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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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2 novembre 2008

FORZA FIGHETTO!


Dopodomani si gioca la partita più importante della sua vita. Secondo i sondaggi, dopo le oscillazioni degli utlimi giorni - Zogby venerdì aveva annunciato il sorpasso di McCain - Obama è di nuovo saldamente in testa.

L'unico rischio sembra essere l'effetto Bradley
- i bianchi che si vergognano del proprio razzismo e mentono nelle intenzioni di voto - che prende il nome dal candidato afroamericano a governatore della California nei primi  anni '80 che prese nelle urne molto meno di quanto pronosticato dai sondaggi. In Italia è diffusa una forma particolare di questa sindrome, che ha sempre colpito i partiti di sinistra (sembra che la gente si vergognasse di votare Dc prima e l'Avanzo di Balera oggi, io in effetti ne conosco davvero pochi).

Obama intatto continua ad incassare endorsement. Il senatore dell'Illinois è sostenuto da 240 giornali Usa (contro i 114 di McCain), da quasi tutti i giornali universitari - 63 per lui contro uno per McCain, il Daily Mississippian
dell’Università del Mississippi - e dalle riviste dei college più prestigiosi: Amherst, Brandeis, Columbia, Cornell, Duke, Harvard, MIT, St. Mary, Swarthmore e Tufts.
Anche diversi repubblicani sono passati con Obama. Colin Powell e Susan Eisenhower sono solo i più famosi di un esercito di liberisti, neocon, libertari e old tories delusi da Bush, McCain o tutti e due che sono passari armi e bagagli dall'altra parte della barricata.

Comunque vadano le cose, la campagna di Obama ha segnato un'evoluzione profonda - un prima e un dopo - nella storia della comunicazione politica. Il primo candidato afroamericano alla Casa Bianca ha raccolto quasi 700 milioni di dollari - la gran parte online con microdonazioni da 5 / 10 / 20 dollari
- ha investito in tutti i media conosciuti (tradizionali, web, social network, videogiochi), con ogni mezzo (mass marketing, comunicazione virale, ecc.).

La cosa più importante, però, è che ha fatto e sta facendo sperare milioni di persone, non solo negli Stati Uniti, convinti che è davvero ora di cambiare e che Obama è l'uomo giusto per farlo. Se ora vincessero il vecchio idiota e la povera matta la frustrazione, unita alla paura della crisi avrebbero un effetto devastante, soprattutto per la gente più povera.

Anche io, ultras della prima ora (e dell'ultima) di Hillary Clinton, dopodomani notte sarò davanti alla tv col Mac in mezzo alle gambe a fare il tifo per lui. Per il malefico fighetto.

Sopra lo spottone da 5 milioni di dollari - vero e proprio documentario (o infomercial come l'hanno ribattezzato) andato in onda in prime time su quasi tutti i network USA - che ho preso in prestito qui.

L'ultimo Bianconiglio su Aprile, dedicato alla campagna di Obama, invece è qui.

2 ottobre 2008

TECNODOLLARI


Terza uscita del mio Bianconiglio su Aprile.
Questa settimana i protagonisti sono le due eminenze grigie dei candidati alla presidenza degli States: Steve Schmidt, capo stratega di McCain, e David Plouffe (nella foto), tecnoguru di Obama.
Le loro alchimie, i dollari che costano e la rivoluzione della raccolta fondi in Rete - cioè la possibilità di tirar sù valanghe di quattrini dalle gente normale se il candidato viene mediatizzato per bene - sono il cuore di una campagna elettorale che segna l'accesso definitivo nell'era informatica della politica americana.

Tutto il post si trova qui.
La foto l'ho presa in prestito qui.

31 agosto 2008

NOVE ORSI ALLA DERIVA


Per chi si interessa di numerologia, il nove è un numero sacro.
Negli ultimi anni è diventato il numero del mese delle catastrofi: 11 settembre 2001, tre anni fa Katrina, Gustav domani.

Nove è anche il numero di orsi polari che da alcuni giorni sono in balia delle onde nel mare di Chukchi in Alaska, a quasi cento chilometri dalle coste, dopo che i ghiacci dove vivevano si sono fusi.
"alcuni di questi esemplari non si vedono più, probabilmente non ce l’hanno fatta. Gli altri sono allo stremo e al limite della sopravvivenza. Non possono tornare indietro e riconquistare naturalmente il pack è impossibile. Bisogna soccorrerli". Dice Massimiliano Rocco di WWF Italia, secondo il quale
"questi nove orsi polari rappresentano il simbolo e l’emblema del riscaldamento climatico. Se continua questa situazione fra dieci anni potremmo addirittura dire addio a questa specie"

L'altra specie
, quella che impiega nove mesi a riprodursi ed è responsabile dello scioglimento dei ghiacci, sembra troppo affacendata in imprese tutto sommato di basso profilo come bruciare foreste secolari (in quella della Sila, in cui sono stato la settimana scorsa, al profumo degli eucalipti e dei pini larici spesso seguiva il tanfo dei resti del fuoco) per afferrare appieno i vantaggi della propria (prossima) estinzione.

I mondiali di wind surf al Polo Nord ad esempio (un sogno realizzabile, da qui a pochi anni) sarebbero un formidabile volano per rilanciare l'economia in recessione e una straordinaria opportunità di pace e concordia tra le grandi potenze del novecento, l'una contro l'altra (di nuovo) armate.
Lo scioglimento dei ghiacci artici inoltre ha finalmente aperto i mitici passaggi a nord-est e nord-ovest, facendo pregustare un fiorire di nuove rotte commerciali e turistiche per la gioia di industriosi balenieri ed intrepidi esploratori in rayban e
bermuda.

Chi non si sottrae a questo orizzonte gagliardamente apocalittico è la nuova beniamina del pubblico americano, Sarah Palin (si pronuncia pei-lin, ci ricorda Rodotà nel profilo che traccia sul suo blog).
La neocandidata vicepres di "Maverick" McCain
ha fatto da poco causa al governo USA (quello di Bush), colpevole di aver inserito gli orsi polari tra le specie protette e rallentando così il programma di trivellzione dell'Alaska, che governa insieme alle lobby petrolifere e col consenso di quasi il novanta per cento degli elettori.

Sarah piace. Le è bastato presentarsi al pubblico americano per rovesciare i sondaggi in corso (che davano Obama-Biden avanti, dopo il circo di Denver), portando in testa di due punti il ticket McCain-Palin.
Il vantaggio di Obama contro McCain (one a one) regge, ma lo zombi Biden sparisce davanti alla miss-mamma-santa-atleta-cacciatrice-governatrice-wonder woman Sarah (nella foto in alto, presa in prestito qui).

Ora Obama, a detta di molti osservatori, rischia sul serio. Il genere umano, invece, pare sempre più spacciato.

23 agosto 2008

IL TUTOR DI OBAMA


Probabilmente mi sbaglio, ho ancora il dente avvelenato, ma quella di Joe Biden come candidato vicepresidente mi sembra una scelta piuttosto miope, quindi potenzialmente perdente.
Il criterio razionalista e prudenziale con cui The One (traducibile più o meno come unto dal signore, come lo chiama McCain) e il suo staff hanno selezionato l'alter ego della star Obama puzza di paura di perdere lontano un miglio.

Il Biden è un veterano del Senato, presidente della commissione esteri, esperto in diplomazia, politica globalizzata e savoir faire internazionale. Poi è bianco, vecchiotto (65 anni), cattolico e munito di vicefirstlady bionda e yankee doc. Lui bilancia Obama, lei Michelle. Perfetto, se non fosse per un dettaglio: l'icona del cambiamento - yes we can - stava perdendo smalto (e punti nei sondaggi) e con questa scelta difensivista dimostra che le critiche (senza esperienza, troppo giovane, troppo nero) hanno colpito nel segno.

Durante la crisi Russia-Georgia Obama aveva fatto il vago (come al solito) mentre il semprealfronte McCain era scattato contro i vecchi nemici di sempre con militare tempismo. Tra l'altro il settantaduenne candidato repubblicano sembra in palla, nonostante qualche gaffe (scusi quante case ha lei? mah, non lo so di preciso...) e il suo vice Mitt Romney è uno sfigato conclamato, però decisamente più popolare del nuovo tutor di Obama, e lo può aiutare in qualche stato difficile (tipo il Massachusetts di cui è stato govenatore).

Naturalmente io avrei criticato qualunque ticket che non includesse Hillary Clinton.
Sono stato un ultras della prima candidata donna alla Casa Bianca e rimango tuttora convinto che fosse la migliore arma nelle mani dei democratici per vincere, oltreché l'unica con le idee chiare su cosa fare.
Hillary ha preso 18 milioni di voti e quasi il 50 per cento dei delegati e rappresentava la speranza di un cambiamento epocale: una donna alla guida del mondo libero.

Ci voleva del coraggio a mettersi il generale Rodham alla Casa bianca come vice, non c'è ombra di dubbio. Ma senza coraggio non si va molto in là, specie se - come Obama - si viene acclamati da media, vipps e persone normali come il simbolo pre e post politico del cambiamento. E si fa di tutto per stare al gioco.

Alla lunga la minestra obamiana (fuffa mediatica assortita con canzoncine ispirate e gnoccone in estasi) rischia di stancare e a forza di dire tutto e il contrario di tutto (tipo: sono contro nuove trivellazioni petrolifere... però in fondo si può fare, in misura limitata e all'interno di una più vasta riforma energetica però), il dubbio di trovarsi di fronte a un paraculo - forbito, stiloso e carismatico ma sempre paraculo - si insinua implacabile.

Forse per questo, complici le ferie e gli spot del perfido vecchiaccio (che al contrario ha le idee chiare e vuole trivellare e bombardare senza sé e senza ma), Obama si sta sputtanando del tutto il vantaggio acquisito, come rivelano gli ultimi sondaggi, senza aver ancora spiegato in modo convincente qual è la sua ricetta per rilanciare l'economia del paese e dare stabilità al mondo.

Nell'ultimo mese Obama ha perso punti in particolare nello zoccolo duro che gli ha consentito di vincere le primarie: fra i giovani tra i 18 e i 29 anni (quelli che sono partiti zaino in spalla per andare a votarlo tra le nevi dello Iowa, e negli altri stati in cui ci si poteva registrarsi senza essere residenti, o che lo hanno finanziato e sostenuto online) la sua popolarità è calata di 12 punti, fermandosi al 52%.
Ma sono i democratici in generale a mostrare i primi segno di disinnamoramento: il loro supporto è calato di 9 punti, mentre fra i liberali (la base del partito, quella che gli ha consentito di vincere in quasi tutti i caucus) il calo è stato di 12 punti.


Difficile immaginare che il buon Biden sia una scelta in grado di galvanizzarli.

Sopra American prayer, l'ultima canzoncina ispirata (e terribilmente pallosa), dedicata a The One da Bono Vox e Dave Stewart.

21 maggio 2008

ULTIMA CHANCE PER OBAMA


17000000 di voti.
La maggioranza del voto popolare (il più alto numero di voti elezioni primarie nella storia USA) e le vittorie in West Virginia, Kentucky,
Pennsylvania, Indiana non basteranno: Obama ha già la nomination in tasca da un po'. L'avevano già deciso a suo tempo i grandi editori e la nomenklatura di Washington, la stessa che diceva di voler zittire.
Adesso ci sarà la fila tra gli elefanti democratici che gli vogliono dare un consiglio, evitare una trappola, proteggerlo. Il mercato è appena cominciato.

Ted Kennedy (auguri!) è stato il primo, poi tutti i papaveri si sono accodati, più o meno esplicitamente: Nancy Pelosi, Al Gore, Bill Richardson, Kerry, Edwards, Jimmy Carter, Howard Dean.
Dai nomi derivano i numeri e la faccenda dei superdelegati è già chiusa in partenza: staranno col cavallo vincente.

Rimane la questione politica grande come una casa che porta Hillary a vincere (già data per sconfitta sulla nomination) con 35 punti di distanza in Kentucky: la deep america bianca fatta di poveri diavoli bevitori di birra, (ex) classe media a bassa scolarizzazione che si sta rovinando con la crisi dei mutui sub-prime e delle carte di credito e la delocalizzazione delle imprese, non ha nessuna affinità col fascinoso senatore cosmopolita che piace tanto a quelli (più ricchi e istruiti) che preferiscono lo Chardonnay.
Un po' come se quasi sette elettori del Kentcky su dieci avessero detto
si lo so che vince lui, ma io mi non fido lo stesso.

Questa gente continua a votare per Hillary e pare abbia intenzione di continuare a ragionare con la propria testa (incredibilmente gli endorsemet continui dei vipps al fighetto non li smuovono di un millimetro). Secondo i sondaggi se Obama sarà il candidato voteranno in buona parte per McCain (addirittura un terzo), che riesce a capirli meglio, parla la loro lingua.
In Italia analoghe biografie alle ultime politiche hanno scelto la Lega di Bossi che, forse non per caso, ha dichiarato che se fosse negli States voterebbe per Hillary (anche in un confronto con McCain).

Ora Obama ha la possibilità (ma non molto tempo) di risolvere tutti i suoi problemi con un colpo solo: schermarsi dai notabili (gli ci vuole un buon mastino), creare un ponte di comunicazione con la deep america che non conosce e (se gli dei gliela mandano buona) diventare il primo presidente di colore della storia degli Stati Uniti.
Deve solo trovare una via d'uscita onorevole per Hillary: la vicepresidenza, a occhio e croce.
Sennò perde.

Sull'argomento l'articolo della Stampa: qui.

Curiosità: Obama e McCain sono noti per la grande quantità di leggi bipartisan scritte e presentate a quattro mani, tra cui quella (celebre) che ha istituito il muro in Arizona e New Mexico contro le migrazioni clandestine.
Chi l'avrebbe detto eh?

La foto l'ho presa in prestito qui.

5 febbraio 2008

BOIA CHI VOTA


Boia chi vota chi mente

Marini ha fallito (com'era ovvio) e l'Italia sia avvia verso le elezioni anticipate con il sistema elettorale che ben conosciamo. Poi si faranno gli accordi dice l'Avanzo di Balera. Dopo essere passato all'incasso in compagnia del balilla (ma non era un referendario di ferro?) e di tutti gli allegri cloni di Ruini che si apprestano ad ammorbarci di nuovo.

Il referendum, indetto per il 18 maggio, slitterebbe di un anno in caso di elezioni anticipate.
Belle facce da cazzo: l'unica cosa certa che gli italiani hanno chiesto di votare slitta di un anno, nonostante il parere positivo della Corte Costituzionale, che ha ammesso i referendum, sia arrivato poco prima delle mastelliadi (strano eh?) e della conseguente caduta del governo.
Poi si lamentano dell'antipolitica.

Boia chi vota Hollywood
Ma stasera si vota negli USA, in 22 stati, per decidere i candidati alle presidenziali di novembre. McCain sembra già il repubblicano designato, tra Hillary e Obama si profila invece una guerra all'ultimo delegato. Stanotte sapremo il verdetto.

I sondaggi (spesso contraddittori) danno Obama in forte rimonta e Hillary a rischio in California e (addirittura) in Massachussets, New Jersey e New York (!). All'appuntamento dei vipps con l'endorsement pro-Obama mancano solo Paperoga e l'orso Onofrio (quello che rubava la torta a Nonna Papera, che si è espressa in favore di Obama ieri pomeriggio, dopo la moglie di Schwarzenegger e prima di De Niro).
 
Gli ultimi sondaggi, stato per stato: qui:

Domani
parto per il Marocco. Per una settimana circa mi sa che non potrò aggiornare il blog, me ne scuso in anticipo.

3 febbraio 2008

OBAMACANI


No, non è un insulto.
Anzi, secondo l'ultima Ansa che ho letto, è la definizione/acronimo con cui viene chiamato
il promettente movimento dei repubblicani per Barack Obama, di cui Susan Eisenhower, la nipote del presidente Dwight Eisenhower è solo l'ultima aderente. Sul Washington Post ha scritto che
se il partito democratico lo sceglierà come candidato, il 4 novembre lo voterò e lavorerò per farlo eleggere.

Per Obama si sono espressi, per ora e tra gli altri, Ted e Caroline Kennedy, il JKF dei poveri (Kerry), il Los Angeles Times (che sui candidati presidenti non fiatava dal '72) e
l'Oakland Tribune, tre quarti di Hollywood (tutti i fighi tipo George Clooney, Scarlett Johansson, Will Smith, Jennifer Aniston), Oprah Winfrey (la sua tutor elettorale), Steve Jobs, il proprietario della Apple (cioè chi intasca i soldi del mac da cui scrivo), il Washington Post e il New York Post di Murdoch, diverse tribù di pellerossa, l'ex presidente Carter (di fatto), buona parte dei sindacati e Obama Girl (nel video sopra). Esempio magistrale di viral marketing politico in salsa pop.

Entro martedì (prima del Super Tuesday) mi aspetto la dichiarazione d'amore (contro vicepresidenza) di Edwards e, prima o poi, la sentenza del Nobel/Oscar Al Gore (pare si sentano spesso).

Intanto è testa a testa.
Sempre la stessa Ansa riporta gli esiti dei sondaggi che danno Hillary e Obama quasi alla pari in California (ma va?), New Jersey, Missouri e su scala nazionale (anche se qui alcuni altri propendono per Hillary di qualche manciata di punti). Il rischio è che il super martedì non sia decisivo e la guerra per ottenere più delegati alla convention di Denver possa risultare logorante, specie con (dall'altra parte) McCain a un passo dalla nomination, già in campagna elettorale per le elezioni di novembre.

Autoritratto di una nazione di Mario Margiocco sul Sole 24 Ore: qui.
Lo spot elettorale di Obama per il Super Bowl, dal sito del New York Times: qui.

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