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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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4 gennaio 2013

IL MAYA DI BETTOLA


“«Il mondo lo hanno distrutto i politici, altro che la profezia dei Maya!». Il risultato non cambia. Barba bianca e ammirevole coscienza dell’identità collettiva, «noi valdesi stiamo scappando da seicento anni», il signor Aldo ricorda di quando il villaggio contava 340 anime e «le zappe non erano coperte di ruggine, e la farina non era la materia morta che è adesso ma una cosa buona da mischiare alla segale, per fare il pane». Nostalgia di un mondo che non c’è più, nel vero senso dell’espressione? «Distruggere quello che ti dà la vita è puro autolesionismo. Andate nelle vallate a vedere cos’hanno combinato, autostrade, dighe, cemento ovunque: se è finita davvero nessun rimpianto, io me ne sto quassù».”

Non so, francamente, se la farfalla di Bradbury abbia spiccato il volo, in qualche sperduto angolo del mondo il giorno del Solstizio d’Inverno del 2012, né se siamo o meno entrati ufficialmente nell’Era dell’Acquario all’insaputa di tutti, fatta salva naturalmente l’élite di fulminati new age che ci crede di brutto ed è pronta, ad ogni aperitivo, a sguainare l’arco nuovo di trinca e ad oliare la zappa. Io non mi sento così baldanzosamente razionalista da escluderlo. Mi pare che vedere i bambini che a due anni cercano di cliccare sulle pagine di carta, quando non hanno per le mani l’iPad, già significhi qualcosa.

Che poi non siamo in salute, che il mondo non stia bene, è chiaro quasi a tutti. La declinazione ovviamente cambia, ma la sostanza è la stessa. A che pro? Qual è la posta dello sbattimento? Produci, consuma e preparati a crepare alla meno peggio? Di quante autostrade avremo ancora bisogno per capire che il problema non è la coda, ma il week-end? La gag dei Maya, per chi ha avuto voglia di esplorare, questo è stata: l’occasione per mettere in fila le priorità, dare ordine alle domande.

“La fine del mondo è la punta Martel, neve, sole e lo spettacolo dei Tredici Laghi, il torrente dove nuotano superbe trote fario, il volo dell’aquila reale. L’altro mondo dev’essere finito due tornanti più sotto, a dar retta ai Maya, e un giorno qualcuno controllerà. Non c’è nessuna fretta.” Secondo l’aneddotica gossippara il villaggio di Pradeltorno sulle Alpi Cozie era uno dei tre o quattro buchi del culo del mondo in cui ci si poteva salvare dall’Armageddon.

Invece “il settimanale L’Eco del Chisone (…) ha scoperto che la leggenda piemontese è spuntata su Wikipedia solo il 4 giugno 2011, mentre le indicazioni su Bugarach affondano le radici nella notte dei tempi. Non solo: nessuna fonte citata, riscontri zero, e come si sa chiunque può arricchire le voci di Wikipedia senza alcun controllo. Secondo il giornale l’anonimo collaboratore della libera enciclopedia telematica risulta poi essere un utente Vodafone della vicina Pinerolo, c’è anche il numero dell’apparecchio…”

Ora che comunque l’allineamento non s’è allineato, la Cintura Fotonica non ci ha fritto come coleotteri maldestri nella lampada alogena e gli ufo non sono sbarcati su un rosso deserto piallato dal sole, adesso che alla mezzanotte del 21 dicembre 2012 – ora italiana – solo lo show un po’ mesto di un sito a caccia di click ha messo in scena il countdown per la fine di un mondo “che è già finito da un pezzo”, ora che sono passati pure Natale, Santo Stefano e Capodanno sarà finalmente chiaro a tutti che l’unico vero Maya in circolazione è nato a Bettola.

Non certo Monti e la sua allegra brigata di banchieri, giannizzeri finanziari e attempati perdigiorno della politica, di cui su Facebook circola una simpatica epigrafe virale: «Dopo la saldatura di Monti, Casini e Montezemolo con il Vaticano, mi aspetto l’appalto a Finmeccanica per la costruzione della Morte Nera». Monti è stato benedetto dalla follia nichilista di Berlusconi e forse il 24 febbraio è abbastanza vicino da non far notare troppo il l’assai poco tecnico codazzo d’imboscati, ma difficilmente riuscirà a far meglio di Mariotto Segni diciannove anni fa. Perché dovrebbe?

E certo non sarà una gang di mozzorecchi assortiti, che non ho capito bene se ha sussunto in toto la versione law and order de sinistra 1.0 (l’Idv del buon Tonino, kaputt nei sondaggi dopo l’irruzione della Karma Police) o se ha solo valorizzato i “compagni” più meritevoli e televisionabili, a fare la “rivoluzione civile” di cui vaneggiano sopra una versione oscenamente post punk del Pellizza da Volpedo. Bene che va rosicchiano un po’ a Vendola e un po’ a Grillo e fine della rivoluzione.

Di Berlusconi e della metà campo di destra francamente non vale la pena parlare. Più che altro non me la sento, già ci capisco poco tra nuovi partiti annunciati, primarie virtuali, psicodrammi vari, che mi pare poi si vadano ricomponendo in gioiose rimpatriate sullo skilift, e in più mi sembra che quella del capo sia una partita un po’ mesta. Se voleva giocare non doveva tentare di ammazzare Monti, ora non vuole arrendersi all’idea di non avercela fatta e continua ad alzare la posta con una coppia di jack in mano. Forse cerca la bella morte, con tutti quei nipotini. Che tristezza.

Alfine arriviamo a lui, al Maya di Bettola: l’uomo più sottovalutato del 2012. Proviamo a tornare con la mente, per un attimo, a un anno fa. Bersani era leader di un partito senza capo ne coda, o meglio con un capo, lui, assediato da un migliaio di codazzi impazziti convinti di essere qualcosa o qualcuno. Aveva appena digerito Monti, nonostante i sondaggi gli avessero ripetuto fino alla noia che se andava a “votare sotto la neve”, come strizzava l’occhietto il perfido Giuliano Ferrara, avrebbe fatto cappotto.

Monti aveva cominciato subito a picchiare come un fabbro, proprio là dove il dente duole: nella sua base di pensionati e aspiranti pensionati e annunciava sfracelli nel pubblico impiego, proprio là dove il Pd ha il consenso vero e il Sindacato tiene il suo ultimo bastione. Renzi e i “giovani”, spalleggiati dagli infingardi media liberali, lo bastonavano un giorno si, l’altro pure e appena per qualche ragione se ne dimenticavano o si facevano un week-end in pace, Rosy Bindi rilasciava un’intervista.

Ora, dopo aver accettato la sfida di Renzi (non era obbligato a farlo, anzi) e averla vinta di oltre venti punti, ha stupito tutti gli addetti ai lavori e ha indetto le primarie per la scelta dei parlamentari: prima assoluta nella storia repubblicana. Naturalmente, con sardonico cinismo emiliano, ha scelto la data più bulgara possibile, 29 e/o 30 gennaio, si è accaparrato una quota importante di nomine dirette e ha scatenato un sostanziale delirio politico-organizzativo nel partito. Chi può dirgli niente?

Risultato: l’uomo contro il partito liquido, del collettivo contro i personalismi, si è svegliato come il leader più craxiano degli ultimi vent’anni, al cui potere tecnicamente iperplebiscitario (due primarie vinte di fila) si somma la “fedeltà di progetto” degli eletti in Parlamento, del Pd e di Sel (che non a caso ha tenuto analoghe primarie, gli stessi giorni): gli devono tutto, se fanno casini stavolta li linciano. Non più caminetti, al massimo qualche pacca sulle spalle alle vecchie glorie, e azzeramento delle correnti da parte degli elettori. Una piccola apocalisse, con un solo cavaliere.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

19 novembre 2012

KARMA POLICE

“La vita sulla Terra, come la conosciamo, non sarebbe possibile senza la protezione esercitata dal campo magnetico. Secondo studi recenti la magnetosfera sarebbe interessata da un processo d’indebolimento. Si tratta di un processo lento, ma progressivo”. Non è il solito buco web di untorelli new age (il capovolgimento dei poli magnetici era uno dei must apocalittici in vista del 21/12/2012) ma un comunicato dell’Esa, l’Ente spaziale europeo, che sta lanciando una nuova missione per capire che diavolo sta succedendo: “nei prossimi anni il campo magnetico potrebbe arrivare a un punto di non ritorno, a un livello mai conosciuto dall’uomo”.

A un mese dalla fine del calendario Maya, tutto si può dire fuorché il mondo scoppi di salute. Con gli occhi ancora colmi delle immagini della capitale dell’Occidente, sfregiata dagli elementi nell’intimo dei suoi muscoli architettonici lanciati contro il cielo, la puzza di guerra che arriva dal Medio Oriente lascia presagire un Natale all’insegna del terrore. Allo strazio delle vittime e alla disperazione dei bambini ebrei e palestinesi si aggiunge la paranoia di una guerra vera, con Israele da una parte, il mondo arabo dall’altra e alcune testate nucleari (vere e presunte) in mezzo.

Tutto questo dopo che il segretario di stato Usa, Hillary Clinton, ha annunciato la propria indisponibilità a ricoprire l’incarico nel nuovo governo di Obama. Gli occhi di tutto il mondo sono ancora una volta puntati su di lui, l’uomo del discorso del Cairo. Il Papa Nero è stato appena rieletto, non certo in pompa magna come hanno raccontato con consueta cialtronaggine paesana dalle nostre parti, ma pur sempre con un margine molto superiore ai pronostici della vigilia, sia nel voto nazionale che tra gli stati grandi elettori.

Naturalmente sono tante le ragioni della vittoria di Obama, a partire dall’inadeguatezza goffamente robotica del suo avversario, ma fra tutte spicca l’operazione Chrysler. Sergio Marchionne, il nemico giurato della sinistra italiana, è stato il protagonista dell’evento più atteso dalla sinistra worldwide: il beniamino dei liberal di tutto il mondo rieletto presidente grazie al salvataggio di Stato del colosso dell’auto americana, con i lavoratori a metà stipendio e il plauso unanime del sindacato.

In coincidenza con la fine del calendario Maya, o forse per via della perdita di vigore della corazza naturale del magnetismo terrestre, che impedisce alla Terra di trasformarsi in un Marte o in una Venere, pare che la polizia del karma si stia incaricando di recapitare i suoi paradossali verdetti con crescente impazienza. Non solo il Papa Nero made in Fiat, dunque, ma una serie di piccole scorribande di riequilibrio karmico che sembrano proprio non poter aspettare oltremodo.

“Milano è un villaggio. Tutti sapevano tutto di tutti. Lui arrestava, istruiva processi-bomba, percorreva in favore di telecamere corridoi fatali accompagnato da avvocaticchi con i quali concordava l’uscita degli arrestati dalle camere di sicurezza in cui si riscuoteva con la paura del carcere la confessione, ma già si sapeva tutto di quel coraggioso magistrato in carriera politica. Si sapeva che non era uno stinco di santo, che le sue cadute di stile erano piuttosto pesanti, che il tout Milan era pieno di gente di denari che aveva avuto rapporti spuri con l’ex poliziotto laureato di fretta e messo lì a fare da battistrada dei professorini dell’anticorruzione del pool, si sapeva quel che è venuto fuori pubblicamente dopo, e cioè che aveva avuto rapporti inconfessabili con un pezzetto dei servizi diplomatici (e altro) americani, che la sua storia di pm antipartito era la storia stessa di come veniva calando la cortina di ferro della guerra fredda.”

Il prosaico cade male, nella strapaesana italiana cosiddetta Terza repubblica (in fieri). La faccia di Di Pietro, davanti alla gendarmeria della “commissaria Gabanelli”, come la chiama Giuliano Ferrara nel suo articolo definitivo, sembrava proprio quella del “mariuolo” di craxiana memoria colto con le mani nella marmellata. Sadicamente, ma non troppo, in diversi hanno rievocato la bavetta di Forlani, in aula al processo Enimont: la giustizia infatti non solo (o non tanto) è uguale per tutti. Ma è – soprattutto – equilibrio.

E una volta che si mette in moto, il processo di assestamento non si arresta sino a quando non c’è un equilibrio nuovo. Così capita di assistere alla triste parabola discendente dell’ex Caimano dei caimani, ridotto a mitragliare a salve, a giorni alterni, il governo in carica e a ritrovarsi puntualmente svillaneggiato dai giornali (che un tempo non troppo lontano lo onoravano di una demonizzazione a nove colonne) a pié di pagina, in angoletti troppo angusti per l’ipertrofico ego che scalcia ancora dai titoli.

Oppure di scoprire che dopo tanto bla bla rottamatorio, tra i “Fantastici 5” candidati alle primarie l’unico che azzarda qualcosa di politico (la riforma fiscale capace di assorbire l’evasione = mettere i cittadini in contraddittorio finanziario = fare scaricare tutto a tutti) e scalda i cuori della sinistra del web si chiama Bruno Tabacci, ha centotrentacinque anni ed è un cazzuto di democristiano. Quelli che l’hanno capito per primi, gli agenti segreti della karma police, sono i Marxisti per Tabacci. Normale, poi, che il compagno Bruno sbugiardi le velleità nuoviste del giovane turco Renzi, menandogli calci negli stinchi per tutta la pallosissima versione-primarie dell’X Factor di Sky.

Il pallido Matteo ormai arranca palesemente e certo non aiuta che due tra i suoi economisti di riferimento – Alesina e Zingales – abbiano dichiarato di sostenere Romney. Un amico di tFP, pochi giorni prima del voto, mi ha scritto che “Obama è diventato lo spartiacque fra buoni e cattivi”. L’hanno spiegato anche a Renzi? Intanto Casaleggio, Grillo & associati, liberati ormai dallo stereotipo dei liberatori e ventre a terra nelle purghe d’autunno, continuano a scavare indisturbati, lasciando agli esodanti il continuo rimpallo della propria inconcludenza. Manco la legge elettorale sono riusciti a cambiare.

Per quadrare il cerchio, infine, il rottamator cortese si è candidato segretario del Pd, in Lombardia hanno candidato a furor di partito l’ennesimo “civico”, di sicuro spessore ma conosciuto dal grande pubblico solo per il tragico lutto (continuare a tirare in ballo orfani e vedove oltre a essere macabro e patetico inizia a risultare avvilente), che per prima cosa ha tentato di abolire le primarie e Crocetta neo-presidente della Sicilia ha annunciato Franco Battiato neo-assessore alla cultura. Quello di “mandiamoli in pensione i direttori artistici, gli addetti alla cultura”. Addavenì.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

29 ottobre 2012

CAYMANISTAN


“La Porsche ha chiamato “Cayman” la sua auto più brutta per fare un dispetto a Renzi”, “#Dalema va ai giardinetti per mangiare i bambini e dice che l’ha mandato Renzi”, “E’ stato Renzi a bloccare il treno Italo a Firenze Per dimostrare che #LucadiMontezemolo non va”, “Le zanzare ad ottobre sono state mandate da Renzi”, “Matteo Renzi è il vero autore dei libri di Fabio Volo e Federico Moccia”, “Ma chi paga la lavanderia per tutte quelle camicie bianche?”, “Renzi svela sempre il finale delle barzellette di Bersani”, “Ma non è che quell’auto che secondo la Moratti era stata rubata da Pisapia, invece l’ha presa @matteorenzi?”, “Salterò la pausa pranzo: ho protestato, il mio capo mi ha detto: #attaccaRenzi.”

Lhashtag di @AsinoMorto dice già tutto. Vendola, per cui il pm ha appena chiesto venti mesi di galera per abuso d’ufficio, e Bersani, la cui storica segretaria è stata appena indagata  per truffa aggravata, sono riusciti nell’impresa di mettere Renzi all’angolo. Chi osa non dico spendere parole apertamente lusinghiere, ma esprimere qualche moderato dubbio circa lo status di “nemico del popolo” affibbiato al sindaco di Firenze, viene lapidato sulla piazza di Facebook.

Oltre alla staliniana trasfigurazione dell’avversario in “nemico”, già sperimentata con Craxi e Berlusconi (con evidenti benefici per il paese, in declino da un quarto di secolo sotto tutti i punti di vista), la tentata sterilizzazione del pericolo – ché quando un moccioso impudente annuncia di voler tagliare il finanziamento pubblico ai partiti entro i primi cento giorni di governo di questo si tratta – si basa sul boicottaggio della partecipazione.

Le primarie sono il mito fondativo del Pd e del centrosinistra, l’unico, e il mastice che riesce a tenere insieme un elettorato sempre più scazzato e disilluso. Negli anni passati si sono sempre rivelate l’unica vera arma in più rispetto ai soldi, al carisma e alla certezza della leadership che regnava nel campo avversario. Ma anche questa, ovvia, considerazione non deve aver fatto breccia.

Così mia nonna, che ha quasi novant’anni e fa fatica a scendere le scale (ma è sempre andata a votare), gli studenti di sedici e diciassette anni e quelli fuori sede (i pugliesi poi sono veri ultras del loro governatore) se ne staranno a casa. Invece che presentarsi al seggio con la carta d’identità e il certificato elettorale (e una volta sola), come nel 2005, tocca una babele di puttanate burocratiche che, a parte le patetiche giustificazioni in politichese, significano solo una cosa: vade retro Renzi.

Spararsi nelle palle per far dispetto alla moglie: dopo che gli analisti hanno spiegato che più alta è la partecipazione più le chances di vittoria di Renzi aumentano, le varie staffette partigiane sono partite ad architettar tagliole. Ma se va a votare meno gente perdono tutti, perché oltre alle primarie bisognerebbe tentar pure di vincere le secondarie. Arrivarci dopo un flop, proprio adesso che Berlusconi spariglia di nuovo e patrocina (forse) le primarie del centrodestra, sarebbe il massimo.

Il quotidiano lancio degli stracci, inoltre, ha definitivamente eclissato i contenuti dal dibattito, anche riguardo la cosiddetta “fase 2” della campagna di Renzi (che continua a giocare alla lepre). “Cambiamo l’Italia” ha affiancato il claim “Adesso!”, riconducendo idealmente il sindaco di Firenze al “Change” di Obama, dopo che la fase uno ne aveva già sussunto e italianizzato l’iconografia sin nel minimo dettaglio.

Il particolare è che stiamo sempre parlando dell’Obama del 2008, quello trionfale e trionfante. Tutti continuano a citare la campagna, le strategie, lo stile, i contenuti, lo story telling di quell’Obama là. In quanti conoscono il claim del 2012, quello su cui tra pochi giorni il presidente chiede il voto agli americani per altri quattro anni? “Forward”, dalla speranza visionaria al realismo del buon padre di famiglia in una campagna stile Diesel, con un video che sembra il trailer di una serie tv (alla seconda stagione).

Renzi, come gli altri ma col rischio di pagare un prezzo più alto, è rimasto al 2008, l’epoca del “Se po’ fa’” con cui Veltroni rastrellò il 33% alle politiche. Nel frattempo però è cambiato tutto, diverse volte. L’altra sera Santoro gli ha chiesto conto a modo suo della “fase due”, citandogli l’ultimo libro di Paul Krugman “che si chiama proprio come il suo slogan, adesso!” (col punto esclamativo pure) e argomenta il fallimento delle politiche di austerity in Europa e in Italia. “Lei che ne pensa?”

Renzi ha abbassato un po’ gli occhi, ha ripetuto un paio di volte che gli editoriali di Krugman sul New York Times sono un prezioso contributo all’analisi, ha dato l’impressione di non averne mai neanche sentito parlare (del libro titolato come il suo claim). Ora, si può essere d’accordo e meno con Krugman, ma è il caso di avere un’opinione su quello che scrive, visto quello che scrive, se si ambisce così tanto a governare un paese (uno qualunque).

Invece la cosa più politica che Renzi ha tirato su fuori sul tema è che “è una questione di qualità della spesa pubblica” certo “a saldi invariati”. Spiccicato a Bersani, a Monti, a tutti. Poi nient’altro, nulla che a poche ore dalla fine della trasmissione potesse rimanermi impresso, al netto delle gag rottamatorie. Unico guizzo, vagamente cimiteriale: nei primi cento giorni di governo la mitologica legge sul conflitto d’interesse. Per dimostrare che non è l’Ambra del vecchio Caimano. Poca roba.

All’ora del conto, infine, la Sicilia non poteva mancare. I primi exit polls sulle elezioni erano fischiati in rete come ghigliottine al vento. Anche se i risultati ufficiali sembrano ridimensionare l’uragano, Caymanistan trema. Più della metà dei siciliani è rimasta a casa e l’altra ha incoronato campione del caos il “D’Annunzio a Fiume, un situazionista fuori situazione, un estroso beato nel posto tipico delle stramberie”. Come aveva predetto Buttafuoco, con bella prosa.

“Non è stato elegante manco in acqua, eppure ha fatto evento. Una nuotata come quella può farla uno svelto atleta scolpito da Fidia, non un Satiro attempato e tutta la bellezza di quella traversata s’è confermata nell’essere lui – l’uomo che viene da fuori – tutto il contrario di ciò che ha fatto, il più improbabile dei Colapesce. Nessuno ci credeva che potesse arrivare a nuoto, tutti cominciano a credere che lunedì possa sfasciare finalmente la regione siciliana.”

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

23 ottobre 2012

LOMBARDIA CANAGLIA


Dopo Er Batman, la Polverini in contromano con l’auto blu per andare a comprare le scarpe, la fine ingloriosa del Formigoni V, ora potrebbe toccare a Errani. Il 2012, pur non  accogliendo le astronavi aliene sul Viale dei Morti di Teotihuacan, sembra proprio l’anno del piazza pulita congiunto di governo e parlamento italiano, Lazio, Emilia-Romagna e Lombardia. Oltre alla Sicilia, che va al voto a fine mese. Il tutto in uno scenario politico vagamente apocalittico.

Grillo, che ha l’età di D’Alema anno più anno meno, si fa lo Stretto di Messina a nuoto per lanciare la campagna elettorale “separatista” del M5S per le regionali della Sicilia. I sondaggi dicono che rischia di ritrovarsi primo partito dell’isola e secondo a livello nazionale, al 21 per cento e passa. Il Pdl è poco sopra il 14 e il Pd è quasi al 26, l’Idv torna intorno al 4, l’Udc verso il 5 mentre Lega e Sel si attestano sul 6. Si votasse domani tornerebbe Monti.

Naturalmente non è indifferente, in termini politici e/o elettorali, il risultato delle primarie del centrosinistra. La coalizione del Pd con Sel e il Psi in caso di vittoria di Renzi potrebbe andare in pezzi: Vendola, col suo classico cinismo gabellato da coerenza, si smarcherebbe per incassare da sinistra i cocci dell’ex Pd (o del più probabile esodo di funzionari e attendenti).

A sentire Renzi, invece, il Pd a trazione renziana vale il 40%, come neanche nei sogni più bagnati del neo autorottamato Veltroni, già teorico della vocazione maggioritaria (e arrivato a onore del vero all’ineguagliato 33%). E quindi forse avrebbe i numeri per riuscire a vincere e a governare, senza bisogno di supplenti o parenti-serpenti. Certo, se gli ultimi sondaggi sulle primarie si confermeranno sarà dura verificare.

Secondo il più incazzato il Bersani neo-rottamatore che mette D’Alema alla porta senza troppi complimenti sta giocando una partita “gesuitico-stalinoide” e mostra che “una famiglia politica che non sa rispettare se stessa, la propria storia e dignità, è condannata alla dissoluzione.” Secondo i bersaniani (che i botteghini danno in aumento, a prescindere dalle polemiche miserabili sulle Cayman e i giardinetti) il vero rinnovatore è lui, lo smacchia-giaguari che ha passato gli ultimi anni in Tv a sganasciarsi con Crozza.

Una buona occasione per dimostrare che è vero, che il rinnovatore è lui, è la scelta del candidato governatore della Lombardia, nel caso in cui il Celeste riesca a mandare tutti a spendere prima di Natale (e sotto profezia Maya). Ad oggi il nome più papabile, fra quelli che circolano (Ambrosoli ha declinato), è quello di Bruno “prezzemolo” Tabacci (senza offesa, s’intende, l’uomo è intelligente). Lo score – deputato e assessore a Milano in contemporanea, presidente della Lombardia cinque lustri fa sotto il segno di Ciriaco De Mita – non ne fa proprio il frontman ideale per l’assalto dei grillini.

Non è un dettaglio da poco, il nome, nelle elezioni della Lombardia. Se c’è una cosa che il ventennio celestiale ha lasciato è l’enorme aspettativa per il dopo. Per chi verrà dopo, perché gli elettori capita che siano più avanti dei politici (specie di quelli di centrosinistra) e che gli importi fino a un certo punto di salamelecchi programmatici e guazzabugli organizzativi. Quando si tratta di governare una regione che è uno stato di dieci milioni di abitanti, tra i più avanzati d’Europa, il manico fa la sua brava differenza.

Naturalmente per fare un nome che funzioni bisogna avere un’idea di che cosa si vuol fare e, prima ancora, di chi ci si crede (o modestamente si vorrebbe) essere. La celebre e celebrata “soggettività politica collettiva” che, nel bene e nel male, a Milano ha espresso un sindaco di sinistra dopo un altro ventennio, ora preme per il bis. Quindi delle due una: o si fanno le primarie o il nome che esce dal conclave deve essere all’altezza di quest’aspettativa. Dello zeitgeist, fotografato dall’immancabile sondaggio sul giornalone dell’editore-tessera numero uno del Pd (e main sponsor dell’usato sicuro Bersani alle primarie nazionali), che ha permesso la presa di Palazzo Marino.

Poi bisogna mettersi d’accordo su cosa s’intenda per “avanzato” e forse le primarie sono uno dei ring migliori per uscire con una risposta condivisa. La Lombardia di Formigoni, tra un arresto e l’altro, ha pure trovato il tempo di mandare nel panico per quasi un mese i malati di epilessia, mettendo a pagamento due farmaci di largo consumo. Poter essere presi in ostaggio, senza nessuna ragione, dal pensiero di 150 euro al mese di più, che possono significare l’addio alle ferie del 2013 o alla settimana bianca, alla camera del figlio, o alla pizza e alla palestra: questo significa essere malati.

“Avanzato”, per i malati (ma anche non), coincide con il contrario della paranoia gratuita procurata dall’incuria politica di un Titanic incastrato fra le nuvole del Pirellone. Essere liberi di curarsi come si crede, dovendo risponderne solo a sé stessi, ai propri medici e alla propria famiglia, senza moralismi puntati. La Toscana del bersaniano Rossi ha scelto la strada della libertà di cura, disciplinando l’uso farmacologico dei derivati della canapa indiana, in modo da evitare ai malati l’umiliazione del bavero alzato e del centone che sguscia in cambio del pacchettino furtivo. Col rischio di perdere il lavoro e/o la custodia dei figli, farsi ritirare il passaporto o magari qualche giorno di galera.

L’avanzato centrosinistra lombardo può permettersi un’Agenda Rossi? La rottamazione bettoliana è davvero una posa tattica un po’ meschina (e col fiato corto) o sotto lo stanco termine “rinnovamento” c’è qualcosa di politico? Se il tenore della tenzone sarà Albertini (o Lupi) vs Tabacci, in assenza di primarie, è facile che certi contenuti diventino un’esclusiva del Movimento 5 Stelle. Che in più ha il vantaggio di non aver bisogno di spiegare, di sottilizzare, di specificare. E ha tutto da vincere, anche perché se succede davvero, poi, non si sa come va a finire.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

16 ottobre 2012

BERSANAMENTO


“È stato un capolavoro di democrazia. Se usciamo bene dalla vicenda delle primarie non ci ammazza più nessuno”. Di certo adesso faranno più fatica ad ammazzare lui. Bersani, il segretario, dopo l’Assemblea nazionale del Pd del 6 ottobre è stato salutato dal coro mediatico come un generoso liberale che, un po’ per tattica un po’ per convinzione, le primarie le ha aperte davvero. Con qualche regoletta, certo, ma un po’ di regole ci debbono pur essere, no?

Le regolette, però, per definizione sono vincolanti e in questo caso la sanzione per chi non le rispetta è stare a casa, senza se e senza ma. Così, dopo i primi attimi di entusiasmo, gli aspiranti premier del Pd, outsider che avevano annunciato la propria candidatura in deroga all’articolo 18 (i casi del destino) dello statuto che prevede che sia il segretario a rappresentare la ditta alle primarie di coalizione, si sono resi conto di essere rimasti in braghe di tela.

Alle diciottomila firme di iscritti al Pd (“Una follia, io ci ho rinunciato già il primo giorno”, dice Puppato) si sono affiancate pastoie burocratiche stile lasciapassare a 38. Elenchi degli iscritti consultabili solo all’interno delle sezioni del partito, per via della privacy (che non vale per l’albo pubblico degli elettori, però), blindatura senza quartiere della maggioranza già bulgara in Assemblea nazionale, con conseguente difficoltà a trovare le novantacinque firme necessarie per candidarsi.

“Io posso parlare per esperienza diretta. Diversi delegati che avevano assicurato di voler sostenere Renzi, hanno cambiato improvvisamente idea. Alcuni si erano fatti avanti con convinzione, ma dopo qualche giorno e qualche colloquio privato, hanno fatto un passo indietro”. Salvatore Vassallo, deputato neo-renziano (ed ex veltroniano), descrive un clima da “o con noi o contro di noi” che forse è quello che aveva in testa Bersani quando, con apprezzabile humour emiliano, ha gridato al “capolavoro di democrazia”.

Il Bersani neo-rottamatore (che può già incassare il bye bye di Veltroni) è uscito bene dall’Assemblea nazionale, garantendo a Renzi la possibilità di correre (e svincolandosi dai vecchi pachidermi) ma costringendolo a una silenziosa conta old style di delegati “fedeli” e bastonando senza pietà gli altri outsider in grado di togliergli voti al primo turno. Pare che solo la Puppato riesca a trovare le firme, unica donna “in gamba” per i Bettoliani del secondo turno e/o clone mignon del segretario, per i maligni.

Sarà l’acrilico, ma a me la cartolina di Bettola piace. Forse perché è talmente fuori dai canoni della comunicazione contemporanea (pure quella più dadaista) e così sideralmente distante dal “made in Usa” di Renzi, che al terzo (o quarto) sguardo ha finito per conquistarmi. Il richiamo familiare, poi, è talmente arcaico da stemperare la ruffianeria e abbastanza emiliano da non cedere alla retorica (niente giuramenti, salamelecchi, o poesie strappalacrime). Anche questo merita rispetto.

Prima ero rimasto un minuto buono, gli occhi sbarrati, a fissare l’immagine sul mio Mac del sito della campagna, “TuttiXBersani”, in effetti molto simile al “TuttiXMilano” di un paio d’anni prima. Credo che il neologismo “sciogliocchi” sia il più indicato per definire l’inferno grafico che circonda il nonsense editoriale di uno strumento che, a differenza di quello di Renzi, è palese che sia stato fatto proprio perché non se ne poteva fare a meno. Al contrario della cartolina di Bettola, che ha un cuore.

L’idea del partito che si legge in controluce, però, è quella che aleggia sulle belle facce emiliane dell’infanzia di Bersani, che il suo staff ha fatto circolare in occasione dell’avvio della campagna, a Bettola (suo paese natale). Un partito pesante come un aratro e duro come le zolle di terra da spaccare. Niente a che spartire con Renzi, ovviamente, poco con il partito delle primarie (che ci sono ancora solo perché Renzi è partito senza chiedere il permesso a nessuno), di Twitter e Facebook, della mediatizzazione, della personalizzazione della politica. In una parola della contemporaneità.

Il paradosso è che per affermare questa idea di partito, Bersani sta mettendo in gioco sé stesso in modo molto più americano del rivale rottamatore. Paradosso fino a un certo punto, per chi conosce gli emiliani, a cui fa da contraltare l’altra verità di cui nessuno pare accorgersi in queste ore. Per le regionali del Lazio c’è Zingaretti e basta (nisba primarie) e in Lombardia, dove delle primarie parlano solo i giornalisti, per ora l’unico candidato certo del centrosinistra è Tabacci. Dopo Formigoni ci si aspetterebbe anche qualche colpo d’ala, ma questa è un’altra storia.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

7 ottobre 2012

OUTSIDER TRADING


“Mi avevano chiesto, come si usa, di fare due conti e vedere chi sta con chi. Ho fatto un sondaggio fra la nostra gente, segretari di circolo funzionari amministratori: tutto a posto, tutti con Bersani. Poi la sera che è venuto Renzi a parlare alla festa ho visto, in platea, il parrucchiere del mio paese, Alfonsine, è da lui che vanno a tagliarsi i capelli tutti i ragazzi. E ho visto anche il direttore della Conad, quella dove vanno le donne a fare la spesa. E poi in fondo il fratello di mia suocera, che fa l’imprenditore e che quando vuol sapere di politica chiede a me. Ho domandato al parrucchiere. Ma stai con Renzi? E lui: ma sì, è nuovo è giovane. Poi tanto sono tutti nel Pd, no? Bersani faccia il segretario, Renzi il presidente del Consiglio”.

Questa, fuori dalle chiacchiere politicanti è l’aria che tira. C’erano serie possibilità che l’Assemblea nazionale del Partito Democratico di sabato 6 ottobre fosse l’ultima. Bastava che il fu Partitone assediato si arroccasse in una Bulgaria di lacci e lacciuoli, tesi a tagliare le gambe alla volata del camper di Renzi, e Renzi, poi, avrebbe avuto tutto lo spazio del mondo – e le ragioni – per presentarsi alle elezioni in libertà. Mostrando dunque di aver fatto bene i suoi conti a iniziare la sua campagna con un appello agli “altri”.

Sulle “regole del gioco”, con cui si corrono le primarie per la candidatura alla premiership del centrosinistra italiano, la decisione è stata assurdamente rimandata per mesi, come quegli esami medici che dovremmo davvero, ma proprio non abbiamo voglia di fare. Così oggi il Pd di Bersani si trova a inseguire col fiatone un candidato che già parla da premier e che l’ultimo sondaggio Ipr gli piazza tre punti dietro. 37 a 34, con Vendola ben sotto il 20 e gli altri (Puppato-Gozi-Tabacci) con percentuali da prefisso.

Per capire la differenza basta accendere il pc, andare su Google e dare un’occhiata ai siti internet dei due candidati, uno dietro l’altro. Due ere geologiche. E questo vale per tutto il resto: dal fund raising online professionale alla presenza sui social network, dalla perfetta riproduzione iconografica del cliché stilistico del Pd made in Usa – in una grafica impeccabile, nel suo stereotipo manifesto – alla mimica del corpo durante i comizi-show del tour in giro per l’Italia.

Se Renzi vince le primarie, poi, è l’apocalisse Maya. Almeno per le centinaia di migliaia di famiglie che vedono uno stipendio sicuro smettere di esserlo. Per ora il corpaccione dell’ex partitone ha retto, ma se i sondaggi anche solo si attestano su queste proporzioni il cambio di casacca, dalle ultime file in avanti, a beneficio del quasi vincitore senza esercito diventerà sempre più sistematico e compulsivo man mano che la data delle primarie si avvicina minacciosa.

Già ora i maligni insinuano che agli show elettorali di Renzi tra le spie inviate dai dignitari di Bersani, sempre una dignitosa porzione della platea del comizio multimediale, pullulino i disertori pronti a vendersi appena finita la corsetta scenica con cui ad ogni tappa il sindaco fiorentino raggiunge il palco. Solerti funzionari occhiuti, rimasti spiazzati da quella inconfondibile puzza di vittoria, così raramente annusata, e subito folgorati sulla via del camper. Chi primo arriva…

Fuori dagli attendamenti dei generali sul campo, poi, si aggirano le candidature di bandiera come quella di Puppato (di cui subito s’è malignato essere quella di Bersani, la bandiera), Gozi (che pare più interessato a posizionare ego e cv, più che legittimamente) e Tabacci, unica candidatura fuori dal, paradossale, coro giovanil-movimentista di cui Vendola è il massimo campione storico. Nonostante l’età e il background.

Vale la pena spendere due parole per il governatore della Puglia, classico ed eterno esempio di radioso futuro alle spalle, che per un breve ma intenso attimo parve avere la possibilità di dare concretezza al velleitario. Facendo dell’esperienza di governo il jolly per accreditarsi anche fuori degli steccati ideologici che presidia da un trentennio come un credibile leader della sinistra. Si sa com’è andata a finire, in Puglia e nella sinistra, e la sua eterna campagna per l’argento alla leadership del centrosinistra senza trattino non appassiona più da almeno un annetto. Troppa fretta, troppo ego (ma bella campagna: complimenti ai creativi).

Ma forse Bersani è più furbo di quanto vuol far credere e lo sfoggio di liberalità del 6 ottobre può essere il modo di ottenere tre risultati: una bella figura e un bel numero di candidati che dipendono dalla clemenza della tanto vilipesa “struttura”. La conciliazione del 6 ottobre, infatti, è un a buona notizia soprattutto per Renzi: 18.000 firme da raccogliere in una settimana (107 firme all’ora cioè 1,78 firme al minuto, come conteggiano al volo su Twitter) o almeno il dieci per cento dei delegati dell’Assemblea nazionale del Pd. Dura per gli outsider.

Ma l’unica possibilità che Renzi non vinca, a occhio e croce, è che ci sia qualcun altro in grado di togliergli abbastanza voti, militanti, volontari, campo. Tutta gente che ora si trova costretta a scegliere fra la padella e la brace. Qualcuno di giovane, “nuovo”, credibile, ma un po’ meno marziano del sindaco di Firenze, almeno agli occhi del target Pd, senza disinvolte gite ad Arcore nello score e con meno brillantini e paillettes televisive. Qualcuno come Pippo Civati.

La sua rete ha lanciato in questi giorni “Occupy Primarie”, la campagna online che fino al 12 ottobre sforna ogni giorno una cartolina per l’Italia ed è culminata mediaticamente nel “blitz dell’Ergife”, il gotico hotel pullulante di déja-vu dove si è tenuta l’Assemblea del Pd. Sono sempre gli stessi che hanno formulato i sei referendum per smuovere le acque dentro un partito in cui, senza il ricorso al pueblo su certi temi non si muove foglia. E che ora chiedono di votarli insieme alle primarie. Con o senza Civati sulla lista.

Questo pare proprio l’ultimo giro di giostra. Ma che succederà poi, al Pd, se e quando la rottamazione sarà compiuta? Una volta che i vecchi oligarchi con cui prendersela sempre avranno davvero levato le tende o comunque si limiteranno a brontolare, come tutti i bocciatori in là con l’età? Cosa rimarrà del Pd con un governo a trazione renziana (o montiana)? Il congresso è oggi, anche questa partita si gioca ora.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
La campagna "Occupy Primarie" è stata realizzata delle Lance Libere.

5 aprile 2011

AI CONFINI CON LA REALTÀ. E OLTRE.

 
“Sono pazzi. Hanno fatto una campagna epitaffica, in bianco e nero, tombale: più che Oltre, direi Oltre-tomba. Il Pd così è morto, e Bersani è il Caro Estinto”. Oliviero Toscani ha le idee chiare sulla campagna milionaria del Pd (è un esperto di tappezzamenti nonsense su larga scala, come dimostra la campagna per il ministero della salute di Livia Turco, con berrettino da sexy-infermierina come surplus di sadismo creativo), talmente chiare che il Fatto Quotidiano si è sentito in dovere di ospitare, poco dopo, un’intervista ai creativi annunciata come una sorta di surreale par condicio postuma. Fatto sta che il segretario del Pd, nelle ormai celebri maniche di camicia, incombe in stazioni, bus e tangenziali, in metro e per strada accompagnato dal monumentale “oltre”, che si staglia oltremare contro l’orizzonte.



A parte la campagna, colpisce la sproporzione tra i quattrini spesi e la modestia dei risultati (sia in termini di sondaggi che d’immagine percepita). Non è un problema solo di Bersani, ovviamente, ma il confino della politica su manifesti di tutte le stazze prima di essere una cosa stupida è un errore. Il calcolo della redemption a seguito di una campagna di affissioni è un esercizio divinatorio meramente quantitativo (quanta gente passa in macchina davanti ad un 6×3, quanti passeggeri leggono una locandina in treno, ecc.) che non fornisce alcuna indicazione realmente utile circa l’efficacia del messaggio e la sua capacità di generare consenso, che dovrebbero essere le ragioni per cui si spende.

In rete e sui social network, invece, è possibile misurare il feedback degli utenti con millimetrica precisione e comunicare con l’intera società a partire da micro-target ben precisi. Nonostante l’analfabetismo tecnologico di massa, che inchioda l’Italia agli ultimi posti di ogni classifica, i numeri sono tali da rendere internet un mass-media a tutti gli effetti. Misteriosamente, però, i partiti continuano a svenarsi per invadere periferie e centri storici di facce e scritte, solitamente brutte a vedersi, e a farsi massacrare in rete dal primo popolo viola che passa. Come se Obama non fosse mai esistito.

Poi c’è un problema politico di appiattimento dei contenuti, che a forza di essere compressi in format concepiti per vendere pomodori in scatola o bibite gassate, rischiano di risultare afoni se privi di un’identità precisa. Buona parte delle parole della politica ormai non significano più niente, tanto sono inflazionate, se non sono associate a qualcosa (o qualcuno) di riconoscibile e, almeno, verosimile. Le generiche affermazioni di principio, frullate da creativi e personale politico fino a diventare inodore e insapore, come quelle della campagna di Bersani (“oltre la crisi c’è il coraggio delle imprese” e via stupendo), servono solo a passare un velo di tristezza sulle gesta di un partito che appare esausto nonostante abbia appena iniziato la scuola materna.



Poi ci sono gli originali. A Bologna il candidato sindaco del Pd è Virginio Merola, ex assessore della giunta di Cofferati, un tipo abbastanza pimpante da mettere la faccia alle primarie per la seconda volta in due anni, nonostante alle consultazioni che incoronarono Delbono (dimessosi pochi mesi dopo per il Cinzia-Gate) fosse arrivato terzo su quattro. Dopo aver vinto le primarie di quest’anno (con la bizzarra idea di scopiazzare la stella Virgin per il logo) ha deciso di affidare la
comunicazione per le secondarie a un’agenzia bolognese. Non è dato sapere quale fosse l’obiettivo di Merola, ma l’esito è un nuovo e stupefacente vertice surrealista: “se vi va tutto bene, io non vado bene”. Con il “non” sottolineato. Verso l’infinito e oltre, direbbe Buzz Lightyears.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage, da cui sono state tratte anche le immagini.

19 novembre 2010

BOLOGNA LA ROTTA

“Le primarie si chiamano così perché il Pd le perde prima?” Dopo Milano, va a finire che anche a Bologna ha ragione Crozza. Di certo sembra che il Pd stia facendo tutto il possibile per perdere: l’ex sindaco Flavio Delbono (che aveva sconfitto, nell’ordine, Cevenini, Merola e Forlani alle ultime primarie) si è dimesso a seguito dell’ormai celebre Cinziagate (sordida vicenda di piccoli vantaggi che l’ex vice-presidente dell’Emilia-Romagna si autoassegnava insieme alla sua compagna, prima della separazione e della conseguente retrocessione professionale di lei), e da quel momento sono iniziati i dolori.

Al coma semivigile del partito hanno fatto da contraltare l’iperattivismo dei suoi dirigenti, fiancheggiatori e amici, tutti proiettati a tentare la scalata allo scranno più importante dell’amministrazione cittadina, costi quel che costi. E le primarie, nate come strumento di selezione democratica, a Bologna si sono trasformate nell’arma perfetta per un redde rationem vorticoso che dura da diversi mesi tra capi e capetti, civici e politici.

Sembrava che il tipo adatto a “pacificare” fosse Maurizio Cevenini, già mister preferenze alle ultime regionali (quasi ventimila voto raggranellati), sindaco dello stadio (con lo striscione personale che sventola dalla tribuna e la Smart rossoblu che lo scarrozza in giro per la città) e recordman dei matrimoni (ha da poco superato il tetto delle 4000 cerimonie celebrate). Il “popolo della Festa dell’Unità” lo amava (scrivevano le gazzette cittadine), i volontari che friggono salsicce, impastano tortellini e passano le serate a servire montagne di friggione e di tagliatelle al ragù, l’avevano già incoronato sul campo della pesca gigante della festa provinciale, prima che un attacco ischemico gli facesse cambiare idea.

Prima di lui aveva abbandonato, a sorpresa, Duccio Campagnoli (ex segretario della Camera del Lavoro di Bologna, ex assessore alle Attività produttive della Regione), che era sembrato sino a quel momento l’avversario più solido del Cev. e aveva addotto motivazioni parapolitiche al suo gesto promettendo, poi, di farsi sentire all’interno del partito. Anche l’italianista Anselmi gliel’aveva già data su, a molti era sfuggito anche che s’era candidato, annunciando il proprio sostegno a Cevenini, che non aveva mancato di ricompensare il prof con il prestigioso incarico di “ambasciatore del Cev. presso l’ateneo”.

Chi non si è tirato indietro è Benedetto Zacchiroli, 38 anni, ex collaboratore del sindaco Cofferati (ha curato le relazioni internazionali di Bologna), consulente della città di Fortaleza (in Brasile) e dell’Unesco, incoronato “nuovo Renzi bolognese” da Lucio Dalla dopo l’azione virale con cui è stata lanciata la sua candidatura, che è stata in grado di cortocircuitare a proprio vantaggio la fame di news delle gazzette cittadine e la debolezza del fu partitone. Con lui in pista c’è Amelia Frascaroli, direttore della Caritas, sostenuta da Sinistra e Libertà e da ambienti prodiani. Dopo l’exploit di Milano del partito di Vendola, anche sotto le due torri è arrivata la nuova paranoia novembrina e i dirigenti del Pd stanno cominciando a temere che, in mezzo alla ressa, sia la canuta rappresentante del cattolicesimo più impegnato nel sociale a farcela (il leader della Caritas, Don Nicolini, è stato uno dei principali antagonisti della politica degli sgomberi di Cofferati).

Il vero affollamento, infatti, è dentro al Pd. Dopo la rinuncia di Cevenini sono riaffiorati pesantemente gli appetiti di partito. Virginio Merola, ex presidente di quartiere, ex assessore all’urbanistica di Cofferati, è stato il primo a rompere gli indugi, poche ore dopo l’annuncio del Cev., ma non è una gran novità visto che già alle scorse primarie aveva corso (e si era classificato al terzo posto, su quattro). Andrea De Maria, ex segretario della federazione di Bologna e storico antipatizzante di Merola gli è andato dietro al volo.

Anche la deputata Donata Lenzi per cinque giorni è stata candidata, poi ha annunciato il ritiro con una serie di dichiarazioni polemiche nei confronti del partito (sparare sulla croce rossa è sport diffuso) di cui quasi nessuno ha capito bene le ragioni. È finita, intanto, la telenovela-Segrè, iniziata dopo l’abbandono di Cevenini. Il preside della facoltà di Agraria (e fondatore di last minute market) voleva il sostegno unitario del fu partitone. Dopo Milano ha pensato bene di togliersi d’impaccio annunciando il sostegno alla Frascaroli (e l’arrivederci al Pd).

Last but not least, nelle ultime ore è spuntato il 36enne Ernesto Carbone, cosentino naturalizzato bolognese e direttore di Red. ”Mi piacerebbe candidarmi alle primarie ed è per questo che chiedo al segretario del Pd di Bologna, a questo punto, di rendere la partita aperta a tutti. Sono orgoglioso di fare parte del Pd e mi arrabbio con tutti quelli che parlano di società civile, ma non capisco perché io debba essere figlio di un dio minore e debba raccogliere il doppio delle firme rispetto agli altri. Se Donini non comprende questo, vorrà dire che dovrò restituirgli la tessera per raccogliere le 1500 firme come tutti gli altri“. Non ci sono più i dalemiani di una volta e Bersani alla fine ha spedito il non-commissario Davide Zoggia, a vigilare sull’anarco-Pd bolognese e sui suoi ultimi colpi di coda.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

13 ottobre 2010

THIS IS NOT AMERICA

“Un po’ Renzi, un po’ Vendola”. Secondo il suo entourage questo è il ritratto di Benedetto Zacchiroli, neo candidato sindaco alle elezioni primarie del centrosinistra bolognese, che si accinge a sfidare il folk-runner Maurizio Cevenini, sostenuto dalla maggioranza di elettori e notabili – indecisi a tutto – del Pd ancora sotto choc dopo le dimissioni di Delbono, e Amelia Frascaroli, ex braccio destro di Don Nicolini alla Caritas, esponente di spicco del cattolicesimo più impegnato dalla parte degli ultimi, stimatissima candidatura di bandiera (e, eventualmente, perfetto vicesindaco).

Dopo l’abbandono a sorpresa di Duccio Campagnoli (ex segretario della Camera del Lavoro di Bologna, ex assessore alle attività produttive della Regione e, in altri tempi, candidato naturale dell’establishment politico ed economico, almeno tra quelli in partita), a tentare di rompere le uova nel paniere è, naturalmente, il classico “giovane” candidato di rottura. Zacchiroli ha 38 anni e, a parte i girotondi, è stato collaboratore dell’ex sindaco Cofferati (ha curato le relazioni internazionali di Bologna) e ora è consulente della città di Fortaleza (in Brasile) e dell’Unesco.

La mossa di Zacchiroli è stata architettata sin dall’inizio come un’azione virale capace di cortocircuitare a proprio vantaggio la fame di news delle gazzette cittadine e la debolezza del fu partitone. Tutto è iniziato dallo slogan di un volantino distribuito alla Festa dell’Unità: “il candidato alle primarie non cev” (con chiara allusione a Cevenini), definito dall’autore (con poco senso della misura) “un gesto dadaista”. Da lì è partito il mistero medatico-politico sul “nuovo candidato” (il sito senza nome, le indiscrezioni), orchestrato dallo staff di Zacchiroli (che smentiva di essere lui nonostante tutti quanti lo sapessero). Il letargo della ragione ha fatto il resto e alla fine della fiera Zacchiroli è stato incoronato “nuovo Renzi bolognese” da Lucio Dalla in persona.

Si dice: la politica si sta personalizzando, come negli Usa. Negli Stati Uniti, in queste ore, in occasione delle elezioni di mid-term sta andando in onda una vera e propria guerra degli spot – dalla strega O’Donnel al “governo sulle spalle”, passando per Dan il Talebano e le performances di Palla di Cristallo (si chiama davvero Krystall Ball) – che sembra aver confinato ancora di più la politica a variabile dadaista dello show (il calo di fiducia nei confronti di Obama e lo show mediatico dei Tea Party contribuiscono a infiammare il clima). Ma sempre negli Stati Uniti, e sempre nelle stesse ore, una radio pubblica – NPR – ha pubblicato sul proprio sito The Message Machine, una sezione ad hoc per verificare le bugie contenute negli spot. Senza sconti per nessuno.

"This is not America" di David Bowie è qui.
L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

27 ottobre 2009

PD 3.0

"Tre milioni di persone sono una grande prova di democrazia. Tre milioni di persone che hanno pagato due euro a testa per partecipare alle primarie sono un grande risultato. Noi siamo orgogliosi di essere quelli che stanno costruendo un partito. Chi fa un partito realizza la costituzione repubblicana che parla di partiti e non di popoli"

Bersani ha proprio ragione: 3 milioni di persone alle urne per scegliere il segretario del Pd sono una cosa seria. Abbastanza per domandarsene la ragione.
Ha vinto lui, Franceschini ha avuto dal popolo delle primarie la conferma della stessa proporzione espressa dagli iscritti – 1/3 del partito – e Marino ha aumentato i consensi, dimostrando che laicità, diritti civili, eccetera sono percepiti come priorità.

Ha avuto ragione D’Alema: gli iscritti non sono degli alieni e il popolo delle primarie ne ha rispecchiato le preferenze. Ma hanno avuto ragione anche Veltroni / Franceschini a impuntarsi sul plebiscitarismo un po’ bizantino di queste primarie all’italiana.
Che sono forse l’unica eredità decente di questo ammasso di macerie politiche e istituzionali che passa per Seconda Repubblica, l’unica vera novità in quindici anni di valzer di partiti che cambiano nomi e simboli senza mai cambiare dirigenti.
L’unica opportunità di partecipazione nei fatti.

Per una volta varrebbe la pena di rovesciare l’approccio esterofilo, in cui un po’ tutti ci si impantana troppo spesso, considerando l’ipotesi che far scegliere il segretario di un partito “popolare” a chi lo vota sia un’innovazione importante nella scena politica della vecchia Europa e che gli altri per una volta ci stanno studiando con interesse e ammirazione per vedere se funziona. Dalle file ai seggi parrebbe di si.
Da come stanno messi i partiti socialisti della vecchia Europa, poi, viene da pensare che qualcosa di buono il tanto bistrattato Pd deve averlo pur combinato (o anche solo evocato), per avere ancora la forza di portare 3 milioni di persone, la domenica, a tirare fuori due euro e a farsi un’ora di fila per mettere una croce su un nome.
Perché al di là dei giudizi sulla gestione Veltroni / Franceschini, alla “ditta” ne sono arrivate di legnate, tra Marrazzo (proprio il giorno prima con tutti che lo sapevano da mesi, e addirittura l’Avanzo di Balera che l’aveva “protetto”, dice), le pistolettate in Campania, la telenovela Binetti, la serie impressionante di batoste elettorali, Rutelli, lo scandalo della sanità in Puglia. Al di à di ogni analisi è altrettante lampante che i media ci sono andati già duri, dopo che Veltroni ha perso. E non solo i bravacci dell’Avanzo di Balera, ma pure gli “amici”: non penso che il trattamento da fratellini tonti che gli è stato riservato da Repubblica&c sia stato utile per consolidare una qualche autorevolezza.

Di ragioni per tenersi i due euro in tasca e starsene a casa ce n’erano a bizzeffe.
Non è andata così e io, che avevo deciso di stare a casa, di fronte alle immagini della gente in fila non ce l’ho fatta e sono andato a votare.

Al di là di gusti ed opinioni, poi, è un dato di fatto che la politica sia personalizzata, in Italia e dalle altre parti. In epoca di overdose mediatica continua la personalizzazione è una semplificazione, un modo per decodificare al volo messaggi che non abbiamo sempre il tempo, la voglia o gli strumenti per decodificare.  
Per questo le primarie rappresentano lo strumento di controllo democratico che controbilancia lo strapotere politico-mediatico dei leaders e l’opportunità di protagonismo e inclusione per gli outsiders. Sono il collante di una comunità politica, la sua vera festa dell’unità.

3 milioni di persone su 8 milioni di elettori alle Europee è il segnale che la comunità del Pd è fortissima. Le primarie ancora una volta sono state il modo per rendersene conto, il balsamo per tutti i crucci che ne appesantivano il passo.
Sarà difficile, dal 25 ottobre 2009 in poi, trovare qualcuno con la faccia di dire che non servono più.

Fonti:
“La svolta e il ritorno all'antico” di Federico Geremicca dalla Stampa
“Ai seggi si scopre che c'è un'armata dei nonni-elettori” di Maria Laura Rodotà dal Corriere della Sera

L'immagine l'ho presa in prestito qui.

Tratto da Aprile di oggi.

20 ottobre 2009

PRIMARIE 2.0


"Scrivo "Primarie 2.0" per Aprile. Per questo mi sono a messo pedinare i tre candidati qui su Twitter..."

Così scrivo su Twitter, dopo essere diventato un “following” di Pierluigi Bersani, Dario Franceschini e Ignazio Marino.
In questo modo posso seguirne le mosse, rimanendo sempre in contatto con le loro frasi di 140 caratteri al massimo (che poi sono le stesse che mettono sugli altri social network, Facebook in testa). Il mio pedinamento però non si avvale di telecamere, è consenziente (sono loro a decidere cosa far leggere) e si disinteressa di calzini e cravatte.

La prima cosa di cui mi rendo conto al volo è il cambio di tono. Quando i politici possono scrivere (o far scrivere) e parlare molto lo fanno, c’è poco da fare. Spesso è noioso e addirittura inefficace ma è più forte di loro e vanno dritti per la loro strada. Bla bla bla, fino allo stordimento dell’interlocutore.
Su Twitter al 141simo carattere digitato appare una scritta rossa piccola piccola, che avverte: +1. Il messaggio è troppo lungo, bisogna tagliare. Così ognuno dei candidati cerca di adeguare il proprio stile all’obbligo di sintesi imposto dal mezzo e il risultato è sorprendentemente gradevole. Sembrano esseri umani.

L'articolo completo, il Bianconiglio pubblicato oggi su Aprile, è qui.
L'immagine l'ho presa in prestito qui.


13 luglio 2009

SIMPATIA AL POTERE


"Per quanto strano possa sembrare, il fanciullo agisce sempre mosso, più o meno, dalla pura simpatia; anche quando gioca, salta e schiamazza, compie ogni azione per pura simpatia verso l'azione. Quando la simpatia nasce nel mondo, è forte amore, forte volere; ma non può rimanere così, bensì deve venir compenetrata dal rappresentare, deve venire, in certo modo, continuamente "rischiarata" dal rappresentare."

Secondo il dizionario etimologico "simpatia" significa "inclinazione istintiva, che attrae una persona verso l'altra".
Chi poteva immaginare che la battuta di Debora Serracchiani nell'intervista a Curzio Maltese su Repubblica (sto con Franceschini perché è più simpatico) che tanto aveva scandalizzato l'indistruttibile apparato del Pd fosse solo l'inizio?

Poi Beppe Grillo ha deciso che Debora Serracchiani gli era simpatica
"A parte la Debora Serracchiani non vedo altri. Debora mi piace molto e rappresenta milioni di ragazzi iscritti a quel partito che hanno creduto a dei sogni che non si sono mai realizzati. Noi abbiamo bisogno che vadano avanti queste persone, trentenni, che abbiamo studiato e che facciano parte di questa cultura, dei social network."

L'articolo completo, il Bianconiglio pubblicato oggi su Aprile, è qui.
L'immagine è uno dei soggetti della campagna elettorale online del Pd per le Europee, di cui ho curato la creatività per conto di Prodigi.

17 novembre 2007

YOU GO GIRL / 2


Mancano sette settimane alle primarie in Iowa, il primo stato a partire con le elezioni in cui si decide il candidato presidente del Partito democratico a novembre 2008.
Hillary spadroneggia nei sondaggi e ha cominciato a bastonare a dovere gli avversari/compagni di partito.

Barro mi ha spedito un articolo del Times e un video del NYT sulla svolta muscolare della senatrice Rodham. Sono in inglese, ma accanto al video c'è l'intera trascrizione.

Qui l'articolo della Stampa sul dibattito in cui i maschietti le hanno prese di santa ragione.

Qui l'articolo su Huma Abedin (nella foto, a sinistra) protagonista del nuovo teo-gossip a sfondo sessuale messo in piedi dalla destra americana. Ex stagista, è membro dello staff personale di Hillary e (pare) consigliera assai influente: naturalmente sarebbe la sua amante.
Speriamo.


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10 ottobre 2007

PICCOLI MOCCIOSI IMPUDENTI


Quelli della Sinistra Giovanile di Roma, complice
forse l'eccitazione per le primarie, l'hanno fatta grossa. Per questa campagna (io non c'entro) le stanno buscando di santa ragione anche su SocialDesignZine.
Occhio, di questi tempi moralisti tromboneggianti e aspiranti questurini sono scatenati.

Tra i commenti a "Sesso e passera", il post di Mauro Zennaro pubblicato da SDZ, Tito non entra nel merito della campagna (un po' grezza a dire il vero) ma suggerisce un'interpretazione un po' più suggestiva:
"L'orgasmo femminile sembra un concetto persino più lontano dell'idea che molte donne non ne abbiano esperienza in un rapporto di coppia, e che questa donna se lo stia promettendo a sé stessa.
Ecco quindi tuoni e lampi contro i sinistri corruttori di quindicenni - segno che il maschio italiano si sente chiamato in causa come arbitro e destinatario di ogni comunicazione anche quando in realtà siede sul banco degli imputati".


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4 ottobre 2007

PRIMARIE VIRTUALI

 
Le Primarie per il Pd arrivano anche su Second Life. Ci pensa la Fondazione Italianieuropei.
Le urne saranno aperte l'11 ottobre dalle 15 alle 23 e il 12 ottobre dalle 9 alle 13. Il 13 si saprà com'è andata. Anche se, secondo me, sul Metaverso vince Letta a sorpresa; non so perché ma ho una sorta di presentimento.
Coordinate: Italianieuropei 50, 146, 24.

Nella foto l'inaugurazione dell'isola della Fondazione, con il ministro D'Alema.

11 agosto 2007

BYE BYE


I sondaggi rimangono sondaggi, ma 22 punti di distacco sono proprio tanti. Tra Hillary Clinton e Barack Obama i numeri sono questi. Con buona pace di tutti i suoi (numerosi ed interessatissimi) sponsor, dal New York Times in giù: il loro topolino sta cominciando a sparare cazzate a raffica, la gente se n'è accorta e l'esperimento rischia seriamente di fallire. Quando anche gli ultimi modaioli avranno abbandonato la nave, si potrà lanciare la scialuppa: il ragazzo è sveglio in fondo.

La copertina / auspicio del Time è tratta da:
http://img.timeinc.net/time/magazine/archive/covers/2006/1101061023_400.jpg


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permalink | inviato da orione il 11/8/2007 alle 15:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

31 luglio 2007

PRIMAZIA DEMOCRATICA


Pannella e Di Pietro, guastafeste patentati, fuori.
L'ha deciso il "comitato tecnico-elettorale" nominato per vagliare le candidature alle primarie del 14 ottobre: sono leader di altri partiti, con il Pd non c'entrano niente. Veltroni aveva già fatto sapere che "non si può stare in due partiti". Non vale, gioco falso.

Non so di procedure, né mi appassionano, probabilmente hanno ragione Stumpo, Soro e Migliavacca e non ci sono i presupposti per permettere ai due di correre. L'impressione - politica - però è desolante.
Dopo mesi di retorica sul nuovo che avanza e la società civile che spinge, le primarie del Pd che (ancora) non esiste sono aperte solo a margherita, diesse e Adinolfi vari.

Invece che costringere Di Pietro e Pannella ad assumersi la responsabilità della nascita del nuovo partito (e chissenefrega delle tessere che hanno in tasca), invece che essere orgogliosi se "qualcuno usa il Pd come un tram" vuol dire che tira, invece che approffittarne per allargare il campo (e il potenziale elettorale), la primazia democratica si nasconde dietro il solito "rispetto delle regole" e li lascia fuori. Poi lo fa annunciare a Migliavacca, Soro e Stumpo.

Avere due culture politiche in più o in meno tra i promotori del Pd può mai essere considerato un problema tecnico? Un dettaglio procedurale?

Per fortuna che c'è Adinolfi che affronta il gap generazionale da par suo. Dice che spera di "convincere qualche ragazzo a spendere 5 euro per votare alle primarie invece che in birra".
Se fossi un giovane ne berrei diciotto alla faccia sua.

Manifesto storico del PCI tratto da:
http://www.cartacanta.it/

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