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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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26 luglio 2011

TERRORISTA CHI?


“Per poter attuare con successo la censura dei media culturali marxisti e multiculturalisti saremo obbligati ad attuare operazioni significativamente più brutali e mozzafiato che porteranno a vittime”. È in questo passaggio del
memoriale preventivo del ‘folle solitario’ norvegese, apparso in rete diversi mesi prima della strage, la chiave psico-politica che ha attivato Anders Behring Breivik. Sapeva che “l’uso del terrorismo come mezzo per far risvegliare le masse” lo avrebbe fatto passare alla storia “come il più grande mostro dopo la Seconda Guerra Mondiale” e si è calato nella parte che si era autoassegnato.

Si tratta dello stesso salto di qualità che ha compiuto a suo tempo il Jihad islamista, con la mediatizzazione meticolosa di ogni impresa terroristica e di ciò che le stava dietro. Non solo, dunque, bombe e kamikaze pianificati apposta per bucare i riflettori (durante le feste, i pellegrinaggi, l’alta stagione turistica delle località frequentate degli occidentali), ma anche video-preghiere di aspiranti martiri, interviste alle madri: tutto ciò che ha potuto contribuire a costruire casi mediatici, intorno alla morte di persone innocenti e alla causa per cui sono state vittime e/o carnefici.

Fare entrare la morte nelle case degli spettatori del circo globale è anche l’obiettivo dichiarato dello stragista norvegese e ogni parola spesa dai media sulle sue gesta contribuisce a monetizzare mediaticamente il sangue innocente che ha versato. Il grottesco riflesso condizionato, che ha spinto le testate occidentali (il Foglio.it titolava “Al Qaida dichiara guerra alla Norvegia”) ad attribuire la paternità dell’attentato alle infide barbe maomettane, restituisce il quadro surreale di una realtà capovolta in cui il carnefice, arrestato dopo ventiquattr’ore ed esposto alla gogna feisbukiana in tempo reale, ostenta la calma fermezza di chi ha fatto il suo sporco dovere. Missione compiuta.

Il moralista adesso dirà: te l’avevo detto, la Rete produce mostri. Ad Anders Behring Breivik ha spianato le porte del palcoscenico della comunicazione globale, entro il quale ha potuto pianificare una strage, pubblicarne con largo anticipo la rivendicazione ‘dotta’ (una sorta di appello neogotico al sangue e alle radici, shakerando Templari, mitologia celtica e guerra preventiva di bushiana memoria) sui siti in target e assumersene pubblicamente la responsabilità per il bene dei cittadini europei, ormai narcotizzati dai “media culturali marxisti e multiculturalisti”.

Ed è un’email spedita al sito norvegese Document.no che rivela la sua ammirazione per i compagni di delirio dell’English Defense League e il suo sogno d’importarla in patria. “L’Edl è un esempio e una versione norvegese è l’unico modo per combattere le molestie nei confronti dei conservatori della cultura norvegese.” Il collegamento con la strage di Oklahoma City (168 morti, riflesso condizionato dei media, analogo delirio del killer, uno sfigato come il norvegese) viene automatico ed è stato più volte riportato in queste ore. Ma il contagio virale sul web, all’epoca, non era un’opzione.

Se ha ragione il moralista bisognerebbe mettere i lucchetti ai server, più che alle frontiere, perché quello che stanno passando le famiglie dei ragazzi di Utoya non giustifica alcuna libertà, né il lusso post-moderno (e “multiculturalista”, direbbero il killer e i suoi amici nerds ariani, annidati nelle periferie del web) della condivisone della conoscenza fra i cittadini del mondo. L’alternativa è usarla, la Rete, anche per tenere sotto controllo gli Anders Behring Breivik che ci sguazzano dentro. Biondi, alti e senza un pelo in faccia.

L'articolo (con foto) è stato pubblicato su The FrontPage.

21 febbraio 2011

GIOVANE RIVOLTOSE CRESCONO


Uno dei libri più letti in Egitto, nei giorni della caduta di Mubarak, è la biografia di Kemal Ataturk, padre della Turchia laica pre-Erdogan. La notizia, giunta sulla nostra riva del Mediterraneo come curiosità, racconta meglio di qualunque ponderosa analisi la verità di chi ha messo a repentaglio la propria vita e integrità fisica per sfidare coprifuoco, censura, violenza e conquistare la piazza alla libertà. Ataturk non era Che Guevara né Bin Laden e di sicuro non assomigliava a Khomeini, a cui probabilmente avrebbe fatto tagliare la testa in diretta tv (se fossero esistiti l’uno e l’altra, ai suoi tempi).

Il contagio nel Maghreb e in Medio Oriente non si ferma e il virus della libertà “come una freccia dall’arco scocca, vola veloce di bocca in bocca”. Dopo Algeria, Tunisia, Egitto, Yemen e Iran ora tocca a Bahrein, Kuwait, Oman e Libia. Neanche la dittatura pluridecennale del tiranno situazionista, presunto patrono del bunga bunga (oltre che della tratta di esseri umani verso l’Italia), si è salvata dall’inondazione che sta spazzando il mondo arabo. Come durante l’assalto all’ambasciata italiana di Tripoli, la reazione alla maglietta contro Maometto sfoggiata dall’ineffabile semplificatore Calderoli, il Colonnello ha usato la mano pesante contro i manifestanti e stavolta il bilancio è una vera e propria strage: quasi cento morti di cui buona parte a Bengasi (dove gli abitanti del quartiere dell’hotel che ospitava il figlio di Gheddafi, Saad, hanno tentato di sequestrarlo).

La repressione, oltre alla classica mordacchia alla Rete (attuata anche in Libia) è la cifra stabile della monarchia del Bahrein, anch’essa assediata dalla primavera araba. Il regno di Hamad, erede della secolare dinastia sunnita, conta poco più di un milione di abitanti ma è posizionato strategicamente sul Golfo Persico come bastione degli interessi statunitensi nell’area. La rivolta della minoranza sciita, discriminata a tutti i livelli, ha causato sinora quattro morti e oltre cinquanta feriti durante i loro funerali.

Anche il presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, al poter da più di trent’anni, sta reagendo rabbiosamente alle proteste di piazza capeggiate da una giornalista di trentadue anni, Tawakkol Karman, seguace di Martin Luther King, Gandhi, Mandela e Facebook. Lo Yemen è la nemesi della libertà, oltre che della dignità della donna, i matrimoni sono combinati durante l’adolescenza, la testimonianza di una donna in tribunale vale la metà di quella di un uomo, così come il risarcimento in caso di morte (per la donna si ottiene la metà). Al medioevo etico corrisponde un intenso attivismo di Al Qaeda, di cui lo Yemen è una delle capitali. Tawakkol Karman è la loro nemesi, l’incubo che s’incarna: una donna-leader che incita le truppe dalle colonne del Washington Post. “Dopo l’Egitto, tutti i dittatori della regione cadranno, e il primo sarà Ali Abdullah Saleh”.

Tawakkol Karman l'ho presa qui.
L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

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