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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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19 novembre 2012

KARMA POLICE

“La vita sulla Terra, come la conosciamo, non sarebbe possibile senza la protezione esercitata dal campo magnetico. Secondo studi recenti la magnetosfera sarebbe interessata da un processo d’indebolimento. Si tratta di un processo lento, ma progressivo”. Non è il solito buco web di untorelli new age (il capovolgimento dei poli magnetici era uno dei must apocalittici in vista del 21/12/2012) ma un comunicato dell’Esa, l’Ente spaziale europeo, che sta lanciando una nuova missione per capire che diavolo sta succedendo: “nei prossimi anni il campo magnetico potrebbe arrivare a un punto di non ritorno, a un livello mai conosciuto dall’uomo”.

A un mese dalla fine del calendario Maya, tutto si può dire fuorché il mondo scoppi di salute. Con gli occhi ancora colmi delle immagini della capitale dell’Occidente, sfregiata dagli elementi nell’intimo dei suoi muscoli architettonici lanciati contro il cielo, la puzza di guerra che arriva dal Medio Oriente lascia presagire un Natale all’insegna del terrore. Allo strazio delle vittime e alla disperazione dei bambini ebrei e palestinesi si aggiunge la paranoia di una guerra vera, con Israele da una parte, il mondo arabo dall’altra e alcune testate nucleari (vere e presunte) in mezzo.

Tutto questo dopo che il segretario di stato Usa, Hillary Clinton, ha annunciato la propria indisponibilità a ricoprire l’incarico nel nuovo governo di Obama. Gli occhi di tutto il mondo sono ancora una volta puntati su di lui, l’uomo del discorso del Cairo. Il Papa Nero è stato appena rieletto, non certo in pompa magna come hanno raccontato con consueta cialtronaggine paesana dalle nostre parti, ma pur sempre con un margine molto superiore ai pronostici della vigilia, sia nel voto nazionale che tra gli stati grandi elettori.

Naturalmente sono tante le ragioni della vittoria di Obama, a partire dall’inadeguatezza goffamente robotica del suo avversario, ma fra tutte spicca l’operazione Chrysler. Sergio Marchionne, il nemico giurato della sinistra italiana, è stato il protagonista dell’evento più atteso dalla sinistra worldwide: il beniamino dei liberal di tutto il mondo rieletto presidente grazie al salvataggio di Stato del colosso dell’auto americana, con i lavoratori a metà stipendio e il plauso unanime del sindacato.

In coincidenza con la fine del calendario Maya, o forse per via della perdita di vigore della corazza naturale del magnetismo terrestre, che impedisce alla Terra di trasformarsi in un Marte o in una Venere, pare che la polizia del karma si stia incaricando di recapitare i suoi paradossali verdetti con crescente impazienza. Non solo il Papa Nero made in Fiat, dunque, ma una serie di piccole scorribande di riequilibrio karmico che sembrano proprio non poter aspettare oltremodo.

“Milano è un villaggio. Tutti sapevano tutto di tutti. Lui arrestava, istruiva processi-bomba, percorreva in favore di telecamere corridoi fatali accompagnato da avvocaticchi con i quali concordava l’uscita degli arrestati dalle camere di sicurezza in cui si riscuoteva con la paura del carcere la confessione, ma già si sapeva tutto di quel coraggioso magistrato in carriera politica. Si sapeva che non era uno stinco di santo, che le sue cadute di stile erano piuttosto pesanti, che il tout Milan era pieno di gente di denari che aveva avuto rapporti spuri con l’ex poliziotto laureato di fretta e messo lì a fare da battistrada dei professorini dell’anticorruzione del pool, si sapeva quel che è venuto fuori pubblicamente dopo, e cioè che aveva avuto rapporti inconfessabili con un pezzetto dei servizi diplomatici (e altro) americani, che la sua storia di pm antipartito era la storia stessa di come veniva calando la cortina di ferro della guerra fredda.”

Il prosaico cade male, nella strapaesana italiana cosiddetta Terza repubblica (in fieri). La faccia di Di Pietro, davanti alla gendarmeria della “commissaria Gabanelli”, come la chiama Giuliano Ferrara nel suo articolo definitivo, sembrava proprio quella del “mariuolo” di craxiana memoria colto con le mani nella marmellata. Sadicamente, ma non troppo, in diversi hanno rievocato la bavetta di Forlani, in aula al processo Enimont: la giustizia infatti non solo (o non tanto) è uguale per tutti. Ma è – soprattutto – equilibrio.

E una volta che si mette in moto, il processo di assestamento non si arresta sino a quando non c’è un equilibrio nuovo. Così capita di assistere alla triste parabola discendente dell’ex Caimano dei caimani, ridotto a mitragliare a salve, a giorni alterni, il governo in carica e a ritrovarsi puntualmente svillaneggiato dai giornali (che un tempo non troppo lontano lo onoravano di una demonizzazione a nove colonne) a pié di pagina, in angoletti troppo angusti per l’ipertrofico ego che scalcia ancora dai titoli.

Oppure di scoprire che dopo tanto bla bla rottamatorio, tra i “Fantastici 5” candidati alle primarie l’unico che azzarda qualcosa di politico (la riforma fiscale capace di assorbire l’evasione = mettere i cittadini in contraddittorio finanziario = fare scaricare tutto a tutti) e scalda i cuori della sinistra del web si chiama Bruno Tabacci, ha centotrentacinque anni ed è un cazzuto di democristiano. Quelli che l’hanno capito per primi, gli agenti segreti della karma police, sono i Marxisti per Tabacci. Normale, poi, che il compagno Bruno sbugiardi le velleità nuoviste del giovane turco Renzi, menandogli calci negli stinchi per tutta la pallosissima versione-primarie dell’X Factor di Sky.

Il pallido Matteo ormai arranca palesemente e certo non aiuta che due tra i suoi economisti di riferimento – Alesina e Zingales – abbiano dichiarato di sostenere Romney. Un amico di tFP, pochi giorni prima del voto, mi ha scritto che “Obama è diventato lo spartiacque fra buoni e cattivi”. L’hanno spiegato anche a Renzi? Intanto Casaleggio, Grillo & associati, liberati ormai dallo stereotipo dei liberatori e ventre a terra nelle purghe d’autunno, continuano a scavare indisturbati, lasciando agli esodanti il continuo rimpallo della propria inconcludenza. Manco la legge elettorale sono riusciti a cambiare.

Per quadrare il cerchio, infine, il rottamator cortese si è candidato segretario del Pd, in Lombardia hanno candidato a furor di partito l’ennesimo “civico”, di sicuro spessore ma conosciuto dal grande pubblico solo per il tragico lutto (continuare a tirare in ballo orfani e vedove oltre a essere macabro e patetico inizia a risultare avvilente), che per prima cosa ha tentato di abolire le primarie e Crocetta neo-presidente della Sicilia ha annunciato Franco Battiato neo-assessore alla cultura. Quello di “mandiamoli in pensione i direttori artistici, gli addetti alla cultura”. Addavenì.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

29 ottobre 2012

CAYMANISTAN


“La Porsche ha chiamato “Cayman” la sua auto più brutta per fare un dispetto a Renzi”, “#Dalema va ai giardinetti per mangiare i bambini e dice che l’ha mandato Renzi”, “E’ stato Renzi a bloccare il treno Italo a Firenze Per dimostrare che #LucadiMontezemolo non va”, “Le zanzare ad ottobre sono state mandate da Renzi”, “Matteo Renzi è il vero autore dei libri di Fabio Volo e Federico Moccia”, “Ma chi paga la lavanderia per tutte quelle camicie bianche?”, “Renzi svela sempre il finale delle barzellette di Bersani”, “Ma non è che quell’auto che secondo la Moratti era stata rubata da Pisapia, invece l’ha presa @matteorenzi?”, “Salterò la pausa pranzo: ho protestato, il mio capo mi ha detto: #attaccaRenzi.”

Lhashtag di @AsinoMorto dice già tutto. Vendola, per cui il pm ha appena chiesto venti mesi di galera per abuso d’ufficio, e Bersani, la cui storica segretaria è stata appena indagata  per truffa aggravata, sono riusciti nell’impresa di mettere Renzi all’angolo. Chi osa non dico spendere parole apertamente lusinghiere, ma esprimere qualche moderato dubbio circa lo status di “nemico del popolo” affibbiato al sindaco di Firenze, viene lapidato sulla piazza di Facebook.

Oltre alla staliniana trasfigurazione dell’avversario in “nemico”, già sperimentata con Craxi e Berlusconi (con evidenti benefici per il paese, in declino da un quarto di secolo sotto tutti i punti di vista), la tentata sterilizzazione del pericolo – ché quando un moccioso impudente annuncia di voler tagliare il finanziamento pubblico ai partiti entro i primi cento giorni di governo di questo si tratta – si basa sul boicottaggio della partecipazione.

Le primarie sono il mito fondativo del Pd e del centrosinistra, l’unico, e il mastice che riesce a tenere insieme un elettorato sempre più scazzato e disilluso. Negli anni passati si sono sempre rivelate l’unica vera arma in più rispetto ai soldi, al carisma e alla certezza della leadership che regnava nel campo avversario. Ma anche questa, ovvia, considerazione non deve aver fatto breccia.

Così mia nonna, che ha quasi novant’anni e fa fatica a scendere le scale (ma è sempre andata a votare), gli studenti di sedici e diciassette anni e quelli fuori sede (i pugliesi poi sono veri ultras del loro governatore) se ne staranno a casa. Invece che presentarsi al seggio con la carta d’identità e il certificato elettorale (e una volta sola), come nel 2005, tocca una babele di puttanate burocratiche che, a parte le patetiche giustificazioni in politichese, significano solo una cosa: vade retro Renzi.

Spararsi nelle palle per far dispetto alla moglie: dopo che gli analisti hanno spiegato che più alta è la partecipazione più le chances di vittoria di Renzi aumentano, le varie staffette partigiane sono partite ad architettar tagliole. Ma se va a votare meno gente perdono tutti, perché oltre alle primarie bisognerebbe tentar pure di vincere le secondarie. Arrivarci dopo un flop, proprio adesso che Berlusconi spariglia di nuovo e patrocina (forse) le primarie del centrodestra, sarebbe il massimo.

Il quotidiano lancio degli stracci, inoltre, ha definitivamente eclissato i contenuti dal dibattito, anche riguardo la cosiddetta “fase 2” della campagna di Renzi (che continua a giocare alla lepre). “Cambiamo l’Italia” ha affiancato il claim “Adesso!”, riconducendo idealmente il sindaco di Firenze al “Change” di Obama, dopo che la fase uno ne aveva già sussunto e italianizzato l’iconografia sin nel minimo dettaglio.

Il particolare è che stiamo sempre parlando dell’Obama del 2008, quello trionfale e trionfante. Tutti continuano a citare la campagna, le strategie, lo stile, i contenuti, lo story telling di quell’Obama là. In quanti conoscono il claim del 2012, quello su cui tra pochi giorni il presidente chiede il voto agli americani per altri quattro anni? “Forward”, dalla speranza visionaria al realismo del buon padre di famiglia in una campagna stile Diesel, con un video che sembra il trailer di una serie tv (alla seconda stagione).

Renzi, come gli altri ma col rischio di pagare un prezzo più alto, è rimasto al 2008, l’epoca del “Se po’ fa’” con cui Veltroni rastrellò il 33% alle politiche. Nel frattempo però è cambiato tutto, diverse volte. L’altra sera Santoro gli ha chiesto conto a modo suo della “fase due”, citandogli l’ultimo libro di Paul Krugman “che si chiama proprio come il suo slogan, adesso!” (col punto esclamativo pure) e argomenta il fallimento delle politiche di austerity in Europa e in Italia. “Lei che ne pensa?”

Renzi ha abbassato un po’ gli occhi, ha ripetuto un paio di volte che gli editoriali di Krugman sul New York Times sono un prezioso contributo all’analisi, ha dato l’impressione di non averne mai neanche sentito parlare (del libro titolato come il suo claim). Ora, si può essere d’accordo e meno con Krugman, ma è il caso di avere un’opinione su quello che scrive, visto quello che scrive, se si ambisce così tanto a governare un paese (uno qualunque).

Invece la cosa più politica che Renzi ha tirato su fuori sul tema è che “è una questione di qualità della spesa pubblica” certo “a saldi invariati”. Spiccicato a Bersani, a Monti, a tutti. Poi nient’altro, nulla che a poche ore dalla fine della trasmissione potesse rimanermi impresso, al netto delle gag rottamatorie. Unico guizzo, vagamente cimiteriale: nei primi cento giorni di governo la mitologica legge sul conflitto d’interesse. Per dimostrare che non è l’Ambra del vecchio Caimano. Poca roba.

All’ora del conto, infine, la Sicilia non poteva mancare. I primi exit polls sulle elezioni erano fischiati in rete come ghigliottine al vento. Anche se i risultati ufficiali sembrano ridimensionare l’uragano, Caymanistan trema. Più della metà dei siciliani è rimasta a casa e l’altra ha incoronato campione del caos il “D’Annunzio a Fiume, un situazionista fuori situazione, un estroso beato nel posto tipico delle stramberie”. Come aveva predetto Buttafuoco, con bella prosa.

“Non è stato elegante manco in acqua, eppure ha fatto evento. Una nuotata come quella può farla uno svelto atleta scolpito da Fidia, non un Satiro attempato e tutta la bellezza di quella traversata s’è confermata nell’essere lui – l’uomo che viene da fuori – tutto il contrario di ciò che ha fatto, il più improbabile dei Colapesce. Nessuno ci credeva che potesse arrivare a nuoto, tutti cominciano a credere che lunedì possa sfasciare finalmente la regione siciliana.”

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

3 maggio 2011

NOBEL PER LA GUERRA



“Infine la notizia più attesa. Il video del corpo di Osama bin Laden gettato ieri nel Mar Arabico dalla USS Carl Vinson verrà reso pubblico. L’amministrazione Usa sta anche valutando l’ipotesi di diffondere le fotografie del corpo del leader di al Qaida. Stando a quanto riferisce la tv Usa Abc, la salma di bin Laden è stata gettata in mare dopo una cerimonia funebre durata circa 40 minuti, in cui il corpo è stato lavato e avvolto in panni bianchi e un ufficiale militare ha letto una formula religiosa tradotta poi in arabo. Alcuni funzionari hanno precisato all’Abc che l’ultima cosa che gli Stati Uniti volevano era creare una tomba che potesse diventare un luogo da venerare per i terroristi.”

Dopo il tiro mancino di Photoshop, la foto-beffa segnalata da Peacereporter prima che dalle grandi testate, Obama ha bisogno di mostrare lo scalpo. Quanto sembrano distanti i giorni del Premio Nobel per la pace preventiva, tributo supremo all’ascesi post-politica globale del presidente degli Stati Uniti d’America. La chiusura di Guantanamo, annunciata in pompa magna a una settimana dall’insediamento alla Casa Bianca, il ritiro delle truppe dall’Iraq, il discorso del Cairo e tutte le bandiere che avevano suscitato emozionata speranza nelle gesta del primo presidente afroamericano degli Usa sembrano appartenere a un’altra epoca.

È bastato premere il grilletto (come non fece Clinton nel ’99) contro il nemico pubblico numero uno per eclissare un’eclissi talmente rapida da sembrare ineluttabile. I sondaggi confermeranno l’ovvia sensazione che si respira aprendo qualsiasi giornale in qualsiasi paese del mondo: Obama da santo si è trasformato nel cow-boy per eccellenza. Quello che, quando c’è bisogno di sparare, appunto, spara. “Prenderò Osama Bin Laden” era stato, a dire il vero, uno dei suoi mantra in campagna elettorale, ma forse il pubblico progressista adorante non gli aveva dato troppo peso. Una qualche parola per la plebaglia assetata di vendetta andava pure detta, si sa come vanno queste cose.

Invece è la guerra segreta di Obama al terrore e la sua prima roboante vittoria che paga e pagherà, sia in termini politici che militari. Nel covo è stato trovato il suo pc, “Vi lascio immaginare che cosa c’è su un disco rigido di Osama bin Laden” (ha spiegato un funzionario Usa a Politico), chiavette Usb e altri dispositivi elettronici che forniranno informazioni preziosissime all’intelligence. Tutta l’operazione, inoltre, è stata abilmente mediatizzata dagli spin doctors della Casa Bianca e la pubblicazione, col contagocce, di nuovi video e foto sul raid consentiranno al cow-boy Obama di stare sulle prime pagine di tutto il mondo ancora per un pezzo.

Già ora le foto dell’accigliata sala operativa della Casa Bianca, insieme alla diretta Twitter dell’inconsapevole consulente informatico pakistano in vacanza, danno allo spettatore globale la sensazione di partecipare al film, come mai era successo prima. Dalle riprese Cnn dei tracciati luminosi dei Patriots e degli Scud durante la prima guerra del Golfo, primo caso di mediatizzazione bellica su scala globale, sembrano passati duecento anni anziché venti.

L'articolo è stato pubblicato (insieme alla foto) su The FrontPage.

29 marzo 2011

NONOSTANTE NOI


Che lo spettacolo dell’Occidente nella guerra in Libia, al solito diviso e rissoso, sia desolante è fuori discussione. All’interno di questa desolazione, però, Francia e Italia si sono distinte in una sorta di rivincita della finale dei penultimi mondiali, con Sarkozy intento a menar capocciate a nemici e alleati, convinto di poterle poi capitalizzare in voti, commesse e prebende neocoloniali, e il governo italiano oscillante tra la fedeltà al campo occidentale in cui milita dal 1945 ad oggi e la nostalgia del bunga bunga politico-danaroso all’ombra del Libro verde.

Uno degli sport preferiti degli italiani, si sa, è cambiare casacca, idea, fedeltà, a seconda delle convenienze. Così, quando il premier ha espresso “rammarico” per la sorte del vecchio sodale Gheddafi, oltre al rispetto per la coerenza cameratesca dell’unico leader occidentale capace di familiarizzare pubblicamente con personaggi come Putin e Lukashenko, ben oltre l’etichetta dell’ormai celebre “diplomazia della pacca sulle spalle”, si stagliava nitidamente un messaggio che l’ex “migliore amico di Bush e dell’America” (che ha spedito il tricolore in Iraq e Afghanistan) ha tentato di far giungere al raiss: siamo ancora amici.

Ora che anche a destra regna il ‘pluralismo’ più radicale, tra neopacifismi e prudenti realismi si cominciano ad orecchiare (anche fuori dai circuiti criptofascisti) tesi complottarde degne del miglior Giulietto Chiesa. Alla base delle rivoluzioni del mondo arabo di questi mesi ci sarebbe il solito ordito demo-pluto-giudaico-massonico, la Spectre dei finanzieri (quasi tutti in odore di kippah) tenutari delle portaerei storiche del giornalismo, in grado di far schizzare il prezzo del pane pigiando un bottone e d’indottrinare la pubblica opinione a seconda dei propri malvagi disegni. Una cricca di speculatori senza scrupoli e i loro epigoni politici, che Tremonti ha definito gli Illuminati, quelli che tirano le fila della diabolica globalizzazione.

Naturalmente lo sterco del demonio ha una parte in commedia anche stavolta: gas, petrolio, acqua (ce n’è tanta in Libia) fanno gola a tutti. Non è detto però che i rissosi neo-nanetti occidentali riescano ad accaparrarsi tutto come ai bei tempi delle sahariane e delle canzoncine virilizzanti. Brasile, India, Cina e Russia si sono messi di traverso con strategica determinazione (senza deambulare a vanvera tra le bombe e le chiacchiere) e lo scenario si profila assai più complesso dei sogni-incubi dei complottardi di casa nostra. Di certo il governo di Frattini e La Russa pare destinato a giocare un ruolo da comparsa tra i bomber anglo-francesi (Berlusconi che bacia la mano se lo ricordano bene), Obama e le quattro potenze del BRIC, acronimo del nuovo blocco, decise a misurare in politica le performances ottenute in economia. Il ruolo di mediazione a cui da sempre aspiriamo per ora lo sta svolgendo, in tutta l’area, la Turchia di Erdogan (altra economia da corsa).

Poi, nonostante le miserie d’Occidente, la lotta continua. In Siria la polizia ha sparato anche ieri sui manifestanti di Daraa, mentre il regime di Assad si affanna con riforme e pretattiche che si stanno mostrando controproducenti. Venerdì scorso lo Yemen e la Giordania sono stati teatro di manifestazioni, morti e feriti. Tutto questo non spaventa gli insorti ma anzi moltiplica le braci dell’incendio. Con le ovvie difficoltà che comporta ogni processo di transizione, Egitto e Tunisia sono lì a dimostrare che tutto è possibile.

L'articolo, con foto, è stato pubblicato su The FrontPage.

16 febbraio 2011

GIOVANI RIVOLTOSI CRESCONO

“Le motociclette nere dei bassiji sono tornate nelle strade di Teheran, ieri, per disperdere la manifestazione organizzata dall’opposizione al regime degli ayatollah. Lacrimogeni, spari, un morto secondo l’opposizione, decine di arresti hanno scandito il pomeriggio della capitale iraniana, mentre le strade si riempivano di giovani e meno giovani”. Alla faccia di chi gridava al pericolo islamista è proprio l’Iran, i cui leader si erano affrettati a sostenere le rivolte in Tunisia ed Egitto nella speranza (speculare ai pruriti kissingeriani di casa nostra) di accaparrarsene la paternità, a scontare il nuovo contagio.

Il Medio Oriente, ora sì, è una polveriera rivoluzionaria che ad ogni istante ribolle di nuove proteste e nutre così altre turbe rivoltose. Sono i giovani, protagonisti del panorama anagrafico di questi paesi, il motore del cambiamento ed è la libertà il mito rivoluzionario che li spinge a rischiare la pelle, la famiglia e il lavoro. Se poi l’eclissi di libertà che ha impedito loro sinora di votare, pregare e scopare come meglio credono si chiama Mubarak, sovrano-fantoccio di una ultratrentennale democrazia familiare, utile agli interessi occidentali e d’Israele, o Ahmadinejad, leader di una sanguinaria teocrazia antimoderna (prima ancora che antisemita e antioccidentale) non fa differenza.

Il che la dice lunga sulla distanza che separa la realtà dalle categorie dell’analisi, ferme alla guerra fredda o al massimo ai suoi postumi, appunto, kissingeriani. L’Occidente sconta il logoramento della propria leadership innanzitutto come credibile guida del mondo libero, prima ancora che come guerra dei Pil, vittoriosamente condotta dai paesi emersi (Cina, India, Brasile, ecc.). Gli scheletri nell’armadio, la cui sola evocazione ha reso Julian Assange il nemico pubblico numero uno (e non a caso ‘adottato’ in tempo reale da Putin e oggetto delle ironie antioccidentali dello stesso Ahmadinejad), e i riflessi condizionati del vecchio mondo hanno reso l’Europa e gli Stati Uniti vecchi pugili stonati.

Prima l’America del Sud, in cui senza troppi casini sono stati i cittadini a incaricarsi di mandare al potere Morales, Lugo, Chàvez, Lula, Dilma Roussef, Cristina Kirchner, Michelle Bachelet, senza remore rispetto al ruolo di abitanti del “cortile di casa” che era stato assegnato loro dai potenti vicini del nord, ora il Medio Oriente. Intanto le blasonate democrazie della vecchia Europa si sono incartate sulla crisi e su come fare davvero l’Europa (che sembra sempre un po’ il Pd, una cosa ‘da fare’ ma da cui tutti tirano il culo indietro il prima possibile) e gli Stati Uniti, dopo l’Hope di Obama sono di nuovo al palo.

Altre Atene, Parigi, Roma ci aspettano, altre fiamme attendono l’Occidente, troppo vecchio per sperare in belle insurrezioni generazionali rivitalizzanti ma (ancora) troppo ricco per illudersi che gli esclusi dal banchetto rimangano educatamente fuori, con le facce spiaccicate sulla vetrina del ristorante.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

13 ottobre 2010

THIS IS NOT AMERICA

“Un po’ Renzi, un po’ Vendola”. Secondo il suo entourage questo è il ritratto di Benedetto Zacchiroli, neo candidato sindaco alle elezioni primarie del centrosinistra bolognese, che si accinge a sfidare il folk-runner Maurizio Cevenini, sostenuto dalla maggioranza di elettori e notabili – indecisi a tutto – del Pd ancora sotto choc dopo le dimissioni di Delbono, e Amelia Frascaroli, ex braccio destro di Don Nicolini alla Caritas, esponente di spicco del cattolicesimo più impegnato dalla parte degli ultimi, stimatissima candidatura di bandiera (e, eventualmente, perfetto vicesindaco).

Dopo l’abbandono a sorpresa di Duccio Campagnoli (ex segretario della Camera del Lavoro di Bologna, ex assessore alle attività produttive della Regione e, in altri tempi, candidato naturale dell’establishment politico ed economico, almeno tra quelli in partita), a tentare di rompere le uova nel paniere è, naturalmente, il classico “giovane” candidato di rottura. Zacchiroli ha 38 anni e, a parte i girotondi, è stato collaboratore dell’ex sindaco Cofferati (ha curato le relazioni internazionali di Bologna) e ora è consulente della città di Fortaleza (in Brasile) e dell’Unesco.

La mossa di Zacchiroli è stata architettata sin dall’inizio come un’azione virale capace di cortocircuitare a proprio vantaggio la fame di news delle gazzette cittadine e la debolezza del fu partitone. Tutto è iniziato dallo slogan di un volantino distribuito alla Festa dell’Unità: “il candidato alle primarie non cev” (con chiara allusione a Cevenini), definito dall’autore (con poco senso della misura) “un gesto dadaista”. Da lì è partito il mistero medatico-politico sul “nuovo candidato” (il sito senza nome, le indiscrezioni), orchestrato dallo staff di Zacchiroli (che smentiva di essere lui nonostante tutti quanti lo sapessero). Il letargo della ragione ha fatto il resto e alla fine della fiera Zacchiroli è stato incoronato “nuovo Renzi bolognese” da Lucio Dalla in persona.

Si dice: la politica si sta personalizzando, come negli Usa. Negli Stati Uniti, in queste ore, in occasione delle elezioni di mid-term sta andando in onda una vera e propria guerra degli spot – dalla strega O’Donnel al “governo sulle spalle”, passando per Dan il Talebano e le performances di Palla di Cristallo (si chiama davvero Krystall Ball) – che sembra aver confinato ancora di più la politica a variabile dadaista dello show (il calo di fiducia nei confronti di Obama e lo show mediatico dei Tea Party contribuiscono a infiammare il clima). Ma sempre negli Stati Uniti, e sempre nelle stesse ore, una radio pubblica – NPR – ha pubblicato sul proprio sito The Message Machine, una sezione ad hoc per verificare le bugie contenute negli spot. Senza sconti per nessuno.

"This is not America" di David Bowie è qui.
L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

7 giugno 2010

FUCK THE BLOGGERS


“Per aver preso le redini dei media globali, per aver fondato e dato forma alla nuova democrazia digitale, per aver lavorato senza essere retribuiti battendo però i professionisti al loro stesso gioco, la Persona dell’Anno 2006 di Time siete voi.” Sono passati quasi quattro anni da quando Lev Grossman sul Time benediceva la rivoluzione tecnologica trionfante con il più canonico dei riconoscimenti tributabili dal media-mainstream, il nemico giurato che la masnada del web giurava di voler abbattere ogni giorno.

Erano bloggers, i mitici “citizen journalists” spuntati come funghi ai quattro angoli del globo, quelli che capeggiarono la “sollevazione democratica dal basso” del primo lustro del nuovo millennio, sgomitando senza alcuna creanza nell’agenda delle vacche sacre del giornalismo internazionale, dettando temi, spifferando gossip, facendo le pulci a malizie inconfessate ed errori veri e propri.

Poi sono arrivati i social network, che hanno garantito spazi di microblogging più mirati (in termini di reti relazionali) agli utenti con ambizioni quasi esclusivamente “amatoriali”. Dall’altra parte gli editori hanno pensato bene di accaparrarsi i diari digitali più seguiti e/o i talenti più interessanti, in modo strutturale e strutturato (come il New York Times che li acquista e li assorbe nell’offerta editoriale), creando un network d’area (come il Foglio.it prima maniera, col suo “Blog around the clock”) o riciclando giornalisti professionisti come bloggers (come Repubblica.it, Corriere.it e Foglio.it attuale).

Forse è per questo che, dopo essersene ampiamente servito, Obama (icona numero uno) li ha scaricati in blocco senza troppi complimenti. “Sono molto preoccupato per il tipo di informazione che circola nella blogosfera, dove si trova ogni sorta di informazioni e opinioni senza che vengano verificate, con il risultato di portare gli uni a gridare contro gli altri, rendendo più difficile la comprensione reciproca”, ha sentenziato qualche mese fa, annunciando l’impegno di sostenere coi soldi pubblici le finanze dissestate dei giornali.

“Non voglio che ci trasformiamo in una nazione di blogger”. Steve Jobs (icona numero due) ha proprio tagliato corto mentre presentava l’iPad (ennesimo gadget di culto, in tempo reale). I blog sono già a un passo dal vintage tecnologico, tra forum e mailing-list.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

19 gennaio 2010

TWEETING FROM HAITI


“So sorry to not anchor my show today. Couldn't break away from the field hospital. If #cnn doesn't fire me, promise to do the show tomorrow"
. Sono passate da poco le 6 del pomeriggio quando Sanjay Gupta, neurochirurgo e caporedattore medico della CNN,
ha un annuncio da fare al milione e passa di suoi followers su Twitter: quella sera non potrà andare in onda e promette di farlo il giorno dopo (se la CNN non lo licenzia, chiosa con invidiabile humour).

Undici ore prima aveva raccontato, incredulo, la fuga di mezzi e personale medico e paramedico delle Nazioni Unite “per motivi di sicurezza” dall’ospedale da campo a cui era assegnata la sua troupe: “At field hosp. the UN evacuated the docs, but my crew stayed with me. 25 patients - injured badly, but we are making sure they get good care”. Rimasto l’unico medico dell’ospedale, il giornalista ha lasciato il posto al neurochirurgo e la troupe è diventata la sua equipe improvvisata. Nonostante la perdita del generatore elettrico tutti i pazienti dell’ospedale sono rimasti in vita.

Gupta, che sembra uscito da un albo della DC Comics più che da un network tv, ha da poco rifiutato una prestigiosa carica da Obama in persona (Surgeon General degli USA) per continuare a fare il proprio (doppio) lavoro ed era ad Haiti al momento del terremoto. Il 14 gennaio, poche ore dopo il sisma, scriveva: “Non è stata riattivata l’elettricità, sto twittando grazie alla connessione satellitare e ad un generatore elettrico sento colpi di arma da fuoco qui vicino. Non ho mai visto cose del genere prima. Anche se odio dirlo, sembra una situazione senza speranza. I cadaveri sono ancora nelle strade. Mi chiedono se posso dare aiuto: certo che lo farò, sono un reporter, ma innanzitutto un medico”. Poi ha salvato la pelle a una bambina di 15 giorni, rimasta orfana e in condizioni apparentemente disperate (nel video sopra).

Come per la rivoluzione verde dell’Iran, Twitter è una sorta di macchina della verità capace di far filtrare pezzi di vita, di terrore e coraggio, angoscia e speranza, che bucano censure e catastrofi e irrompono nel nostro mainstream quotidiano. Quella di Gupta è l’altra faccia, per ora pericolosamente minoritaria, dell’inferno di Haiti (la punizione di Dio per il patto col demonio stretto nel 1791 dai sacerdoti voodoo per ottenere l’indipendenza dalla Francia, secondo il telepredicatore Pat Robertson).

L'articolo è tratto da The Front Page.

13 ottobre 2009

NOBEL ALLA MAGIA


"Meglio non essere figli di cinesi, tuo padre e tua madre sono entrambi vigliacchi che per dimostrare la loro fedeltà, quando la morte è a portata di mano, fanno accomodare prima i leader"

L'altro giorno su Repubblica ho scoperto la storia del De Andrè cinese, un cantautore cieco di 39 anni che ha venduto milioni di cd e gira da solo per la Cina da oltre vent'anni cantando l'altra faccia della superpotenza. Cinismo, miseria, corruzione, sfruttamento dell'uomo sull'uomo. L'unico mistero è perché non l'hanno ancora fatto fuori.
In tempi in cui il leader della speranza progressista mondiale evita di incontrare il Dalai Lama per non turbare il buonumore diplomatico degli eredi del Celeste Impero, come fosse un D'Alema qualunque, si tratta di un dubbio legittimo.

Obama ci ha subito ripensato, subissato da una valanga di critiche, che hanno reso subito chiaro che il piatto della bilancia costi-benefici della mossa in ossequio alla ragion di stato pendeva decisamente verso i costi. Frasi come quella del deputato repubblicano Frank Wolf non lasciano molti dubbi in proposito
"Cosa deve pensare un monaco o una suora buddhista rinchiusi nella prigione di Drapchi nell'apprendere che Obama non riceve il leader spirituale tibetano?"
Così il presidente ha annunciato che incontrerà il Dalai Lama in data da destinarsi, decisa di comune accordo.

L'articolo intero, il Bianconiglio di questa settimana pubblicato ieri su Aprile, è qui.
L'immagine l'ho presa in prestito qui.

6 ottobre 2009

ZHOU YUNPENG


"Meglio non essere figli di cinesi, tuo padre e tua madre sono entrambi vigliacchi che per dimostrare la loro fedeltà, quando la morte è a portata di mano, fanno accomodare prima i leader"

Ogni tanto sulla Pravda si trovano cose interessanti.
Prima ho scoperto la storia del "De Andrè" cinese, un cantautore cieco di 39 anni che ha vendutoo milioni di cd e che gira da solo per la Cina da oltre vent'anni cantando l'altra faccia della potenza cinese. CInismo, miseria, sfruttamento dell'uomo sull'uomo. L'unico mistero è perché non l'hanno ancora fatto fuori.
In tempi in cui il leader della speranza progressita mondiale si rifuta di incontrare il Dalai Lama, come un D'Alema qualunque, si tratta di un dubbio legittimo.

Il video di
Zhou Yunpeng l'ho preso qui.


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27 marzo 2009

TECNORIVOLUZIONE PD


A pensare male si fa peccato e non sempre ci si prende.
Dopo tanti sbertucciamenti subiti, è proprio dal Pd italiano che giunge un progetto di legge sulla Rete che ne promuove lo spirito libertario, l'impatto socialmente positivo e l'innovazione economica e culturale che ne scaturisce (aria fresca in tempi di stagnazione).
La Pravda così sentenzia:

"ACCESSO LIBERO e senza filtri a internet, contro ogni forma di censura. Diffusione del software open source nella pubblica amministrazione. Abbattimento delle barriere tecnologiche che creano cittadini di serie A e di serie B e quindi, tra l'altro, banda larga alla totalità della popolazione entro il 2012 e aiuto per entrare nella società dell'informazione a coloro che "versano in condizioni di disabilità, disagio economico e sociale e di diversità culturale".

Questi i contenuti
rivoluzionari della proposta di Vincenzo Vita e Luigi Vimercati che addirittura propongono la net neutrality della Rete per legge (come stanno chiedendo i più accesi tecnorivoluzionari d'oltreoceano al neopresidente col BlackBerry).
La Pravda infatti non manca di sottolineare che:

"In particolare, questo è il primo progetto di legge in Italia (e forse anche nel mondo, come commentano molti addetti ai lavori in queste ore) a battersi a favore della neutralità della rete. È il principio secondo cui gli operatori non devono discriminare l'accesso internet dell'utente e non devono cioè rallentare o velocizzare alcuni contenuti, siti, applicazioni su internet. Finora internet si è retta su questo principio, che nel bene o nel male ha permesso l'arrivo di servizi innovativi."

Tutto l'articolo della Pravda: qui.
L'immagine è stata presa in prestito qui.

16 marzo 2009

GUERRA ALLA RETE


"Li leggo molto raramente perché sono semplicistici e fuorvianti"


Proprio così. Mr President Obama - il primo "presidente eletto dalla Rete" secondo una definizione ormai di uso comune - ha parlato in questo modo dei blog qualche giorno fa.
È stato un vero e proprio shock per blogger, teologi della tecnoliberazione e smanettoni vari, che infatti hanno reagito come fidanzati traditi alle parole del capo del mondo libero (sempre lo stesso Obama che la prima trattativa con la CIA l'ha dovuta affrontare per potersi tenere il BlackBerry).

Tutto l'articolo, l'ultimo Bianconiglio online oggi pomeriggio sul blog di Aprile è qui.
L'immagine è stata presa in prestito qui.

24 gennaio 2009

WHITE HOUSE 2.0



execUTIVE ORDER
-- REVIEW AND DISPOSITION OF INDIVIDUALS DETAINED AT THE
GUANTÁNAMO BAY NAVAL BASE AND CLOSURE OF DETENTION FACILITIES
  
     By the authority vested in me as President by the Constitution and the laws of the United States of America, in order to effect the appropriate disposition of individuals currently detained by the Department of Defense at the Guantánamo Bay Naval Base (Guantánamo) and promptly to close detention facilities at Guantánamo, consistent with the national security and foreign policy interests of the United States and the interests of justice
Leggi tutto.

Medioevo tecnologico
Pare che all'arrivo alla Casa Bianca, nello staff di Obama sia stato il panico.
Rottami con Windows vecchi di un lustro - un flash per la mac-tribù del tecnopresidente tossico di blackberry - pochi portatili, sito della Casa Bianca (subito ristrutturato) in palla e telefoni in tilt.
Adesso il sito è ancora un po' lento, ma funziona ed è di una semplicità/funzionalità disarmanti (specie se paragonato ai misteriosi baracconi succhiasoldi che mettono in Rete dalle nostre parti).

Quello sopra è l'ordine esecutivo con cui Obama chiude Guantanamo tratto dal nuovo blog della Casa Bianca, a tre click dalla home page del sito istituzionale: www.whitehouse.gov.

Quello sotto, invece, è lo slide show - stile Flickr - coi 43 presidenti prima. I nomi sono scritti belli grandi e c'è il tempo per decidere se leggere ogni biografia o guardare solo le figure.
Eccolo qui.

L'immagine, Obama cheguevarizzato da Obey Giant, l'ho presa in prestito qui.

21 gennaio 2009

IL PAPA NERO / 2


"Imbriglieremo il sole e i venti e il suolo per alimentare le nostre auto e mandare avanti le nostre fabbriche"

Il video l'ho preso in prestito qui.
Il discorso integrale (in italiano) invece è qui.

13 gennaio 2009

OBAMA DAY


"La Costituzione garantisce la libertà di religione, non la libertà dalla religione."

Così hanno risposto dallo staff di Obama alle organizzazione atee, che avevano sporto denuncia contro la (secondo loro) incostituzionalità del giuramento religioso del Presidente.
"So help me God"
Dio aiutami è la frase del rituale incriminata, secondo i pignolissimi atei d'oltreoceano.

Sticazzi, sostanzialmente, è stata risposta dei consulenti del quasineopresidente americano, che aveva appena annunciato i tre speaker religiosi delle tappe del proprio insediamento.

Si tratta di una donna -
Sharon Watkins
presidente della Chiesa dei Discepoli di Cristo, (con i suoi circa 700mila membri una delle più importanti congregazioni protestanti del Nordamerica) e oppositrice della guerra in Iraq - 
di un un gay -

Gene Robinson, vescovo episcopale del New Hampshire, 62 anni, divorziato, padre di due figlie e due volte nonno, che l'anno scorso ha celebrato l'unione civile con Mark Andrews, da 19 anni suo compagno di vita -
e di un conservatore -
Rick Warren, popolare e controverso pastore della mega-chiesa Saddleback di Orange County tra i promotori della Proposition 8, il referendum che il 4 novembre scorso ha messo al bando i matrimoni tra omosessuali (che avuto modo di ribattezzare simpaticamente nozze incestuose tra fratello e sorella).

Ogni sogno americano ha il suo dio, mi pare di capire.

Tutto l'articolo del Corriere.
La maglietta
"So help me God" l'ho trovata qui.

5 dicembre 2008

LA PENISOLA DEI FAMOSI


"In un paese con una tv da quindicesimo mondo come l'Italia è normale quindi che Michele Santoro faccia una puntata dal titolo "L'Isola di Obama", in cui si discute in modo semiserio se la vittoria di Luxuria significa qualcosa di politico, se dice qualcosa di sinistra."


Questo è l'occhiello del mio Bianconiglio settimanale su Aprile. Ieri sera ho acceso la tv (pessima idea) e mi sono imbattito nel programma di Santoro su Luxuria, sinistra e realtà (bel salto eh?!).
Sansonetti continuava a strillare "Vladi!!!" - come un eterosessuale isterico e un po' coglione che scimiotta Ugo Tognazzi nel "Vizietto" - allora mi sono incazzato come una bestia, ho pensato a Pozzetto nella "Patata Bollente" e ho scritto il pezzo per Aprile da capo.

L'unica persona normale mi è sembrata Fabrizio Rondolino, che parlava di canne e di sceneggiatori fricchettoni che sono capaci di cambiare il costume e lo stile di vita più della Ventura e della sua nuova amichetta politicamente impeccabile.

L'immagine l'ho presa in prestito qui.
Tutto l'articolo è qui.

1 dicembre 2008

OBAMAGAMES


Negli Stati Uniti spopola il gioco online (presto disponibile per Xbox 360 e iPhone) sulla campagna di Obama, in stile Mario Bros, ambientato in Alaska. Il giocatore se la deve vedere con le terribili pitbull moms, i cacciatori e gli agguerriti avventori dei bar di Wasilla.

Nel frattempo su Change.gov, il sito voluto da Obama per gestire online la lunga transizione prevista verso la Casa Bianca, gli americani possono giocare a Join the Discussion, cioè esprimersi su alcune questioni politiche calde. Prima domanda: cosa non funziona del sistema sanitario americano?
Finora i commenti sono quasi 3000, sembra che la gente continui ad aver voglia di partecipare.

Nel loro piccolo, le Lance Libere hanno creato una campagna per incentivare la partecipazione dei bolognesi alle primarie del Pd che decidono il candidato del partito al post-Cofferati, con un meccanismo molto simile: raccogliere - su un blog, su Facebook e per la strada - le loro domande ai quattro candidati.
Nell'immagine sopra la cartolina della campagna.

L'articolo completo di Vision Post sulle news tecnologiche di Obama è qui.
Per giocare a Super Obama World clicca qui.

26 novembre 2008

L'ALTRA FACCIA DELLA PLEBAGLIA / 2


"Gli italiani sono meglio dei politici"


Così ha sentenziato Vladimir Luxuria dopo aver vinto L'Isola dei famosi. Il fatto che italiani e spettatori del reality di SImona Ventura siano un sinonimo, chiarisce l'amletica serie di domande poste a suo tempo dall'intellighenzia progressista sull'inspiegabile batosta dei sinistri arcobaleni e sul travaso di voti operai (molti iscritti direttamente alla Fiom) alla Lega di Bossi.

Se non fosse che mezzo milione di precari rischia di finire a casa entro Natale, varrebbe la pena perdere qualche riga per sbruffoneggiare un po' sullo squallore di Liberazione che fa un tifo da stadio - dopo aver svillaneggiato la Luxuria rea di guadagnare come un operaio in 300 anni di lavoro - e paragona la sua vittoria a quella di Obama (giuro, è vero).

Se non fosse che mi sono già rotto le palle prima ancora di cominciare mi metterei a linkare articoli, dichiarazioni di quando Luxuria ha accettato di partecipare, tra lo sgomento dei suoi compagni.
Invece mi limito a citare me stesso che il 27 luglio - all'indomani della quasi contemporanea sconfitta di Vendola nel congresso di Rifondazione e dell'annuncio di Vladimir sull'Isola, scrivevo qui sul blog:

"più prosaicamente, è la merda che si rivolta al badile.
Infatti mentre i compagni sono chiusi in assise permanente ad elaborare il lutto, regolare i conti in sospeso e scervellarsi sul perché gli operai iscritti alla Fiom al nord votano per la Lega (come ha fatto notare cupo il Berty), il Diavolo ha già deciso chi li rappresenterà quest'autunno, e come: Vladimir Luxuria all'Isola dei Famosi"

Infatti Gad Lerner sul suo blog ora può scrivere questo.

E Annalena Benini sul Foglio questo. E - cosa più paradossale - hanno ragione tutti e due.

Nell'immagine "La Penisola dei Famosi", il mio pensiero creativo a riguardo (in tempi di vacche relativamente grasse), la campagna della Sinistra Giovanile con cui ho vinto il Premio Agorà nazionale per la comunicazione sociale nel 2006.

18 novembre 2008

TECNORIVOLUZIONE


La limitazione del copyright alle opere intere (e la conseguente liberalizzazione della condivisione di files e remix creativi), l'eliminazione di tutte le tasse sui capital gains per gli startup (per favorire gli investimenti sulle imprese ad alto tasso d'innovazione), la diffusione capillare della banda larga e l'avvento della net neutrality sono solo alcune delle ipotesi di lavoro del nuovo corso obamiano.

Tutto l'articolo sull'ultimo Bianconiglio, pubblicato da Aprile.
L'immagine è stata presa in prestito qui.

5 novembre 2008

IL PAPA NERO


Speriamo non sia l'ultimo.

L'immagine l'ho presa in prestito qui.


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permalink | inviato da orione il 5/11/2008 alle 3:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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