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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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15 maggio 2012

ASSALTO AL PARTITONE

Dalle mie parti il Pd si chiama ancora Partito, con la “p” maiuscola”. Al di là degli aspetti folk (tortellini e cappelletti fatti a mano alle feste dell’Unità, volontari che distribuiscono il giornale al mattino, ecc.), la presenza dell’organizzazione erede del più grande partito comunista d’Occidente si fa sentire in pressoché tutti gli ambiti della società e della vita biologica di chiunque ne faccia parte, a qualunque livello.

L’intreccio fra Partito, Sindacato e Lega (che da queste parti significa ancora Lega delle cooperative) è la cifra distintiva del sistema emiliano, che nel corso degli anni ha definito comunità omogenee sotto il profilo politico, economico e culturale. Per lavorare, fare impresa, aprire una scuola di yoga o di tango argentino, farsi una partita a tressette con gli amici, presentare la dichiarazione dei redditi o farsi controllore i contributi per la pensione, andare a ballare o a sentire un concerto rock, in una maniera o nell’altra s’incoccia quasi sempre un qualche nipotino di Gramsci e Togliatti.

Quasi ogni paese, città, Provincia, oltre che la Regione, sono stati governati per sessant’anni dalla stessa famiglia politica e dalle filiazioni che da essa sono scaturite, al punto che quando queste stagioni sono state interrotte bruscamente dalla vittoria degli “altri” (Parma nel 1998 e Bologna nel 1999, i casi più celebri) sulle gazzette locali (ma anche nazionali ed estere) si è gridato all’evento. Intendiamoci: mediamente la qualità amministrativa è alta e gli asili nido della regione, per citare un esempio noto, hanno fatto scuola in tutto il mondo.

L’altra faccia della medaglia è l’aria da regime che, soprattutto in provincia, tira più o meno forte a seconda dei personaggi che si trovano al timone. Sarà banale dirlo ma la fine dell’ideologia, intese come religione civile che tutto teneva (non solo la grinta per tirare la pasta sfoglia dei tortellini o le ferie prese per fare volontariato allo stand della pesca gigante, ma anche l’omertà pietosa rispetto ad abusi e ruberie in nome del partito o del proprio conto corrente), ha fatto tracimare sovente ambizioni e appetiti.

Se a parole si cantano le lodi del libero mercato e del partito aperto e contendibile, nel profondo rosso padano si affilano i coltelli per scannare chiunque si avvicini al bandolo della matassa di potere, che tutto avvinghia. Il gap ideale e progettuale con un passato in cui, altro che Facebook, nel bene e nel male si faceva notte in sezione per determinare la “linea” fa il resto. Così la fedeltà è reclamata non più sulla base di notti trascorsi a sputar fumo e presentar mozioni, ma sempre più spesso sul terrore di non lavorare più o di essere esclusi, in una maniera o nell’altra, dai giochi.

Far finta che l’Italia non sia, da sempre, una congrega di congreghe (chiuse come ricci ad ogni minacciosa novità) è una della ribalderie più ricorrenti degli osanna al libero mercato, che tutti i mali spazza via. Ma c’è un momento in cui ogni congrega omogenea (pace sociale mixata con omologazione e conformismo) va in crisi: quando non è più in grado di assicurare benessere e qualità della vita (seppur minima) alla maggior parte di chi ci vive e, magari, i suoi capitani non si stanno dimostrando abbastanza coraggiosi.

In Emilia-Romagna, prima un po’ la Lega (Nord) poi Grillo hanno preso a scavare come talpe sotto i piedi del consenso consolidato del Partitone, apparentemente inossidabile. Ma mentre le sparate contro le moschee o altre bizzarrie tipo la Romagna indipendente (“Nazione Romagna” era lo slogan leghista, se non ricordo male) lasciano il tempo (e i voti) che trovano, la guerra per la salute (effetto collaterale di partite di business già chiuse in partenza) del Movimento a 5 Stelle comincia a pagare.

Acqua, ambiente, trasporti, connettività e sviluppo sono le cinque stelle polari che orientano l’azione del movimento sul territorio, mentre la democrazia diretta (assemblee pubbliche e forum online al posto delle riunioni nelle sezioni di partito) è lo strumento di partecipazione, sedicente rivoluzionario. Naturalmente il web già pullula di leggende metropolitane circa lo stalinismo di Grillo e le mire occulte dei suoi spin doctor di Casaleggio&Associati, veri registi occulti di tutta la baracca (secondo l’inevitabile vulgata complottarda) e assertori di un nuovo ordine mondiale, vagamente orwelliano. Stiamo alla politica.

“Parma è una città indebitata, con un grave dissesto economico. Il MoVimento 5 Stelle è un salto nell’ignoto, nel domani. Gli altri sono la continuità con il passato, la certezza del suicidio assistito. Vincenzo Bernazzoli, il candidato del Pdmenoelle è presidente della Provincia di Parma (ma le Province non dovrebbero essere abolite?) in carica (così se perde conserva il posto di lavoro) e sostenitore dell’inceneritore (che causa neoplasie), ha spiegato che il futuro di Parma è nel maggiore indebitamento bancario e che (nessuna paura) i suoi uomini sanno come trattare con i banchieri.”

Oltre che con Federico Pizzarotti a Parma (amministrata dal centrodestra da quasi quindici anni), definita nello stesso post da Grillo “la nostra piccola Stalingrado”, il M5S è al ballottaggio a Budrio (in provincia di Bologna) con Antonio Giacon vs Giulio Pierini (Pd) e a Comacchio (in provincia di Ferrara) con Marco Fabbri vs Alessandro Pieroni (centrosinistra allargato all’Udc). In tutti e tre i comuni della Regione in cui si vota lo scontro è tra il Partitone e i nuovi barbari di Grillo.

Da qui a domenica cercherò di raccontare le disfide elettorali, i protagonisti e le ragioni del contendere. Proverò a tracciare piccoli affreschi di paese in grado di sgombrare il campo dalla fuga nello stereotipo che caratterizza il mainstream nostrano e di capirci qualcosa nel piccolo terremoto in corso.

Per ora l’unico che ha accettato di parlare con tFP, il candidato sindaco del Pd a Budrio, mi ha stupito lamentando una strumentalizzazione “tutta nazionale” di un voto locale. E io che pensavo che fossero proprio i temi locali il cavallo di battaglia delle liste legate al brand Grillo. Spero che i candidati del M5S, contattati su Facebook nei giorni scorsi, sappiano far luce su questo piccolo mistero e sul resto. Diversamente dovrò affidarmi solo alla ricerca e il racconto sarà inevitabilmente più sfuocato.

(1 – continua)

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

27 aprile 2012

FAR WEB

“Oh figurati… per me tutte le scuse sono buone pur di avere la sensazione di cavalcare l’onda del futuro, qua è arrivato questo nuovo assunto, si chiama Sparky, deve telefonare alla mamma se fa tardi a cena, solo, pensa un po’… siamo noi i suoi apprendisti! Louis si intrippa con ARPAnet, e ti giuro che è come l’acido, tutt’un altro mondo, stranissimo… tempo, spazio, e tutta quella roba là…”.

Doc, detective hippy nella Los Angeles psichedelica di Vizio di Forma, aiuta a mettere in prospettiva la portata rivoluzionaria dell’Internet Era in cui siamo immersi sino al collo. Niente sarà mai come prima, oltre a essere lo slogan di chissà quante campagne pubblicitarie, è il corollario ai limiti della banalità che costella ogni riflessione sull’argomento, dentro e fuori la Rete.

Di certo c’è solo un prima, mentre il dopo è avvolto da nebbie futuristiche intrecciate con paranoie neo-millenaristiche e profezie cyber punk, che allignano nei sobborghi della cultura globale, e globalmente massificata, che dall’interattività “social” trae la propria linfa vitale. Con le debite differenze (la rivoluzione tecnologica non ha precedenti nella storia, forse bisogna arrivare alla ruota perché Gutemberg alla fine era un prodotto di nicchia) si tratta della narrazione inevitabile di un’era di passaggio fra due mondi. E, quindi, di crisi.

Oltre ai cambiamenti “oggettivi”, infatti, sono i soggetti che stanno cominciando a mutare pelle e anima, come se l’innovazione tecnologica scrosciante producesse un sisma genetico analogo a quello degli X-Man. È l’antropologia il campo di battaglia vero su cui si misurano le truppe digitali e analogiche, e l’evoluzione (e conseguente selezione) della specie la posta in palio.

La gente cambia, spesso senza rendersene conto e senza rendersi conto della velocità con cui sta cambiando. Ma l’amico del fricchettone protagonista del romanzo di Thomas Pynchon aveva già colpito nel segno: è la percezione allargata di tempo, spazio e tutta quella roba là il punto. Il tempo reale s’è incoronato sovrano assoluto, spodestando con un sol colpo il passato (buono giusto per nostalgie feisbukabili o mode vintage) e il futuro. E basta un click su Google per bypassare qualunque limite geografico.

Gli effetti sulla politica e sull’informazione sono tanto traumatici quanto, a volte, rasenti la comicità. Alle ultime elezioni in Francia, stante il gap tra i primi exit polls (pronti alle 18) e la chiusura dei seggi (ore 20), è stata nominata una task force di dieci (dieci!) persone per vigilare che in Rete venisse rispettato il locale gioco del silenzio che, in una versione un po’ meno demenziale che in Italia, impedisce a chiunque di parlare di sondaggi o previsioni di voto (multe salate per chi contravviene, blogger inclusi). Risultato: sono usciti in Belgio e in un amen ogni francese sapeva tutto.

L’overdose quotidiana di informazioni e notizie che ti inseguono letteralmente in ogni attimo dell’esistenza, con gli smart phone l’effetto è più che psichedelico, rende la gente decisamente più esigente e intraprendente. Sempre in Francia, sono state diffuse in Rete diverse foto di donne che hanno scelto di usare il proprio corpo come arma di seduzione politica o per convincere la gente ad andare a votare o per fare propaganda a questo o a quel candidato. Pare senza nulla in cambio, solo perché possono farlo.

L’adagio popolare secondo cui in Italia sono tutti commissari tecnici della nazionale di calcio bene si attaglia alla politica, in tempi in cui le decisioni dei politici possono cambiare radicalmente il tenore di vita di una famiglia e di una comunità e/o il grado di libertà delle persone. Di conseguenza suonano pateticamente urticanti le lacrime di coccodrillo versate di fronte ai sondaggi arrembanti che consacrano Grillo e il suo movimento come il temibile asso pigliatutto della prossima tornata elettorale.

Non è una questione di moralità o mani pulite, che alla fine solo solo il package del Movimento 5 Stelle, ma di efficacia e immediatezza. La generazione politicante al potere (a corrente alternata, in ossequio al totem bipolare) da vent’anni è bollita. È un dato di fatto e nemmeno loro provano a smentire (al massimo, a domanda diretta, divagano). La Rete (che Grillo ha capito, studiato e utilizzato per primo) è solo un’accelerazione all’eutanasia inevitabile per chi si ostina a negare la propria, evidente, necrosi progettuale.

Un po’ com’è accaduto in Tunisia, Egitto e Libia che peraltro distano poche centinaia di miglia dalle italiche coste. Ma in tutto il mondo è sempre e comunque un formidabile strumento di stress dal basso nei confronti di gestisce la cosa pubblica (ergo i soldi delle tasse dei cittadini, gli stessi che chiedono il conto, sempre più spesso e con sempre più cognizione di causa). Internet, dunque, è davvero la prima utopia libertaria dei fricchettoni anni ’60 ad essersi realizzata?

“Ti ricordi quando hanno messo fuori legge l’acido appena hanno scoperto che era un canale verso qualcosa che non volevano farci vedere? Perché dovrebbero comportarsi diversamente nei confronti dell’informazione?” Pynchon mette in bocca a Doc la più ovvia delle verità. Perché non hanno fermato Internet se era così pericoloso? La risposta è: chi? Chi ha il potere di farlo, se non al riparo di caduchi confini nazionali e sotto minaccia di torture e vessazioni? È la solita storia della mela, della conoscenza che fa male e del Lucifero tentatore. Che, stavolta, pare abbia in pugno la mano (e forse la partita).

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

3 gennaio 2012

MAYA O NON MAYA


Il 2012 è l’anno dei Maya e della loro presunta profezia sull’Armageddon. Il “presunta” è d’obbligo poiché l’unica cosa che ci assomiglia è l’interpretazione dei disegni dell’ultima pagina del Codice di Dresda (uno dei pochi documenti lasciati integri dalla furia evangelizzatrice) effettuata dall’antropologo Arlen F. Chase: una serie di gravi inondazioni della superficie terrestre e un periodo di oscuramento del Sole.

Per il resto l’unica certezza è che per i Maya il 21 dicembre 2012 (al volgere del baktun 12) finisce l’Età dell’Oro, la loro quinta era e la fine del Lungo computo di 5125 anni iniziato nel 3113 a.C. Quello che succederà, quindi, è oggetto di speculazione filosofica e/o commerciale esattamente come il resto delle previsioni e preveggenze in circolazione e la stessa comunità Maya contemporanea tenta di dissociarsi da anni da interpretazioni hollywoodiane dell’evento.

Di certo non è possibile prendere troppo alla leggera la capacità previsionale di tipo scientifico o, come direbbe Odifreddi (ateista militante), aristotelico degli antichi sciamani Maya: rispetto all’eclissi solare dell’11 agosto 1999 hanno sbagliato di una manciata di secondi. Ma per sancire il fatto che questa era umana stia volgendo al crepuscolo non c’è bisogno di abbuffarsi di tempeste solari, comete, sbarchi di alieni e/o inversioni dei poli magnetici. Basta accendere il focolare novecentesco all’ora del tg.

Crisi economica, politica, ambientale, tracollo energetico, guerre, odio, razzismo, intolleranza, fame e miseria possono ben essere interpretate come piaghe apocalittiche inferte a un’umanità indegna e disperata, mentre la storia e il tempo sembrano esser stati messi in pausa dall’atemporalità dell’artista creativo, collettivo e sociale, che demolisce certezze e memoria nel baluginare ipnotico di un futuro già presente. Al dio progresso si è sostituito un senso di precarietà esistenziale che diventa causa prima di ogni scelta individuale e collettiva e della via tecnologica alla salvezza.

In questo scenario l’ipotesi normalmente esotica dello showdown Maya (con tutte le analogie del caso con l’Apocalisse di San Giovanni e le profezie di santi e mistici di ogni tempo) sta creando gli ovvi cortocircuiti mediatici in grado di sbancare il botteghino. Sette e sabba, meditazioni e kolossal, bunker che spuntano come funghi, centinaia di migliaia di siti internet aperti e di copie di libri di genere venduti, cinquanta milioni di visitatori previsti nei più importanti siti archeologici latinoamericani da qui al Solstizio della verità.

Anche l’accanimento dei vari Cicap va al di là della comprensibile ubbia per lo scacco matto inferto dal disprezzato culturame new-age, che alligna nelle periferie della Rete ma grazie al brand 2012 esonda quotidianamente sul mainstream, e rivela l’ansia di ogni monoteismo sfidato sullo scivoloso terreno della metafisica. La Chiesa è in crisi, il mercato pure, la politica non ne parliamo, l’ortodossia misuratrice della scienza positivista potrebbe uscire con le ossa rotte da una stagione di ricerca spirituale, libera, metafisica e, pertanto, non ascrivibile ai soliti steccati.

Nessuno è in grado di predire il futuro, ma un po’ può aiutare il passato. Anche senza scomodare quello arcaico e lacunoso degli indigeni mesoamericani, la storia (personale e collettiva) insegna che ogni fase di profonda trasformazione porta con sé fatica e dolore. Non è detto, poi, che andrà meglio (come sostengono i santoni new-age), ma di certo nulla sarà più come prima. Per una semplice ragione: non lo è già più.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
"As above, so below" mimato sulla cover di
"Pussy", singolo dei Rammstein uscito nel 2009, l'ho preso qui.

18 agosto 2011

11/11/2011


“Nella Cabala ebraica corrisponde alla lettera kaf, col significato generico di realizzazione. Nell’esoterismo e nella magia in genere, è considerato il “primo numero mastro”, essendo primo numero di una decade numerica nuova (10+1). In generale significa un forte cambiamento a fronte di una grande forza, e nei tarocchi l’arcano maggiore numero 11 corrisponde infatti alla “Forza”. Nel Cristianesimo 11 è il numero degli apostoli rimasti prima della Passione, Morte e Resurrezione di Cristo, e che potrebbe assumere il significato esoterico di un imminente evento, cambiamento.”

Secondo Wikipedia la numerologia è piuttosto chiara rispetto al numero 11: grandi cambiamenti sospinti da forze formidabili. E il recente passato non lascia adito a dubbi, in proposito: 11 settembre 2001 negli Stati Uniti, 11 marzo 2004 in Spagna e 11 maggio 2011 in Giappone sono lì a testimoniarlo. Tutti naturalmente sanno che si tratta di stupide coincidenze e che la razionalità umana, fucina di tre secoli di conquiste memorabili che hanno fatto del mondo questo delizioso posticino, non mente mai.

Solo nei postriboli della Rete, araldo del Neolitico tecnologico che avanza tra roghi di Borsa e di piazza, si scrutano i segni e si maramaldeggia con profezie più o meno fantasiose, peraltro ad esclusivo beneficio del media-mainstream che ogni tanto ci sforna sopra un qualche articoletto di colore per allungare il brodo. Una spruzzata di Apocalisse per insaporire il piatto, ormai trito e ritrito, di sommosse, stragi, disastri ambientali, colpi di stato, tette e culi.

Ed è in uno di questi covi di untorelli che ho scovato l’11/11/2011: il giorno del giudizio universale sulla ditta Italia. Una sequenza di 1 che suona come una batteria di fucili che si dispone per l’esecuzione capitale del quarto debito pubblico più alto del mondo, inverando il tormentone dell’estate: il default. Non è dato sapere se sarà davvero la fine dell’agonia, e gli autori del sito-profezia, che adducono un articolo del Sole 24Ore a sostegno della propria divinazione, non potevano prevedere gli interventi annunciati poi dal governo.

Non è ancora dato sapere se servirà davvero a qualcosa inserire il pareggio di bilancio nella Costituzione, cancellare il Primo Maggio (unica nazione al mondo), il 25 aprile e il 2 giugno (chissà se Sarkozy facesse altrettanto col 14 luglio cosa succederebbe), bastonare i soliti noti (quelli che già pagano le tasse), reintrodurre la tracciabilità (la cui cancellazione fu in assoluto la prima misura del governo in carica), abrogare mini-province e micro-comuni e annunciare la solita sceneggiata sulla “dieta della politica”.

Per l’intanto ci si limita a segnalare che i terroristi numerologici sono stati circospetti e si sono ben guardati dal mettere esplicitamente l’11 in relazione con le recenti sciagure celebri, accadute in tale data. Meno che mai col numero-madre di tutte le Apocalissi: il 21/12/2012, alle 11 e 11 minuti, finisce il nostro mondo, secondo la profezia Maya. Sommando le cifre della data, provate a immaginare il numero che esce…

L'articolo, con foto, è stato pubblicato su The FrontPage.

26 luglio 2011

TERRORISTA CHI?


“Per poter attuare con successo la censura dei media culturali marxisti e multiculturalisti saremo obbligati ad attuare operazioni significativamente più brutali e mozzafiato che porteranno a vittime”. È in questo passaggio del
memoriale preventivo del ‘folle solitario’ norvegese, apparso in rete diversi mesi prima della strage, la chiave psico-politica che ha attivato Anders Behring Breivik. Sapeva che “l’uso del terrorismo come mezzo per far risvegliare le masse” lo avrebbe fatto passare alla storia “come il più grande mostro dopo la Seconda Guerra Mondiale” e si è calato nella parte che si era autoassegnato.

Si tratta dello stesso salto di qualità che ha compiuto a suo tempo il Jihad islamista, con la mediatizzazione meticolosa di ogni impresa terroristica e di ciò che le stava dietro. Non solo, dunque, bombe e kamikaze pianificati apposta per bucare i riflettori (durante le feste, i pellegrinaggi, l’alta stagione turistica delle località frequentate degli occidentali), ma anche video-preghiere di aspiranti martiri, interviste alle madri: tutto ciò che ha potuto contribuire a costruire casi mediatici, intorno alla morte di persone innocenti e alla causa per cui sono state vittime e/o carnefici.

Fare entrare la morte nelle case degli spettatori del circo globale è anche l’obiettivo dichiarato dello stragista norvegese e ogni parola spesa dai media sulle sue gesta contribuisce a monetizzare mediaticamente il sangue innocente che ha versato. Il grottesco riflesso condizionato, che ha spinto le testate occidentali (il Foglio.it titolava “Al Qaida dichiara guerra alla Norvegia”) ad attribuire la paternità dell’attentato alle infide barbe maomettane, restituisce il quadro surreale di una realtà capovolta in cui il carnefice, arrestato dopo ventiquattr’ore ed esposto alla gogna feisbukiana in tempo reale, ostenta la calma fermezza di chi ha fatto il suo sporco dovere. Missione compiuta.

Il moralista adesso dirà: te l’avevo detto, la Rete produce mostri. Ad Anders Behring Breivik ha spianato le porte del palcoscenico della comunicazione globale, entro il quale ha potuto pianificare una strage, pubblicarne con largo anticipo la rivendicazione ‘dotta’ (una sorta di appello neogotico al sangue e alle radici, shakerando Templari, mitologia celtica e guerra preventiva di bushiana memoria) sui siti in target e assumersene pubblicamente la responsabilità per il bene dei cittadini europei, ormai narcotizzati dai “media culturali marxisti e multiculturalisti”.

Ed è un’email spedita al sito norvegese Document.no che rivela la sua ammirazione per i compagni di delirio dell’English Defense League e il suo sogno d’importarla in patria. “L’Edl è un esempio e una versione norvegese è l’unico modo per combattere le molestie nei confronti dei conservatori della cultura norvegese.” Il collegamento con la strage di Oklahoma City (168 morti, riflesso condizionato dei media, analogo delirio del killer, uno sfigato come il norvegese) viene automatico ed è stato più volte riportato in queste ore. Ma il contagio virale sul web, all’epoca, non era un’opzione.

Se ha ragione il moralista bisognerebbe mettere i lucchetti ai server, più che alle frontiere, perché quello che stanno passando le famiglie dei ragazzi di Utoya non giustifica alcuna libertà, né il lusso post-moderno (e “multiculturalista”, direbbero il killer e i suoi amici nerds ariani, annidati nelle periferie del web) della condivisone della conoscenza fra i cittadini del mondo. L’alternativa è usarla, la Rete, anche per tenere sotto controllo gli Anders Behring Breivik che ci sguazzano dentro. Biondi, alti e senza un pelo in faccia.

L'articolo (con foto) è stato pubblicato su The FrontPage.

19 luglio 2011

SPIDER TRUMAN SHOW


“Malgrado dubbi e insinuazioni di illustri opinionisti, politici e commentatori, continuano ad arrivare migliaia di adesioni sul profilo di Spider Truman. Vogliono a tutti i costi sapere chi c’è dietro Spider Truman, intervistarlo, proporre progetti editoriali: tutti ad osannare il suo coraggio, poi con le buone o le cattive sapranno come metterlo a tacere. Dicono che ha manie di protagonismo, ma al tempo stesso pretendono che sveli la sua vera identità. Editori, giornalisti, televisioni: centinaia di avvoltoi cercano di stanarlo. Allora dico a questi signori, ai politici che siedono sulle poltrone, alle schiere di sgherri sguinzagliati nei corridoi di Montecitorio come nel mondo virtuale del web: state attenti.”

Il coming-out fasullo del presunto portaborse precario, licenziato e in caccia di vendetta, racconta molto meglio di ogni dietrologia giornalistica la reale natura del fenomeno mediatico che, a sentire i giornali, sta sputtanando (per l’ennesima volta) i privilegi dei parlamentari italiani. Secondo ManteBlog il rischio-bufala, amplificata come sempre dal cialtronismo giornalistico che non confronta mai le fonti, è reale e si tradurrebbe in una sorta di effetto-boomerang per i pecoroni della Rete.

Secondo alcuni Spider Truman starebbe rivelando segreti già noti, assemblati ad arte in una classica operazione di comunicazione virale con l’obiettivo (raggiunto) di mettere la politica con le spalle al muro. Cosa cambia? Coi mercati che crollano e l’ennesima stangata obbligata per non chiudere baracca, l’elenco delle (solite) peggio scrocconerie parlamentari, inanellate dal blogger misterioso e rilanciate in grande stile da giornali e tv, mandano fuori dei gangheri un po’ chiunque non sia parte (seppur minore) del giro.

La pagina Facebook dedicata alle sue prodezze ha già passato i 320.000 iscritti (100.000 nelle ultime ventiquattr’ore) e il misterioso giustiziere online ha già raggiunto il suo primo obiettivo. È ripartita infatti la goffa gara dei volonterosi della dieta parlamentare e tra i partiti, a parole, c’è grande fermento per “dare un segnale al Paese”. Probabilmente, poi, tale fervore punta sulla tintarella d’agosto per “svelenire il clima”, e l’accorto guastatore mantiene l’anonimato per non abbassare la guardia.

L’anonimato in quanto tale sembra essere la cifra identitaria di Spider Truman, che non a caso ha scelto l’iconografia di V for Vendetta (nella foto), già ampiamente utilizzata dal gruppo Anonymous e perfettamente incarnata dall’appello su Facebook a sostituire l’immagine del profilo al grido “Io sono Spider Truman”. Se le parole non sono un’opinione, poi, la seconda parte del finto coming-out suona come una firma.

Spider Truman è lì vicino a voi. Spider Truman è ovunque. Spider Truman è ogni disoccupato che non trova lavoro perchè non ha santi in paradiso. Spider Truman è ogni precario che viene sfruttato per 900 euro al mese e poi dopo anni e anni buttato in mezzo a una strada. Spider Truman è ogni cassintegrato che deve sudare per arrivare a fine mese.  Spider Truman è ogni operaio sfruttato e malpagato per 40 anni alla catena di montaggio per un salario e una pensione da fame. Spider Truman è ogni giovane costretto ad emigrare perchè gli hanno rubato il proprio futuro. Spider Truman è ogni anziano costretto a sborsare decine di euro di ticket se ha la pretesa di andare in un ospedale. Spider Truman è ogni uomo e ogni donna che a luglio ed agosto non può permettersi nemmeno una settimana al mare. Spider Truman è uno, nessuno e centomila.”

L'articolo (con foto) è stato pubblicato su The FrontPage.

13 luglio 2011

EUTANASIA POLITICA


“Lo Stato non può sostituirsi ai genitori nel decidere a quali contenuti i propri figli possono accedere e a quali no.” A proposito di libertà dallo Stato,
la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha vietato il divieto di vendere videogiochi violenti ai minorenni, stabilito dallo Stato della California. Nel farlo ha equiparato, per la prima volta, i videogames alle altre opere della creatività: film, libri, fumetti sono sconsigliabili a seconda dei contenuti e dell’età, ma il Primo Emendamento li tiene alla larga dai fans dei prontuari contro il Maligno.

L’Italia non è l’America, okay, e la nuova micro-polemica su “Euthanasia”, l’ennesimo videogioco finto nuovo (è in rete da un anno, ma nessuno di quelli che ne parla lo sa), innescata dall’intervista di Paola Binetti a KlausCondicio si è incaricata di dimostrarlo un’altra volta. Secondo Binetti “sono videogiochi violenti che hanno come obiettivo quello di introdurre la cultura della morte facendo leva sui consumatori sempre più giovani di videogiochi”, roba da tirar via al più presto dagli scaffali e quindi dalle grinfie dei nostri frugoletti, tanto più che “Il settore non è regolamentato”.

Il mercato dei videogiochi in Italia è regolamentato dal Pegi, il codice europeo che definisce la fascia d’età a cui consigliati (come per i film, i libri, ecc.) “Euthanasia” però si scarica gratis in rete (che, si sa, è il covo del Maligno). Pensare di fermarne la commercializzazione non ha alcun senso: non è mai stato in vendita. In più nel gioco (classico sparatutto senza sfumature) il protagonista è una “vittima” della propria scelta di suicidio assistito. Binetti, Gasbarra, Roccella, genitori cattolici & company dovrebbero fargli un monumento a Serygala, lo sviluppatore indipendente che l’ha messo online.

D’altronde è sempre lo stesso paese in cui il Parlamento “lascia i cittadini liberi dalle macchine solo da morti”, per dirla con Bersani, pochi giorni dopo che il non voto del suo partito è stato decisivo per non abolire le province. La mordacchia alla Rete per via parlamentare sembra che non si riesca proprio a mettere, così ci prova l’Antitrust, che invece di combattere i trust (Mediaset-Rai e Sipra-Publitalia per dirne uno) prova ad azzoppare quelli che non ne fanno parte. Poi, tutti insieme, parlano di antipolitica.

L'articolo (con foto) è stato pubblicato su The FrontPage.

5 aprile 2011

AI CONFINI CON LA REALTÀ. E OLTRE.

 
“Sono pazzi. Hanno fatto una campagna epitaffica, in bianco e nero, tombale: più che Oltre, direi Oltre-tomba. Il Pd così è morto, e Bersani è il Caro Estinto”. Oliviero Toscani ha le idee chiare sulla campagna milionaria del Pd (è un esperto di tappezzamenti nonsense su larga scala, come dimostra la campagna per il ministero della salute di Livia Turco, con berrettino da sexy-infermierina come surplus di sadismo creativo), talmente chiare che il Fatto Quotidiano si è sentito in dovere di ospitare, poco dopo, un’intervista ai creativi annunciata come una sorta di surreale par condicio postuma. Fatto sta che il segretario del Pd, nelle ormai celebri maniche di camicia, incombe in stazioni, bus e tangenziali, in metro e per strada accompagnato dal monumentale “oltre”, che si staglia oltremare contro l’orizzonte.



A parte la campagna, colpisce la sproporzione tra i quattrini spesi e la modestia dei risultati (sia in termini di sondaggi che d’immagine percepita). Non è un problema solo di Bersani, ovviamente, ma il confino della politica su manifesti di tutte le stazze prima di essere una cosa stupida è un errore. Il calcolo della redemption a seguito di una campagna di affissioni è un esercizio divinatorio meramente quantitativo (quanta gente passa in macchina davanti ad un 6×3, quanti passeggeri leggono una locandina in treno, ecc.) che non fornisce alcuna indicazione realmente utile circa l’efficacia del messaggio e la sua capacità di generare consenso, che dovrebbero essere le ragioni per cui si spende.

In rete e sui social network, invece, è possibile misurare il feedback degli utenti con millimetrica precisione e comunicare con l’intera società a partire da micro-target ben precisi. Nonostante l’analfabetismo tecnologico di massa, che inchioda l’Italia agli ultimi posti di ogni classifica, i numeri sono tali da rendere internet un mass-media a tutti gli effetti. Misteriosamente, però, i partiti continuano a svenarsi per invadere periferie e centri storici di facce e scritte, solitamente brutte a vedersi, e a farsi massacrare in rete dal primo popolo viola che passa. Come se Obama non fosse mai esistito.

Poi c’è un problema politico di appiattimento dei contenuti, che a forza di essere compressi in format concepiti per vendere pomodori in scatola o bibite gassate, rischiano di risultare afoni se privi di un’identità precisa. Buona parte delle parole della politica ormai non significano più niente, tanto sono inflazionate, se non sono associate a qualcosa (o qualcuno) di riconoscibile e, almeno, verosimile. Le generiche affermazioni di principio, frullate da creativi e personale politico fino a diventare inodore e insapore, come quelle della campagna di Bersani (“oltre la crisi c’è il coraggio delle imprese” e via stupendo), servono solo a passare un velo di tristezza sulle gesta di un partito che appare esausto nonostante abbia appena iniziato la scuola materna.



Poi ci sono gli originali. A Bologna il candidato sindaco del Pd è Virginio Merola, ex assessore della giunta di Cofferati, un tipo abbastanza pimpante da mettere la faccia alle primarie per la seconda volta in due anni, nonostante alle consultazioni che incoronarono Delbono (dimessosi pochi mesi dopo per il Cinzia-Gate) fosse arrivato terzo su quattro. Dopo aver vinto le primarie di quest’anno (con la bizzarra idea di scopiazzare la stella Virgin per il logo) ha deciso di affidare la
comunicazione per le secondarie a un’agenzia bolognese. Non è dato sapere quale fosse l’obiettivo di Merola, ma l’esito è un nuovo e stupefacente vertice surrealista: “se vi va tutto bene, io non vado bene”. Con il “non” sottolineato. Verso l’infinito e oltre, direbbe Buzz Lightyears.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage, da cui sono state tratte anche le immagini.

10 marzo 2011

ORA E SEMPRE APOCALISSE

“Dall’associazione nulla trapela sul loro stile di vita, né sui loro obiettivi, si sa solo che la «Quinta Essencia» punta a «preservare l’equilibrio ecologico». Le poche notizie sulla «colonia dell’apocalisse» trapelano sulla stampa locale attraverso gli abitanti del luogo, un migliaio in tutto, che hanno prestato la mano d’opera alla costruzione della «cittadella blindata». Quel che si sa è che si tratta di 38 nuclei familiari, che hanno eretto altrettante ville, dotate di fortificazioni, porte e finestre a prova di esplosivi, rifugi sotterranei e collegate tra loro da una rete di tunnel. Il complesso forma una specie di fortezza chiamata, come quelle degli antichi Maya, «La de los Aguilas», appunto, un rifugio delle aquile, per resistere all’apocalisse imminente.”

Le news di Corriere.it, come tante altre testate, assomigliano sempre di più a soggetti cinematografici. Sia nelle catastrofi umane e naturali che nelle bizzarre vie che l’estro creativo suggerisce a un gruppo di vips (vista l’entità dell’investimento si presume che si tratti di gente danarosa) che ha deciso di portare alle estreme conseguenze lo spirito, crepuscolare, dei tempi. Il frullatore mediatico di verità e flash mob, grazie alla Rete ci restituisce in tempo reale una realtà continuamente deformata da specchi distorti e interpretazioni diverse e insinua il germe del relativismo, da tempo oggetto di bolle papali e scomuniche intellettuali bipartisan.

La Rete in sé è uno strumento totale. La realizzazione della profezia di McLuhan – “il mezzo è il messaggio” – ha cambiato il mondo e, presumibilmente, impresso uno scatto d’evoluzione alla specie umana ma, contrariamente a chi l’immagina come una sorta di ideologia evangelizzatrice, tecno-buonista, contiene tutto e il suo contrario. Al Twitter strumento-simbolo della Rivoluzione Verde in Iran si contrappone il Facebook in Sudan, sfruttato dagli uomini del regime che hanno aperto un falso account per convocare una manifestazione-esca che ha fruttato un buon numero di arresti.

Ed anche in fatto di Apocalisse regna il relativismo più assoluto. Secondo Harold Camping, classe 1921 e presidente della Family Stations – network religioso californiano con circa 150 stazioni radio e tv sparse per tutti gli Stati Uniti – è possibile leggere la Bibbia come un calendario che permette di calcolare il giorno del giudizio universale. L’ingegner Camping, che studia la Bibbia da cinquant’anni, sostiene che il Giorno del giudizio comincia il 21 maggio 2011, tra poco più di due mesi, e finisce il 21 ottobre 2011, con il fuoco. Un anno e due mesi prima dell’ultimo giorno del calendario Maya per un evento fatto di t-shirt “21 maggio 2011” e macchine decorate con “Il ritorno di Cristo: 21 maggio 2011”. Per i suoi seguaci ci sono i segni evidenti dell’appropinquarsi della fine dei tempi, come ad esempio la misteriosa moria di corvi e pesci che ha colpito l’Arkansas e altre zone del mondo alla fine del 2010.

Se si dà un’occhiata al curriculum dell’ingegnere, che aveva già pronosticato il game over per il 6 settembre 1994, è facile liquidare il tutto con un’alzata di spalle. Rimane il fatto che sempre più spesso spunta sul web una qualche Apocalisse più o meno suggestiva, come proposta di exit strategy esistenziale o per un soggiorno mistico ed esclusivo. C’è da chiedersi cosa succederebbe se tanta gente cominciasse a crederci.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

17 gennaio 2011

I VICINI TUNISINI


Con un copione ormai collaudato, piazza e Rete si sono rivoltate insieme alla Tunisia di Ben Alì, della sua potentissima moglie e del clan a lei affiliato. La novità è che questa volta hanno vinto e il presidente è fuggito in Arabia Saudita (la destinazione di una fuga di solito racconta molto del profilo del fuggiasco). Adesso è l’ora dei saccheggi alla ville del potere, delle rivolte (con stragi) nelle carceri, della ribalderia proletaria su cui tramestano le grandi manovre degli aspiranti timonieri.

Ma prima, durante la “rivolta del pane”, erano stati i bloggers tunisini a raccontare al mondo la situazione del paese. Facebook, Twitter, YouTube e migliaia di blog hanno offerto al mondo un aggiornamento costante sul mese di rivolta che ha cambiato la storia della Tunisia. I video degli scontri e delle manifestazioni hanno fatto il giro del pianeta e nonostante il governo abbia minacciato l’oscuramento dei siti, alla fine è stata la Rete a vincere e a spalancare la piazza agli insorti.

O forse ha perso la debolezza del potere, il gigante coi piedi d’argilla che dopo tante energie dedicate ad accumulare roba si è dimostrato impotente di fronte a una realtà di disoccupazione, aumento dei prezzi e corruzione dilagante, denunciata sul web da gruppi come Nawaat. In Tunisia il 54,3% dei cittadini del paese ha meno di trent’anni e, grazie alla scolarizzazione partita dopo l’indipendenza del 1956, un giovane tunisino medio ha almeno una decina d’anni di scuola alle spalle. Il numero degli iscritti all’università aumenta in modo esponenziale ma il mercato del lavoro non dà sbocchi.

Dopo l’Iran, gli anarchici dell’Exarchia di Atene, gli studenti di Londra e Roma, gli immigrati di terza generazione delle banlieues parigine, sono i giovani tunisini oggi a sfidare il potere costituito. Colpisce l’analogia di fondo di tanta rabbia: la percezione che il no future, metafora punk lirizzante di fine anni ’70, sia alla fine divenuta realtà. Il terrore generazionale del domani, la percezione che l’oggi sia una truffa, un bluff inscenato dai parrucconi di turno per non mollare la poltrona, ogni tanto esplode in una fiammata di rivolta che non ha niente a che spartire con gli indottrinati movimenti degli anni Sessanta-Settanta. Destra e sinistra servono a poco per spiegare la paura del nulla.

La foto è tratta dal sito di Nawaat.
L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

30 novembre 2010

È LA RETE, BELLEZZA

“È altissimo il costo delle utopie regressive, quei ghirigori tracciati sull’ordito della storia umana allo scopo di restaurare uno stato edenico, riaprendo le porte del paradiso terrestre per ricondurre il nostro ceppo a prima del morso della mela e a prima della cacciata. Wikileaks, ambigua e affascinante associazione bloggistica che scherza con il fuoco ormai da anni, nella pretesa di tutelare il mondo dall’oscurità di motivazioni e comportamenti dei governi (“we open governments” il loro slogan), è l’ultima incarnazione di questa idea che la politica possa essere comunionale e paciosa, priva di contraddizioni e conflitti, esente dal dovere del segreto e del doppio linguaggio (soprattutto in diplomazia e nei sistemi di difesa e di attacco).”

Il limite del consueto ragionar politico è tutto qui. Come se il fenomeno WikiLeaks condividesse anche solo una frazione delle categorie concettuali con cui solitamente s’incasellano movimenti, tendenze e rivoluzioni. Nessuno strumento di decodifica a disposizione, al contrario, è stato in grado di fornire a politici, cattedratici e giornalisti la chiave interpretativa per capire fino in fondo “l’11 settembre della diplomazia”, com’è stato definito il mega-scoop planetario messo a segno dal sito di Julian Assange. Non c’è nessun Afghanistan da invadere/liberare, nessuna guerra santa contro l’Occidente e, soprattutto, nessuna trattativa in corso.

“Ti offro la verità, niente di più”, diceva il Morpheus di Matrix a un Keanu Reeves piuttosto accigliato e così Assange. Forse la percezione che sia stato varcato un punto di non ritorno sta cominciando a serpeggiare e i tradizionali bastioni del potere, che si reggono da sempre sull’asimmetria di verità rispetto alla gente normale, devono aver passato proprio un brutto quarto d’ora. E se lo status continuasse ad assottigliarsi? E se l’asimmetria si finisse per ribaltare?

Ironia della sorte, il colpo di WikiLeaks avviene negli stessi giorni in cui uno dei padri della Rete, Vinton G. Cerf ha annunciato che, di qui a otto mesi, su Internet ci sarà il tutto esaurito (4,3 miliardi di varchi d’accesso raggiunti) e durante il primo suicidio virtuale di star a scopo benefico. Justin Timberlake, Serena Williams, Lady Gaga staccheranno la spina ai propri avatar su Facebook e Twitter e solo le donazioni per i bimbi malati di Aids riusciranno a farli tornare in vita. Ci vuole del coraggio, di questi tempi, a pensare di essere più potenti della Rete o forse è solo la metrica della potenza a essere cambiata e le rock star dei social network e gli hacker rivoltosi contano più di legioni di dignitari, con la piuma sul cappello.

Così nel sondaggio di Corriere.it, nonostante la domanda “La Casa Bianca scrive ad Assange: ‘Le rivelazioni di WikiLeaks mettono in pericolo vite umane. Non pubblicatele’. Sei d’accordo?”, il 45,6% dei lettori riesce a rispondere “no”.

L'articolo è stato pubblicato su The FronPage.

17 febbraio 2010

STUPRO ALLA REALTÀ


Una vera e propria grandinata mediatica si è abbattuta su “Rapelay”, il videogioco made in Japan del 2006 (non proprio una news) il cui unico scopo è quello di stuprare un’intera famiglia di donne, dopo averle pedinate tra la metropolitana (dove la prima sorellina aspetta il treno nella scena iniziale) e casa loro. Governo, parlamento, genitori associati, media: un coro unanime di sdegnata indignazione. Peccato però che Rapelay è stato ritirato dal mercato nel 2009, sia da Amazon che dai negozi giapponesi, perfino la casa produttrice l’ha ritirato dal sito e dalla produzione. L’unico modo per giocarci è scaricarlo illegalmente.

 

Tra l’altro la software house che l’ha prodotto non ha mai cercato una distribuzione fuori dal Giappone, paese assai diverso dall’Italia in quanto a costumi sessuali e abitudine / assuefazione a questo tipo di prodotti. Massimo Triulzi ha spiegato sul Corriere.it che gli sviluppatori di Rapelay due anni fa hanno bloccato gli accessi al loro sito da Europa e Stati Uniti. Infatti “provando a digitare tale indirizzo, un utente occidentale leggerebbe, in inglese, che l’accesso al sito è stato limitato ai soli giapponesi, unici destinatari dei contenuti dei loro prodotti.”

 

Si tratta insomma  dell’ennesima non-notizia, montata dal media-mainstream nostrano e dalle sue appendici politiche, sempre più impotenti e scollegate con la realtà. Il “bisogna proibire Rapelay” del Sindaco di Roma, ad esempio, suona un po’ come “bisogna abolire la nebbia”, non vuol dire niente. Oltretutto in Rete ci sono decine di altre opportunità di stupro virtuale (e di perversioni di ogni genere), sotto forma di giochi, video, foto, legali e non, gratis o a pagamento, disponibili con relativa facilità (per chi ha di questi gusti e sa un minimo come muoversi). La notorietà che ha ottenuto Rapelay invece (e quindi, prevedibilmente, l’aumento di smanettoni che ne postano copie illegali in Rete e di chi se le scarica) non l’avrebbe saputa garantire neppure una campagna pubblicitaria messa in piedi con un budget importante. La morale della favola è tutta qui.

 

L'articolo è stato pubblicato su The Front Page

L'immagine è stata presa qui.

7 luglio 2009

PERSEPOLIS


"Chi ha aperto una strada al sole e alle stelle?
Chi ha fatto si che la luna crescesse e calasse?
Chi, senza supporto, ha tenuto la terra senza cadere?
Chi ha fatto le acque e le piante, i venti e le nubi?
Chi è il creatore del Buon Pensiero, oh Mazdà?"

Duemilasettecento anni dopo l'ultima cosa continua a essere un problema, sotto il cielo di Persia.
Nel nome di Ahura Mazdà "il cui sguardo protettore veglia dall'eternità sull'Ordine e sul buon Pensiero" nel 700 a.c. il profeta Zarathustra ha vinto la prima grande rivoluzione di quell'angolo di mondo dove Samarcanda e Babilonia, il Tigri e l'Eufrate dividono e congiungono oriente e occidente.

Secondo lo Zoroastrismo (tuttora praticato in Iran dalla minoranza dei Parsi), la distinzione tra il bene e il male è netta e "non riguarda solo gli uomini, ma il mondo intero. Se all'umano si contrappone l'inumano, allo spirito saggio si contrappone quello malvagio e alla veracità si contrappone la menzogna."

Violenza, ignoranza e censura sono le divinità della dittatura khameinista, che assomiglia ogni giorno di più al dio cattivo Ahriman, nemico di Ahura Mazdà e della pace.

L'articolo completo, il Bianconiglio pubblicato martedì su Aprile, è qui.
L'immagine l'ho presa in prestito qui.

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