravanzava nettamente Fan De Luc (45,3) e General Ferrer (3). Il resto come da sondaggi “ufficiali”.

Tv senza politica, sotto elezioni: non esiste in nessun paese del mondo libero (e semilibero). Si può dire, come ha fatto Santoro, che in questo c’è puzza di fascismo, ma è indubbio che quello che è riuscito a combinare con “Raiperunanotte” non se lo sarebbe mai nemmeno sognato senza la censura del Caimano. Idem per “Mentana Condicio” sul sito del Corriere. “Mentana e Santoro hanno avuto il merito di sperimentare la sinergia tra nuovi media e vecchi contenuti. Hanno avuto il merito di proporre prodotti professionalmente ineccepibili, anche dal punto di vista tecnico.” Sentenzia Grasso.


“Raiperunanotte” però ha fatto di più. Piaccia o no, quello che è successo giovedì a Bologna ha segnato un punto di svolta. Un po’ come se le famose “piazze televisive”, inventate da Angelo Guglielmi negli anni ’80, fossero uscite dallo schermo e avessero dato vita a un’immensa piazza relazionale, a cui hanno partecipato i pensionati di Tele Lombardia, i fans stipati davanti ai maxischermi sparsi per l’Italia, gli studenti col portatile. Santoro parla del 13% e rotti di share (facendo la somma degli ascolti delle 45 tv collegate) e di 120.000 utenti unici in Rete, a cui va aggiunta la gente in strada e chi s’è visto qualche pezzo su YouTube. Difficili da calcolare, ma davvero tanti.


Certo, le solite “storie da raccontare” di Santoro (i problemi veri della gente normale) a “Raiperunanotte” sono parse ancor di più degli spot fra le passerelle delle star della libera informazione, tutte impeccabili (a parte Morgan) e al gran completo. “In fondo si può essere felici anche da poveri, basta avere tanti soldi” (diceva Pozzetto nel “Povero ricco").

L'articolo è stato pubblicato, con un altro titolo, oggi su "The Front Page".

L'immagine l'ho presa qui.

23 marzo 2010

LA RETE È UGUALE PER TUTTI


Se ci si chiama Demi Moore è relativamente semplice rendere noto che, al netto di pregiudizi e controindicazioni (derivanti soprattutto dall’abuso), Internet può fare il miracolo. Certo che il secondo suicidio sventato, in meno di un anno, dalla star americana tramite Twitter (di cui è stata una vera e propria pioniera, oggi conta oltre 2.600.000 followers) è una notizia destinata a far riflettere l’opinione pubblica molto più di qualche sermoncino liberal o della Festa dei Pirati, organizzata a due passi da Montecitorio sabato 21 marzo.

“Nel mondo la maggior parte dei contenuti che circolano in Rete vengono scambiati con sistemi di file sharing. Fra le giovani generazioni, blog e social network si stanno affermando come un’alternativa ai grandi monopoli mediatici. La libera circolazione delle idee e dei materiali nel Web è ormai un dato di fatto, che deve aprire un vero dibattito politico e civile e che non trova soluzione in leggi repressive, di fatto aggirabili”.

Questi i termini della questione, secondo il Partito dei Pirati italiano (ennesimo fratellino minore del Piratpartiet svedese, che alle ultime elezioni europee con il sette per cento e passa si è aggiudicato due rappresentanti a Strasburgo). La Rete è un bene comune, dicono, non può essere imbavagliata per colpa di moralismi analfabeti (tecnologicamente parlando) e degli interessi economici di poche corporation che tentano disperatamente di grattare il fondo del barile. Belle parole, ma un po’ fuori portata per i poveri diavoli di tutto il mondo che affollano cantieri, accudiscono vecchi e raccolgono pomodori.

“Less is more” (spesso senza clamore). Che la Rete sia una rivoluzione utile a tutti (anche agli ultimi) è la lezione minimalista di “La casa è uguale x tutti”. Trattasi di una campagna di comunicazione (promossa da Sunia e MigrAzioni e realizzata da Lance Libere con il contributo della Provincia di Bologna) basata su un sito tenacemente 1.0, che contiene esclusivamente “il contratto d'affitto previsto dalla legge, nella lingua di chi lo deve firmare” (c’è anche su Facebook). Bastano pochi minuti, un Internet point, un appunto con l’indirizzo del sito (www.casaugualextutti.it) e una stampante. Per essere un po’ più uguali a tutti gli altri.


L'articolo è stato pubblicato su The Front Page.

15 marzo 2010

SUPERTAR

"In qualche modo è una data storica, che verrà ricordata nei libri di comunicazione".
Aldo Grasso colpisce nel segno perché, al di là degli annunci epocali (un po’ ovvi considerata la location), la “Mentana Condicio” è una bella idea già diventata evento. Il blackout dei talk show “politici” (“basta teatrini!”) aveva aperto una breccia, creato d’improvviso un mercato: quei 5 milioni di italiani, consumatori assidui (quando non veri e propri tossici) di informazione. “Vietati in tv, liberi sul web” è il claim della trasmissione che il disoccupato di lusso Mentana ha inaugurato sul sito del Corriere della Sera (che a ogni puntata invia legioni delle sue penne migliori).


“Allora eccoci qua… è inutile che vi faccia qualsiasi pistolotto perché se avete cominciato a seguire queste immagini sapete già di che si tratta… facciamo qui quello che non si può più fare sulle televisioni nazionali…”.
Nella prima puntata un La Russa in gran spolvero (era reduce dalla performance fascio-dadaista alla conferenza stampa del premier, il mattino) si è misurato con il vice segretario del Pd, apostrofato da Mentana con un bel “ma lei parla proprio come un libro stampato” (lui non ha battuto palpebra, per tutta risposta). Per quasi un’ora, in un clima semidomestico, i due se le sono date (cioè: La Russa ci provava ma Letta era come Mister Fantastic) incalzati dalle pop star “castiste” Stella-Izzo. Il comizio della seconda puntata, invece, è stato usato da Di Pietro per annunciare la fine delle ostilità nei confronti del Quirinale, in vista della réunion
unionista di sabato 13 marzo.

Per un paio di giorni la Rete ha preso il posto della tv, Santoro pure ha annunciato la versione online di “Annozero”, rendendo l’elettrodomestico del Novecento ancora più antico. Poi SuperTar ha mollato un altro ceffone a Berlusconi (dopo la sentenza che ha cassato la lista del Pdl a Roma, sbertucciando con un tratto di penna il famigerato decreto-colpo di stato) e ha dato ragione a Sky e La Sette, che avevano fatto causa contro il provvedimento che vietava i loro talk show (e le loro entrate pubblicitarie). Quella di Mentana rischia di rimanere una talentuosa parentesi.
 

L'articolo è tratto da The Front Page, dov'è stato pubblicato con un altro titolo.

8 marzo 2010

TWEETING FOR A BETTER WORLD

"I believe that, fundamentally, human nature is positive, gentle; therefore, the non-violent way is the human way". Questo lo ‘stato’ su Twitter, aggiornato sabato sera, del Dalai Lama. Quello vero, perché qualche mese fa il leader spirituale ha subito una vera e propria clonazione d’identità sul popolare social network. A confermarlo (che è proprio lui) è Twitter stesso attraverso la funzione di verifica degli account, una funzionalità messa a punto proprio dopo il fattaccio. Il fondatore Evan Williams il 22 febbraio l’ha incontrato e spronato a usare il “suo” Twitter, ricevendo in cambio una sonora risata. Poco dopo il suo profilo era aperto (e ad oggi conta già oltre 150000 ‘followers’): "The Dalai Lama appears on Twitter – and ‘tweets for a better world’”.

Non sempre ci si riesce però (a rendere il mondo migliore con un tweet) anzi a volte l’eccesso di disinvoltura tecnologica può creare incidenti diplomatici veri e propri. È quello che è successo all’Ambasciata del governo israeliano a Londra, quando ha postato su Twitter: “La tennista israeliana ha colpito il bersaglio a Dubai”. Il riferimento era ai successi sportivi di Shahar Peer  (che ha battuto Caroline Wozniacki ai quarti di finale del Campionati di Dubai), ma la recente uccisione di un ufficiale di Hamas in un albergo di Dubai, da parte di sicari travestiti da giocatori di tennis poi, ha mandato in fibrillazione le cancellerie. Pochi minuti e al suo posto è comparso un messaggio di scuse in cui si ammetteva “la creatività senza dubbio inadeguata” del tweet.


Anche il segretario del Pd è molto attivo su Twitter, specie in questi tempi di lotta nel fango. Sabato 6 marzo, tra le 18 e 42 e le 19 e 23 ha pubblicato tredici post, alcuni dei quali piuttosto illuminanti sul Bersani-pensiero: “Cara Lega, dici di stare con il popolo, ma sei tu che tieni su il miliardario, che voti il condono e le leggi ad personam”, “Cosa ha inventato la Lega, al netto delle ronde, sulle politiche locali?”, “Come mai quel genio di Brunetta non si è accorto che in 2 anni i beni e servizi della P.A. sono cresciuti di 12 milioni di euro?”, “E' mai possibile che con tutti questi geni (Gelmini, Tremonti, Brunetta, ecc.) ci siano ancora problemi?”, “Vogliamo che la valutazione di questo decreto venga dalle urne. Niente Aventino, noi saremo lì”. Per fortuna che Giorgio c’è?


L'articolo è tratto da The Front Page.

2 marzo 2010

MANETTE IN RETE

"Mi chiedono di dire quanti siamo, mi chiedono i numeri, io rispondo chissenefrega! La piazza è completamente piena, piena quanto lo era per la manifestazione sulla libertà di stampa. Quanti erano allora? 200 mila? Noi siamo quanti loro". Questo il Gianfranco Mascia-pensiero, dopo la manifestazione di Piazza del Popolo. "Ma i numeri non sono importanti importante è essere qui. In modo indipendente dai partiti". Specificava poco prima il Mascia, che è uno dei portavoce del movimento che aveva trionfalmente annunciato alla vigilia di essersene liberato (dei partiti) anche dal punto vista finanziario, grazie al fund-raising online. Al netto di portavoce e pr (che risultano essere più o meno gli stessi da almeno un paio di “movimenti”) è un fatto (e a suo modo un evento) che un brand nato in Rete ha messo in fila (sotto il palco) Rosy Bindi e Emma Bonino, Di Pietro e Pannella, Vendola e il Pd, Rifondazione e i Verdi, tutti. A parte Casini.

 

Ironia della sorte, mentre le opposizioni politiche e sociali (ri)unite si accodano, sostanzialmente acritiche, al “popolo viola” contro le iniziative del governo sulla giustizia e a difesa della magistratura, sono proprio due libere toghe a emettere due storiche sentenze (che condizioneranno pesantemente il dibattito politico) contro due simboli (opposti ma non troppo) della Rete libera: Google e The Pirate Bay.

 

La sentenza di Milano contro Google, che ne ha condannato i dirigenti per violazione della privacy per il video delle violenze sul bimbo down, mette in discussione il principio cardine della neutralità dell’intermediario (che permette agli utenti di partecipare, liberamente) con conseguenze potenzialmente devastanti, innanzitutto in termini economici (l’ambasciatore USA in Italia si è detto “negativamente colpito dalla sentenza”). Il Tribunale di Bergamo invece ha obbligato tutti i providers italiani a oscurare l’accesso a The Pirate Bay, lo storico portale svedese (che ha dato i natali al Partito Pirata, 7% alle ultime Europee) tramite cui gli utenti si scambiano file audio o video. Motivo: accesso (indiretto) a prodotti protetti dal copyright. I pirati (e i manager di Google, come prima Craxi & Co. e prima ancora chi ospitava un amico di un amico di un brigatista) non potevano non sapere.


L'articolo è stato pubblicato su The Front Page.
La foto l'ho trovata qui.

23 febbraio 2010

NON SOLO TARGET

Il trentaduenne colombiano è arrivato nel 1998 quando in Italia “non c’erano tanti stranieri a scuola, non c’era ancora questa specie di razzismo che c’è adesso, la paura del diverso”. Non ha mai subito angherie razziste forse perché “qua c’è una cosa curiosa con gli italiani, loro dicono che i sudamericani non sono extracomunitari, gli extracomunitari sarebbero gli africani, i marocchini, Bangladesh… io ho visto che con noi c’è una differenza, per dire una cosa piccola: da noi fanno le cene per Natale, i ragazzi africani non vengono mai invitati, l’unico straniero che viene invitato sono io…”. Nell’intervista precedente (la prima), Simona “signora rumena in Italia da molti anni” fa un appello alla propria comunità (in italiano e in lingua madre) per mantenersi in contatto con Dgtv.

 

L’intervistatore non si vede mai, ma voce e pause sono spiccicate a quelle di Pannella. Si chiama Marcello De Giorgio e oltre a caracollare tonante al microfono è socio di maggioranza e amministratore della Gfr srl, società editrice (e pure concessionaria di pubblicità) di Dgtv, la nuova web-tv per stranieri che ha appena inaugurato l’apertura della sua redazione bolognese (cinque collaboratori), che affianca quella di Padova (con Roma e la Campania come prossime mete). Trattasi (almeno per adesso) di un prodotto decisamente ruvidino sia in termini di palinsesto che di look, ma con un target potenziale indubbiamente massiccio. Gli stranieri sono tanti e nei prossimi decenni sono destinati a continuare a crescere sempre di più, piaccia o meno.

 

Intanto lo Sciopero degli stranieri del primo marzo è diventato un evento europeo. In Italia oltre ai Cobas, a studenti, docenti, collettivi vari e alle associazioni più impegnate sul tema (come Amref), hanno aderito la Fiom della Cgil e la Fim della Cisl. Dopo la guerriglia di Via Padova, Rosarno Burning e il quotidiano tiro al piattello mediatico, lunedì prossimo gli immigrati hanno l’occasione di imporsi agli italiani come soggetto sociale con cui fare i conti, tutt’altro che omogeneo certo, ma sempre più “pesante” in termini politici ed economici.

 

Sullo stesso tema:

“Primo marzo 2010”

“Immigrati, fermi tutti!”


L'articolo è stato pubblicato (con un titolo un po' diverso) da The Front Page.

2 febbraio 2010

LADY V


L’odissea di corna vere e presunte, “rivelate” al grande pubblico del media-mainstream nostrano affratella il premier a Georg Leonard. Il concorrente del Grande Fratello, autosoprannominatosi “il principe” con la stessa grazia con cui B. si è autoproclamato “il miglior capo del governo degli ultimi 150 anni, è stato eliminato prima e lapidato poi da tutte le Barbara D’Urso d’Italia in ogni fascia televisiva (protetta e non), che gli spiattellano senza pietà video, interviste e faccia a faccia di presunte amanti, con madri, fratelli e testimoni di ogni genere. La colpa? Avere sbandierato un figlio e una compagna (la sacralità del focolare) che non avrebbe mai tradito e averlo fatto, invece, in diretta tv.

La colpa ha scatenato la caccia all’uomo, che non è esattamente una cima ma che forse non merita una punizione tanto severa, che continua ad andare in onda nel Colosseo mediatico a cui ha deciso di partecipare. Protagoniste dell’inseguimento sono loro. Truccatissime, documentatissime e spietate novelle Zhang Yu. Non banali Monica Lewinsky, che si barcamenano tra acconciature improbabili in balia dagli eventi, né vendicatrici del cuore infranto come Cinzia Cracchi (e Veronica Lario) o degli interessi traditi (come Patrizia D’Addario), ma battagliere combattenti dell’audience senza sfumature. La visibilità è una fiche da giocarsi per tentare di aggiudicarsi abbastanza fama da uscire dalla topaia della quotidianità (perché di questo deve trattarsi vista la determinazione), quindi non si possono fare prigionieri. La vendetta è il loro spartito.

Zhang Yu, con impeccabile cineseria, ha fissato l’asticella molto in alto. L’aspirante star della tv cinese alla fine del 2006 ha aperto un blog per raccontare che nella sua carriera aveva ottenuto tutte le parti più importanti andando a letto con produttori, politici, potenti (tutti con la “p”) e che si era premunita di riprendere con la sua videocamera più di 20 incontri sessuali. Poi ne ha annunciato la pubblicazione, uno per volta, sul blog (ancora misteriosamente attivo). “Perchè una donna dovrebbe soffrire in silenzio e subire ogni volta questi ricatti? Se ti devi confrontare con bestie e serpenti e non sei velenosa, come potrai mai salvarti?”. Con la videocamera.

Il mio post del 6 dicembre 2006: qui.
Il blog di Zhang Yu (da cui arriva la foto) è qui.
L'articolo è tratto da The Front Page.

26 gennaio 2010

PICCOLA PATRIA


Una delle boiate più classiche solitamente appiccicata a Internet è che "allontana la gente dalla vita reale", quando per vita reale s'intende quell'intreccio di relazioni che di solito si sviluppa nel territorio in cui si vive. Enrico Maria Milic – 33 anni, giornalista, antropologo,
blogger irredentista triestino, esperto di comunità online (già direttore editoriale di Studenti.it e Giovani.it), consulente di Swg e di Claudio Burlando –  come responsabile di ‘Bora.La’, il sito di notizie e opinioni dedicato al ‘Litorale’ (il fazzoletto di terra che unisce il Friuli all’Istria), è convinto del contrario: “in Internet come su altri media c’è la possibilità di fuggire con la fantasia dal luogo in cui si vive e dalle rogne quotidiane. Ma ci sono molti servizi Internet (per esempio: siti dedicati a luoghi specifici, il servizio ‘eventi’ di Facebook, Meetup, eccetera) che forzano l’esperienza digitale a rapportarsi col tuo posto. È il contrario dei sogni nazionali e cosmopoliti della tv, da Mike Bongiorno al Tg1 a Lost.”

“A Trieste e Gorizia fino a pochi anni fa c’erano solo il Tg3 regionale, Tele4 e altre radio e tv locali oltre al quotidiano “Il Piccolo”. Per discutere la realtà locale in termini di massa bastavano gli speaker di quelle trasmissioni e i giornalisti del cartaceo. Ora i fatti salienti del Litorale sono discussi, tra i vari siti, anche dai nostri 3000 lettori quotidiani. Oggi le discussioni sulla cronaca restano archiviate online, si possono continuare nel corso dei giorni e sono perennemente ricercabili online. Questo fa sì che la gente crei legami stabili sulla base della cronaca che la nostra redazione e i lettori stessi condividono sul sito. Non è lo speaker della tv il medium, ma lo sono le conversazioni aperte dalla gente stessa. Non è il quotidiano locale del gruppo L’Espresso che impone eventi e personaggi nell’agenda locale, ma i cittadini stessi. Due esempi: lo scorso anno su Facebook si sono mobilitati per conto loro centinaia di habitué di club culturali per salvaguardare l’esistenza dei loro locali nella città vecchia di Trieste. E ci sono riusciti. Su Bora.La i nostri lettori discutono da tre anni di regionalismo e localismo in maniera non leghista, ma aperta e inclusiva nella tradizione delle Trieste e Gorizia mitteleuropee, non nazionaliste.”

Certo, se Bora.La è “il contrario dei sogni nazionali e cosmopoliti della tv, da Mike Bongiorno al Tg1 a Lost” potrebbe odorare di conservazione: “col cavolo. È il cosmopolitismo di sinistra che dai tempi di Pasolini si è dimenticato di immergersi umilmente nelle diversità culturali e sociali dei singoli territori. Non è un crimine che la gente ami i luoghi in cui vive e se questi danno senso anche all’opinione politica della gente. Non può esistere un’informazione progressista che non contempli sia le radici del singolo territorio che pratiche inclusive e xenofile. Anzi, è spaventosa l’idea che “siamo tutti uguali” e sarà “La Repubblica” da Roma a salvarci.”

Tratto da "The Front Page".

Trieste asburgica l'ho presa in prestito qui.

19 gennaio 2010

TWEETING FROM HAITI


“So sorry to not anchor my show today. Couldn't break away from the field hospital. If #cnn doesn't fire me, promise to do the show tomorrow"
. Sono passate da poco le 6 del pomeriggio quando Sanjay Gupta, neurochirurgo e caporedattore medico della CNN,
ha un annuncio da fare al milione e passa di suoi followers su Twitter: quella sera non potrà andare in onda e promette di farlo il giorno dopo (se la CNN non lo licenzia, chiosa con invidiabile humour).

Undici ore prima aveva raccontato, incredulo, la fuga di mezzi e personale medico e paramedico delle Nazioni Unite “per motivi di sicurezza” dall’ospedale da campo a cui era assegnata la sua troupe: “At field hosp. the UN evacuated the docs, but my crew stayed with me. 25 patients - injured badly, but we are making sure they get good care”. Rimasto l’unico medico dell’ospedale, il giornalista ha lasciato il posto al neurochirurgo e la troupe è diventata la sua equipe improvvisata. Nonostante la perdita del generatore elettrico tutti i pazienti dell’ospedale sono rimasti in vita.

Gupta, che sembra uscito da un albo della DC Comics più che da un network tv, ha da poco rifiutato una prestigiosa carica da Obama in persona (Surgeon General degli USA) per continuare a fare il proprio (doppio) lavoro ed era ad Haiti al momento del terremoto. Il 14 gennaio, poche ore dopo il sisma, scriveva: “Non è stata riattivata l’elettricità, sto twittando grazie alla connessione satellitare e ad un generatore elettrico sento colpi di arma da fuoco qui vicino. Non ho mai visto cose del genere prima. Anche se odio dirlo, sembra una situazione senza speranza. I cadaveri sono ancora nelle strade. Mi chiedono se posso dare aiuto: certo che lo farò, sono un reporter, ma innanzitutto un medico”. Poi ha salvato la pelle a una bambina di 15 giorni, rimasta orfana e in condizioni apparentemente disperate (nel video sopra).

Come per la rivoluzione verde dell’Iran, Twitter è una sorta di macchina della verità capace di far filtrare pezzi di vita, di terrore e coraggio, angoscia e speranza, che bucano censure e catastrofi e irrompono nel nostro mainstream quotidiano. Quella di Gupta è l’altra faccia, per ora pericolosamente minoritaria, dell’inferno di Haiti (la punizione di Dio per il patto col demonio stretto nel 1791 dai sacerdoti voodoo per ottenere l’indipendenza dalla Francia, secondo il telepredicatore Pat Robertson).

L'articolo è tratto da The Front Page.

12 gennaio 2010

PRIMO MARZO 2010


“Immigrati per favore non lasciateci soli con gli italiani”
è l’Eros Cozzari-pensiero, affidato all’immagine di un tag murale in una qualche città e postato sul gruppo del giorno. Forse ci volevano i fatti di Rosarno per avverare l’evento: lo sciopero degli stranieri pare che diventi realtà. Un po’ di Alabama alla calabrese – schiavismo e fucilate, ‘ndrangheta e puzza di apartheid – e “Primo marzo 2010 - 24h senza di noi”, il gruppo di Facebook sullo sciopero degli stranieri e degli italiani che ne hanno abbastanza delle bestie che infestano bar e uffici, è svettato al primo titolo dei principali quotidiani online italiani. Risultato: i 13000 iscritti di domenica mattina sono diventati quasi 20000 domenica sera.

A parte il trionfale ingresso nel mainstream, però, pare si sia messa in moto una macchina organizzativa di tutto rispetto e sul blog dell’evento spuntano come funghi nuovi comitati territoriali, sottoposti a una sorprendentemente rigida serie di criteri vincolanti per ottenere l’affiliazione. Sulla bacheca del gruppo su Facebook post, commenti, foto si contano a centinaia e il politically correct tende a cedere il passo a indignazioni vere, di pancia, tipo “dopo aver visto su fb un po’ di gruppi a sostegno dei razzisti (ed in questo caso dei mafiosi), io mi auguro che, se un Dio esiste, faccia rinascere chi vi ha aderito, in una prossima vita, ebreo nel 1939 in un qualunque posto a caso dell'Europa continentale”.

Il fatto poi che il Calderoli di turno si metta subito a terroristeggiare (“attenti, o tutta l’Italia diventerà una Rosarno”) e che partiti e sindacati siano stati palesemente spiazzati non fa che confermare che se, davvero, gli immigrati regolari riusciranno a fermarsi per 24 ore l’Italia intera si fermerà. E la parola “sciopero” riacquisterà, per un giorno, quel significante potentemente rivoluzionario che l’aveva resa così temibile durante il vecchio Novecento.

L'articolo è tratto da "The Front Page".
L'immagine è stata presa qui.

2 gennaio 2010

NEW PSYCO YEAR?



SIAMO PAZZI! ARRENDETEVI!


Così sta scritto su un tag, parecchio amatoriale, su un muro di un’anonima città, presumibilmente in Italia. La foto, che ritrae in notturna la cupa minaccia all’intero emiciclo dei (presunti) sani di mente, costituisce l’apporto di “Nipote Dei Fiori” alla fan-page dedicata a Susanna Maiolo, su Facebook. Si aggiunge alla galleria di caricature del Papa e a due foto di nemici dell’iniziativa (munite di didascalie piuttosto minacciose).

L'articolo continua su "The Front Page".
L'immagine - lo smile di Watchmen - l'ho presa qui.

21 dicembre 2009

HAPPY PSYCO-CHRISTMAS


Secondo il neuropsichiatra di FrontPage, nel “postmodernismo affollato, irritabile e paranoico in cui distrattamente ed affrettatamente conviviamo” politica e psichiatria si mostrano ogni giorno di più come sinonimi a tutti gli effetti. L’ultima settimana non lascia dubbi in merito. Alla santificazione mediatica del premier è corrisposto il boom di vendite della statuetta del Duomo di Milano. Al “coming out” di Sabina Guzzanti (“ho apprezzato la sua fierezza”) si è appaiata la proliferazione di giochi online Tartaglia-style (con il Duomo di Milano ma anche la Torre di Pisa e simili da scagliare contro il nemico di turno).

L'articolo continua su The Front Page.
Lillo, l'ippopotamo catatonico della "Clinica dei Pupazzi", l'ho preso qui.

16 dicembre 2009

E LA MAIALA?


"È la pandemia più lieve della storia", si spinge a dire Marc Lippsitch, epidemiologo di Harvard. In Italia siamo a quota 142, come dire un morto ogni 25mila casi di infezione (in totale da noi sono state colpite dall'influenza A 3.650.000 persone).


Repubblica.it il 14 dicembre la mette così. La Maiala va in soffitta e buona notte ai suonatori. Certo “nessuno, naturalmente, discute la pericolosità dell'H1N1: la sua diffusione - complice un mondo sempre più globale - è stata rapidissima. Gli effetti però sono stati meno gravi del previsto. Secondo l'Oms, il virus è arrivato in 208 Paesi. Le vittime riconducibili a H1N1 però sono "solo" - si fa per dire - 9.596 (800 nell'ultima settimana), una cifra di gran lunga inferiore alle 500mila causate ogni anno dall'influenza stagionale.”
Cioè: la Maiala è l’ennesima bufala, la solita finta “peste del 2000” che i media si sono palleggiati per qualche mese, in attesa di trovare qualcos’altro di più avvincente.

Aviaria, suina.
Arrivano sempre d’estate, quando le agende dei media cominciano a sguarnire, fluttuano qualche mese tra panico di massa, inchieste indipendenti, rassicurazioni di stati e megabusiness per le industrie farmaceutiche (per l’influenza A vengono sfornate qualcosa come 3 miliardi di dosi del vaccino), per poi scomparire senza lasciare traccia (salvo occasionali tiratine d’orecchi che qualche trombone liberal si concede come intercalare, tra una notizia e l’altra).

Così scrivevo qualche settimana fa, sempre su Aprile, a proposito della “pandemia mediatica” e così è andata a finire, a quanto pare (non ci voleva certo un genio).
Qualche miliardo di dollari è migrato dalle casse degli stati e dalle tasche della gente ad alcune multinazionali per un vaccino nella migliore delle ipotesi inutile (non è che fosse esattamente senza effetti collaterali, almeno per alcune persone), che la stragrande maggioranza dei medici si è ben guardata da iniettarsi, nonostante il goffo minacciare del governo.

Ora, secondo L’Unità del 15 dicembre
“le autorità sanitarie americane hanno ordinato il ritiro dal mercato di centinaia di migliaia di dosi del vaccino contro il virus H1N1, dopo test clinici che ne avrebbero dimostrato la scarsa efficacia nella prevenzione del contagio. Il Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie di Atlanta, l'agenzia del governo americano che coordina l'emergenza influenzale, ha annunciato oggi la decisione.
Nel mirino ci sono 800 mila dosi prodotte da Sanofi Pasteur, sotto forma di siringhe già pronte all'uso destinate ad immunizzare bambini tra i 6 mesi e i 3 anni. Non è per il momento chiaro se i bambini cui sia già stato somministrato uno di questi vaccini debbano ripetere il trattamento.”

Adesso  però sono altre le notizie di primo piano, le priorità del paese, nella deriva psichiatrica del nostro mainstream quotidiano. Un altro tema poi, uno solo, sempre lui. L’Avanzo di Balera. Stavolta Ferito dinnanzi al Predellino.
La santificazione di Berlusconi, in onda 24 ore su 24 da tre giorni su quasi tutti i giornali-radio-tv, ha del surreale prima ancora che del patetico. Sabina Guzzanti dice che non deve succedere “mai più” e che ha provato stima per la sua fierezza, Di Pietro prova a fare il duro e le testate che fino a 15 giorni fa terrorizzavano la gente con gli scenari da tregenda della Maiala adesso gridano all’untore, nemico dello stato, a chiunque non si unisce al solito mantra (rivolto sempre agli altri): “abbassiamo i toni”.
Fabrizio Rondolino è stato indicato tra “fans di Tartaglia” dal Corriere della Sera solo perché su Facebook ci ha scherzato su (“Ma quanto verrà a costare il restauro?”).

Non è il solo.
Subdoli “untorelli”, portatori di odio e seminatori di zizzania, si annidano a migliaia negli anfratti del Belpaese. Il loro “brodo di coltura”, naturalmente, è la Rete.
Gian Antonio Stella, già pop star anti-casta, sul Corriere non ha dubbi:
“come ha spiegato Antonio Roversi nel libro «L’odio in Rete», il lato oscuro del web «è popolato da individui e gruppi che, pur nella diversità di accenti e idiomi utilizzati, parlano tutti, salvo qualche rara ma importante eccezione, il linguaggio della violenza, della sopraffazione, dell’annientamento».

Fonti:
“Ecco perché le milioni di dosi di vaccino influenzale possono restare negli hangar” di Roberto Volpi dal Foglio
“E se il virus fosse solo un raffreddore?” da Repubblica.it
“Sabina Guzzanti sul suo blog: «Il premier aggredito? Mai più»” su Corriere.it
“Irresponsabilità” di Fabrizio Dondolino su The Front Page
“Il lato oscuro della rete” di Gian Antonio Stella su Corriere.it

Tratto dal blog di Aprile: qui.
La foto, l'Avanzo di Balera in forma smagliante, l'ho presa qui.

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