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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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23 ottobre 2012

LOMBARDIA CANAGLIA


Dopo Er Batman, la Polverini in contromano con l’auto blu per andare a comprare le scarpe, la fine ingloriosa del Formigoni V, ora potrebbe toccare a Errani. Il 2012, pur non  accogliendo le astronavi aliene sul Viale dei Morti di Teotihuacan, sembra proprio l’anno del piazza pulita congiunto di governo e parlamento italiano, Lazio, Emilia-Romagna e Lombardia. Oltre alla Sicilia, che va al voto a fine mese. Il tutto in uno scenario politico vagamente apocalittico.

Grillo, che ha l’età di D’Alema anno più anno meno, si fa lo Stretto di Messina a nuoto per lanciare la campagna elettorale “separatista” del M5S per le regionali della Sicilia. I sondaggi dicono che rischia di ritrovarsi primo partito dell’isola e secondo a livello nazionale, al 21 per cento e passa. Il Pdl è poco sopra il 14 e il Pd è quasi al 26, l’Idv torna intorno al 4, l’Udc verso il 5 mentre Lega e Sel si attestano sul 6. Si votasse domani tornerebbe Monti.

Naturalmente non è indifferente, in termini politici e/o elettorali, il risultato delle primarie del centrosinistra. La coalizione del Pd con Sel e il Psi in caso di vittoria di Renzi potrebbe andare in pezzi: Vendola, col suo classico cinismo gabellato da coerenza, si smarcherebbe per incassare da sinistra i cocci dell’ex Pd (o del più probabile esodo di funzionari e attendenti).

A sentire Renzi, invece, il Pd a trazione renziana vale il 40%, come neanche nei sogni più bagnati del neo autorottamato Veltroni, già teorico della vocazione maggioritaria (e arrivato a onore del vero all’ineguagliato 33%). E quindi forse avrebbe i numeri per riuscire a vincere e a governare, senza bisogno di supplenti o parenti-serpenti. Certo, se gli ultimi sondaggi sulle primarie si confermeranno sarà dura verificare.

Secondo il più incazzato il Bersani neo-rottamatore che mette D’Alema alla porta senza troppi complimenti sta giocando una partita “gesuitico-stalinoide” e mostra che “una famiglia politica che non sa rispettare se stessa, la propria storia e dignità, è condannata alla dissoluzione.” Secondo i bersaniani (che i botteghini danno in aumento, a prescindere dalle polemiche miserabili sulle Cayman e i giardinetti) il vero rinnovatore è lui, lo smacchia-giaguari che ha passato gli ultimi anni in Tv a sganasciarsi con Crozza.

Una buona occasione per dimostrare che è vero, che il rinnovatore è lui, è la scelta del candidato governatore della Lombardia, nel caso in cui il Celeste riesca a mandare tutti a spendere prima di Natale (e sotto profezia Maya). Ad oggi il nome più papabile, fra quelli che circolano (Ambrosoli ha declinato), è quello di Bruno “prezzemolo” Tabacci (senza offesa, s’intende, l’uomo è intelligente). Lo score – deputato e assessore a Milano in contemporanea, presidente della Lombardia cinque lustri fa sotto il segno di Ciriaco De Mita – non ne fa proprio il frontman ideale per l’assalto dei grillini.

Non è un dettaglio da poco, il nome, nelle elezioni della Lombardia. Se c’è una cosa che il ventennio celestiale ha lasciato è l’enorme aspettativa per il dopo. Per chi verrà dopo, perché gli elettori capita che siano più avanti dei politici (specie di quelli di centrosinistra) e che gli importi fino a un certo punto di salamelecchi programmatici e guazzabugli organizzativi. Quando si tratta di governare una regione che è uno stato di dieci milioni di abitanti, tra i più avanzati d’Europa, il manico fa la sua brava differenza.

Naturalmente per fare un nome che funzioni bisogna avere un’idea di che cosa si vuol fare e, prima ancora, di chi ci si crede (o modestamente si vorrebbe) essere. La celebre e celebrata “soggettività politica collettiva” che, nel bene e nel male, a Milano ha espresso un sindaco di sinistra dopo un altro ventennio, ora preme per il bis. Quindi delle due una: o si fanno le primarie o il nome che esce dal conclave deve essere all’altezza di quest’aspettativa. Dello zeitgeist, fotografato dall’immancabile sondaggio sul giornalone dell’editore-tessera numero uno del Pd (e main sponsor dell’usato sicuro Bersani alle primarie nazionali), che ha permesso la presa di Palazzo Marino.

Poi bisogna mettersi d’accordo su cosa s’intenda per “avanzato” e forse le primarie sono uno dei ring migliori per uscire con una risposta condivisa. La Lombardia di Formigoni, tra un arresto e l’altro, ha pure trovato il tempo di mandare nel panico per quasi un mese i malati di epilessia, mettendo a pagamento due farmaci di largo consumo. Poter essere presi in ostaggio, senza nessuna ragione, dal pensiero di 150 euro al mese di più, che possono significare l’addio alle ferie del 2013 o alla settimana bianca, alla camera del figlio, o alla pizza e alla palestra: questo significa essere malati.

“Avanzato”, per i malati (ma anche non), coincide con il contrario della paranoia gratuita procurata dall’incuria politica di un Titanic incastrato fra le nuvole del Pirellone. Essere liberi di curarsi come si crede, dovendo risponderne solo a sé stessi, ai propri medici e alla propria famiglia, senza moralismi puntati. La Toscana del bersaniano Rossi ha scelto la strada della libertà di cura, disciplinando l’uso farmacologico dei derivati della canapa indiana, in modo da evitare ai malati l’umiliazione del bavero alzato e del centone che sguscia in cambio del pacchettino furtivo. Col rischio di perdere il lavoro e/o la custodia dei figli, farsi ritirare il passaporto o magari qualche giorno di galera.

L’avanzato centrosinistra lombardo può permettersi un’Agenda Rossi? La rottamazione bettoliana è davvero una posa tattica un po’ meschina (e col fiato corto) o sotto lo stanco termine “rinnovamento” c’è qualcosa di politico? Se il tenore della tenzone sarà Albertini (o Lupi) vs Tabacci, in assenza di primarie, è facile che certi contenuti diventino un’esclusiva del Movimento 5 Stelle. Che in più ha il vantaggio di non aver bisogno di spiegare, di sottilizzare, di specificare. E ha tutto da vincere, anche perché se succede davvero, poi, non si sa come va a finire.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

14 marzo 2012

TERRA È LIBERTÀ


“Alla Tekove Katu ci arriviamo da Santa Cruz in jeep, per una strada che taglia il Chaco come una papaya, dal sud della Bolivia all’Argentina, passando per il Paraguay. Sul portapacchi, nel bagagliaio e fra noi, zaini, casse d’acqua, componenti per pc, frutta, spaghetti. Padre Tarcisio ci accoglie come se fossimo vecchi amici.

Dentro l’ufficio/cucina/studio ci aspetta un brodo di pollo (vero), una torma di bimbi e alcune splendide signore ai fornelli, ridenti e indaffarate. La tavola non viene mai sgombrata del tutto, c’è sempre qualcuno che passa e magari deve ancora mangiare. A Gutierrez la scuola è il cuore della comunità: la luce è arrivata da tre anni e tutta la città ha l’acqua da quando Padre Tarcisio ha fatto mettere la cisterna.”

Sono passati quasi cinque anni dal viaggio in Bolivia e dall’incontro con la comunità Guaranì, che lotta da vent’anni e passa per il riconoscimento dell’Autonomia indigena. Vanessa ed io ci ritrovammo catapultati in una realtà parallela, un mondo a priorità capovolte in cui tutto ciò che noi eravamo abituati a ritenere essenziale non contava niente mentre le cose scontate, quaderni per scrivere e acqua calda per lavarsi, erano tutto. Correva l’estate del 2007, l’anno della VI Marcia del Popolo Guaranì, in cammino dal Chaco fino a Sucre, la sede del Parlamento della Bolivia.

“L’autodeterminazione è una battaglia di giustizia per gli occidentali di passaggio come noi, ma una questione esistenziale per gli indigeni. Rivendicare l’Autonomia da queste parti significa lottare per vivere con ciò che si produce, nella terra in cui si è nati”. Sono passati cinque anni dal nostro reportage, che il Manifesto ospitò sulle pagine di Chips&Salsa (l’inserto settimanale del compianto Franco Carlini), e mi ci sono voluti tre articoli su tFP per collegare la battaglia del popolo Guaranì con quella degli indigeni della Val di Susa.

La questione, invece, è la stessa. La solita secolare questione: la terra. In Val di Susa ribellarsi per difendere la propria contea significa affermare un diritto assoluto, la proprietà, contro un altro, il presunto interesse generale. Sono diritti potenzialmente inconciliabili. In Bolivia, e in mezzo mondo, gli indigeni lottano per recuperare la terra perduta, sottratta con l’inganno dai colonialisti.

I coloni di Manituana, che facevano firmare ai pellerossa contratti di cessione delle proprie terre dopo averli fatti ubriacare, non erano molto diversi dalle multinazionali farmaceutiche che regalano ai contadini indiani sementi che rendono il terreno dipendente dal prodotto spacciato, o dal colosso minerario indiano Vedanta Resources, che della montagna sacra dei Dongria Kondh riesce solo a calcolare i due miliardi di dollari di bauxite che ci stanno sotto. E neppure dalle scavatrici della Val di Susa.

In nome di una grande opera, che nulla ha a che spartire con le sorti del luogo in cui viene calata come un’astronave, lo Stato italiano è vent’anni che cerca di piantare la bandierina. Una qualsiasi: prima era stato il trasporto di persone, poi è diventato di merci, in diversi formati e progetti, ma sempre ad alta velocità (l’estetica futurista inturgidisce ancora i politici in cerca d’autore). Tutti corredati dal solito teatrino di conti e controconti, d’accordo soltanto nell’ammettere con vaga mestizia che in Italia costa dalle tre alle cinque volte di più che nel resto dell’Occidente.

Ora, le responsabilità del passato sono note e dibattute. Si tratta di un’opera bipartisan, fortemente voluta da tutte le forze politiche presenti in Parlamento (di maggioranza e opposizione), e di un impegno con l’Europa, come ripetuto stile-mantra in ogni angolo del mainstream. La questione è se a questa presunta volontà generale corrisponda o meno un consenso sul territorio e se debba contare. Non solo per decidere sul “come”, ma sul “se”. Il governo ha deciso per la prima, chiudendo esplicitamente la porta al referendum invocato da FR, oltre che da Adriano Sofri su Repubblica, e si è abbassato la visiera dell’elmetto.

La sensazione è che la posta della partita non sia tanto la grande opera in sé, che in Italia as usual dà da mangiare (molto) a imprese grandi, piccine (poco), lavoratori (pochissimo e a tempo), mafie e per questo costa molto di più che all’estero, ma la sfida. Il diritto all’autodeterminazione su base proprietaria, innalzato dagli anarco-agricoltori della Val di Susa, è un punto di non ritorno per l’autorità dello Stato in quanto tale e la guerriglia resistente (più o meno non-violenta, cambia poco) si configura come un oltraggio intollerabile al suo monopolio della forza.

La proprietà tale diventa il guscio di base, la metrica minima a guardia della libertà dell’individuo. Se non possiedi sei posseduto. Dall’affitto, dal mutuo, dalla carta di credito, dal divano a rate, dall’iPhone in comodato gratuito, da tutti gli strumenti con cui sei cooptato nel circo dei consumi, grazie ai quali l’occhiuto poliziotto globale ti tiene al guinzaglio vita natural durante. Nella tua fattoria invece sei, puoi essere, l’anarca jungeriano e disertare (o meno) il conformismo globalizzato. Puoi creare da te il percorso di vita che più ti aggrada, scegliere.

Certo non tutti possiedono una casa che “si può girarci intorno”, come il sogno di una vita raccontato a mio suocero da un vecchio repubblicano romagnolo. Ed è curioso che oggi si cominci ad avverare quella guerra tra città e campagne profetizzata dal crononauta John Titor (leggenda internettiana d’inizio millennio). Un filo rosso lega i ribelli della Val di Susa a tutti gli irriducibili dell’autorganizzazione comunitaria sparsi per il mondo, che ha nello Stato esattore/poliziotto il nemico naturale e sempre più inutile (se non proprio nocivo).

In quest’ottica la secessione delle ex Repubbliche socialiste sovietiche è da considerare un’avanguardia e la contrapposizione novecentesca tra comunismo e capitalismo un gioco di specchi buono per dare lustro alle vecchie istituzioni. Magari aveva ragione Marx e l’estinzione dello Stato è prossima o forse andrà semplicemente a finire che “a tarda sera io e il mio illustre cugino de Andrade eravamo gli ultimi cittadini liberi di questa famosa città civile, perché avevamo un cannone nel cortile”. Prima comunque bisogna avere il cortile.

L'articolo è stato pubblicato come editoriale su The FrontPage.

La foto è stata scattata in Bolivia e ritrae il processo di lavorazione di uno stencil artigianale a scopi di “viral marketing” (io l’ho imparato lì, facendo il consulente volontario del movimento indigeno Guaranì, il viral marketing...). L’assemblaggio del logo “Autonomia Indigena” dell’immagine, utilizzato durante la VI Marcia Guaranì, fu il nostro primo contributo alla causa.

9 novembre 2011

DO SOMETHING


In tempi in cui l’Italia rischia l’11 novembre dei conti pubblici a causa dell’impotenza dei suoi timonieri, l’azione in quanto tale assume connotati rivoluzionari. A guardarci bene il rovescio di popolarità del premier, sia tra gli elettori che sui mercati finanziari (oltre che tra le élites cosmopolite che lobbeggiano sull’economia globale, ma questa non è una novità), è dovuto proprio a questa percezione d’impotenza. Che per “l’uomo del fare” significa la pietra tombale sul suo carisma.

Così sono saltato sulla sedia quando ho aperto il sito del Corriere e mi sono imbattuto nell’azione di Giuliano Melani, che ha speso oltre ventimila euro per comprarsi una pagina del Corriere con un accorato (e molto ben scritto) appello agli italiani perché si comprino il debito, prendendo esempio dai giapponesi (il doppio del nostro e tutto in casa). “Io non sono Diego Della Valle, ma voglio essere uno dei portatori sani della soluzione. Questo appello mi è costato un botto, per favore non fatene carta da macero!”

“Sono circa 4.500 euro a testa: lo so che le medie ci fanno fessi ma state sicuri che molte persone dispongono di queste cifre”. Melani non ha fatto il vago, ma si è messo a fare i conti in tasca agli italiani entrando nel merito dell’investimento. “Vi giuro che ci conviene, negli ultimi due anni sono state poste in essere manovre per 200 miliardi, sono andati tutti perduti perché nel frattempo sono saliti i tassi d’interesse sul debito”. Impeccabile, e subito ipercitato da politici e banchieri. Sicché mi son detto: pensa se l’avesse detto Bersani a Piazza San Giovanni.

Invece la ditta, in compagnia dei soci di Vasto, era impegnata nell’operazione antipatia contro Renzi, uno che sgomita quando i giovani dovrebbero stare a cuccia e aspettare il proprio turno. Mettersi a disposizione. Troppo decisionista/protagonista questo Renzi, sembra Craxi o Berlusconi (ci è pure andato a cena, l’infingardo) a sentire gli umori della base del Pd, prontamente riportati dai segugi di Repubblica. Il Fatto l’ha paragonato al Duce, per non sapere né leggere né scrivere. Per la Bindi è un provocatore.

Secondo Bersani alla manifestazione del Pd “c’è stato solo un battibecco. È stata una cosa spiacevole. Ma vorrei ricordare che Renzi è uno del Pd e io sono anche il suo segretario.” E poi, naturalmente, bisogna pensare all’Italia, non ai destini personali, che non coincidono mai con le ambizioni di chi sta fuori dal cerchio magico. Poi arriva la rasoiata di Prodi: “Bersani è una persona eccellente, di grandi capacità, posso dirlo, è stato un mio ministro, ma non riesce a “uscire”… Non è confortante leggere che, con quel che succede, nei sondaggi il Pd non riesce a crescere come ci si aspetterebbe”.

Certo l’inazione snervante e inutilmente parolaia del centrosinistra, quella sinistra sensazione di “indecisi a tutto” che con il governo dell’Unione aveva rapidamente raggelato ogni speranza di cambiamento dell’elettorato, contribuisce non poco ai crucci del Professore. Anche Prodi non fa il vago e presenta il conto al “manico” della ditta, con tutta la crudele cortesia di cui un bolognese (acquisito) è capace.

L'articolo, con foto, è stato pubblicato su The FrontPage.

14 ottobre 2011

MAFIA 2.0


“Il coraggio è una bella cosa ma è un lusso che non mi posso più permettere alla mia età e, se il mio blog urta in qualche modo la sensibilità di Repubblica, non sento certo il bisogno di sfidarla. Abbandono dunque, senza tanti rimpianti per un mondo nel quale non mi ritrovo”. Così Nino Mandalà chiude l’ultimo post del suo blog, in procinto di diventare uno dei tanti relitti senza più pilota che vagano per la Rete come randagi.

L’uomo ha recentemente subito la conferma in appello della condanna a otto anni di reclusione per intestazione fittizia dei beni ed è considerato il boss di Villabate, vicinissimo a Bernardo Provenzano di cui, secondo gli investigatori, curò la latitanza. Il figlio Nicola, quando è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio dell’imprenditore Salvatore Geraci ha voluto rilasciare una dichiarazione spontanea al tribunale: “Ho fatto parte dell’associazione mafiosa Cosa Nostra; non recrimino la condanna che i giudici mi hanno dato per questo reato. Ma non sono un assassino”.

I media hanno contestato a Mandalà di usare il blog per mandare messaggi cifrati ai suoi interlocutori politici, primo fra tutti il ministro Romano a cui il suo nome è stato più volte associato, ironizzando sulle sue velleità politiche e filosofiche (un blog è innanzitutto un diario pubblico e capita di lasciarsi trasportare). Come se un mafioso che tiene un blog fosse talmente inconcepibile da risultare intellettualmente sconcio.

Forse i boss vanno bene analfabeti e brutali, che mangiano pane e cicoria e mandano pizzini in siciliano stretto, ma se si mettono a scrivere in italiano corretto mandano in bestia le anime belle dei liberal di casa nostra. E dire che sono proprio i più acuti antimafiologi a raccontare che il mito della mafia pizzini & mandolino è uno stereotipo buono per i serial tv e i turisti di Little Italy. Non dovrebbe indignare più di tanto l’immagine di un Mandalà che armeggia con uno dei sacri feticci del profeta Jobs, per lasciare la sua traccia nella blogosfera.

In termini investigativi anzi dovrebbe essere un vantaggio se un boss tiene un blog per pontificare in libertà. Se è vero che Mandalà usa(va) il blog come pizzino elettronico, ci s’immagina fior di segugi pronti a decrittare ogni allusione e opacità. Era loro interesse che continuasse. Certo non si tratta di uno stinco di santo, ma nemmeno I Soprano, Il Padrino e Scarface lo sono. Naturalmente Mandalà è reale e gli altri no. Ma per chi legge il suo blog e guarda la tv siamo sicuri che ci sia molta differenza?

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

16 novembre 2010

LARGO AI VECCHI


“I giovani residenti in Italia tra i 18 e i 30 anni (nati tra il 1980 – anno della storica rivendicazione dei quadri Fiat – e il 1992) sono 8 milioni 605 mila 654 (fonte Istat). E solo poco più di 728 mila (secondo i dati forniti dalla Cgil, Cisl, Uil e Ugl), per una percentuale inferiore al 10%, sono iscritti a una di queste quattro sigle sindacali.”.

I numeri non lasciano spazio a equivoci: di questo passo, oltre all’Inps, anche il sindacato rischia di chiudere i battenti, al massimo entro due generazioni. Forse per questo, nelle stesse ore in cui sono stati diramati i dati della ricerca che rivela l’impietosa realtà, il nuovo segretario della Cgil, Susanna Camusso, ha esordito mediaticamente rivendicando un’azione virale che ha fatto di nuovo alzare il pollice a Repubblica.

“Giovani disposti a tutto”, anzi, “non +”. A dirlo, con forza, è la Cgil, che oggi in una conferenza stampa “ha svelato il mistero”, presentandosi come autore della campagna che dal 30 ottobre ha suscitato interesse, curiosità e ottenuto oltre 70.000 visite sul sito Internet e quasi 6.000 fan su Facebook. “Non + 2? è anche la parola d’ordine, il motto della manifestazione indetta dal più grande sindacato italiano per il 27 novembre, a Roma.

La campagna è partita, anonima, il 30 ottobre, con affissioni in tutta Italia e banner in Rete, e pubblicizzava una serie di finti annunci di lavoro per giovani vittime della precarietà (tipo “Azienda leader nel largo consumo cerca giovane laureata bella presenza disposta a farsi consumare”). Era un teaser per la manifestazione della Cgil e Repubblica è stata la sua balestra. “Il tema della campagna è stato ripreso dal nostro sito con l’iniziativa “Racconta a Repubblica.it le ‘proposte indecenti’.” Sono arrivate centinaia di testimonianze da cui emerge una realtà sconcertante, di annunci veri molto simili a quelli finti”.

Dopo la manifestazione, il comizio, le telecamere, il tributo degli artisti, il bisticcio sul numero dei partecipanti e tutto ciò che prevede il menu mediatico e circense, si tornerà ai freddi numeri e alla realtà di una generazione che, semplicemente, il sindacato non sa bene cosa sia. Per spiegarlo (e tentare di evitare l’estinzione) bisogna parlare la stessa lingua (sui loro media) tutti i giorni, non soltanto in occasione delle feste comandate.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
L'immagine è stata presa qui.

9 novembre 2010

CHI ROTTAMA I ROTTAMATORI

“Berlusconi deve rassegnare le dimissioni e aprire la crisi di governo. Se non si dimette noi andremo fuori dal governo.” I futuristi stracciano i rottamatori, nel derby (post)politico di questa domenica di novembre, in diretta Twitter anche su FrontPage. Gianfranco Fini, futurista per antonomasia, in un colpo solo annuncia l’imminente rottamazione di premier, governo e legislatura, dopo aver sancito che “non c’è in nessuna parte dell’Europa, e lo dico a ragion veduta, un movimento politico come il Pdl che sui diritti civili è così arretrato culturalmente a rimorchio, anche qui, della peggior cultura leghista”.

La kermesse di Firenze, di fronte all’atomica del presidente della Camera, ha finito per acquattarsi tra le news di seconda fascia, più per i nuovismi post veltroniani escogitati da Renzi e Civati: la keyword e il limite di cinque minuti per ogni oratore, il gong enorme, la lettura dei messaggi sulla pagina di Facebook, il diluvio di video citazioni, lo stile Steve Jobs imperante.

Il mezzo è il messaggio anche stavolta, da Firenze non è uscita una proposta politico-programmatica alternativa a quella (?) dei vertici del Pd ma un’idea di partito, forse antagonista alle salsicce e alle bocciofile, di certo minoritaria (le bocciofile e le salsicce sono ancora più numerose dei profili Facebook, nel ‘popolo delle primarie’) e ben sintetizzata da Andrea Manciulli, segretario Pd della Toscana, nel suo intervento a Firenze: “Ho ascoltato molte cose interessanti, alcune le condivido. Renzi e Civati sono i prìncipi di Facebook, io ho sempre le mani unte di qualcosa che ho mangiato cinque minuti prima e non vado d’accordo con le tastiere touch screen”.

“Almeno 10mila persone passate dalla Stazione Leopolda di Firenze, 6.800 i registrati, circa 150 coloro che hanno fatto interventi. “Prossima fermata Italia”, organizzata dai rottamatori Pippo Civati e Matteo Renzi è stata un successo.” Pollice alzato per Repubblica (è obbligatorio se si vuol correre), dunque, e fischi dall’assemblea dei circoli Pd, fissata a Roma lo stesso giorno (diversi giorni dopo che le date dell’evento fiorentino fossero pubbliche).

I rottamatori si ritrovano quindi nella spinosa condizione di ‘corrente designata’ (dalle cricche liberal dei grandi giornali, dagli antipatizzanti di salsicce&balere, dai mitici giovani), ma dicono di essere consapevoli che, su quel terreno, non si può che perdere (anche quando si vince). Tre segretari in tre anni di vita vorranno pur dir qualcosa.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

1 novembre 2010

BUNGA VIRUS

“Bravo, ha fatto bene a telefonare, a fottersene delle convenzioni, a mandare la Nicole a prendere Ruby in questura, e a spacciarla per la nipote di Mubarak, ciò che solo la sua fantasia e il suo senso del grottesco da commedia all’italiana potevano ideare per cavare d’impiccio quella ragazza di strada che era capitata chissà come a una delle sue feste, a uno dei suoi legittimi e barocchetti intrattenimenti domestici a base di Sanbittèr, la bevanda che solo un maturo Ganimede, coppiere degli dèi, può offrire a una festa.”

Come si fa a non essere d’accordo con Giuliano Ferrara che (con consueta sobrietà) solidarizza con l’amico-premier “quel che si dice bonariamente un puttaniere, un womanizer, un libertino giocoso e gaudente” di 74 anni, che ha il fegato di dire “sono orgoglioso del mio stile di vita”, a cui D’Alema vorrebbe sguinzagliare contro mute di preti (tanto alla prossima battuta di caccia vaticana contro una qualche libertà peccaminosa basterà fare scena muta come al solito)?

“I’m a playful person, full of life. I love life, I love women.” Gli è bastata una frase (che in ingleseRepubblica conferma la propria snella e implacabile autorevolezza e continua intrepida nel solco tracciato da Eugenio Scalfari nel 1976”, graffia Annalena Benini a proposito di un giornale che arriva a scrivere “ecco: da adesso si sa pure che, varcata una certa soglia, al rituale del dopocena era assegnata la denominazione invero esotica di bunga bunga. Assimilabile, quanto a strizzatine d’occhio, ma più potente, a consimili espressioni quali gnacca gnacca, tuca tuca e bingo bongo, quest’ultima nell’accezione non necessariamente leghista, ma sadico-anale chissà se ancora in voga nella scuola dell’obbligo.” suona anche meglio) per schiacciare un’altra volta i questurini della questione morale, decisi a non occuparsi più di politica neanche per sbaglio. “

Il copione è sempre lo stesso, rodato, delle campagne di comunicazione virale: il messaggio-choc, sparato dall’ammiraglia liberal italiana con un format che ne supporta adeguatamente il carattere di “scoop” (le ‘dieci domande’ l’altra volta, la doppia paginata di D’Avanzo questa), in poche ore deborda in Rete, invade radio e tv, intasa sms e chiacchiere, raggiunge le testate estere che erigono, a loro volta, totem festanti del nuovo sputtanamento di stato. Il bunga bunga, oltre che il classico tormentone su Facebook, è un nuovo pezzo di Elio e Le Storie Tese e un bolognese ha già registrato il dominio web (www.bungabunga.it), ma come al solito i cinesi sono più avanti e Apple Daily, il quotidiano di Hong Kong ne ha tratto una clip in 3d.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
Il pezzo di Elio l'ho preso qui.

7 giugno 2010

FUCK THE BLOGGERS


“Per aver preso le redini dei media globali, per aver fondato e dato forma alla nuova democrazia digitale, per aver lavorato senza essere retribuiti battendo però i professionisti al loro stesso gioco, la Persona dell’Anno 2006 di Time siete voi.” Sono passati quasi quattro anni da quando Lev Grossman sul Time benediceva la rivoluzione tecnologica trionfante con il più canonico dei riconoscimenti tributabili dal media-mainstream, il nemico giurato che la masnada del web giurava di voler abbattere ogni giorno.

Erano bloggers, i mitici “citizen journalists” spuntati come funghi ai quattro angoli del globo, quelli che capeggiarono la “sollevazione democratica dal basso” del primo lustro del nuovo millennio, sgomitando senza alcuna creanza nell’agenda delle vacche sacre del giornalismo internazionale, dettando temi, spifferando gossip, facendo le pulci a malizie inconfessate ed errori veri e propri.

Poi sono arrivati i social network, che hanno garantito spazi di microblogging più mirati (in termini di reti relazionali) agli utenti con ambizioni quasi esclusivamente “amatoriali”. Dall’altra parte gli editori hanno pensato bene di accaparrarsi i diari digitali più seguiti e/o i talenti più interessanti, in modo strutturale e strutturato (come il New York Times che li acquista e li assorbe nell’offerta editoriale), creando un network d’area (come il Foglio.it prima maniera, col suo “Blog around the clock”) o riciclando giornalisti professionisti come bloggers (come Repubblica.it, Corriere.it e Foglio.it attuale).

Forse è per questo che, dopo essersene ampiamente servito, Obama (icona numero uno) li ha scaricati in blocco senza troppi complimenti. “Sono molto preoccupato per il tipo di informazione che circola nella blogosfera, dove si trova ogni sorta di informazioni e opinioni senza che vengano verificate, con il risultato di portare gli uni a gridare contro gli altri, rendendo più difficile la comprensione reciproca”, ha sentenziato qualche mese fa, annunciando l’impegno di sostenere coi soldi pubblici le finanze dissestate dei giornali.

“Non voglio che ci trasformiamo in una nazione di blogger”. Steve Jobs (icona numero due) ha proprio tagliato corto mentre presentava l’iPad (ennesimo gadget di culto, in tempo reale). I blog sono già a un passo dal vintage tecnologico, tra forum e mailing-list.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

26 gennaio 2010

PICCOLA PATRIA


Una delle boiate più classiche solitamente appiccicata a Internet è che "allontana la gente dalla vita reale", quando per vita reale s'intende quell'intreccio di relazioni che di solito si sviluppa nel territorio in cui si vive. Enrico Maria Milic – 33 anni, giornalista, antropologo,
blogger irredentista triestino, esperto di comunità online (già direttore editoriale di Studenti.it e Giovani.it), consulente di Swg e di Claudio Burlando –  come responsabile di ‘Bora.La’, il sito di notizie e opinioni dedicato al ‘Litorale’ (il fazzoletto di terra che unisce il Friuli all’Istria), è convinto del contrario: “in Internet come su altri media c’è la possibilità di fuggire con la fantasia dal luogo in cui si vive e dalle rogne quotidiane. Ma ci sono molti servizi Internet (per esempio: siti dedicati a luoghi specifici, il servizio ‘eventi’ di Facebook, Meetup, eccetera) che forzano l’esperienza digitale a rapportarsi col tuo posto. È il contrario dei sogni nazionali e cosmopoliti della tv, da Mike Bongiorno al Tg1 a Lost.”

“A Trieste e Gorizia fino a pochi anni fa c’erano solo il Tg3 regionale, Tele4 e altre radio e tv locali oltre al quotidiano “Il Piccolo”. Per discutere la realtà locale in termini di massa bastavano gli speaker di quelle trasmissioni e i giornalisti del cartaceo. Ora i fatti salienti del Litorale sono discussi, tra i vari siti, anche dai nostri 3000 lettori quotidiani. Oggi le discussioni sulla cronaca restano archiviate online, si possono continuare nel corso dei giorni e sono perennemente ricercabili online. Questo fa sì che la gente crei legami stabili sulla base della cronaca che la nostra redazione e i lettori stessi condividono sul sito. Non è lo speaker della tv il medium, ma lo sono le conversazioni aperte dalla gente stessa. Non è il quotidiano locale del gruppo L’Espresso che impone eventi e personaggi nell’agenda locale, ma i cittadini stessi. Due esempi: lo scorso anno su Facebook si sono mobilitati per conto loro centinaia di habitué di club culturali per salvaguardare l’esistenza dei loro locali nella città vecchia di Trieste. E ci sono riusciti. Su Bora.La i nostri lettori discutono da tre anni di regionalismo e localismo in maniera non leghista, ma aperta e inclusiva nella tradizione delle Trieste e Gorizia mitteleuropee, non nazionaliste.”

Certo, se Bora.La è “il contrario dei sogni nazionali e cosmopoliti della tv, da Mike Bongiorno al Tg1 a Lost” potrebbe odorare di conservazione: “col cavolo. È il cosmopolitismo di sinistra che dai tempi di Pasolini si è dimenticato di immergersi umilmente nelle diversità culturali e sociali dei singoli territori. Non è un crimine che la gente ami i luoghi in cui vive e se questi danno senso anche all’opinione politica della gente. Non può esistere un’informazione progressista che non contempli sia le radici del singolo territorio che pratiche inclusive e xenofile. Anzi, è spaventosa l’idea che “siamo tutti uguali” e sarà “La Repubblica” da Roma a salvarci.”

Tratto da "The Front Page".

Trieste asburgica l'ho presa in prestito qui.

27 ottobre 2009

PD 3.0

"Tre milioni di persone sono una grande prova di democrazia. Tre milioni di persone che hanno pagato due euro a testa per partecipare alle primarie sono un grande risultato. Noi siamo orgogliosi di essere quelli che stanno costruendo un partito. Chi fa un partito realizza la costituzione repubblicana che parla di partiti e non di popoli"

Bersani ha proprio ragione: 3 milioni di persone alle urne per scegliere il segretario del Pd sono una cosa seria. Abbastanza per domandarsene la ragione.
Ha vinto lui, Franceschini ha avuto dal popolo delle primarie la conferma della stessa proporzione espressa dagli iscritti – 1/3 del partito – e Marino ha aumentato i consensi, dimostrando che laicità, diritti civili, eccetera sono percepiti come priorità.

Ha avuto ragione D’Alema: gli iscritti non sono degli alieni e il popolo delle primarie ne ha rispecchiato le preferenze. Ma hanno avuto ragione anche Veltroni / Franceschini a impuntarsi sul plebiscitarismo un po’ bizantino di queste primarie all’italiana.
Che sono forse l’unica eredità decente di questo ammasso di macerie politiche e istituzionali che passa per Seconda Repubblica, l’unica vera novità in quindici anni di valzer di partiti che cambiano nomi e simboli senza mai cambiare dirigenti.
L’unica opportunità di partecipazione nei fatti.

Per una volta varrebbe la pena di rovesciare l’approccio esterofilo, in cui un po’ tutti ci si impantana troppo spesso, considerando l’ipotesi che far scegliere il segretario di un partito “popolare” a chi lo vota sia un’innovazione importante nella scena politica della vecchia Europa e che gli altri per una volta ci stanno studiando con interesse e ammirazione per vedere se funziona. Dalle file ai seggi parrebbe di si.
Da come stanno messi i partiti socialisti della vecchia Europa, poi, viene da pensare che qualcosa di buono il tanto bistrattato Pd deve averlo pur combinato (o anche solo evocato), per avere ancora la forza di portare 3 milioni di persone, la domenica, a tirare fuori due euro e a farsi un’ora di fila per mettere una croce su un nome.
Perché al di là dei giudizi sulla gestione Veltroni / Franceschini, alla “ditta” ne sono arrivate di legnate, tra Marrazzo (proprio il giorno prima con tutti che lo sapevano da mesi, e addirittura l’Avanzo di Balera che l’aveva “protetto”, dice), le pistolettate in Campania, la telenovela Binetti, la serie impressionante di batoste elettorali, Rutelli, lo scandalo della sanità in Puglia. Al di à di ogni analisi è altrettante lampante che i media ci sono andati già duri, dopo che Veltroni ha perso. E non solo i bravacci dell’Avanzo di Balera, ma pure gli “amici”: non penso che il trattamento da fratellini tonti che gli è stato riservato da Repubblica&c sia stato utile per consolidare una qualche autorevolezza.

Di ragioni per tenersi i due euro in tasca e starsene a casa ce n’erano a bizzeffe.
Non è andata così e io, che avevo deciso di stare a casa, di fronte alle immagini della gente in fila non ce l’ho fatta e sono andato a votare.

Al di là di gusti ed opinioni, poi, è un dato di fatto che la politica sia personalizzata, in Italia e dalle altre parti. In epoca di overdose mediatica continua la personalizzazione è una semplificazione, un modo per decodificare al volo messaggi che non abbiamo sempre il tempo, la voglia o gli strumenti per decodificare.  
Per questo le primarie rappresentano lo strumento di controllo democratico che controbilancia lo strapotere politico-mediatico dei leaders e l’opportunità di protagonismo e inclusione per gli outsiders. Sono il collante di una comunità politica, la sua vera festa dell’unità.

3 milioni di persone su 8 milioni di elettori alle Europee è il segnale che la comunità del Pd è fortissima. Le primarie ancora una volta sono state il modo per rendersene conto, il balsamo per tutti i crucci che ne appesantivano il passo.
Sarà difficile, dal 25 ottobre 2009 in poi, trovare qualcuno con la faccia di dire che non servono più.

Fonti:
“La svolta e il ritorno all'antico” di Federico Geremicca dalla Stampa
“Ai seggi si scopre che c'è un'armata dei nonni-elettori” di Maria Laura Rodotà dal Corriere della Sera

L'immagine l'ho presa in prestito qui.

Tratto da Aprile di oggi.

11 ottobre 2009

IN TUTTO IL SUO SPLENDORE


"Avanzo di Balera" comincia a essere un po' riduttivo per l'omaccio.
Brutto segno.

L'immagine l'ho presa in prestito qui.


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permalink | inviato da orione il 11/10/2009 alle 21:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

1 ottobre 2009

IL TRAVAGLIO QUOTIDIANO


"E' una sorta di "Travaglio della Sera" questo primo numero: a) pubblicità di un libro di Marco Travaglio vicino alla testata; b) commento di Marco Travaglio intitolato "De Villepin e de Minzolin"; c) notizia a centro pagina: "Editto su Travaglio. Mannaia su Anno Zero"; d) a pagina due ci sono quattro articoli, e in ben tre si parla di Travaglio; e) rubrica dello stesso Travaglio a pagina 6, "M'illumino d'incenso", dedicata a Piero Chiambretti alias Pierino Slurpetti; f) intera paginata, la 21, a firma Travaglio su "Come nasce un giornale. Il giro d'Italia lettore per lettore"".

Dopo l'articolo di Stefano Di Michele sul Foglio mi sono incuriosito e sabato (terzo numero) ho tentato di comprare una copia del "Fatto Quotidiano", il nuovo giornale diretto da Antonio Padellaro, in un'edicola di Ravenna intorno alle 11 di mattina. Finito.
"Ma si può anche ordinare il primo numero" mi ha informato l'edicolante. Ci ho riprovato domenica 27, ieri, nell'edicola di Piazza Farini, a Russi. Bingo.

Arrivato al bar mi sono messo a controllare.

Tutto l'articolo, il Bianconiglio pubblicato questa settimana sul blog di Aprile, è qui.
L'immagine è stata presa in prestito qui.

13 luglio 2009

SIMPATIA AL POTERE


"Per quanto strano possa sembrare, il fanciullo agisce sempre mosso, più o meno, dalla pura simpatia; anche quando gioca, salta e schiamazza, compie ogni azione per pura simpatia verso l'azione. Quando la simpatia nasce nel mondo, è forte amore, forte volere; ma non può rimanere così, bensì deve venir compenetrata dal rappresentare, deve venire, in certo modo, continuamente "rischiarata" dal rappresentare."

Secondo il dizionario etimologico "simpatia" significa "inclinazione istintiva, che attrae una persona verso l'altra".
Chi poteva immaginare che la battuta di Debora Serracchiani nell'intervista a Curzio Maltese su Repubblica (sto con Franceschini perché è più simpatico) che tanto aveva scandalizzato l'indistruttibile apparato del Pd fosse solo l'inizio?

Poi Beppe Grillo ha deciso che Debora Serracchiani gli era simpatica
"A parte la Debora Serracchiani non vedo altri. Debora mi piace molto e rappresenta milioni di ragazzi iscritti a quel partito che hanno creduto a dei sogni che non si sono mai realizzati. Noi abbiamo bisogno che vadano avanti queste persone, trentenni, che abbiamo studiato e che facciano parte di questa cultura, dei social network."

L'articolo completo, il Bianconiglio pubblicato oggi su Aprile, è qui.
L'immagine è uno dei soggetti della campagna elettorale online del Pd per le Europee, di cui ho curato la creatività per conto di Prodigi.

18 giugno 2009

REPUBBLICA


"Il Pd ha affidato al web una buona parte della sua campagna elettorale per le europee. E al Nazareno sono soddisfatti di quella che per modalità scelte e cifre registrate non esitano a definire una campagna di comunicazione politica online che non ha precedenti nel nostro paese."

L'Unità sintetizza bene com'andata la mia avventura professionale di questa primavera romana, ormai terminata.
Certo, poteva andare meglio. Il Partito Democratico ha perso 4 milioni e mezzo di voti, di cui almeno 3 passati al partito dell'astensione (secondo l'Istituto Cattaneo), la sinistra restante tutta insieme ha superato il 10% ma non è riuscita ad eleggere neppure un parlamentare europeo.
L'Avanzo di Balera però è stato fermato e non è proprio un dettaglio da poco.

L'articolo completo, il Bianconiglio pubblicato questa settimana sul blog di Aprile è qui.
L'immagine è il soggetto conclusivo della campagna web del Pd per le europee, di cui ho curato la creatività per ProDigi, col DDT.

29 maggio 2009

GANG BANG ITALY


La verità è che l'Avanzo di Balera ha preso l'Italia per il suo pornocast personale. Una sorta di gang bang permanente ai danni delle istituzioni repubblicane.

Secondo il New York Times

"Gran parte del successo di Berlusconi nasce dalla sua abilità di leggere gli umori del Paese.
Ora molti si chiedono se finalmente non abbia fatto un calcolo sbagliato e non stia spingendo troppo in là i tolleranti italiani, e se la sua reputazione di fine carriera non somigli sempre più alla decadenza imperiale del Satyricon di Fellini".

Mentre
Jeff Israely sul Time ha coniato per l'Italia il gagliardo appellativo di Berlusconistan, paese in cui i critici
"riescono in qualche modo ad andare in tv, sostenendo che il 72enne maestro dei manipolatori ha innescato un ciclo di notizie che in realtà potrebbe portare alla sua fine politica"
.
Speriamo.

Il video che segnalo è una speranza e la mia scelta di voto per il 6 di giugno.
Non scontata e - credo - inevitabile.

4 aprile 2009

NAT@ IL 4 APRILE


Dopo il solito balletto delle cifre (2milioni 700mila manifestanti secondo la Cgil, 200mila per la Questura), la grande manifestazione del Sindacato ("tra le più grandi di sempre" secondo Epifani) è già scesa al terzo posto anche sulla Pravda.
Il Corriere l'aveva declassata intorno all'una e mezzo, dopo gli scontri di Strasburgo e l'ennesima performance europea dell'Avanzo di Balera, e la Stampa mentre scrivo la riporta come quarta notizia.

Forse varrebbe la pena di riflettere sull'efficacia degli strumenti di lotta del Novecento (scioperi, manifestazioni, cortei, ecc.), senza dare subito la colpa al regime di libertà vigilata (peraltro indubitabile) in cui versano i nostri "media". O almeno fare qualcosa per evitare che un gran numero di manifestazioni, di impatto simile e ravvicinate fra loro, creino l'effetto ridondanza che annacqua il messaggio e lo rende "disinteressante".

Per il 4 aprile le Lance Libere hanno curato messaggio, strumenti e azioni di comunicazione per la Rete degli Studenti e per l'Unione degli Universitari, le associazioni studentesche scese in piazza con lavoratori e pensionati, cercando di esportare i contenuti degli studenti dal Circo Massimo al circo mediatico, usando soprattutto Internet ma anche l'advertising tradizionale e gli strumenti classici della guerilla (adesivi, stencil).

Questo è l'adesivo realizzato per l'Unione degli Universitari:

Quello sopra è il manifesto della Rete degli Studenti, in affissione formato 100x140 - tra l'altro - in 5000 postazioni a Roma.

Sono stati creati anche dei quiz su Facebook, strumenti di marketing virale per diffondere messaggio e contenuti, che hanno affiancato i numerosi gruppi tematici creati dalle associazioni.
Quello della Rete è qui.
Quello dell'Udu è qui.

Studenti.it (portale market-leader sul target giovane) ha pubblicato (scaricabile) i kit anti-crisi con le proposte delle associazioni contro i tagli del governo a scuola, università e formazione.
Quello della Rete è qui.
Quello dell'Udu è qui.

27 marzo 2009

TECNORIVOLUZIONE PD


A pensare male si fa peccato e non sempre ci si prende.
Dopo tanti sbertucciamenti subiti, è proprio dal Pd italiano che giunge un progetto di legge sulla Rete che ne promuove lo spirito libertario, l'impatto socialmente positivo e l'innovazione economica e culturale che ne scaturisce (aria fresca in tempi di stagnazione).
La Pravda così sentenzia:

"ACCESSO LIBERO e senza filtri a internet, contro ogni forma di censura. Diffusione del software open source nella pubblica amministrazione. Abbattimento delle barriere tecnologiche che creano cittadini di serie A e di serie B e quindi, tra l'altro, banda larga alla totalità della popolazione entro il 2012 e aiuto per entrare nella società dell'informazione a coloro che "versano in condizioni di disabilità, disagio economico e sociale e di diversità culturale".

Questi i contenuti
rivoluzionari della proposta di Vincenzo Vita e Luigi Vimercati che addirittura propongono la net neutrality della Rete per legge (come stanno chiedendo i più accesi tecnorivoluzionari d'oltreoceano al neopresidente col BlackBerry).
La Pravda infatti non manca di sottolineare che:

"In particolare, questo è il primo progetto di legge in Italia (e forse anche nel mondo, come commentano molti addetti ai lavori in queste ore) a battersi a favore della neutralità della rete. È il principio secondo cui gli operatori non devono discriminare l'accesso internet dell'utente e non devono cioè rallentare o velocizzare alcuni contenuti, siti, applicazioni su internet. Finora internet si è retta su questo principio, che nel bene o nel male ha permesso l'arrivo di servizi innovativi."

Tutto l'articolo della Pravda: qui.
L'immagine è stata presa in prestito qui.

24 febbraio 2009

LA GUERRA DEI MEDIA / 2


"Ma chi è un rom? No è Veltroni"
Così titolava lo scorso 5 agosto il quotidiano diretto da Vittorio Feltri, pubblicando la foto dell'ex sindaco di Roma - non esattamente in forma smagliante - intento a piantare l'ombrellone nella spiaggia di Sabaudia.
Libero è Libero naturalmente, ma dal giorno della sconfitta elettorale contro l'Avanzo di Balera per Veltroni sono cominciati i dolori. Se prima del voto l'ex segretario del Pd poteva vantare uno charme mediatico impressionante (al contrario dell'eterno amico-nemico D'Alema, che non ha mai fatto mistero del proprio astio nei confronti del giornalismo italiano), dopo l'accanimento nei suoi confronti è parso in certi passaggi piuttosto gratuito.

Tutto l'articolo, il Binaconiglio della settimana su Aprile, è qui.
L'immagine l'ho presa in prestito qui.

21 febbraio 2009

DEMOCRISTIANO E FERRARESE? È IL KARMA, BELLEZZA!


"...chi batte le mani adesso non venga poi domani a chiedermi dei posti..."


Per uno come me, bolognese e radicale, uno come Dario Franceschini in teoria è peggio di un dito in un occhio. In teoria.

Ferrarese
Dalle mie parti si dice che "Ferrara è al confine con l'Inghilterra" perché gli automobilisti estensi fanno costantemente la barba alla mezzeria e sembra sempre che sconfinino verso la corsia di sinistra.
Ora, guidare il partito al centro della scena politica e tenere sempre la barra a sinistra è lo spirito del discorso con cui il neosegretario si è presentato all'assemblea nazionale del Piddì.
Mi sembra lo spirito giusto.

Democristiano
Dopo averlo ascoltato, la Binetti ha dichiarato
"Sono entrata alla Fiera di Roma con un'idea in testa ma dopo avere sentito Franceschini sono indecisa sul voto". Già questa è una ragione di soddisfazione: il primato della scelta individuale sui temi eticamente sensibili (cosiddetta laicità) è stato rivendicato da Franceschini a chiare lettere, che ha citato la proposta di legge del Piddì sul testamento biologico - che contiene questo principio (idratazione e alimentaziione incluse) - e ha fatto incazzare la Binetti. Tanto basta.
D'altronde non è una novità: divorzio, aborto, legge gozzini sono state fatte sempre con la Dc al governo e il Pci all'opposizione (di solito terrorizzato quanto la Dc dal "nuovo").

Più in generale Franceschini è una garanzia perché almeno sa da che parte è girato. Ha un quadro di valori stabile da quando portava i calzoni corti, che forse gli impedirà di piegarsi alle mode come una banderuola e di giocare al piccolo statista, trionfale negli annunci e impotente nella realtà, come i figiciotti nichilisti che ci assediano da vent'anni con le loro nostalgiche scazzottate sotto i riflettori.
Ti ci puoi scazzare con Franceschini, ma almeno sai chi è (forse perchè lo sa lui, innanzitutto).

Un pensiero infine per Uòlter, prima esaltato da media e pseudocompagni come un demiurgo, poi massacrato e umiliato senza vergogna: grazie di averci provato.
Ma soprattutto grazie di averli lasciati tutti nella merda, dimostrando che il primato della politica sta solo nel loro cervellino bacato e che il mitico "senso di responsabilità" di solito è una scusa per farci lavorare (o ammalare) gratis.


Secondo Veltroni "Dario è la persona giusta per guidare il partito verso le nuove sfide"?
Anche secondo me.


L'immagine l'ho presa qui.
Franceschini segretario sulla Pravda invece è qui.

4 ottobre 2008

GREMBIULINE


Corpo a corpo contro il Ballismo, stamattina davanti al ministero della Gelmini al sit-in della Rete degli Studenti Medi.
Nel pomeriggio si sono scatenati anche i sindacati. Cisl, Uil e Gilda hanno annunciato (una settimana dopo la Cgil) lo sciopero generale della scuola, molto probabilmente il 31 ottobre. Sarà una manifestazione unitaria
contro tagli e controriforme del governo, cioè: sotto il grembiule niente.

La foto del giorno del Corriere (sopra) è stata presa in prestito qui.
L'articolo della Pravda è qui. La galleria fotografica sulle Grembiuline qui.
Volevo postare anche il servizio del tg1 ma non c'è stato verso di linkarlo (almeno io non ci son riuscito).

Pauered bai Lance Libere.

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