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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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29 ottobre 2012

CAYMANISTAN


“La Porsche ha chiamato “Cayman” la sua auto più brutta per fare un dispetto a Renzi”, “#Dalema va ai giardinetti per mangiare i bambini e dice che l’ha mandato Renzi”, “E’ stato Renzi a bloccare il treno Italo a Firenze Per dimostrare che #LucadiMontezemolo non va”, “Le zanzare ad ottobre sono state mandate da Renzi”, “Matteo Renzi è il vero autore dei libri di Fabio Volo e Federico Moccia”, “Ma chi paga la lavanderia per tutte quelle camicie bianche?”, “Renzi svela sempre il finale delle barzellette di Bersani”, “Ma non è che quell’auto che secondo la Moratti era stata rubata da Pisapia, invece l’ha presa @matteorenzi?”, “Salterò la pausa pranzo: ho protestato, il mio capo mi ha detto: #attaccaRenzi.”

Lhashtag di @AsinoMorto dice già tutto. Vendola, per cui il pm ha appena chiesto venti mesi di galera per abuso d’ufficio, e Bersani, la cui storica segretaria è stata appena indagata  per truffa aggravata, sono riusciti nell’impresa di mettere Renzi all’angolo. Chi osa non dico spendere parole apertamente lusinghiere, ma esprimere qualche moderato dubbio circa lo status di “nemico del popolo” affibbiato al sindaco di Firenze, viene lapidato sulla piazza di Facebook.

Oltre alla staliniana trasfigurazione dell’avversario in “nemico”, già sperimentata con Craxi e Berlusconi (con evidenti benefici per il paese, in declino da un quarto di secolo sotto tutti i punti di vista), la tentata sterilizzazione del pericolo – ché quando un moccioso impudente annuncia di voler tagliare il finanziamento pubblico ai partiti entro i primi cento giorni di governo di questo si tratta – si basa sul boicottaggio della partecipazione.

Le primarie sono il mito fondativo del Pd e del centrosinistra, l’unico, e il mastice che riesce a tenere insieme un elettorato sempre più scazzato e disilluso. Negli anni passati si sono sempre rivelate l’unica vera arma in più rispetto ai soldi, al carisma e alla certezza della leadership che regnava nel campo avversario. Ma anche questa, ovvia, considerazione non deve aver fatto breccia.

Così mia nonna, che ha quasi novant’anni e fa fatica a scendere le scale (ma è sempre andata a votare), gli studenti di sedici e diciassette anni e quelli fuori sede (i pugliesi poi sono veri ultras del loro governatore) se ne staranno a casa. Invece che presentarsi al seggio con la carta d’identità e il certificato elettorale (e una volta sola), come nel 2005, tocca una babele di puttanate burocratiche che, a parte le patetiche giustificazioni in politichese, significano solo una cosa: vade retro Renzi.

Spararsi nelle palle per far dispetto alla moglie: dopo che gli analisti hanno spiegato che più alta è la partecipazione più le chances di vittoria di Renzi aumentano, le varie staffette partigiane sono partite ad architettar tagliole. Ma se va a votare meno gente perdono tutti, perché oltre alle primarie bisognerebbe tentar pure di vincere le secondarie. Arrivarci dopo un flop, proprio adesso che Berlusconi spariglia di nuovo e patrocina (forse) le primarie del centrodestra, sarebbe il massimo.

Il quotidiano lancio degli stracci, inoltre, ha definitivamente eclissato i contenuti dal dibattito, anche riguardo la cosiddetta “fase 2” della campagna di Renzi (che continua a giocare alla lepre). “Cambiamo l’Italia” ha affiancato il claim “Adesso!”, riconducendo idealmente il sindaco di Firenze al “Change” di Obama, dopo che la fase uno ne aveva già sussunto e italianizzato l’iconografia sin nel minimo dettaglio.

Il particolare è che stiamo sempre parlando dell’Obama del 2008, quello trionfale e trionfante. Tutti continuano a citare la campagna, le strategie, lo stile, i contenuti, lo story telling di quell’Obama là. In quanti conoscono il claim del 2012, quello su cui tra pochi giorni il presidente chiede il voto agli americani per altri quattro anni? “Forward”, dalla speranza visionaria al realismo del buon padre di famiglia in una campagna stile Diesel, con un video che sembra il trailer di una serie tv (alla seconda stagione).

Renzi, come gli altri ma col rischio di pagare un prezzo più alto, è rimasto al 2008, l’epoca del “Se po’ fa’” con cui Veltroni rastrellò il 33% alle politiche. Nel frattempo però è cambiato tutto, diverse volte. L’altra sera Santoro gli ha chiesto conto a modo suo della “fase due”, citandogli l’ultimo libro di Paul Krugman “che si chiama proprio come il suo slogan, adesso!” (col punto esclamativo pure) e argomenta il fallimento delle politiche di austerity in Europa e in Italia. “Lei che ne pensa?”

Renzi ha abbassato un po’ gli occhi, ha ripetuto un paio di volte che gli editoriali di Krugman sul New York Times sono un prezioso contributo all’analisi, ha dato l’impressione di non averne mai neanche sentito parlare (del libro titolato come il suo claim). Ora, si può essere d’accordo e meno con Krugman, ma è il caso di avere un’opinione su quello che scrive, visto quello che scrive, se si ambisce così tanto a governare un paese (uno qualunque).

Invece la cosa più politica che Renzi ha tirato su fuori sul tema è che “è una questione di qualità della spesa pubblica” certo “a saldi invariati”. Spiccicato a Bersani, a Monti, a tutti. Poi nient’altro, nulla che a poche ore dalla fine della trasmissione potesse rimanermi impresso, al netto delle gag rottamatorie. Unico guizzo, vagamente cimiteriale: nei primi cento giorni di governo la mitologica legge sul conflitto d’interesse. Per dimostrare che non è l’Ambra del vecchio Caimano. Poca roba.

All’ora del conto, infine, la Sicilia non poteva mancare. I primi exit polls sulle elezioni erano fischiati in rete come ghigliottine al vento. Anche se i risultati ufficiali sembrano ridimensionare l’uragano, Caymanistan trema. Più della metà dei siciliani è rimasta a casa e l’altra ha incoronato campione del caos il “D’Annunzio a Fiume, un situazionista fuori situazione, un estroso beato nel posto tipico delle stramberie”. Come aveva predetto Buttafuoco, con bella prosa.

“Non è stato elegante manco in acqua, eppure ha fatto evento. Una nuotata come quella può farla uno svelto atleta scolpito da Fidia, non un Satiro attempato e tutta la bellezza di quella traversata s’è confermata nell’essere lui – l’uomo che viene da fuori – tutto il contrario di ciò che ha fatto, il più improbabile dei Colapesce. Nessuno ci credeva che potesse arrivare a nuoto, tutti cominciano a credere che lunedì possa sfasciare finalmente la regione siciliana.”

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

16 ottobre 2012

BERSANAMENTO


“È stato un capolavoro di democrazia. Se usciamo bene dalla vicenda delle primarie non ci ammazza più nessuno”. Di certo adesso faranno più fatica ad ammazzare lui. Bersani, il segretario, dopo l’Assemblea nazionale del Pd del 6 ottobre è stato salutato dal coro mediatico come un generoso liberale che, un po’ per tattica un po’ per convinzione, le primarie le ha aperte davvero. Con qualche regoletta, certo, ma un po’ di regole ci debbono pur essere, no?

Le regolette, però, per definizione sono vincolanti e in questo caso la sanzione per chi non le rispetta è stare a casa, senza se e senza ma. Così, dopo i primi attimi di entusiasmo, gli aspiranti premier del Pd, outsider che avevano annunciato la propria candidatura in deroga all’articolo 18 (i casi del destino) dello statuto che prevede che sia il segretario a rappresentare la ditta alle primarie di coalizione, si sono resi conto di essere rimasti in braghe di tela.

Alle diciottomila firme di iscritti al Pd (“Una follia, io ci ho rinunciato già il primo giorno”, dice Puppato) si sono affiancate pastoie burocratiche stile lasciapassare a 38. Elenchi degli iscritti consultabili solo all’interno delle sezioni del partito, per via della privacy (che non vale per l’albo pubblico degli elettori, però), blindatura senza quartiere della maggioranza già bulgara in Assemblea nazionale, con conseguente difficoltà a trovare le novantacinque firme necessarie per candidarsi.

“Io posso parlare per esperienza diretta. Diversi delegati che avevano assicurato di voler sostenere Renzi, hanno cambiato improvvisamente idea. Alcuni si erano fatti avanti con convinzione, ma dopo qualche giorno e qualche colloquio privato, hanno fatto un passo indietro”. Salvatore Vassallo, deputato neo-renziano (ed ex veltroniano), descrive un clima da “o con noi o contro di noi” che forse è quello che aveva in testa Bersani quando, con apprezzabile humour emiliano, ha gridato al “capolavoro di democrazia”.

Il Bersani neo-rottamatore (che può già incassare il bye bye di Veltroni) è uscito bene dall’Assemblea nazionale, garantendo a Renzi la possibilità di correre (e svincolandosi dai vecchi pachidermi) ma costringendolo a una silenziosa conta old style di delegati “fedeli” e bastonando senza pietà gli altri outsider in grado di togliergli voti al primo turno. Pare che solo la Puppato riesca a trovare le firme, unica donna “in gamba” per i Bettoliani del secondo turno e/o clone mignon del segretario, per i maligni.

Sarà l’acrilico, ma a me la cartolina di Bettola piace. Forse perché è talmente fuori dai canoni della comunicazione contemporanea (pure quella più dadaista) e così sideralmente distante dal “made in Usa” di Renzi, che al terzo (o quarto) sguardo ha finito per conquistarmi. Il richiamo familiare, poi, è talmente arcaico da stemperare la ruffianeria e abbastanza emiliano da non cedere alla retorica (niente giuramenti, salamelecchi, o poesie strappalacrime). Anche questo merita rispetto.

Prima ero rimasto un minuto buono, gli occhi sbarrati, a fissare l’immagine sul mio Mac del sito della campagna, “TuttiXBersani”, in effetti molto simile al “TuttiXMilano” di un paio d’anni prima. Credo che il neologismo “sciogliocchi” sia il più indicato per definire l’inferno grafico che circonda il nonsense editoriale di uno strumento che, a differenza di quello di Renzi, è palese che sia stato fatto proprio perché non se ne poteva fare a meno. Al contrario della cartolina di Bettola, che ha un cuore.

L’idea del partito che si legge in controluce, però, è quella che aleggia sulle belle facce emiliane dell’infanzia di Bersani, che il suo staff ha fatto circolare in occasione dell’avvio della campagna, a Bettola (suo paese natale). Un partito pesante come un aratro e duro come le zolle di terra da spaccare. Niente a che spartire con Renzi, ovviamente, poco con il partito delle primarie (che ci sono ancora solo perché Renzi è partito senza chiedere il permesso a nessuno), di Twitter e Facebook, della mediatizzazione, della personalizzazione della politica. In una parola della contemporaneità.

Il paradosso è che per affermare questa idea di partito, Bersani sta mettendo in gioco sé stesso in modo molto più americano del rivale rottamatore. Paradosso fino a un certo punto, per chi conosce gli emiliani, a cui fa da contraltare l’altra verità di cui nessuno pare accorgersi in queste ore. Per le regionali del Lazio c’è Zingaretti e basta (nisba primarie) e in Lombardia, dove delle primarie parlano solo i giornalisti, per ora l’unico candidato certo del centrosinistra è Tabacci. Dopo Formigoni ci si aspetterebbe anche qualche colpo d’ala, ma questa è un’altra storia.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

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