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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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12 aprile 2012

GEMONOLOGHI

“Ma non mi fido della tua natura: troppo latte d’umana tenerezza ci scorre, perché tu sappia seguire la via più breve. Brama d’esser grande tu l’hai e l’ambizione non ti manca; ma ti manca purtroppo la perfidia che a quella si dovrebbe accompagnare. Quello che brami tanto ardentemente tu vorresti ottenerlo santamente: non sei disposto a giocare di falso, eppur vorresti vincere col torto. [...] Ma affrettati a tornare, ch’io possa riversarti nelle orecchie i demoni che ho dentro, e con l’intrepidezza della lingua cacciar via a frustate ogni intralcio tra te e quel cerchio d’oro onde il destino e un sovrumano aiuto ti voglion, come sembra, incoronato.”

Lo sbuzzo della citazione del Macbeth, Atto I, scena V, si deve a Flavia Trupia ed è perfetto per convalidare la vulgata corrente, il “lo sapevano tutti” della settimana di passione leghista: la Lega Nord era un matriarcato guerriero. A parte i quattrini pubblici che, secondo il pullulare d’inchieste, spruzzavano dalle casse del partito come champagne alle premiazioni delle gare di motociclette e alimentavano una bulimia di lauree, macchinoni, body-guards e cornicioni d’accomodare, era il potere il punto.

“Se tu vai sopra alla mansarda, c’è una brandina, ma non sto scherzando, ci sono le foto. C’è una brandina di quelle che sembrano per bambini, un comodino e una lampada. Per terra, piena piena, che prende tutta la stanza, libri di magia nera. Cartomanzia. Astrologia. Tutti eh! Ma ce ne saranno almeno un centinaio, tutti per terra, non su una scrivania. Niente, lei vive lì, quando è in casa è lì, con quei libri.”

È Nadia Degrada, amazzone contabile del Carroccio, che intercettata dipinge la tragicommedia del capo-feticcio usato come una bambola voodoo per far fuori i nemici interni e inaugurare una dinastia familiare, nutrita dal suo carisma. “Dopo Bossi, Bossi”. Questo, prima dello showdown pasquale, era il mantra che serpeggiava tra i pretoriani del “cerchio magico” di Manuela Marrone e Rosi Mauro, druide-cape e custodi del corpo del capo-popolo della grande epopea padana, forgiata nel monolocale di sua moglie.

Bossi è stato il sacerdote officiante di una liturgia, pagana e popolare, che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone. Il populista col dito medio sguainato, quello che “la Lega ce l’ha duro”, s’è persino inventato una discendenza etnica, i Celti, per spiegare antropologicamente la sua Padania, causa/missione fondata sul nulla. L’ampolla del Dio Po, Pontida, eccetera sono stati solo interpretati, dal Bossi, ma sono farina del sacco di qualcun altra. Qualcuna che legge di magia e/o che non ha fatto altro che un bel copia/incolla, dalla new age neopagana al Dna di un partito senza identità.

“Ma intanto Bossi fu altro, è stato una chiave per la comprensione e l’incanalamento di grandi e pericolose rabbie nordiste, ha flirtato con i mostri del secolo, da Milosevic in giù, ha usato una lingua da trivio, la sua gesticolazione corporale era la volgarità incarnata, ma mostro non è mai stato. Se chi gli sputa addosso adesso, brutti maramaldi che non sono altro, avesse fatto un centesimo di quello che ha fatto Bossi per cercare soluzioni ai problemi veri italiani, avrebbe il diritto di parlare. Chi ha il diritto di parlare?”

Giuliano Ferrara s’indigna per l’elettroshock mediatico subito dal vecchio leader. Da garantista, certo, ma soprattutto come testimone eccellente di una storia che si ripete: Craxi capro espiatorio di un sistema in panne, Berlusconi logorato da giudici e cortigiani e un Martelli-Alfano-Maroni sempre pronto ad approfittarne a suon di appassionate omelie dedicate al capo carismatico caduto in disgrazia e, contestualmente, affilando le lame in vista dell’agognato affondo.

“Io penso che queste cose non capitino per caso a Pasqua. Quando ci presenteremo davanti al Padreterno ci chiederà quante volte sei stato capace di ripartire: questo vuol dire Pasqua, ripartenza.” Dal palco di “Orgoglio leghista”, day after della crocifissione pasquale, Bossi ha chiesto scusa ai militanti per suo figlio, ha tentato di giustificarsi un po’ (tra i fischi), ha tuonato contro il solito complotto (ancora fischi) e si è arreso all’avvento dell’eterno delfino in un cortocircuito retorico vagamente psicanalitico: “Non è vero che Maroni è Macbeth”.

“La partitocrazia e Roma vogliono annientare la Lega perché la Lega è l’unica risposta. È  per questo che tenteranno ancora di dividerci… è la storia della Lega, i tentativi che ci sono stati di dividerci, di dividere la Lombardia dal Veneto, di spezzare quella magica operazione che fece Umberto Bossi nel 1991 creando la Lega Nord, la potentissima…”. E “basta con i cerchi”, però: secondo Maroni la magia è di Bossi, non delle fattucchiere della soffitta di via Gemonio. Per loro e per i loro accoliti sono pronte le epurazioni, roghi rituali e staliniani di un partito-tribù che ha esordito sventolando il cappio in Parlamento.

“Ce la faremo a risorgere? Certamente sì, ma non ci basta: noi abbiamo un sogno nel cuore, quello di diventare alle prossime elezioni politiche il primo partito della Padania… è il progetto egemonico di cui ha sempre parlato Umberto Bossi. Possiamo farcela se facciamo quello che ho detto: pulizia, nuove regole e unità. Senza polemiche fra di noi, chi rompe le palle fuori dalle palle! È un sogno? Certo, è un bel sogno. Il futuro appartiene a coloro che credono alla bellezza dei propri sogni.”

La Lega è stato l’ultimo partito di massa all’antica, modellato sul centralismo democratico del Pci e sulla democrazia progressiva di togliattiana memoria, e il suo capo assoluto (come lo erano i segretari del Pci) ha cominciato strimpellando canzoni alla chitarra con piglio belmondiano, come il suo amico-nemico Berlusconi. Il tramonto della sua avventura (mai termine fu più appropriato) coincide con quello dell’altra B che ha dominato la scena politica negli ultimi vent’anni.

È un terremoto vero, per la destra, molto simile a quel fatidico 1992 in cui la magistratura e i media spazzarono via, nel disonore, i partiti che avevano costruito la Repubblica dalle macerie. Occhetto e il Pds, allora, tentarono di approfittarne con miope cinismo e infatti arrivò Berlusconi, per vent’anni. La stessa latitanza politica di oggi con il rischio che, stavolta, “l’uomo nuovo” non abbia neppure un qualche conflitto d’interessi con cui tentare di ricattarlo. E che ci seppellirà, sì, ma con grande onestà.

L'articolo (con foto) è stato pubblicato su The FrontPage.

26 luglio 2011

TERRORISTA CHI?


“Per poter attuare con successo la censura dei media culturali marxisti e multiculturalisti saremo obbligati ad attuare operazioni significativamente più brutali e mozzafiato che porteranno a vittime”. È in questo passaggio del
memoriale preventivo del ‘folle solitario’ norvegese, apparso in rete diversi mesi prima della strage, la chiave psico-politica che ha attivato Anders Behring Breivik. Sapeva che “l’uso del terrorismo come mezzo per far risvegliare le masse” lo avrebbe fatto passare alla storia “come il più grande mostro dopo la Seconda Guerra Mondiale” e si è calato nella parte che si era autoassegnato.

Si tratta dello stesso salto di qualità che ha compiuto a suo tempo il Jihad islamista, con la mediatizzazione meticolosa di ogni impresa terroristica e di ciò che le stava dietro. Non solo, dunque, bombe e kamikaze pianificati apposta per bucare i riflettori (durante le feste, i pellegrinaggi, l’alta stagione turistica delle località frequentate degli occidentali), ma anche video-preghiere di aspiranti martiri, interviste alle madri: tutto ciò che ha potuto contribuire a costruire casi mediatici, intorno alla morte di persone innocenti e alla causa per cui sono state vittime e/o carnefici.

Fare entrare la morte nelle case degli spettatori del circo globale è anche l’obiettivo dichiarato dello stragista norvegese e ogni parola spesa dai media sulle sue gesta contribuisce a monetizzare mediaticamente il sangue innocente che ha versato. Il grottesco riflesso condizionato, che ha spinto le testate occidentali (il Foglio.it titolava “Al Qaida dichiara guerra alla Norvegia”) ad attribuire la paternità dell’attentato alle infide barbe maomettane, restituisce il quadro surreale di una realtà capovolta in cui il carnefice, arrestato dopo ventiquattr’ore ed esposto alla gogna feisbukiana in tempo reale, ostenta la calma fermezza di chi ha fatto il suo sporco dovere. Missione compiuta.

Il moralista adesso dirà: te l’avevo detto, la Rete produce mostri. Ad Anders Behring Breivik ha spianato le porte del palcoscenico della comunicazione globale, entro il quale ha potuto pianificare una strage, pubblicarne con largo anticipo la rivendicazione ‘dotta’ (una sorta di appello neogotico al sangue e alle radici, shakerando Templari, mitologia celtica e guerra preventiva di bushiana memoria) sui siti in target e assumersene pubblicamente la responsabilità per il bene dei cittadini europei, ormai narcotizzati dai “media culturali marxisti e multiculturalisti”.

Ed è un’email spedita al sito norvegese Document.no che rivela la sua ammirazione per i compagni di delirio dell’English Defense League e il suo sogno d’importarla in patria. “L’Edl è un esempio e una versione norvegese è l’unico modo per combattere le molestie nei confronti dei conservatori della cultura norvegese.” Il collegamento con la strage di Oklahoma City (168 morti, riflesso condizionato dei media, analogo delirio del killer, uno sfigato come il norvegese) viene automatico ed è stato più volte riportato in queste ore. Ma il contagio virale sul web, all’epoca, non era un’opzione.

Se ha ragione il moralista bisognerebbe mettere i lucchetti ai server, più che alle frontiere, perché quello che stanno passando le famiglie dei ragazzi di Utoya non giustifica alcuna libertà, né il lusso post-moderno (e “multiculturalista”, direbbero il killer e i suoi amici nerds ariani, annidati nelle periferie del web) della condivisone della conoscenza fra i cittadini del mondo. L’alternativa è usarla, la Rete, anche per tenere sotto controllo gli Anders Behring Breivik che ci sguazzano dentro. Biondi, alti e senza un pelo in faccia.

L'articolo (con foto) è stato pubblicato su The FrontPage.

13 aprile 2011

TOKYODRAMA


“«Peppe, sei uno degli ultimi degli italiani rimasti a Tokyo. Ti prego, scappa». Sarebbe iniziata così la telefonata ricevuta martedì mattina da Giuseppe Erricchiello, in arte Peppe, pizzaiolo nato 26 anni fa ad Afragola, vicino a Napoli, e residente a Tokyo da cinque anni. Una telefonata fatta dall’ambasciata italiana nella città giapponese, secondo quanto riferisce lo stesso pizzaiolo, ma smentita dalle fonti consolari italiane di Tokyo tramite funzionari del ministero degli Esteri a Roma. Peppe è uno dei molti che hanno fatto grande l’Italia all’estero. La sua storia fa comprendere il valore, il coraggio, la dolcezza e la semplicità di questo ragazzo dal naso partenopeo. Peppe non padroneggia un italiano perfetto e l’inflessione dialettale è predominante, ma ciò che dice e racconta arriva sempre dritto al cuore”.

Tocca
ad Alessia Cerantola e Scilla Alessi su un blog della BBC l’onere di giustiziare, con dovizia di particolari scabrosi quasi quanto “Peppe, l’ultimo italiano a Tokyo” (comparso sul Corriere online e praticamente riscritto dopo poche ore di mail e messaggi di protesta), l’operato dei giornali italiani sul disastro giapponese. L’articolo su Peppe (con tanto di foto con sorriso e impasto in bella vista) è uno dei tre esempi fornite dalle due giornaliste di informazione catastrofista e dilettantesca, insieme alla galleria di foto sul Saitama (lo stadio-rifugio dei contaminati) e a “Tokyo capitale dell’agonia. ‘Qui non vivremo più’”, entrambi pubblicati da Repubblica.it.


“La gente si raduna a pregare e a bruciare incenso. I cibi confezionati, purché prodotti prima dell’11 marzo, sono introvabili e il loro prezzo è salito di sette volte. Invenduti i generi freschi. Migliaia di taxi sostano in attesa di clienti già lontani, mentre le stazioni dei treni scoppiano di viaggiatori carichi di scatole e valigie. Molti distributori di carburante sono chiusi e quelli aperti non vendono più di dieci litri di benzina a testa, da portarsi via in una tanica.” Come 28 giorni dopo, ma a distanza di sicurezza. Forse il pathos narrativo delle grandi testate italiane è stata una scelta di mestiere obbligata, visto che gli unici corrispondenti fissi da Tokyo scampati ai tagli di bilancio e al rinnovato interesse per la Cina sono rimasti quelli di Sky Tg24, del Manifesto e dell’Ansa.

O forse è più semplice raccontarla a cazzo di cane, come a Hollywood, così la gente capisce, si caga sotto e magari si vendono più copie. Invece secondo Mikihito Tanaka, Associate Professor at the Journalism School of Waseda University and research manager at the Science Media Center in Tokyo, la globalizzazione e la rivoluzione tecnologica stanno creando un pubblico di lettori professionisti dello scetticismo facile, specie quando il sensazionalismo cialtrone egemonizza il tono e i contenuti di grandi giornali, araldi a giorni alterni della libertà d’informazione made in Italy (minacciata dall’impero del male del premier).

E così quasi nessuno ha trovato un po’ di spazio per raccontare, senza stereotipi da rotocalco, la realtà di un popolo fiero e capace di autorganizzarsi al punto da creare reti civiche per monitorare le radiazioni nell’acqua, nei cibi e nell’ambiente, diventando così fonte diretta d’informazioni vitali per i media e soprattutto per i propri concittadini. Non stupisce, ma in qualche misura conforta, che la sostanziale correzione di rotta di una settimana di svacco hollywoodiano delle portaerei mediatiche nostrane sia arrivata grazie alle mail di protesta e al lavoro (in gran parte non pagato) di blogger, siti e social network. Che li hanno messi alla berlina senza pietà.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage (da cui è tratta anche l'immagine).

11 gennaio 2011

LA TASSA DELL'APOCALISSE


I primi giorni del 2011, in poco meno di una settimana, in Arkansas e Lousiana sono piombati dal cielo migliaia di merli stecchiti, in Svezia è toccato ai corvi mentre in Romagna migliaia di tortore hanno fatto la stessa, apparentemente misteriosa, fine. Stesso copione per i pesci-tamburo dell’Arkansas e del Maryland, per le ombrine, i pesci-gatto e sardine brasiliane e per i ‘Pagro Rosa’ della Nuova Zelanda, buona parte dei quali, giallo nel giallo, non avevano più gli occhi quando sono stati trovati.

Appena hanno cominciato a strillare le fanfare dell’apocalisse sul web, gli esperti si sono mobilitati per tranquillizzare la gente, sostenendo che è normale, che è sempre successo e che ognuno degli episodi singoli ha una spiegazione ben precisa (fuochi d’artificio per i merli dell’Arkansas e poi pure per i corvi svedesi, indigestione di semi di una fabbrica del faentino per le tortore, ecc.), ma piazzando tutto nel frullatore mediatico si è creato il solito panico ingiustificato (anche se confinato agli appassionati del genere apocalittico). Colpa dei media e dei blogger untori, insomma, tempo una settimana e la notizia sarà sparita dai titoli di testa delle portaerei del media-mainstrseam.

Il brivido di paura, intuitivo e irrazionale, forse ha fatto vibrare un nervo scoperto dell’opinione pubblica, già frustrata dalle continue notizie circa lo stato dell’economia, dell’ambiente, della salute, dell’ordine pubblico, squassato da periodiche esplosioni di violenza che mettono a ferro e fuoco intere città (Atene, Parigi, Roma) o sparano ai nemici politici. L’incertezza del futuro si sta mutando in vero e proprio, sordo, terrore e la paranoia sulla fine del mondo sembra inventata apposta per canalizzare tutta la potenza autodistruttiva di una civiltà che ha paura della sua ombra. Gli esperti, poi, riescono quasi sempre ad essere ancora più inquietanti delle news. Secondo LeAnn White, specialista di malattie che colpiscono la fauna selvatica: “A volte si capisce che il fenomeno è legato ad eventi particolari, altre volte all’inquinamento e altre volte ancora il fatto è rimasto misterioso”.

Ironia della sorte, nelle stesse ore le streghe della Romania annunciavano una originale protesta anti-tasse: “La maga ha detto che guiderà un gruppo di “colleghe” intonando un maleficio accompagnato da una pozione ricavata da escrementi di gatto e un cane morto. Altre fattucchiere si riuniranno sulle rive del Danubio per gettare in acqua velenose piante di mandragora al grido di “affinché il male li colga”, come ha potuto precisare una di loro, Alisia.” Pare che la riforma salterà, il presidente Basescu e i suoi principali collaboratori d’altronde sono soliti vestirsi di viola, in alcuni giorni della settimana, proprio per scacciare il malocchio.

Un minuto prima di spedire l’articolo scopro che anche nel modenese sono state trovate decine di tortore morte. Come a Faenza, sempre tortore. Mi sa che da qui al 2012, almeno, bisognerà farci l’abitudine all’Apocalisse.

L'immagine è stata presa qui.
L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

2 novembre 2008

FORZA FIGHETTO!


Dopodomani si gioca la partita più importante della sua vita. Secondo i sondaggi, dopo le oscillazioni degli utlimi giorni - Zogby venerdì aveva annunciato il sorpasso di McCain - Obama è di nuovo saldamente in testa.

L'unico rischio sembra essere l'effetto Bradley
- i bianchi che si vergognano del proprio razzismo e mentono nelle intenzioni di voto - che prende il nome dal candidato afroamericano a governatore della California nei primi  anni '80 che prese nelle urne molto meno di quanto pronosticato dai sondaggi. In Italia è diffusa una forma particolare di questa sindrome, che ha sempre colpito i partiti di sinistra (sembra che la gente si vergognasse di votare Dc prima e l'Avanzo di Balera oggi, io in effetti ne conosco davvero pochi).

Obama intatto continua ad incassare endorsement. Il senatore dell'Illinois è sostenuto da 240 giornali Usa (contro i 114 di McCain), da quasi tutti i giornali universitari - 63 per lui contro uno per McCain, il Daily Mississippian
dell’Università del Mississippi - e dalle riviste dei college più prestigiosi: Amherst, Brandeis, Columbia, Cornell, Duke, Harvard, MIT, St. Mary, Swarthmore e Tufts.
Anche diversi repubblicani sono passati con Obama. Colin Powell e Susan Eisenhower sono solo i più famosi di un esercito di liberisti, neocon, libertari e old tories delusi da Bush, McCain o tutti e due che sono passari armi e bagagli dall'altra parte della barricata.

Comunque vadano le cose, la campagna di Obama ha segnato un'evoluzione profonda - un prima e un dopo - nella storia della comunicazione politica. Il primo candidato afroamericano alla Casa Bianca ha raccolto quasi 700 milioni di dollari - la gran parte online con microdonazioni da 5 / 10 / 20 dollari
- ha investito in tutti i media conosciuti (tradizionali, web, social network, videogiochi), con ogni mezzo (mass marketing, comunicazione virale, ecc.).

La cosa più importante, però, è che ha fatto e sta facendo sperare milioni di persone, non solo negli Stati Uniti, convinti che è davvero ora di cambiare e che Obama è l'uomo giusto per farlo. Se ora vincessero il vecchio idiota e la povera matta la frustrazione, unita alla paura della crisi avrebbero un effetto devastante, soprattutto per la gente più povera.

Anche io, ultras della prima ora (e dell'ultima) di Hillary Clinton, dopodomani notte sarò davanti alla tv col Mac in mezzo alle gambe a fare il tifo per lui. Per il malefico fighetto.

Sopra lo spottone da 5 milioni di dollari - vero e proprio documentario (o infomercial come l'hanno ribattezzato) andato in onda in prime time su quasi tutti i network USA - che ho preso in prestito qui.

L'ultimo Bianconiglio su Aprile, dedicato alla campagna di Obama, invece è qui.

25 maggio 2008

VIVA VIVA LA SICUREZZA


Non male come esordio per l'Avanzo di Balera.
Dopo tanto parlare di tolleranza zero, a destra e sinistra, benvenuti alle prove tecniche di guerra civile, come nel 2001 a Genova.

Anche lì c'era in palio un'idea di sicurezza (quella dei leader del mondo, allergici al confronto/scontro con le persone in carne ed ossa) minacciata e la destra fece quello che le riusciva meglio: manganellare. Poi c'è scappato il morto e sono comparsi i fantomatici e impeccabili (in termini di alternative-look e capacità di passare inosservati alle autorità: il campaggio in cui stavano misteriosamente non ha mai subito perquisizioni) ninja/black block, vero e proprio tormentone delle sfilate autunno-inverno di quell'anno.

Questa volta invece non c'è il Balilla in centrale operativa (il principale l'ha promosso Presidente della Camera), ma il suo vice è diventato Sindaco di Roma per darle una bella ripulita e i suoi ex compagni di merenda devono aver pensato che è cominciata l'ora della ricreazione pure per loro.
La Questura e il Vice-Balilla dicono: la politica non c'entra niente coi fatti del Pigneto, si tratta di questioni personali (anche se erano in 20 a spaccare il negozio, anche se non è il primo episodio). Come se la politica a Roma non lo fosse (Alemanno dovrebbe saperne qualcosa).

Io ci ho vissuto al Pigneto, con Vanessa, nel 2001.
Era una figata di rione, non ancora vippizzato (né punkabbestizzato), dove romanità e resto del mondo davano il meglio di sé gomito a gomito. Tra la sopraelevata della Prenestina e la ferrovia della Casilina, il Pigneto era un oasi con la zona pedonale (una rarità a Roma).
Noi stavamo in via Macerata, la strada in cui è avvenuta l'aggressione ai negozi asiatici,
davanti all'Avorio erotic movie e vicino al bar della Rosi, la matriarca del quartiere: mora, cinquantanni, donnona/tettona sempre dritta, voce tonante, occhiataccia o sorrisone sguainati a seconda.

Un pomeriggio arriviamo al bar e c'era più fermento del solito
ciao Rosi che succede?
i fascisti... hanno aperto 'na sede al Pigneto
(smorfia d'indignazione) poi però sono arrivati i compagni...
eh?
'ianno menato!
I fascisti erano poi quelli di Aenne e al Pigneto non c'erano mai stati. Ora, pensare che la politica non c'entri, in un posto del genere in questo momento, è davvero difficile. A meno non si creda che per c'entare ci sia bisogno di svastiche e celtiche in bella mostra o magari di un volantino di rivendicazione con l'indirizzo e il numero di telefono.

Quello del Pigneto è un messaggio: la musica è cambiata.
L'Alba, mia nonna, che ha quasi ottantacinque anni e sa di cosa parla, qualche tempo fa mi ha detto che sente puzza di fascio. Dice che comincia sempre così, prendono di mira quelli più deboli di cui agli altri non frega niente: immigrati, accattoni, tossici. E governano con la paura.
Pochi giorni prima del Pigneto e della quasi contemporanea aggressione a uno dei conduttori di dee-gay.it, il Vice-Balilla dichiarava che Roma di notte non è più sicura. E i "media" hanno ficcato la minchiata nel mainstream-biberon, come sempre.

Perché stupirsi delle ronde poi (a Bologna ho letto che ne han fatte cinque o sei), della gente che non ne può più e si fa - davvero - giustizia da sola, dopo che gli hanno martellato il cervello con l'ossessione della rapina del rumeno e dello stupro dell'albanese?
O del boom politico-elettorale della destra, con i sindaci di sinistra lanciati all'inseguimento nel panico tattico e col vuoto strategico in testa?
O peggio del comune razzismo, oramai senza pudore (basta con questo politically correct di merda no?) nei confronti di ogni - presunta - diversità, che sentiamo al bar o sul treno?

Politica e "media" sono colpevoli di aver fatto passare l'equazione sicurezza=immigrazione, politica e "media" continuano a fingere sdegno e riprovazione quando gli effetti di questo corto circuito spaccano teste e vetrine.
La destra poi porta una responsabilità specifica: l'omofobia è parente della xenofobia e anche la propaganda clericale contro l'esistenza di ogni famiglia creativa comincia a dare i suoi frutti. Sotto forma di legnate.

Non parlo poi di Napoli (gestita come Baghdad), dell'incidente diplomatico con la Libia, degli assalti ai campi rom, delle dichiarazioni allucinanti che hanno fatto vincere al governo (in tempo record) il premio "Rudolf Hess" della Comunità Europea.

Con l'Avanzo di Balera al governo i giornalisti non si annoiano, questa è l'unica sicurezza.
Per il resto son cazzi degli italiani, in particolare di quelli poveri (bianchi, gialli e neri) e/o a rischio conflitto sociale. Gli altri, quelli (di sinistra) che non sono andati a votare, sfighetteggiando, adesso hanno un sacco di bei saggi indignati contro la destra da scrivere e di petizioni online da firmare.
Manifestazioni, vedremo.

Il manifesto della Liberazione al Pigneto l'ho preso qui.

19 gennaio 2008

GIOCO DA RAGAZZE


L'ultima Ansa m'informa che nel caucus del Nevada (domani), lo stato di Las Vegas capitale del gioco d'azzardo trattato in gioventù da Obama alla stregua della Bologna sazia e disperata del miglior Biffi d'annata, pare che Hillary stia correndo.

Il pare è d'obbligo, viste le performance di "media" e sondaggisti in New Hampshire, la decisione del giudice di concedere al Pd locale di convocare le assemblee elettorali (caucus) nei casinò, l'appoggio del potente
Culinary workers union (il sindacato dei camerieri e dei croupier) e dell'influente Las Vegas Review Journal (strano eh?) al fighetto.

Comunque:

1 /
nell'ultimo sondaggio del Review Journal Hillary è al 41% contro il 32 di Obama, per Reuters/C-Span/Zogby invece stanno 42 a 37. Edwards galleggia poco sopra il dieci.

2 /
Bill sta cominciando a diventare un problema. Sbrocca con i giornalisti e assomiglia sempre di più al first gentleman del Presidente Mackenzie Allen, interpretata da Geena Davis nel serial Una donna alla Casa Bianca.
Lui però non ha alibi, Presidente c'è già stato e sa benissimo quello che non bisogna fare in campagna elettorale. Speriamo sia solo sensibile agli anniversari: farsi mettere sotto impeachment (politico, familiare e planetario) per un pompino non dev'essere un ricordo piacevole.
Già, sono passati 10 anni.

3 / il black vote potrebbe essere una sorpresa. Qui Bill sposta. Infatti pare che lo spediscano in South Carolina (prossima tappa con il 50% degli elettori di colore) per una settimana buona.

Monica sul Time l'ho trovata qui.

11 gennaio 2008

DUE NOTIZIE PER HILLARY

Una buona e una cattiva.
Partiamo con quella cattiva: i
Culinary workers union del Nevada, dove si vots tra meno di una settimana, stanno col fighetto. Sono 60000 ed è un pessimo esempio per le altre decine di migliaia di lavoratori che sgobbano dietro i lustrini di Las Vegas.

Per fortuna c'è quella buona: anche Kerry sta col fighetto. Non è una bella notizia solo perché il JFK dei poveri mena rogna, ma si comincia a profilare (oggi gran party a NY con Richard Gere, Spike Lee e tutta la banda di pericolosi sovversivi hollywoodiani ammaliati dall'Obama anti-establishment) quell'ammucchiata di star e vippame vario che piace molto ai "media", ma che fa sempre incazzare la gente normale, che è davvero sempre meno in sintonia con ogni tipo di establishment.

Curiosamente gli analisti se ne ricordano sempre a urne chiuse di quanto sia poco prudente (ed elettoralmente per nulla redditizia) la corsa alla star,
quella sorta di sindrome da Studio 54 che colpisce i fighetti i cerca d'autore. Obama sta calcando la mano un po' troppo e l'effetto Sarkozy (più popolarità uguale meno fiducia) è dietro l'angolo.

Poi: Richardson (il quarto comodo) gliel'ha data sù e Obama ha preso a fare il simpatico bulletto (con gli amichetti vipps che ridacchiano come ai party del college).

L'ho detto prima io / 1
Hillary annuncia squadre di blogger in tutte le agenzie governative per informare i cittadini in tempo reale su quello che fanno?
Risposta di Wired:
La nuova strategia di Hillary suona troppo simile a quella di Obama.
Non vale, non vale.
Gioco falso, gioco falso.

9 gennaio 2008

CONTROPIEDE

Hillary for President
Dear orione,

You and I surprised a lot of people tonight!

In the days after Iowa, I turned to you and asked you to stand with me. When I needed you most, you came through with flying colors.

From the bottom of my heart, I thank you.

All the best,


Hillary

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L'articolo della Stampa sull'exploit di stanotte:
qui

Piesse
Ho letto che Lou Dobbs, il celebre mezzobusto della CNN, ha fatto autocritica per come i "media" hanno trattato Hillary.
Meglio tardi che mai, certo. Anche se non si può fare a meno di notare che le belle parole arrivano dopo che Bill Clinton ha definito il trattamento riservato a Obama (dai medesimi "media") la fiaba per bambini più grossa che abbia mai visto. E dopo la vittoria in New Hampshire contro tutte le previsioni, naturalmente.

Sull'ennesima caporetto mediatica: qui. E qui.


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permalink | inviato da orione il 9/1/2008 alle 11:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

8 gennaio 2008

MEDIA MOBBING


Bravo, si, ma furbino l'Obama.
Chissà quando se ne accorgeranno gli altri "media"? Ah dimenticavo, lui è l'uomo del cambiamento, il volto nuovo, l'energia di una nuova generazione, il rifiuto dell'establishment.

Dev'essere per questo che la Grande Sorella (come la racconta il video sopra, girato all'inizio della folgorante scalata del Senatore delll'Illinois da un suo ex dipendente poi allontanato, ora di certo in clandestinità...) è stata vivisezionata da fumetti, cartoni animati, editorialisti (dal NYT in giù), giornalisti, giudici e bloggers di tutto il pianeta, crocefissa per il suo voto a favore della guerra in Iraq del demonio Bush, così come ai tempi del primo mandato di Bill venne eretta a parafulmine per ogni sfiga democratica per colpa della sua pervicacia nell'ostinarsi a dare l'assistenza sanitaria a tutti i bambini d'America.
Poi è diventata la cornuta (per ragion) di Stato e infine l'arrampicatrice sociale senza scrupoli (è donna ma si comporta da uomo hanno scritto per anni senza vergogna) che vuole continuare a giocare a Dynasty a tutti i costi.

Ok, e lui?
L'uomo della Provvidenza, il maschietto di bella presenza che promette l'avvento dell'era post-razziale (ho letto anche questo)?
Come ha votato sul Patriot Act? E sui finanziamenti alla guerra del Diavolo?
E come pensa di riformare la sanità americana? In quanti modi diversi?
Lo sai tu, cara/o viandante (si sono un politically correct di merda io, lo so) che ti fai affascinare come me dall'eloquio kennedyano e dalle figure retoriche sixties?

Dovesse in te affiorare il sospetto che di questi tempi è più establishment Oprah Winfrey o il NYT (o il Washington Post o il New Yorker, o il Los Angeles Times o Newswek o il www, fai tu) rispetto alla schiera di corrotti e cattivi finanzieri / politici / affaristi / burocrati con marsina e bombetta che pullulano nei quadri di Magritte e nelle colazioni clintoniane, fatti la domandona:
ma con chi vanno a cena questi filantropici militanti della libera informazione?
Con chi passano i loro week-end questi columnist immacolati / star della libera opinione che guadagnano più degli industriali e determinano la credibilità e lo charme (quindi le chances di successo) dei candidati Presidente?

D'altronde se il fighetto fosse una minaccia reale per qualche sorta di establishment non voterebbe così.

14 novembre 2007

INTEGR(AZIONI)


Il 2 dicembre si vota per il Consiglio dei cittadini stranieri e apolidi della Provincia di Bologna. Manuel ed io abbiamo curato la comunicazione per la lista Bianco, Giallo, Nero, che unisce gente di tutte le razze e culture.

Mettere d'accordo marocchini, russe, senegalesi, sudamericane, africani e pachistani è stata una gara dura, ma alla fine mi sono fatto un'idea un po' più precisa a proposito del termine integrazione: va usato al plurale. Ce ne sono almeno due di integrazioni, una fra comunità straniere e una fra queste e gli italiani, e per essere efficaci devono partire da un presupposto: bisogna avere voglia di andare d'accordo. E agire di conseguenza, adottando tecniche relazionali e atteggiamenti improntati ad una sorta di pace preventiva.

Tutto il contrario della percezione che deriva dall'assunzione massiccia di "notizie" spacciate dai "media" nazionali: i veri terroristi (dispensatori di terrore) di questo inizio millennio.

Nella foto l'adesivo della lista, ideato per le azioni di comunicazione virale.

12 settembre 2007

V-YEAR


Sono tornato ieri notte, stamattina sono già a Ferrara. Dopo 5 giorni a Marina di Camerota
e un pomeriggio di lavoro a Roma, la profezia di Maria Brigida si è avverata: l'eurostar delle 20.30 per Bologna, oltre ad essere l'ultimo è davvero il più merdoso della tratta. E come annunciato, dopo essersi fermato a Chiusi, Arezzo, Firenze e Prato, si è fermato. Senza motivo apparente, dopo l'ultima sosta ha smesso di camminare ed è arrivato in ritardo. Tre treni su tre, in ritardo, ieri. Terzomondo ferroviario.

Back in Gotham
Sono arrivato a Bologna a mezzanotte e il taxista, canuto con codino e "giornalista trombato" (dice), ha alluvionato insulti su Prodi e D'Alema dal primo all'ultimo metro del tragitto. Quando mi sono azzardato a dire "io l'ho votato e gli ho fatto campagna elettorale e sono pure libero professionista" ha sentenziato "Dio ti punirà per questo" "ci ha già pensato la dichiarazione dei redditi", ho risposto mesto prima di infilare l'uscio di casa. Dove mi aspettavano Vanessa e Thor, appena arrivato.

A Marina
Ero ospite dai miei genitori. Vittorio la prima volta che è venuto aveva 21 anni. Correva il 1961 e ci finì sbagliando strada, diretto in Sicilia. Negli utlimi 46 anni ci è tornato spesso (almeno 30 volte), così alla fine il vicesindaco Amerigo gli ha dato la cittadinanza onoraria. Margherita viene solo da 43 anni, ma è la memoria storica di famiglia. Lunedì sera, mentre ci godevamo l'ultimo tramonto sulla spiaggia del Mingardo, mi ha raccontato le avventure di mezzo secolo di Marina. Intanto un baldo giovanotto mi puntava, come un bracco, a pochi metri di distanza, senza distogliere lo sguardo un attimo.

C'erano anche Umberto e Lisa, amici di Bolzano che hanno chiamato la loro unica figlia Marina. Lui era con mio padre nel 1961 e una volta è venuto anche per Capodanno. Ero con loro e con i miei a Cala Bianca quando un'ape si è sdraiata sopra i miei infradito giapponesi. Schiacciata, mi ha punto. Mai sentito tanto prurito in vita mia, in tutto il corpo, da strapparsi i capelli. Poi hanno preso a gonfiarsi le labbra (sembravo la Parietti) e la faccia e mi hanno portato via in ambulanza. Tre ore sotto flebo e una sera senza Falanghina. Non sono mai stato allergico ma "c'è sempre una prima volta", come ha osservato il medico. Nel 2007 marcio, naturalmente.

Grilli (s)parlanti
Non avevo la connessione (infatti non ho aggiornato il blog) quindi leggevo la Pravda. Tutte le mattine. Ho seguito il v-day sulle colonne d'inchiostro che puzzavano di novecento come mai prima d'ora. Fa impressione leggere di rivoluzione tecnologica, interattività, blogosfera sui giornali di carta. Sembra di essere due anni avanti, ma sono indietro loro. Che figura di merda che hanno fatto. Tutte le tv e i giornali ad ammettere, specificare, analizzare. Di quel mondo si vedono i titoli di coda. Di questo devo ringraziare Grillo. E sarei andato a firmare per l'ambiente, contro la Telecom e per quasi tutte le sue battaglie.

Ma vietare a chi ha avuto guai con la giustizia di candidarsi in Parlamento, nonostante l'audience, per me signifca essere di destra: il 99 per cento dei carcerati sono poveracci. Che differenza c'è fra questo e l'altra  uscita di Amato e soci contro lavavetri, mignotte, accattoni? Fuori gli Ultimi dai maroni è l'unica cosa che mette tutti d'accordo (a parte la Chiesa)?

L'ape maia l'ho trovata qui.

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