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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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11 maggio 2011

A GAY GIRL IN DAMASCUS

“A otto settimane dall’inizio della protesta in Siria, esplosa nella località meridionale di Daraa dopo l’arresto di alcuni adolescenti che avevano scritto sul muro slogan inneggianti alla primavera araba, le repressione del regime fa il salto di qualità. Oggi, per la prima volta in un mese e mezzo, non è uscito un solo video dalle città ribelli assediate dai carri armati del presidente al Assad: nessun filmato, nessun messaggio, nessuna foto, come se il paese fosse completamente isolato. E probabilmente lo è.”

Uno degli ultimi blog rimasti aperti, nei giorni più crudi della censura e del sangue, è quello di Amina Abdullah, 34 anni, lesbica dichiarata, mamma americana e papà siriano, icona della protesta contro il regime di Bashar Al Assad. A gay girl in Damascus continua a raccontare il dramma (“800 morti… 1000?”) insieme a poesie, scampoli di vita quotidiana ed epigrafi fulminanti che restituiscono, senza sconti, l’atroce quotidianità dell’esilio in patria. La morte di Osama Bin Laden ha oscurato per qualche giorno il macello siriano e ora la mordacchia di regime rischia di isolare del tutto il paese e i dissidenti. Persino la missione Onu è stata bloccata alle porte di Daraa, epicentro della protesta.

“Essere lesbica in Siria è molto duro, ma sempre più facile che essere un oppositore politico”. Amina ha il dono brutalmente creativo della sintesi e nell’ultimo post del 9 maggio chiede una mano a trovare un editore, per trasformare il blog in un libro e consegnare le prodezze del regime siriano agli scaffali delle librerie di tutto il mondo. In poche ore sono arrivate diverse proposte (dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna, dall’Italia) che fanno chiarezza una volta di più sul potere del mezzo.

Con tutti i solipsismi letterari sfornati ogni mattino, buoni giusto per placare per qualche tempo gli ego-appetiti di chi li scrive, il libro di Amina sarà una salutare frustata di realtà. Alberi abbattuti per una giusta causa: illuminare il cono d’ombra della ferocia repressiva, denudare ipocrisie diplomatiche e doppiopesismo politico. Usa e Ue, dopo oltre due mesi di sangue, hanno annunciato sanzioni economiche e embarghi di armi, ben sapendo che non serviranno a un bel niente. Come già con l’Iran.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

26 gennaio 2011

L'AVATAR DI CALIGOLA


“Since the Roman Empire, politics here has been seen as a means to power and money. Even today, Italy remains a land where complex networks of connections and family ties can still, as in feudal times, count more than merit or position, whether in getting a job or a bank loan.” Rachel Donandio sul New York Times ha raccontato il reality-show Italia alla luce delle gesta del solito unico, celeberrimo, protagonista indiscusso “Surreal: a soap opera starring Berlusconi”.

Non c’è solo Caligola, l’avatar impazzito del presidente del Consiglio che sbraita contro Gad Lerner alle undici sera mentre gli italiani normali davanti alla tv (tutti quelli che potrebbero votare per lui) guardano il Grande Fratello, nell’articolo del Nyt “Prisoner of this world that he created”, ma anche “I invented a parallel life”, Ruby heart-stealer canonizzata in fascia protetta tv dall’avatar Berja-chic di Signorini, e soprattutto gli altri protagonisti del virtuality-show: gli italiani a casa. Quelli del televoto, che hanno già mandato tre volte Berlusconi a Palazzo Chigi e adesso lo metterebbero pure in nomination, ma non vedono alternative.

Il fatalismo italiano è il vero alleato di Berlusconi, secondo il Nyt. Niente di nuovo sotto il sole. Italiani brava gente, Franza e Spagna purché se magna, fascisti con il Duce e antifascisti dopo il 25 aprile e neanche nel ’92 andò diversamente. Tangentopoli (oltre l’incredibile percentuale di assoluzioni e lo spropositato numero di anni trascorsi preventivamente dietro le sbarre dagli imputati) non ha cambiato una virgola nella società, a parte la decapitazione dei partiti che avevano fatto la Repubblica, se non in peggio. Oggi il copione si ripete ma gli italiani hanno ancora meno voglia di sbattersi e, al massimo, s’indignano periodicamente a qualche festa comandata di piazza, su Facebook o davanti a Santoro e Floris. Insomma, a differenza che dal nonno di Ruby, la “rivolta non scatta”.

Il braccio di ferro tra Fiom e Fiat, anzi, ha spostato molti più consensi del Ruby-gate. La solita metà degli italiani per una ragione o per l’altra non si sconvolge troppo con la storia del puttaniere prestato alla politica (e/o sospetta che sia in buona compagnia). L’altra è in ostaggio dello speculare psicodramma di un’opposizione scompaginata che senza l’avatar di Caligola non esiste, un brusio indistinto fra uno strepito e l’altro del tiranno virtuale. Ormai si definisce solo per sua nemesi e, per questo, dovrà necessariamente arrivare fino alla fine dello show. Costi quel che costi. Si lustrino le baionette, dunque, e si olino le ghigliottine. Tanto poi arriva sempre la pubblicità. Chissà stavolta che programmi ci sono dopo.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
L'immagine è stata presa qui.

4 ottobre 2010

OPPOSIZIONE DE CHE?

“Il popolo viola organizza il No B Day 2, Micromega un’altra manifestazione, il Movimento a 5 stelle fa la sua Woodstock a Cesena: tre eventi a distanza di pochi giorni. Sono in molti che vorrebbero partecipare a tutte e tre le manifestazioni perché molte sono le cose in comune. Saranno molte anche le differenze, ma quelle non spaventano nessuno ed è giusto che ci siano… Per salvare il paese ora serve unirsi e fare pulizia”. Queste parole, tratte dalla pagina web del No B Day 2 e riprese dall’Unità, rappresentano bene lo spirito dei tempi.

Non c’è solo Fini all’opposizione, quindi, ma un sacco di altra gente un po’ sparpagliata. Il nuovo appuntamento con il popolo viola, quelli dell’opposizione dura e pura a Berlusconi, ha deciso di chiamarsi No B Day 2, come il seguito di un videogioco e, come tutti i sequel in tono minore, è stato accompagnato da polemiche, fraintendimenti e beghe interne inerenti la leadership (e che sennò?), il rapporto coi partiti, i quattrini.

“Vorrei riflettere a voce alta sul fatto che ogni qual volta s’incontrano centinaia di migliaia di persone?vanno in fumo decine di migliaia di euro, mentre c’è tanta gente in giro e sono sempre di più? coloro che non riescono ad arrivare a fine mese”. Domenico non è un provocatore infiltrato, assicura la sua partecipazione empatica, ma si mette a fare i conti in tasca ai professionisti della gita anti-premier. Chissà che anche qualcun altro non si metta a fare i conti politici in tasca ai professionisti dell’antiberlusconismo militante e ai partiti che ci hanno sguazzato. A che pro si va in gita contro Berlusconi, la sfiga e la nebbia, ogni autunno che gli dei mandano in terra?

Di certo è contento Di Pietro, che ha pure festeggiato gli anni in piazza e, a regola, anche Vendola, a cui l’ennesimo tentennamento borbottante del Pd ha concesso una passerella in solitaria in rappresentanza della sinistra tutta, piuttosto utile per le prossime primarie. E magari qualche malato di berlusconite avrà trovato nel No B Day 2 un balsamo momentaneo all’insopportabile rabbia che gli riempie la pancia tutte le volte che lo vede comparire alla tv da un numero sconcertante di anni. Poi, però, torna sempre il lunedì.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

13 luglio 2010

OPPOSIZIONE SUL WEB


“In assenza di opposizione «esterna» — il centrosinistra, privo di identità, sembra incapace di essere un’alternativa ideale e programmatica credibile — il centrodestra si è creato un’opposizione «interna».” Piero Ostellino sul Corriere della Sera rinverdisce la quotidiana consuetudine nazionale alla bastonatura di Pd e soci, rei di non contare nulla (né di fare granché per riuscirci) proprio durante l’apparente implosione in corso nella maggioranza di governo in diretta mainstream e con apici di autolesionismo degni, appunto, della sinistra (il match Bocchino vs resto del Pdl sul caso Verdini è solo l’ultimo e più chiassoso esempio).

Sparare sul Pd è diventato una pratica talmente diffusa e bipartisan (Valentino Parlato domenica sul Manifesto non è stato certo più tenero di Ostellino con Bersani e la ditta) da suonare ormai fastidiosamente oziosa. Non che il resto dell’opposizione brilli per acume progettuale alternativo. Vendola è impegnato nell’ennesima insopportabile metafora operaista (la Fabbrica di Nichi), messa in piedi da gente che in fabbrica difficilmente ha mai messo piedi, capace di sfornare un’altra verbosa kermesse (gli stati generali, forse i trentesimi convocati da ogni sinistra in circolazione) e di chiamarla Eyjafjallajökull – Eruzioni di buona politica – umiliando in termini di dadaismo (involontario nel loro caso) Rondolino (che su The FrontPage ha declamato il suo “elogio del vulcano islandese”).

Il karma manettaro di Di Pietro gli si sta rivoltando contro (il figlio sotto inchiesta, le foto con gli spioni, i sospetti sulla gestione familiare dei fondi del partito) e i compari di tante crociate (Flores D’Arcais, Grillo, De Magistris) gli stanno voltando le spalle uno a uno a suon di oblique prese di distanza, fronde interne o furiose graticole mediatiche. Casini flirta di nuovo col premier in panne e quindi potenzialmente più generoso (col cinismo realista dei democristiani), Ferrero fa il doppio lavoro tra Regione e partito e Pannella vuol mangiarsi pure Bordin.

In questo scenario desolante è uscita la campagna del Pd dell’Emilia-Romagna (realizzata dalle Lance Libere) contro i tagli agli enti locali imposti dalla scure di Tremonti: sito, profilo su Facebook, 450000 cartoline da spedire all’inquilino di via XX Settembre e molteplici opportunità di partecipazione. Non sarà la rivoluzione d’ottobre ma si capiscono bene le ragioni concrete per cui i cittadini (a parere del Pd) dovrebbero essere incazzati col governo. E per una volta bavagli, amanti, tangenti e P3 non c’entrano niente.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
L'immagine viene da qui.

2 marzo 2010

MANETTE IN RETE

"Mi chiedono di dire quanti siamo, mi chiedono i numeri, io rispondo chissenefrega! La piazza è completamente piena, piena quanto lo era per la manifestazione sulla libertà di stampa. Quanti erano allora? 200 mila? Noi siamo quanti loro". Questo il Gianfranco Mascia-pensiero, dopo la manifestazione di Piazza del Popolo. "Ma i numeri non sono importanti importante è essere qui. In modo indipendente dai partiti". Specificava poco prima il Mascia, che è uno dei portavoce del movimento che aveva trionfalmente annunciato alla vigilia di essersene liberato (dei partiti) anche dal punto vista finanziario, grazie al fund-raising online. Al netto di portavoce e pr (che risultano essere più o meno gli stessi da almeno un paio di “movimenti”) è un fatto (e a suo modo un evento) che un brand nato in Rete ha messo in fila (sotto il palco) Rosy Bindi e Emma Bonino, Di Pietro e Pannella, Vendola e il Pd, Rifondazione e i Verdi, tutti. A parte Casini.

 

Ironia della sorte, mentre le opposizioni politiche e sociali (ri)unite si accodano, sostanzialmente acritiche, al “popolo viola” contro le iniziative del governo sulla giustizia e a difesa della magistratura, sono proprio due libere toghe a emettere due storiche sentenze (che condizioneranno pesantemente il dibattito politico) contro due simboli (opposti ma non troppo) della Rete libera: Google e The Pirate Bay.

 

La sentenza di Milano contro Google, che ne ha condannato i dirigenti per violazione della privacy per il video delle violenze sul bimbo down, mette in discussione il principio cardine della neutralità dell’intermediario (che permette agli utenti di partecipare, liberamente) con conseguenze potenzialmente devastanti, innanzitutto in termini economici (l’ambasciatore USA in Italia si è detto “negativamente colpito dalla sentenza”). Il Tribunale di Bergamo invece ha obbligato tutti i providers italiani a oscurare l’accesso a The Pirate Bay, lo storico portale svedese (che ha dato i natali al Partito Pirata, 7% alle ultime Europee) tramite cui gli utenti si scambiano file audio o video. Motivo: accesso (indiretto) a prodotti protetti dal copyright. I pirati (e i manager di Google, come prima Craxi & Co. e prima ancora chi ospitava un amico di un amico di un brigatista) non potevano non sapere.


L'articolo è stato pubblicato su The Front Page.
La foto l'ho trovata qui.

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