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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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13 aprile 2013

B COME BALLE

“Non ti ho tradito. Dico sul serio. Ero… rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!”

Chissà perché ma quando mi è capitato per le mani il volantino del Comitato “B come Bologna”, ribattezzato “B come Bambini” dal sindaco Merola con la grazia di una bombarda, mi è venuto in mente John Belushi. Sporco fino agli occhi, nella fogna, che si butta in ginocchio ai piedi della sua ex promessa sposa che ha mollato sull’altare (l’indimenticata Principessa Layla di Guerre Stellari).

“Se voti A: verrà abolito il contributo economico alle scuole paritarie convenzionate, circa 600€ a bambino all’anno… I gestori saranno costretti ad aumentare la retta annuale di almeno 600€… Questo provocherà un significativo calo degli iscritti, oltre 400 famiglie, da subito, abbandoneranno le scuole “paritarie non più convenzionate” e andranno ad infoltire le liste d’attesa delle scuole comunali e statali. Con i soldi non dati alle scuole convenzionate il Comune non sarà assolutamente in grado di dare un posto a tutti…”

Esticazzi se è un referendum consultivo. Il Pd di Bologna da qui al 26 di maggio pare non abbia di meglio da fare che andarsene in giro per circoli e periferie a tentare di convincere operai, casalinghe, pensionati, ex partigiani, studenti, volontari delle Feste dell’Unità e delle Case del Popolo, gente che ne ha mandate giù parecchie anche qui ultimamente, che si, alla fine dei conti, sborsare un milione di euro all’anno alle scuole private è cosa buona, giusta e inevitabile. Sennò arrivano le cavallette.

E pace se c’è la crisi, le scuole pubbliche cadono a pezzi, le liste d’attesa ci sono lo stesso e il milioncino viene gestito ogni anno in toto dalla misteriosa Federazione Italiana Scuole Materne, che dietro l’asettico acronimo FISM è una roba così: “Oltre le necessarie qualità professionali esigite dalle leggi civili, l’insegnante dovrà: a) possedere una solida conoscenza della visione cristiana dell’uomo e della dottrina della fede; b) accogliere con docile ossequio dell’intelligenza e della volontà l’insegnamento del Magistero della Chiesa; c) vivere un’esemplare vita cristiana”.

Pazienza, pure, se 250 euro e passa al mese di retta (in media) non sono esattamente a buon mercato: più del doppio della scuola pubblica (dove si pagano solo i pasti). Il gioco deve valere così tanto la candela da piazzarci il marchietto del Comune (cosa, credo, senza precedenti) sul sito internet del comitato “B come Bologna” contrapposto a quello dei cittadini, “Articolo 33”. Avanti coi carri, dunque, ora che l’unico cavallo rimasto in pista si chiama Matteo Renzi, è cattolico, e il suo (ex?) spin doctor pare abbia preso a cuore la madre di tutte le battaglie di ogni Don Camillo.

Eppure di questi tempi andare a raccontarla ai propri elettori, sempre più sinistramente simili all’ex fidanzata di Jake Blues, ci vuole un gran bel fegato. Anche perché c’è la possibilità che molti di loro si siano trovati, come me, ad avere a che fare con qualcuna di queste scuole paritarie che, figurarsi, di certo ce n’è delle bellissime. In quella a cinque minuti a piedi da casa mia però, nella Romagna profonda, fanno pregare i bimbi di tre anni due volte al giorno e dentro sembra di stare al mausoleo.

Dal sito Internet abbiamo pure scoperto che, a parità di punteggio, entrano “i figli o nipoti in linea retta di soci dell’Asilo”. Lo dice il regolamento, non il gossip di paese, c’è da fidarsi. Beccano anche un sacco di soldi da tutti, Comune, Provincia, Regione, la retta è il triplo di quanto spendiamo alla statale (dove con quattro soldi si sbattono per mettere in piedi una didattica ricca e creativa), ma in compenso è pieno di bagni. Mai visto tante Madonne, santi e cessi tutti in fila: non meno di un water ogni tre fanciulli.

E mentre mi rigiravo per le mani “B come Bologna, più scuole per tutti”, rimuginavo sul rinnovato matrimonio tra il Pd cittadino, la curia, il baronato e tutti i presunti poteri forti, coronato da due ali di battimani sincronizzati di Pdl, Lega e Udc. Proprio mentre l’esploratore Bersani si faceva infilzare come un tordo da Grillo e pur di evitare l’abbraccio con l’Impresentabile si lasciava corcare in streaming senza pietà.

In quel preciso momento il Pd di Bologna ha deciso, a freddo, di tirarsi un’atomica a sinistra lasciando da lì in avanti una prateria al Movimento 5 Stelle, che infatti ha già cominciato a fare quello che gli viene meglio: mettere il cappello sullo sbattimento di movimenti e associazioni assortiti. Per poi oscurarli (di solito son litigiosi e disorganizzati, si squagliano in fretta) e trasformare il conflitto in voti. Che si tengono tutti per loro.

Bologna, in fin dei conti, è sempre stata un laboratorio politico per la sinistra. Perché non dovrebbe esserlo pure nell’ora dell’estremo trash? Quindi delle due una: o Bersani bluffa e la via crucis con Grillo è stata una tragicomica gag alla Crozza, buona per andare a veder le carte del compare astrologico e tentar poi insieme l’omicidio bipartisan di Renzi. Oppure no: in entrambi i casi al Pd tira aria di estinzione. E dare in pasto la scuola pubblica non li salverà. Né dagli altri né, soprattutto, da sé stessi.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
"Mi sono rotto il cazzo" degli Stato Sociale è qui.

23 ottobre 2012

LOMBARDIA CANAGLIA


Dopo Er Batman, la Polverini in contromano con l’auto blu per andare a comprare le scarpe, la fine ingloriosa del Formigoni V, ora potrebbe toccare a Errani. Il 2012, pur non  accogliendo le astronavi aliene sul Viale dei Morti di Teotihuacan, sembra proprio l’anno del piazza pulita congiunto di governo e parlamento italiano, Lazio, Emilia-Romagna e Lombardia. Oltre alla Sicilia, che va al voto a fine mese. Il tutto in uno scenario politico vagamente apocalittico.

Grillo, che ha l’età di D’Alema anno più anno meno, si fa lo Stretto di Messina a nuoto per lanciare la campagna elettorale “separatista” del M5S per le regionali della Sicilia. I sondaggi dicono che rischia di ritrovarsi primo partito dell’isola e secondo a livello nazionale, al 21 per cento e passa. Il Pdl è poco sopra il 14 e il Pd è quasi al 26, l’Idv torna intorno al 4, l’Udc verso il 5 mentre Lega e Sel si attestano sul 6. Si votasse domani tornerebbe Monti.

Naturalmente non è indifferente, in termini politici e/o elettorali, il risultato delle primarie del centrosinistra. La coalizione del Pd con Sel e il Psi in caso di vittoria di Renzi potrebbe andare in pezzi: Vendola, col suo classico cinismo gabellato da coerenza, si smarcherebbe per incassare da sinistra i cocci dell’ex Pd (o del più probabile esodo di funzionari e attendenti).

A sentire Renzi, invece, il Pd a trazione renziana vale il 40%, come neanche nei sogni più bagnati del neo autorottamato Veltroni, già teorico della vocazione maggioritaria (e arrivato a onore del vero all’ineguagliato 33%). E quindi forse avrebbe i numeri per riuscire a vincere e a governare, senza bisogno di supplenti o parenti-serpenti. Certo, se gli ultimi sondaggi sulle primarie si confermeranno sarà dura verificare.

Secondo il più incazzato il Bersani neo-rottamatore che mette D’Alema alla porta senza troppi complimenti sta giocando una partita “gesuitico-stalinoide” e mostra che “una famiglia politica che non sa rispettare se stessa, la propria storia e dignità, è condannata alla dissoluzione.” Secondo i bersaniani (che i botteghini danno in aumento, a prescindere dalle polemiche miserabili sulle Cayman e i giardinetti) il vero rinnovatore è lui, lo smacchia-giaguari che ha passato gli ultimi anni in Tv a sganasciarsi con Crozza.

Una buona occasione per dimostrare che è vero, che il rinnovatore è lui, è la scelta del candidato governatore della Lombardia, nel caso in cui il Celeste riesca a mandare tutti a spendere prima di Natale (e sotto profezia Maya). Ad oggi il nome più papabile, fra quelli che circolano (Ambrosoli ha declinato), è quello di Bruno “prezzemolo” Tabacci (senza offesa, s’intende, l’uomo è intelligente). Lo score – deputato e assessore a Milano in contemporanea, presidente della Lombardia cinque lustri fa sotto il segno di Ciriaco De Mita – non ne fa proprio il frontman ideale per l’assalto dei grillini.

Non è un dettaglio da poco, il nome, nelle elezioni della Lombardia. Se c’è una cosa che il ventennio celestiale ha lasciato è l’enorme aspettativa per il dopo. Per chi verrà dopo, perché gli elettori capita che siano più avanti dei politici (specie di quelli di centrosinistra) e che gli importi fino a un certo punto di salamelecchi programmatici e guazzabugli organizzativi. Quando si tratta di governare una regione che è uno stato di dieci milioni di abitanti, tra i più avanzati d’Europa, il manico fa la sua brava differenza.

Naturalmente per fare un nome che funzioni bisogna avere un’idea di che cosa si vuol fare e, prima ancora, di chi ci si crede (o modestamente si vorrebbe) essere. La celebre e celebrata “soggettività politica collettiva” che, nel bene e nel male, a Milano ha espresso un sindaco di sinistra dopo un altro ventennio, ora preme per il bis. Quindi delle due una: o si fanno le primarie o il nome che esce dal conclave deve essere all’altezza di quest’aspettativa. Dello zeitgeist, fotografato dall’immancabile sondaggio sul giornalone dell’editore-tessera numero uno del Pd (e main sponsor dell’usato sicuro Bersani alle primarie nazionali), che ha permesso la presa di Palazzo Marino.

Poi bisogna mettersi d’accordo su cosa s’intenda per “avanzato” e forse le primarie sono uno dei ring migliori per uscire con una risposta condivisa. La Lombardia di Formigoni, tra un arresto e l’altro, ha pure trovato il tempo di mandare nel panico per quasi un mese i malati di epilessia, mettendo a pagamento due farmaci di largo consumo. Poter essere presi in ostaggio, senza nessuna ragione, dal pensiero di 150 euro al mese di più, che possono significare l’addio alle ferie del 2013 o alla settimana bianca, alla camera del figlio, o alla pizza e alla palestra: questo significa essere malati.

“Avanzato”, per i malati (ma anche non), coincide con il contrario della paranoia gratuita procurata dall’incuria politica di un Titanic incastrato fra le nuvole del Pirellone. Essere liberi di curarsi come si crede, dovendo risponderne solo a sé stessi, ai propri medici e alla propria famiglia, senza moralismi puntati. La Toscana del bersaniano Rossi ha scelto la strada della libertà di cura, disciplinando l’uso farmacologico dei derivati della canapa indiana, in modo da evitare ai malati l’umiliazione del bavero alzato e del centone che sguscia in cambio del pacchettino furtivo. Col rischio di perdere il lavoro e/o la custodia dei figli, farsi ritirare il passaporto o magari qualche giorno di galera.

L’avanzato centrosinistra lombardo può permettersi un’Agenda Rossi? La rottamazione bettoliana è davvero una posa tattica un po’ meschina (e col fiato corto) o sotto lo stanco termine “rinnovamento” c’è qualcosa di politico? Se il tenore della tenzone sarà Albertini (o Lupi) vs Tabacci, in assenza di primarie, è facile che certi contenuti diventino un’esclusiva del Movimento 5 Stelle. Che in più ha il vantaggio di non aver bisogno di spiegare, di sottilizzare, di specificare. E ha tutto da vincere, anche perché se succede davvero, poi, non si sa come va a finire.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

23 maggio 2012

ASSALTO AL PARTITONE: PARMAGRAD


“La radio al buio e sette operai, sette bicchieri che brindano a Lenin… e Stalingrado arriva nella cascina e nel fienile, vola un berretto un uomo ride e prepara il suo fucile. Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa… d’ora in poi troverà Stalingrado in ogni città!” Chissà se a Grillo è passato per la testa il
pezzo degli Stormy Six, quando ha dichiarato Parma “la nostra Stalingrado”. Ora che punta a Berlino dovrebbe proprio ascoltarla.

“I parmensi sono come i ravanelli: rossi fuori e bianchi dentro.” Mia zia, bolognese trapiantata a Parma in gioventù, mi aveva avvertito per tempo. La scorsa settimana, quando davo la caccia ai candidati al ballottaggio, per il Pd di Parma avevo chiesto a lei. Mi ha dato il cellulare di un funzionario di Partito, molto cortese e disponibile, che a sua volta mi ha dato l’e-mail del “comunicatore”. Che non mi ha mai risposto.

Pizzarotti, dopo un po’ di stalking su Facebook e via mail, quando mi è scesa la catena e gli ho chiesto se, per caso, non cagare chi chiedeva un’intervista fosse una “scelta di politica aziendale”, mi ha risposto. “Nessuna strategia ma mi chiamano da tutta Italia ed è un casino gestire tutto. Domani vedo cosa riesco a fare.” Il giorno dopo ha ripreso a non rispondermi, nel frattempo a Parma è arrivato il New York Times, Le Monde e la CNN e io mi sono arreso.

Adesso che i ravanelli parmensi hanno votato e che, a differenza che nel resto d’Italia, l’hanno fatto in massa (solo tre punti in meno rispetto al primo turno) è possibile tracciare un primo bilancio della Campagna d’Emilia, che ha portato Grillo (e Pizzarotti, che ha fatto di tutto per mostrare ai suoi concittadini di essere un bravo ragazzo lavoratore, persino un po’ moderato, che pensa e decide in proprio) al primo successo serio, in grado forse di scardinare la pax partitica imposta dal moribondo governo Monti.

Mentana ha aperto il suo pomeriggio tv dedicato ai ballottaggi con il sondaggio sulle intenzioni di voto degli italiani. Grillo è balzato al 12%, raddoppiando i consensi rispetto a due settimane fa, e si affaccia come terza forza politica del paese, col Pd al 25 (in calo), il Pdl al 20 (a picco), la Lega sotto il 5 (ai minimi termini) e pure Udc, Idv, Sel e Fli in discesa. Tutti i partiti giù, in pratica, con altri sondaggi che gonfiano ancor di più le vele del Movimento 5 Stelle. Chissà tra un anno, alla partita vera.

Per l’intanto Grillo può mettere in fila, oltre a Parmagrad, altri tre municipi espugnati. Alla vittoria al primo turno, per venti voti, di Roberto Castiglion a Sarego (già sede del “Parlamento padano”), si aggiunge il trionfo di Marco Fabbri (quasi il 70%) a Comacchio e il rush vincente (52,5% e 26 punti rimontati dal primo turno) dello studente universitario di 26 anni Alvise Maniero a Mira, città d’arte di quasi 40000 abitanti sulla Riviera del Brenta (ed ex roccaforte rossa).

Stalingrado, però, rimane Stalingrado. Parma è una città ricca con un Comune talmente indebitato (si parla di 600 milioni di euro, interessi esclusi) che rischia di non poter pagare gli stipendi ai dipendenti, a giugno. Dopo quattordici anni di giunte di centrodestra il candidato del Pd si aspettava di vincere facile. “Io rispetto tutti gli avversari, ma il ballottaggio con il candidato del Movimento 5 Stelle Federico Pizzarotti sarà come giocare la finale di Coppa Italia contro una squadra di serie B.”

Dev’essere stata questa certezza (o forse la sensazione che le cose si stavano mettendo male) che ha spinto Vincenzo Bernazzoli ad avventurarsi, tra lo stupore generale, a un faccia a faccia con Pizzarotti organizzato dall’Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse di Parma all’Auditorium Paganini (strapieno, oltre mille persone). Tema della serata il nuovo inceneritore, piatto forte della stracittadina elettorale, la cui costruzione è stata approvata dalla Provincia presieduta proprio da Bernazzoli.

In Italia si sta andando verso la soluzione senza inceneritore: Reggio Emilia, la Sicilia, la Provincia di Lucca. L’Europa prevede dal 2020 il divieto di bruciare materiali riciclabili o compostabili. Ma a Parma vige la “Legge Vincenzo“. Bernazzoli nemmeno risponde alle domande scomode: “Dove metterà le ceneri tossiche dell’inceneritore?“. Non si sa.” La lettera dell’Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse, pubblicata sul blog di Beppe Grillo, suona come un epitaffio.

Secondo alcuni, tra cui anche Pizzarotti (che in un attacco di sincerità ha confidato alle telecamere che se quelli del Pd mettevano un altro, “magari giovane e fuori dai giochi”, forse avrebbero vinto al primo turno), è stato un problema di manico. Bernazzoli si è dovuto difendere per tutta la campagna elettorale dall’accusa (che a Parma vale triplo) di non voler mollare la poltrona di Presidente della Provincia. Oltre all’ineleganza ha dato anche l’impressione di crederci il giusto, alla vittoria. E se non ci crede lui…

Adesso Grillo e i suoi festeggiano l’avvento col botto (si fa presto a fare i fatalisti ora, ma il 60% a Parma non se l’aspettava nessuno) della Terza Repubblica e Bersani la sua vittoria “senza se e senza ma” ché, se non c’era la “non-vittoria” (spettacolare neologismo) di Parma sarebbe stato un trionfo. Il mio piccolo viaggio nel Partitone emiliano assediato finisce così con un due a uno per i barbari e la sensazione che, sui suoi temi (Casta, ecologia, ecc.), Grillo continuerà a far male.

(… fine)

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

20 maggio 2012

ASSALTO AL PARTITONE: COMACCHIO


“Beh, a voi elettori di Comacchio la scelta: il rinnovamento oppure un ritorno al passato con Pierotti, già due volte sindaco, che ha comunque sempre manovrato dietro le quinte le ultime amministrazioni comunali. Quindi abbiamo una grossa opportunità: riprenderci tutti insieme, tutti i cittadini, il governo di questo nostro territorio così splendido…”.

Quando ho visto il video di Marco Fabbri, candidato del Movimento 5 Stelle, su YouTube mi è tornato in mente l’esondazione sprezzante e vagamente sconsolata della mamma di due compagni di musica di mio figlio, sulla classe politica (senza distinzioni) che ha amministrato Comacchio negli ultimi quindici anni. “Poi hanno pure la faccia tosta di presentarsi adesso come quelli che vogliono cambiare tutto.”

Il Comune di Comacchio (Cmâc’ nel dialetto locale) conta poco più di ventitremila abitanti sparpagliati su un territorio che comprende i sette lidi (Lido degli Estensi, delle Nazioni, di Pomposa, degli Scacchi, di Spina, di Volano e Porto Garibaldi) che si allargano su spiagge californiane lungo la costa che congiunge la foce del Reno e il Po di Volano, tocca il Parco regionale del Delta del Po e fa capo all’antico borgo, le cui vestigia risalgono ad oltre duemila anni fa.

Il simbolo architettonico della piccola Venezia, “sorta sull’unione di tredici piccole isole (cordoni dunosi litoranei) formatisi dall’intersecarsi della foce del Po di Primaro col mare”, è il Trepponti (nella foto), creato nel 1694 dall’architetto Luca Danesi e costituito da cinque ampie scalinate (tre anteriori e due posteriori), culminanti in un piano in pietra d’Istria. Un simbolo perfetto anche per il barocco politico cittadino (velenoso, invelenito ma grondante speranza), una girandola di parole che lunedì sera condurrà, comunque, a un unico “piano in pietra d’Istria”: una e una sola faccia al timone di Comacchio.

Quella di Alessandro Pierotti, avvocato navigato che corre con una coalizione formata da Pd, Udc, Lista Civica Futura Comacchio e Lista Civica l’Onda e ha ottenuto l’appoggio di Fli al Bagno Ippopotamus di Porto Garibaldi, è una faccia spavalda. Al comizio di chiusura, dopo quindici giorni a testa bassa contro Fabbri e Grillo (“è lui il primo a non essere incensurato”), anziché parlare del suo programma “ormai già sentito in tutte le salse” ha preferito bastonare “Fantomas Fabbri”, che “negli ultimi quindici giorni non si è mai presentato ad un confronto con me”, e quello che liquida come “un programma invisibile, un copia-incolla scaricabile da internet”.

Poi passa alle blandizie di vecchia scuola e addita tutto il grillume che potrebbe urtare note sensibilità. Sostiene che quelli del M5S non parlano delle vongole che “danno da lavorare a trecentocinquanta persone” e, con un crescendo berlusconiano quasi epico, che con i loro canoni sbandierati di legalità diventerebbe fuorilegge l’80% delle seconde case (che i comacchiesi affittano ai lidi). Alla fine si dice certo che “se si vorrà votare con la benda sugli occhi è certo che si ritornerà al voto tra sei mesi”. O Pierotti o il diluvio.

Marco Fabbri è un giovanotto col gel e la faccia da alieno (almeno rispetto ai canoni lombrosiani del giovane politico contemporaneo). “Sono nato a Comacchio, dove vivo tutt’ora nella frazione di Lido Estensi, ho 29 anni, sono laureato presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna e sono un dipendente pubblico (ma non un fannullone!)”. Scrive di sé stesso sulla sua pagina del sito “Comacchio a 5 Stelle”, dove compare con casco e sorriso in groppa a una Ducati.

Nel video su YouTube rilancia i temi-bandiera della sua campagna elettorale col botto (oltre il 22% dietro a Pierotti che supera di poco il 36, con quasi l’intero arco costituzionale dietro), primo fra tutti il “no alla chiusura dell’Ospedale San Camillo deciso da Provincia e Regione.” La mamma di Comacchio che ho intervistato al posto di Fabbri-Pierotti è stata la prima cosa che mi ha detto. Poi c’è il rilancio del turismo declinante su cui anche lui, come tutti, ha la sua ricetta.

“Una delle prime lotte sarà quella contro la cementificazione del territorio. In questi anni si è costruito troppo e male: quasi 30000 case, molte delle quali invendute e sfitte… Occorre valorizzare questo splendido territorio che non è fatto solo di mare, ma anche di valli, di saline. Siamo nel Delta del Po, i comacchiesi hanno un’occasione unica per ridare dignità e fiducia a questo posto, che negli ultimi anni ha perso presenze turistiche nell’ordine di oltre un milione.”

Via libera di fatto a Fabbri (“oggi l’inesperienza è necessaria”) arriva anche dal candidato del “Centrosinistra per Comacchio”, che sul Delta del Po evidentemente non comprende il Pd ma solo Rifondazione, Sel e l’Idv. Fabio Cavallari, trentadue anni, allenatore di pallavolo e “responsabile postvendita estero per una multinazionale”, ha superato l’undici per cento dei consensi al primo turno, arrivando di poco quarto dopo il neanche il 15% di Antonio Di Munno e il suo Pdl in caduta libera (il sindaco uscente di centrodestra, Paolo Carli, aveva preso quasi il 60% due anni fa).

Il terzo candidato “giovane” al primo turno, Alberto Lealini della lista “Voce giovane per Comacchio”, ha sfiorato il dieci per cento dei voti e si è classificato al quarto posto, davanti alla Lega Nord (poco sopra il sei). Per qualche giorno è circolata la voce, poi smentita, di un apparentamento suo con Fabbri e i grillini ma se si sommano i consensi ottenuti dai “trepponti” della nuova Comacchio (Fabbri, Cavallari e Lealini) si arriva al 43%.

Forse davvero “la Terza Repubblica nascerà da Comacchio”, come ha profetizzato Grillo con usuale sobrietà all’ultimo, gettonatissimo, comizio in città o semplicemente gli elettori stanno prendendo a schiaffoni i partiti che hanno gestito la baracca fino ad ora. Di certo essere giovani e/o fuori dai giochi sembra essere la carta vincente per aspirare a fare il sindaco della piccola Venezia. E Grillo lo ha capito per primo. Staremo a vedere.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

18 maggio 2012

ASSALTO AL PARTITONE: BUDRIO

“Piccolo motto conclusivo per i dirigenti nazionali del Pd: quando i gatti han lo stesso colore scorazzano le volpi. E non son solo grilline. Occhio ragazzi!” Mauro Zani, ex leader comunista (e per un po’ pure post), chiudeva così la sua intervista a FrontPage. È passato un anno e mezzo, sembra cambiato ancora una volta il mondo e le volpi (solo) grilline scorrazzano nell’intera regione all’inseguimento del Pd.

A parte Piacenza, dove la Seconda Repubblica tiene e centrosinistra e centrodestra si misurano nella classica bipolar tenzone, a Parma, Comacchio e Budrio Pd & soci (a formazioni variabili) se la devono vedere con i candidati del Movimento 5 Stelle. Il centrodestra e la Lega Nord, esclusi dai ballottaggi e prosciugati elettoralmente, si attestano su una schizofrenia politica che fa propendere i caporioni locali per Grillo, per l’astensione o (senza dichiararlo a chiare lettere) per il centrosinistra.

“La piccola comunità di Budrio, con eroico coraggio e indomito spirito patriottico, contribuiva alla lotta di Liberazione, dando ospitalità e rifugio a gruppi di partigiani. Subiva una feroce e cieca rappresaglia da parte delle truppe tedesche che trucidarono civili inermi, tra cui donne e giovani adolescenti e incendiarono alcuni edifici. Ammirevole esempio di spirito di sacrificio ed amor patrio.”

Budrio, medaglia d’argento al valor civile, è un paese di quasi 18000 abitanti in provincia di Bologna, sulla strada per il mare, le cui più antiche vestigia risalgono ai temi dei romani. La cittadina sulla San Vitale è celebre in tutto il mondo per l’ocarina, uno strumento musicale inventato dal budriese Giuseppe Donati e il candidato sindaco del Pd, Giulio Pierini, suona la sesta ocarina nell’Ocarina Ensemble Budrio.

Pierini lo conosco da dieci anni, da quando faceva il segretario della Sinistra Giovanile (i giovani dei Ds) di Bologna e gli curavo le campagne di comunicazione. Ora di anni ne ha quasi trentaquattro e dopo aver fatto il responsabile comunicazione per il Pd bolognese e l’assessore alla cultura e al bilancio di Budrio è stato scelto come candidato unico a sindaco, senza primarie (“non c’erano sfidanti”).

Ha accettato di confrontarsi sui temi più spinosi della sua campagna elettorale: centrali a biomasse di Mezzolara, centro commerciale e Imu (il “super-Imu” di Budrio, secondo le gazzette locali). Contro le centrali è sorto un comitato di cittadini capitanato dal magistrato Enzo Roi e si è cementato il consenso della lista di Grillo il cui candidato, Antonio Giacon, non ha risposto alla richiesta d’intervista via e-mail né ai messaggi su Facebook.

Giulio Pierini, reduce da una campagna particolarmente dura (“con attacchi personali gratuiti e offensivi”), ha accettato di raccontarsi sulla chat di Facebook e quello che segue è il copia e incolla di com’è andata.

Giulio Pierini, candidato sindaco di Budrio, ti aspettavi il ballottaggio?
“Eravamo sette candidati a sindaco; il ballottaggio poteva starci. Con il M5S al 20% e la lista “Noi per Budrio” al 14% arrivare così vicini al 50% è stato un bel risultato. Ci poteva stare…”

La lista Noi per Budrio è frutto di una scissione del centrosinistra, o sbaglio?
“Non è esattamente una scissione. È una lista politica formata da cittadini ma soprattutto da ex amministratori, che negli anni scorsi erano all’interno del centrosinistra.”

Quali sono le differenze fondamentali fra il centrosinistra, diciamo così, storico, la lista Noi Budrio e il Movimento 5 Stelle? Perché a occhio parte del 62% preso dal sindaco uscente, Castelli, è andato lì…
“Con coloro che hanno formato la lista Noi per Budrio non ci siamo trovati d’accordo sul giudizio sull’amministrazione uscente. Nonostante ne abbiano fatto parte per dieci anni, hanno deciso di esprimere un giudizio negativo sul Sindaco Castelli. Per noi questo era semplicemente sbagliato. Con il Movimento 5 Stelle, invece, non abbiamo mai avuto nessun confronto. Se escludiamo idee diverse sui temi dello spostamento dello stabilimento Pizzoli, la nascita di un centro commerciale e la strumentalizzazione delle biomasse a Mezzolara, il M5S ha un programma in buona parte condivisibile e su molti punti già realizzato o in via di realizzazione.”

Perché dici “strumentalizzazione delle biomasse a Mezzolara?” Io ho letto che sono contrari al progetto, ho visto il video dell’area che dovrebbe ospitare il sito delle quattro (?) centrali e assistito a progetti di questo genere, un po’ in tutta la regione… Qual è l’idea del Pd e del suo candidato? Mi spiego meglio: a cosa serve? Chi ci guadagna? Ci sono rischi per la salute? Cosa cambia per l’ambiente? Per la Valle dei Benni?
Pierini: “Strumentalizzazione perché, se il progetto è ben fatto, i comuni hanno pochissimi poteri in merito: è un impianto privato su area privata autorizzato dalla Conferenza dei Servizi provinciale sulla base di una legge nazionale. In Italia, tutti i ricorsi dei comuni e dei comitati hanno avuto esito negativo. Il Comune di Budrio, con il dialogo e il confronto serrato nel merito dei problemi, ha convinto il privato a modificare il progetto: spostamento del sito in una zona lontana dal centro abitato, riduzione dell’impianto a 2 MW; trasporto delle materie prime fuori dei centri abitati; controllo continuo delle emissioni prodotte da parte dei cittadini e degli enti preposti… Deve cambiare la legislazione nazionale per ridare agli enti locali il potere di individuare i siti e le modalità di alimentazione degli impianti, in modo da premiare gli impianti piccoli che utilizzano scarti della produzione agricola e zootecnica. Gli impianti a biomasse possono rappresentare così un’integrazione al reddito degli agricoltori, contribuendo a sviluppare fonti energetiche alternative, senza sacrificare il paesaggio né la vocazione agricola del territorio, sennò chi ci guadagna sono grandi investitori. Se ci sono rischi per la salute gli enti preposti in Conferenza dei Servizi bloccano il progetto rigettandolo. Sulla Valle Benni, poi, conviene sfatare un mito: l’area umida non verrà intaccata per nulla e comunque anche quella è un’area privata attualmente inaccessibile ai cittadini e utilizzata per la caccia.”

Quindi se tu diventi sindaco e decidi che la campagna deve rimanere campagna e che nessun mega-impianto dev’essere costruito, a parte quelli piccoli di produzione del biogas, non hai il potere di farlo?
Pierini: “Nessun sindaco ha il potere di farlo, se i progetti sono ben fatti sulla base della legge nazionale e delle prescrizioni regionali. In assenza di una vera autonomia dei comuni su questa materia, quello che si può fare è una sorta di “moral suasion” che permetta di difendere il territorio e rispondere alle preoccupazioni di cittadini e agricoltori.”

Sono previsti sconti sulle bollette dell’energia per chi abita nei pressi della centrale?
“La legge non prevede compensazioni di questo tipo. Gli impianti a biomasse in realtà producono una certa quantità di calore che in gran parte viene dispersa: con il teleriscaldamento si potrebbe riutilizzarlo, ma nel caso di Mezzolara è impossibile, con l’allontanamento dell’impianto che anche il Comune ha chiesto.”

Ma perché il M5S è contrario al centro commerciale?
“Non hanno compreso che senza un investimento come quello di un centro commerciale (che va poi a utilizzare una potenzialità prevista dal 1997) l’azienda Pizzoli se ne sarebbe andata da Budrio in un’altra regione o all’estero. In questo modo invece siamo riusciti ad avere la mole adeguata di investimenti per realizzare la prima APEA (area produttiva ecologicamente attrezzata) della provincia di Bologna. Perché nel 1997 gli amministratori decisero per un possibile centro commerciale? Io ero minorenne, ma probabilmente già allora era chiaro che senza strutture medio-grandi i budriesi facevano le loro spese in gran parte fuori dal loro Comune.”

Ultima domanda, forse la più spinosa: il super-Imu di cui parlano i giornali? A parte le ragioni di bilancio, quasi tutti i comuni sono messi male dopo dieci anni di tagli e di aumento della spesa di stato e regioni… Ma proprio adesso? A un mese dal voto?
“L’Imu è una tassa ingiusta, soprattutto sulla prima casa, ed è pesante anche da spiegare e gestire in piena campagna elettorale. La cosa più brutta, insieme all’esborso per i cittadini, è che non c’è ancora nulla di chiaro e certo. I comuni hanno poca autonomia e sono praticamente esattori dello Stato. Bisogna insistere per rendere l’Imu più equa e meno pesante: servono ulteriori detrazioni prima casa per le famiglie a basso reddito, agevolazioni alle persone in difficoltà (per esempio chi ha perso il lavoro, anziani soli); riduzioni per i comodati gratuiti a familiari e per la proprietà indivisa; aliquote più basse per le imprese, per il commercio e per i terreni coltivati direttamente dai proprietari.”

Vabbè, ma Budrio ha applicato quasi l’aliquota massima, sia per terreni che per seconde case… e pure sulla prima casa ha picchiato duro. O no?
“Assolutamente no. Innanzitutto non abbiamo ancora applicato niente perché con le modifiche alla legge “Salva-Italia” bisogna rifare i conti. Noi abbiamo trovato un equilibrio, in un quadro comunque pesante: lo 0,48% per la prima casa (il massimo è 0,6) e lo 0,92 sulle seconde (il massimo è 1,06) con riduzioni per artigianato e commercio allo 0,84 e forti agevolazioni per i comodati gratuiti e la proprietà indivisa. Sui terreni agricoli, quando abbiamo approvato la nostra variazione di bilancio, non erano ancora possibili riduzioni specifiche, ma adesso sulla modalità di conteggio in agricoltura cambierà tutto e confidiamo in un alleggerimento del prelievo perché c’è il rischio concreto che molte aziende agricole chiudano perché non possono pagare l’Imu.”

Meglio l’usato sicuro del buon vecchio Partitone, quindi… Perché, in una battuta?
“Qui non c’è la Casta e non ci sono privilegi: gli amministratori sono cittadini che si impegnano per il bene della loro comunità. Continuiamo con le buone politiche dell’amministrazione uscente, ma insieme a questo innoviamo e riformiamo profondamente il welfare che oggi non regge più di fronte ai nuovi bisogni, investiamo in politiche ambientali, energetiche e della mobilità sostenibile, valorizziamo il nostro patrimonio di eccellenze produttive e culturali.”

(2 – continua)

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15 maggio 2012

ASSALTO AL PARTITONE

Dalle mie parti il Pd si chiama ancora Partito, con la “p” maiuscola”. Al di là degli aspetti folk (tortellini e cappelletti fatti a mano alle feste dell’Unità, volontari che distribuiscono il giornale al mattino, ecc.), la presenza dell’organizzazione erede del più grande partito comunista d’Occidente si fa sentire in pressoché tutti gli ambiti della società e della vita biologica di chiunque ne faccia parte, a qualunque livello.

L’intreccio fra Partito, Sindacato e Lega (che da queste parti significa ancora Lega delle cooperative) è la cifra distintiva del sistema emiliano, che nel corso degli anni ha definito comunità omogenee sotto il profilo politico, economico e culturale. Per lavorare, fare impresa, aprire una scuola di yoga o di tango argentino, farsi una partita a tressette con gli amici, presentare la dichiarazione dei redditi o farsi controllore i contributi per la pensione, andare a ballare o a sentire un concerto rock, in una maniera o nell’altra s’incoccia quasi sempre un qualche nipotino di Gramsci e Togliatti.

Quasi ogni paese, città, Provincia, oltre che la Regione, sono stati governati per sessant’anni dalla stessa famiglia politica e dalle filiazioni che da essa sono scaturite, al punto che quando queste stagioni sono state interrotte bruscamente dalla vittoria degli “altri” (Parma nel 1998 e Bologna nel 1999, i casi più celebri) sulle gazzette locali (ma anche nazionali ed estere) si è gridato all’evento. Intendiamoci: mediamente la qualità amministrativa è alta e gli asili nido della regione, per citare un esempio noto, hanno fatto scuola in tutto il mondo.

L’altra faccia della medaglia è l’aria da regime che, soprattutto in provincia, tira più o meno forte a seconda dei personaggi che si trovano al timone. Sarà banale dirlo ma la fine dell’ideologia, intese come religione civile che tutto teneva (non solo la grinta per tirare la pasta sfoglia dei tortellini o le ferie prese per fare volontariato allo stand della pesca gigante, ma anche l’omertà pietosa rispetto ad abusi e ruberie in nome del partito o del proprio conto corrente), ha fatto tracimare sovente ambizioni e appetiti.

Se a parole si cantano le lodi del libero mercato e del partito aperto e contendibile, nel profondo rosso padano si affilano i coltelli per scannare chiunque si avvicini al bandolo della matassa di potere, che tutto avvinghia. Il gap ideale e progettuale con un passato in cui, altro che Facebook, nel bene e nel male si faceva notte in sezione per determinare la “linea” fa il resto. Così la fedeltà è reclamata non più sulla base di notti trascorsi a sputar fumo e presentar mozioni, ma sempre più spesso sul terrore di non lavorare più o di essere esclusi, in una maniera o nell’altra, dai giochi.

Far finta che l’Italia non sia, da sempre, una congrega di congreghe (chiuse come ricci ad ogni minacciosa novità) è una della ribalderie più ricorrenti degli osanna al libero mercato, che tutti i mali spazza via. Ma c’è un momento in cui ogni congrega omogenea (pace sociale mixata con omologazione e conformismo) va in crisi: quando non è più in grado di assicurare benessere e qualità della vita (seppur minima) alla maggior parte di chi ci vive e, magari, i suoi capitani non si stanno dimostrando abbastanza coraggiosi.

In Emilia-Romagna, prima un po’ la Lega (Nord) poi Grillo hanno preso a scavare come talpe sotto i piedi del consenso consolidato del Partitone, apparentemente inossidabile. Ma mentre le sparate contro le moschee o altre bizzarrie tipo la Romagna indipendente (“Nazione Romagna” era lo slogan leghista, se non ricordo male) lasciano il tempo (e i voti) che trovano, la guerra per la salute (effetto collaterale di partite di business già chiuse in partenza) del Movimento a 5 Stelle comincia a pagare.

Acqua, ambiente, trasporti, connettività e sviluppo sono le cinque stelle polari che orientano l’azione del movimento sul territorio, mentre la democrazia diretta (assemblee pubbliche e forum online al posto delle riunioni nelle sezioni di partito) è lo strumento di partecipazione, sedicente rivoluzionario. Naturalmente il web già pullula di leggende metropolitane circa lo stalinismo di Grillo e le mire occulte dei suoi spin doctor di Casaleggio&Associati, veri registi occulti di tutta la baracca (secondo l’inevitabile vulgata complottarda) e assertori di un nuovo ordine mondiale, vagamente orwelliano. Stiamo alla politica.

“Parma è una città indebitata, con un grave dissesto economico. Il MoVimento 5 Stelle è un salto nell’ignoto, nel domani. Gli altri sono la continuità con il passato, la certezza del suicidio assistito. Vincenzo Bernazzoli, il candidato del Pdmenoelle è presidente della Provincia di Parma (ma le Province non dovrebbero essere abolite?) in carica (così se perde conserva il posto di lavoro) e sostenitore dell’inceneritore (che causa neoplasie), ha spiegato che il futuro di Parma è nel maggiore indebitamento bancario e che (nessuna paura) i suoi uomini sanno come trattare con i banchieri.”

Oltre che con Federico Pizzarotti a Parma (amministrata dal centrodestra da quasi quindici anni), definita nello stesso post da Grillo “la nostra piccola Stalingrado”, il M5S è al ballottaggio a Budrio (in provincia di Bologna) con Antonio Giacon vs Giulio Pierini (Pd) e a Comacchio (in provincia di Ferrara) con Marco Fabbri vs Alessandro Pieroni (centrosinistra allargato all’Udc). In tutti e tre i comuni della Regione in cui si vota lo scontro è tra il Partitone e i nuovi barbari di Grillo.

Da qui a domenica cercherò di raccontare le disfide elettorali, i protagonisti e le ragioni del contendere. Proverò a tracciare piccoli affreschi di paese in grado di sgombrare il campo dalla fuga nello stereotipo che caratterizza il mainstream nostrano e di capirci qualcosa nel piccolo terremoto in corso.

Per ora l’unico che ha accettato di parlare con tFP, il candidato sindaco del Pd a Budrio, mi ha stupito lamentando una strumentalizzazione “tutta nazionale” di un voto locale. E io che pensavo che fossero proprio i temi locali il cavallo di battaglia delle liste legate al brand Grillo. Spero che i candidati del M5S, contattati su Facebook nei giorni scorsi, sappiano far luce su questo piccolo mistero e sul resto. Diversamente dovrò affidarmi solo alla ricerca e il racconto sarà inevitabilmente più sfuocato.

(1 – continua)

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8 maggio 2012

È NATA UNA STALLA

Un’altra volta. A vent’anni di distanza, tutto si ripete nella stessa, identica, maniera. Per filo e per segno, le elezioni hanno scandito il penultimo atto del big bang dei partiti, nel ben noto copione mediatizzato di mazzette, manette, assalto alla spesa pubblica e alla moneta corrente (ma senza la lira da svalutare) unito alla disperante incapacità di fare politica. Vent’anni passati a non decidere che cosa l’Italia avrebbe dovuto essere e ora, dopo che anche l’ultimo dei fessi li ha sgamati, tutti a gridare all’antipolitica dei bruti che minacciano le virtù repubblicane.

Così, come nel 1994 è arrivato il marziano antipolitico magnate dei media, adesso ce n’è un altro, che conosce quelli nuovi (di media). E sa (e lo scrive da anni a chiare lettere) che per vincere le elezioni contro quei morti di sonno da cui è circondato non servono congressi, tessere o sezioni né rimborsi milionari, che i partiti si spartiscono come gangster al saloon. Meglio usarli contro di loro, adesso che la gente fa davvero fatica ad arrivare alla fine del mese e che il bollettino dei suicidi per debiti se la gioca con quello dei caduti sul lavoro. Adesso, la gente, ai soldi ci guarda proprio.

La chiamano antipolitica, col riflesso condizionato di chi considera tout court la politica una cosa sporca e prende poco l’autobus. Forse perché, semplicemente, non credono possibile un mondo in cui un consulente informatico di una banca (che deve prendere le ferie per fare campagna elettorale) possa realisticamente arrivare al ballottaggio per diventare sindaco di una città come Parma. E non sono tanto i politici di professione (che si difendono alla meno peggio) ma la pletora di opinionisti che, eterni interpreti dell’arte del disincanto, adesso spalancano gli occhioni e sparano a caratteri cubitali.

La notizia più scioccante di queste elezioni non è l’affermazione di Grillo, su cui il solito Giuliano Ferrara contro tutti ha sentenziato, a una smagliante Bianca Berlinguer: “è il vero sconfitto della giornata, con questo clima mi aspettavo il 20/30 per cento”. La sorpresa vera è stata la botta d’arresto subita da Casini, Fini & Co. Come alle amministrative del 1993, al centro si è spalancata una voragine, considerata la caduta libera del Pdl (con Berlusconi in gita da Putin, per non saper né leggere né scrivere).

Il Pd dicono che tiene. A regola è il primo partito d’Italia (visto che il Pdl è via di scioglimento) e, nonostante non riesca a esprimere candidati nelle grandi città (a Genova è in testa Doria, indipendente, a Palermo Orlando, Idv, contro Ferrandelli, ex Idv), in termini di lista, appunto, tiene. Sarà per questo che D’Alema va predicando la fine delle leadership populiste e di certo, passata (se passerà) la paura dei ballottaggi, Bersani penserà (forse a ragione) di potersi giovare per un po’ dell’effetto-Hollande (segretario pacioso, senza grilli per la testa, vince le elezioni mettendoci la faccia).

Ma c’è un ma. Quel famoso effetto ’94 non c’è alcuna ragione per cui non debba ripresentarsi, con le stimmate dei giorni nostri. Non è che gli elettori del Pdl e della Lega (bombardata ma non del tutto affondata, anche se in via di mutazione grillina) siano scomparsi coi loro partiti. E se, putacaso, possono bastonare gli odiati post comunisti, magari votando una giovane faccia pulita senza partito, perché non dovrebbero farlo? Per paura dell’antipolitica?

Oltre a Parma, dove il candidato è al ballottaggio con quello del centrosinistra (Pdl quarto, tipo) in Emilia-Romagna la cartina politica diventa interessante, se letta in controluce. Il Movimento 5 Stelle va al ballottaggio a Budrio (in provincia di Bologna, roccaforte Pd) e a Comacchio (in provincia di Ferrara) con risultati sopra il 20 per cento. Tendenzialmente in regione non scende mai sotto il dieci e sfonda quando ci sono questioni in grado di dividere la cittadinanza, sul merito delle proposte politiche (inceneritore, centrale a biomasse, storici cavalli di battaglia).

Come nel 1993 oggi il centrosinistra tira a festeggiare, occhieggia speranzosa a Parigi e teme Atene come la peste, mentre Grillo sta organizzando l’opposizione nelle sue roccaforti (di voti, potere, spina dorsale), sui contenuti che scaldano davvero il cuore dei suoi, famosi, militanti di base come fa contro Lega e Pdl dalle loro parti (rivolta fiscale, nisba cittadinanza agli immigrati nati in Italia). Quando poi i suoi candidati si dimostrano intelligenti e preparati e i vecchi ras del villaggio sono troppo bolliti per correre (e/o per piazzare rampolli presentabili) rischia pure di vincere.

A occhio, a Bersani converrebbe davvero mandare tutti a spendere e andare a votare con questa legge elettorale. Tra un anno forse è troppo tardi (anche per l’effetto-Hollande). E a chi, quando sarà il momento, venisse in mente (Ferrara l’ha già esplicitato prima su Rai Tre, con evidente sadismo) di proporre qualcosa che assomiglia al governo di unità nazionale (non c’è bisogno di dichiararlo esplicitamente in via preventiva, dopo aver approvato una legge elettorale proporzionale, la gente capisce) perché “c’è bisogno di senso di responsabilità”, si tenga bene a mente la lezione di Avigliana.

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21 aprile 2012

CACCIA ALLA STREGA


“Siamo arrivati a dover leggere in un dispaccio di agenzia «se la ‘nera’ non dovesse arretrare dalle sue posizioni…». La Nera è naturalmente la vicepresidente del Senato Rosy Mauro, coinvolta nel malaffare che sta travolgendo i vertici della Lega. E se dalla prosa della cronaca transitiamo ai piani alti del giornalismo, ecco, con rinnovata passione lombrosiana, corsivisti e grandi firme affondare la penna non sul reato ma sul corpo, sfregiandolo (la badante, la strega, la terrona, mamma Ebbe, la virago), fino a insistere sulle sue mani rosse e nodose, come tocco finale di un rogo intellettuale.”

Norma Rangeri sul manifesto inquadra alla perfezione i termini della questione. Il sacerdote pagano, officiante per conto del matriarcato guerriero della Lega Nord, è stato azzoppato là dove non si può difendere senza farsi da parte e il lesto salvatore della padana patria s’è fatto sotto. Si può immaginare pure che, in un classico patto fra maschietti a suon di puzza di sigaro da circolo della caccia, l’eterno delfino Maroni abbia concesso clemenza alla family del Capo.

Infatti la direzione leghista, dopo la notte delle scope del “pulizia! pulizia! pulizia!”, su Bossi jr. ha glissato, cavandosela con un blando apprezzamento per il senso di responsabilità dimostrato mollando la cadrega. Belsito, lombrosianamente colpevole per definizione, andava cacciato di default, e sulla moglie del Bossi, fondatrice della Lega e negromante in capo, tutti si sono ben guardati da spiccicar parola.

Rimaneva lei, la goffa e trashissima vicepresidente del Senato dalle “mani rosse e nodose”, pure terrona di Brindisi. Lei faceva parte della famiglia solo in quanto “badante”, quindi Maroni & Co. hanno potuto esigere lo scalpo. Il leghista “buono”, amico di Saviano e del club dell’antimafia militante, è arrivato ad auspicare la nascita di un sindacato padano vero, diretto da un padano vero. Un trionfo di maschilismo e razzismo shakerati insieme, per lisciare il pelo alla “base”.

“Quando si dice che stiamo assistendo a una Tangentopoli al cubo, sappiamo che il contraccolpo non sarà un pranzo di gala. E dal lancio delle monetine siamo passati alla lapidazione.” Probabilmente Maroni, Tosi e tutta la simpatica compagnia di rinnovatori leghisti credono di avere a che fare con una manica di rozzi dementi, a cui basta dare in pasto la donnaccia del Sud e il tesoriere infingardo per potersi rivendere una catarsi etica talmente rapida da far sorridere anche i più gonzi.

Maroni ha chiesto e ottenuto il congresso a giugno, perché sa di non avere rivali con Calderoli mezzo azzoppato dalle inchieste pure lui, ma per i sondaggi la Lega è in caduta libera e l’ex ministro degli Interni rischia di fare la fine dell’altro delfino eterno intelligente di vent’anni fa. Colpisce che la nuova Tangentopoli cali come una mannaia proprio durante il ventennale delle imprese di Di Pietro e Borrelli. Ma siamo proprio lì. Con Bossi al posto di Craxi e Maroni-Martelli in fila da una vita. Intorno a loro, i monatti del mainstream che giocano alla lotta nel fango. Come allora, ma chi è il nuovo Bossi?

“Ma quant’è furbo, da uno a dieci, Beppe Grillo che sta girando l’Italia per spiegare che lo scandalo della Lega è una trama dei giudici servi di Monti contro l’opposizione? «Tocca alla Lega, poi a Di Pietro e quindi a noi!». Quant’è abile a urlare in piazza e su YouTube una tesi innocentista e complottista a proposito delle porcate della family, quando perfino Bossi ha dovuto scaricare il figlio e il Cerchio magico. A corteggiare i leghisti spaesati dagli scandali con il no alla cittadinanza per i figli d’immigrati, a costo di sfidare le ire dei blogger, e il ritorno alla parole d’ordine dello sciopero fiscale contro la corruzione politica.”

L’autorevole monito ai coscienziosi lettori del giornale-partito di Largo Fochetti di Curzio Maltese aiuta a mettere le cose nella giusta prospettiva. Il big bang leghista suona come allarme rosso per tutti, inclusa la bolgia d’indecisi a tutto del centrosinistra di palude. Nei sondaggi Grillo è già il terzo partito, 7 per cento e passa, dopo Pd e Pdl poco sopra il 20. Bersani è già lì che ammonisce serio serio, mentre Vendola, che per un po’ ci aveva pure creduto, dopo la tegola dell’inchiesta sulla nomina del primario pugliese, ha ancora voglia di tuonare.

“Il rischio è che i voti della Lega vadano nel fiume sporco dell’antipolitica perché o il centrosinistra sarà in grado di mettere al centro della sua battaglia la questione sociale e quella morale nel loro intreccio, oppure il rischio è che possa prevalere il peggio, come nelle più brutte stagioni della nostra storia. Dopo la crisi dei partiti nel ’92 è venuto fuori Berlusconi”. Ci vuole un bel coraggio.

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12 aprile 2012

GEMONOLOGHI

“Ma non mi fido della tua natura: troppo latte d’umana tenerezza ci scorre, perché tu sappia seguire la via più breve. Brama d’esser grande tu l’hai e l’ambizione non ti manca; ma ti manca purtroppo la perfidia che a quella si dovrebbe accompagnare. Quello che brami tanto ardentemente tu vorresti ottenerlo santamente: non sei disposto a giocare di falso, eppur vorresti vincere col torto. [...] Ma affrettati a tornare, ch’io possa riversarti nelle orecchie i demoni che ho dentro, e con l’intrepidezza della lingua cacciar via a frustate ogni intralcio tra te e quel cerchio d’oro onde il destino e un sovrumano aiuto ti voglion, come sembra, incoronato.”

Lo sbuzzo della citazione del Macbeth, Atto I, scena V, si deve a Flavia Trupia ed è perfetto per convalidare la vulgata corrente, il “lo sapevano tutti” della settimana di passione leghista: la Lega Nord era un matriarcato guerriero. A parte i quattrini pubblici che, secondo il pullulare d’inchieste, spruzzavano dalle casse del partito come champagne alle premiazioni delle gare di motociclette e alimentavano una bulimia di lauree, macchinoni, body-guards e cornicioni d’accomodare, era il potere il punto.

“Se tu vai sopra alla mansarda, c’è una brandina, ma non sto scherzando, ci sono le foto. C’è una brandina di quelle che sembrano per bambini, un comodino e una lampada. Per terra, piena piena, che prende tutta la stanza, libri di magia nera. Cartomanzia. Astrologia. Tutti eh! Ma ce ne saranno almeno un centinaio, tutti per terra, non su una scrivania. Niente, lei vive lì, quando è in casa è lì, con quei libri.”

È Nadia Degrada, amazzone contabile del Carroccio, che intercettata dipinge la tragicommedia del capo-feticcio usato come una bambola voodoo per far fuori i nemici interni e inaugurare una dinastia familiare, nutrita dal suo carisma. “Dopo Bossi, Bossi”. Questo, prima dello showdown pasquale, era il mantra che serpeggiava tra i pretoriani del “cerchio magico” di Manuela Marrone e Rosi Mauro, druide-cape e custodi del corpo del capo-popolo della grande epopea padana, forgiata nel monolocale di sua moglie.

Bossi è stato il sacerdote officiante di una liturgia, pagana e popolare, che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone. Il populista col dito medio sguainato, quello che “la Lega ce l’ha duro”, s’è persino inventato una discendenza etnica, i Celti, per spiegare antropologicamente la sua Padania, causa/missione fondata sul nulla. L’ampolla del Dio Po, Pontida, eccetera sono stati solo interpretati, dal Bossi, ma sono farina del sacco di qualcun altra. Qualcuna che legge di magia e/o che non ha fatto altro che un bel copia/incolla, dalla new age neopagana al Dna di un partito senza identità.

“Ma intanto Bossi fu altro, è stato una chiave per la comprensione e l’incanalamento di grandi e pericolose rabbie nordiste, ha flirtato con i mostri del secolo, da Milosevic in giù, ha usato una lingua da trivio, la sua gesticolazione corporale era la volgarità incarnata, ma mostro non è mai stato. Se chi gli sputa addosso adesso, brutti maramaldi che non sono altro, avesse fatto un centesimo di quello che ha fatto Bossi per cercare soluzioni ai problemi veri italiani, avrebbe il diritto di parlare. Chi ha il diritto di parlare?”

Giuliano Ferrara s’indigna per l’elettroshock mediatico subito dal vecchio leader. Da garantista, certo, ma soprattutto come testimone eccellente di una storia che si ripete: Craxi capro espiatorio di un sistema in panne, Berlusconi logorato da giudici e cortigiani e un Martelli-Alfano-Maroni sempre pronto ad approfittarne a suon di appassionate omelie dedicate al capo carismatico caduto in disgrazia e, contestualmente, affilando le lame in vista dell’agognato affondo.

“Io penso che queste cose non capitino per caso a Pasqua. Quando ci presenteremo davanti al Padreterno ci chiederà quante volte sei stato capace di ripartire: questo vuol dire Pasqua, ripartenza.” Dal palco di “Orgoglio leghista”, day after della crocifissione pasquale, Bossi ha chiesto scusa ai militanti per suo figlio, ha tentato di giustificarsi un po’ (tra i fischi), ha tuonato contro il solito complotto (ancora fischi) e si è arreso all’avvento dell’eterno delfino in un cortocircuito retorico vagamente psicanalitico: “Non è vero che Maroni è Macbeth”.

“La partitocrazia e Roma vogliono annientare la Lega perché la Lega è l’unica risposta. È  per questo che tenteranno ancora di dividerci… è la storia della Lega, i tentativi che ci sono stati di dividerci, di dividere la Lombardia dal Veneto, di spezzare quella magica operazione che fece Umberto Bossi nel 1991 creando la Lega Nord, la potentissima…”. E “basta con i cerchi”, però: secondo Maroni la magia è di Bossi, non delle fattucchiere della soffitta di via Gemonio. Per loro e per i loro accoliti sono pronte le epurazioni, roghi rituali e staliniani di un partito-tribù che ha esordito sventolando il cappio in Parlamento.

“Ce la faremo a risorgere? Certamente sì, ma non ci basta: noi abbiamo un sogno nel cuore, quello di diventare alle prossime elezioni politiche il primo partito della Padania… è il progetto egemonico di cui ha sempre parlato Umberto Bossi. Possiamo farcela se facciamo quello che ho detto: pulizia, nuove regole e unità. Senza polemiche fra di noi, chi rompe le palle fuori dalle palle! È un sogno? Certo, è un bel sogno. Il futuro appartiene a coloro che credono alla bellezza dei propri sogni.”

La Lega è stato l’ultimo partito di massa all’antica, modellato sul centralismo democratico del Pci e sulla democrazia progressiva di togliattiana memoria, e il suo capo assoluto (come lo erano i segretari del Pci) ha cominciato strimpellando canzoni alla chitarra con piglio belmondiano, come il suo amico-nemico Berlusconi. Il tramonto della sua avventura (mai termine fu più appropriato) coincide con quello dell’altra B che ha dominato la scena politica negli ultimi vent’anni.

È un terremoto vero, per la destra, molto simile a quel fatidico 1992 in cui la magistratura e i media spazzarono via, nel disonore, i partiti che avevano costruito la Repubblica dalle macerie. Occhetto e il Pds, allora, tentarono di approfittarne con miope cinismo e infatti arrivò Berlusconi, per vent’anni. La stessa latitanza politica di oggi con il rischio che, stavolta, “l’uomo nuovo” non abbia neppure un qualche conflitto d’interessi con cui tentare di ricattarlo. E che ci seppellirà, sì, ma con grande onestà.

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19 dicembre 2011

NON È UN PAESE PER TECNICI


“La verità è che l’Italia è stata fondata su basi marce e ci abbiamo mangiato tutti: evasori, statali che non facevano un cazzo e con il doppio lavoro magari si potevano permettere di cambiare una volta in più la macchina, così allo Stato tornava comunque indietro almeno l’Iva…”. Secondo Claudio il Tappezziere, economista di riferimento oltre che asso del tressette nel circolo
radical chic bolognese che frequento, c’è poco da fare.

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro degli altri, quelli che “alla mattina escono di casa per tirar su la serranda, andare in fabbrica o fare qualunque cosa”. Quelli che tutte le volte che il Paese si trova nella merda, gira e rigira alla fine si trovano il conto da pagare. È successo nel 1992 con la mitica finanziaria di Amato, poi coi sacrifici per entrare nell’Euro, ora col salasso per tentare di tenerlo in vita.

Bonanni buca i media dicendo che la manovra finanziaria poteva scriverla anche suo zio perché coglie lo spirito dei tempi, che aleggia maggioritario in tutti i Bildenberg di basso borgo del Belpaese. La consueta ingiustizia sommaria che si salda all’impotenza atavica di un potere spuntato, anche se ammantato per l’occasione di sobrietà professorale, per mettere qualche toppa. L’Italia è sempre quella del Marchese del Grillo.

Presumibilmente il “sadismo professorale” del “bullo intellettuale” diventato premier a furor di Twitter, ritratto da Annalena Benini con impeccabile perfidia, ha contribuito ma non è stata la causa scatenante. Il duce in loden, senza amici nel Palazzo, è parso un toccasana proprio a causa del disprezzo manifesto con cui ha trattato l’odiata casta. Non è neppure colpa della stangata, alla fine se l’aspettavano un po’ tutti.

È stata quella raggelante sensazione di déjà vu, schiaffoni ai soliti noti mentre i furbi si squagliano, unita all’italianissima vigliaccheria del non ammettere la Caporetto delle sempiterne riforme perennemente annunciate. Il Commissario Monti, lo stesso che ha inchiodato Microsoft, è stato messo sotto scacco da tassisti e farmacisti di casa nostra, oltre che dal veto sull’asta delle frequenze televisive. Per ora, a sentir Passera, ma gli altri non hanno goduto del privilegio di tale dilazione.

“Poi anche questo ‘contributo di solidarietà’ per le pensioni d’oro… Se prendi centonovantanovemila euro l’anno niente, con duecentomila te ne fan fuori trentamila. Non potevano tassare in modo progressivo?” Il diavolo si nasconde nei dettagli, Claudio il Tappezziere mette di nuovo il dito nella piaga e s’infervora: “Posso dire una cosa? Voi che siete giovani perché non andate in piazza a protestare?”

Nel clima surreale di questo Natale 2011 in odore di austerity, anche la piazza è un’arma spuntata. L’hanno capito bene gli anarchici che hanno spedito la bomba a Equitalia: a memoria d’uomo non ricordo un attentato, peraltro così vile e meschino, che abbia goduto di tale popolarità. Non solo i social network ma pure i bar con la birra sono un tripudio di “hanno fatto bene, quelli sono proprio il peggio”.

La coincidenza di analisi, poi, tra opposti estremismi rende il clima ancora più sinistro e cupo. Anarchici e Boghezio, leghisti vestiti da operai in Parlamento e rifondatori del Pci che gridano al complotto delle banche, insieme a Ferrara, Feltri, Bossi, Vendola, Tremonti e Di Pietro e agli editorialisti del manifesto, i sindacati e la Mussolini. Come stupirsi, in un clima del genere, dei proiettili ai politici recapitati da nuovi brand terroristici che sgomitano per il loro posticino nel Tg delle otto?

E mentre anche il New York Times getta la spugna e ammette la sua delusione per la manovra di Monti, nel Belpaese la fiction post-berlusconiana in crisi d’identità si va a sovrapporre a una realtà sempre più recessiva e deprimente. Così può accadere che l’onorevole Scilipoti si metta in combutta situazionista con l’avvocato Alfonso Marra, esperto di signoraggio e leader del Partito d’azione per lo sviluppo, e con la show-girl Sara Tommasi per inscenare una campagna contro le banche.

Le immagini di Sara Tommasi, a braccetto con Scilipoti, che accenna allo striptease in mezzo alla strada e si fa ritrarre come mamma l’ha fatta per promuovere il pamphlet del Marra (onore condiviso con Lele Mora, Manuela Arcuri e Ruby Rubacuori) contro le banche affamatrici, acuiscono l’ésprit de décadence che esala dalle cronache. Come se il teatrino del vecchio impresario più amato dagli italiani avesse deciso di sopravvivergli e stesse progressivamente esondando nella realtà.

Il 2012 incombe…

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29 maggio 2011

L'ULTIMA CORSA DI VARENNE?


“Quale esper­t­o impazzito di marketing poli­tico ha suggerito al premier di presentarsi in tutti i tg come un propagandista, di diminuire la sua autorità e credibilità di pre­sidente del Consiglio e di lea­der del partito di maggioranza relativa di una grande nazione occidentale con discorsi da bet­tola strapaesana? Chi gli ha consigliato di perdere all’istan­te i voti dei cattolici diocesani abbracciando a Milano, dove le intemerate leghiste più sprovvedute non hanno mai at­­tratto consensi, la crociata del­la lotta a zingaropoli o il truc­chetto del trasferimento in terra meneghina di al­cuni ministeri romani, subi­to contraddetto dal sindaco della Capitale? Che cosa può portare il capo di una classe dirigente che dovrebbe pun­tare su libertà e responsabili­tà ad avallare, dopo la magra figura dell’attacco
ad perso­nam a Pisapia, e senza le do­vute scuse, l’idea che la vitto­ria dell’avversario nella lotta per il Municipio porterebbe terrorismo e bandiere rosse a Palazzo Marino?”

Giuliano Ferrara, con la tipica lucida crudeltà degli amanti traditi, denuda in poche righe il disastro politico della campagna elettorale sempre più disperata (con tanto di finti operai sguinzagliati in diversi quartieri a prendere le misure per finte moschee e finti rom a distribuire finti volantini pro-Pisapia) di Berlusconi, la cui – piuttosto probabile – disfatta rischia di tirarsi dietro tutto il resto. Ostaggio di una Lega debole, sconfitta nelle urne e sfibrata da faide, rivolte della base e contraddizioni che neanche il verbo del Bossi sembra in grado di placare, e ostaggio della propria storica inossidabilità, che gli ha impedito sinora di scegliere un successore a cui affidare la costruzione di un partito vero, il premier stavolta appare all’angolo del ring. A un soffio dall’ultimo gong.

Notapolitica e The Right Nation da diversi anni utilizzano la gagliarda metafora ippica per sbertucciare platealmente il divieto di pubblicazione dei sondaggi, escogitato presumibilmente per tutelare gli elettori da sé stessi (sono troppo stupidi per non farsi condizionare da rilevazioni statistiche a ridosso del voto o da – ommioddio! – spot televisivi, questi elettori). Secondo le ultime corse clandestine recensite, dopo la pubblicazione quasi quotidiana di tutte le gare preparatorie dei principali ippodromi in cui si disputano i Grand Prix più attesi, per i purosangue della scuderia Varenne si profila una vera e propria Caporetto.

“Ultimo giorno di gare, all’Ippodromo di Frizzy, per la preparazione alla finale del Gran Prix di Milano del 29-30 maggio. Anche stavolta, confermando un trend emerso nettamente negli ultimi giorni, Fan Pisapie ha dominato in lungo e in largo staccando di ben undici lunghezze Morattenne. Risultato vicinissimo al record stagionale fatto registrare mercoledì della scorsa settimana. Con una larga fetta della tifoseria di Varenne assente dagli spalti, in evidente stato di agitazione nei confronti dei coach della scuderia, il cavallo rosso ha galoppato in scioltezza fin dalle prime curve, arrivando sul traguardo in 55,5?, mentre la campionessa uscente non è andata oltre un modestissimo 44,5?. A questo punto, in vista della gara finale, l’obiettivo principale della Scuderia Varenne sembra essere diventato quello di limitare il più possibile le perdite, per evitare che la sconfitta si trasformi in un dramma.”

Se a Milano piange da Napoli potrebbe arrivare il colpo di grazia per la scuderia Varenne: “Lunedì Galopin du Magistry è arrivato al traguardo in 52?, con quattro lunghezze su Letterienne (48?). Giovedì le lunghezze sono diventate sette, con il puledro amato dai giudici di gara che ha fatto segnare un ottimo 53,5? contro il 46,5? del suo avversario. Nell’ultima gara in programma, però, quella di venerdì, il cavallo della Scuderia Varenne ha avuto un sussulto d’orgoglio, chiudendo il giro di pista in 48,5? contro il 51,5? di Galopin du Magistry, ad appena tre lunghezze dal battistrada. Barlume di speranza o canto del cigno?”

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"Il favoloso mondo di Pisapie" è stato pubblicato qui.

16 maggio 2011

MI ASSENTO

Per la prima volta in vita mia oggi non vado a votare. Non per snobismo rancido o cinismo disarmato, solo non sono più disponibile a subire il ricatto. Dell’emergenza democratica, del momento storico delicato, della chiamata alle armi, del richiamo della foresta. Sempre la stessa storia, sempre lo stesso ricatto che pesa come un macigno su chi ha una coscienza politica (o l’avatar spolpato che ne rimane) a cui rendere conto. Oggi smetto.

Se vivessi a Milano sceglierei Pisapia, se stessi a Torino Fassino, a Napoli sarei disperato e a Bologna almeno mi rimarrebbe Willie. Invece dovrei andare a votare per la Provincia di Ravenna e intendo illustrare qui le ragioni per cui non ho intenzione di farlo. Non per espiazione anticipata né (spero) per esibizionismo da blogger, è che mi pare giusto illuminare quella parolina che chiude un po’ mestamente le tabelle della tv: astenuti.

Forse tutti gli astenuti anonimi hanno una ragione valida per accettare di buon grado di finire così in basso nella gerarchia civica, proprio il giorno della festa della democrazia. Non più al calduccio di uno dei loghetti colorati che ornano (contornati da numeri e percentuali) le prime serate dell’Italia al voto, ma nel gelido e anaffettivo “astenuti” esclamato dallo speaker in tono ospedaliero a margine dei piatti forti del match politico di giornata. Chi legge penserà: ecchissenefrega di che fa Orione domenica? Non ha tutti i torti, ma in fondo leggere è come votare: si può smettere in ogni momento.

Dicevo: Ravenna, provincia. Il paese dove vivo da qualche anno è piccolo e privo di grossi problemi/opportunità. La dialettica politica di solito si risolve in saghe strapaesane dove maggiorenti, rampanti e famiglie che contano incrociano le lame per definire il perimetro del proprio potere. Lo dico senza astio né alcuna sfumatura moralista, sia ben chiaro, mi pare semplicemente la trasposizione contemporanea delle disfide tra famiglie ai tempi dei Comuni, delle Signorie, del Papato temporale e del Sacro Romano Impero. Nulla di male, niente di nuovo.

Il tema politico locale che interessa me è la costruzione della centrale a biomasse al posto dell’ex zuccherificio Eridania: un chilometro da casa, mezzo dall’asilo di mio figlio. Non starò a tediare sui dettagli (è tutto in Rete, come al solito), basti sapere che: a) in zona non ci sono biomasse; b) non sono previsti risparmi economici per i residenti; c) l’impatto ambientale mi preoccupa e le spiegazioni delle amministrazioni di centrosinistra non mi hanno convinto; d) la devastazione di Palazzo San Giacomo, perla del barocco italiano che ha la sfiga di essere stato costruito (quasi quattro secoli fa) affianco, è quasi certa; e) “riqualificare il territorio” a suon di camion e asfalto mi pare una roba barbarica e antistorica.

Naturalmente non c’è solo la centrale a biomasse di Russi nelle elezioni di domenica ma nella mia lista di priorità è al primo posto. Quindi gli sponsor, Pd, Pri (e mi sarebbe piaciuto votarla, l’Edera romagnola) & company, sono out: tutta la parte sinistra della scheda. Rimarrebbero quelli di Di Pietro (contrari e intruppati, come al solito), ma piuttosto voto per Berlusconi. Poi, tolti Storace e Forza Nuova, rimangono Lega-Pdl (contrari alla costruzione della moschea di Ravenna, vero e proprio spartiacque ideologico tra buoni e cattivi), Udc e Fli (pro-centrale) e l’appassita lista civica dei comitati anti-centrale di cui ho rimosso il nome, crudelmente cacofonico.

Di certo è colpa mia, non mi va mai bene niente / sono un bastian contrario (o un anarchico bolognese in trasferta, come me la racconto io), ma alla Provincia di Ravenna non so per chi votare. Quindi passo e cito La profezia dei Celestini di Stefano Benni, per darmi un contegno (che non ho) e portare un po’ di conforto ai compagni dell’anonima astenuti “negli angoli delle città e della storia”.

“Il Grande Bastardo disse ai suoi discepoli Pantamelo e Algopedante: ‘È proprio dei giovani come voi essere affascinati da stregoni e sortilegi, e pensare che a essi sia riservato il privilegio di donare la fortuna e cambiare la vita. Ma esistono altre persone che compiono miracoli e prodigi, nascoste negli angoli delle città e della storia. Se vedi uno stregone con un copricapo di piume di orokoko che cammina sopra i tetti, fa volare le edicole e fa cadere polvere d’oro sui passanti, può darsi che la tua vita stia per cambiare, ma molto più probabilmente stai vedendo un video musicale.

Se vedi una persona che non si rassegna alle cerimonie dei tempi, che prezioso e invisibile aiuta gli altri anche se questo non verrà raccontato in pubbliche manifestazioni, che non percorre i campi di battaglia sul bianco cavallo dell’indignazione, ma con pietà e vergogna cammina tra i feriti, ecco uno stregone. Quando non c’è più niente da imparare, vai via dalla scuola. Quando non c’è più nulla da sentire, non ascoltare più. Se ti dicono: è troppo facile starne fuori, vuol dire che ci sono dentro fino al collo. Vai lontano, con un passo solo’.”

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26 aprile 2011

REALITY BOLOGNA


“Ebbene sì: Teorema, la società di servizi fiscali convenzionata con il Caaf della Cgil Emilia-Romagna, ha pensato bene di uscire con lo slogan «Non fidarti degli sconosciuti».

Per mostrare attenzione verso le donne, suppongo (vedi l’immagine), ma in realtà sfruttando – e confermando, e rinforzando – la paura degli «sconosciuti». Che sotto sotto c’è in tutti, donne e uomini. Di destra e sinistra. Di qui alla paura dell’altro, dello straniero, del diverso, il passo è più che breve, è lo stesso identico passo: quello della Lega. Ma la Cgil non era di sinistra?”

Se Giovanna Cosenza, allieva di Umberto Eco e docente di semiotica all’Università di Bologna, fosse stata leghista probabilmente avrebbe tuonato contro il Caaf della Cgil che tappezza Bologna di messaggi subliminali pro-Pd. Nella città di Dozza e Fanti le elezioni sono alle porte e gli sconosciuti, gli stranieri, sono i barbari leghisti più che i migranti nordafricani. L’eventualità che la bandiera di Alberto da Giussano possa sventolare a Palazzo d’Accursio, dopo il ballottaggio che gli ultimi sondaggi danno per probabile per quanto difficile, non è più così remota. Di qui, forse, lo stato confusionale della sinistra e l’analisi un po’ fantasy della professoressa Cosenza sulla campagna delle Lance Libere.

A Bologna la Lega, al 3% fino a due anni fa, candida Manes Bernardini, avvocato di trentotto anni sostenuto da un Pdl mugugnante, bella presenza e “leghista dal volto umano”, secondo il sin troppo lusinghiero ritratto che ne fa Michele Brambilla su La Stampa. I sondaggi lo accreditano tra il 24 e il 33 per cento ed è l’unico ad essersi presentato, il 21 aprile, alla festa per la Liberazione della città (forse per far dimenticare di aver dichiarato che era avvenuta a “ottobre del 1945”). Non c’era Aldrovandi, il terzopolista sostenuto dall’unico ex sindaco di centrodestra Giorgio Guazzaloca e accreditato dell’8-9 per cento dei consensi né Bugani, il grillino che rischia di andare in doppia cifra e alla domanda “chi era Dossetti?” ha risposto mesto “non lo so”, né Merola.

“Atos Solieri contesta: «Uno scivolone può passare, due mica tanto, ora siamo alle comiche! Se uno si dimentica questi appuntamenti qui, a sem a post!»”. Virginio Merola, fresco trionfatore delle primarie del centrosinistra con venti punti di scarto sulla candidata di Sinistra e Libertà, è impegnato in una sorta di guerra alla comunicazione contemporanea. Il claim della sua campagna “Se vi va tutto bene, io non vado bene” è diventato un tormentone-scioglilingua cittadino e le sue spettacolari gaffes (“spero che il Bologna torni in serie A”) hanno già fatto storia, entrando di diritto nella narrativa da bar di cui Bologna, alla faccia di chi le vuole male, è ancora capitale morale. Per i sondaggi è in bilico. Tra il 45 e il 51 per cento significa rischio ballottaggio e l’incubo del ’99, diserzione elettorale della sinistra e vittoria dei cattivi, si profila nuovamente all’orizzonte.

Bologna, reduce da un anno e mezzo di commissariamento (record italiano) a causa delle repentine dimissioni di Delbono dopo le accuse di Cinzia Cracchi (ora capolista di una lista civica), non è solo “la città dei rancori”, come l’ha ritratta la puntata di Report dell’illustre cittadina Milena Gabanelli, ma nel dibattito pubblico prevale quell’aria da reality un po’ sfigato che la trasmissione ha catturato impietosamente nelle interviste sempre più sconsolate (da parte del giornalista visibilmente provato) agli aspiranti primo cittadino e agli esponenti della claustrofobica classe dirigente locale. Quando a Maurizio Cevenini, record man di matrimoni celebrati, quasi-candidato sindaco e capolista del Pd alle elezioni, è stato chiesto con qualche imbarazzo (“non sono riuscito a trovarli da nessuna parte”) che programmi avesse, lui ha risposto con un sorriso disarmante, da tronista in castigo, “eh lo so, è un mio difetto”.

Il teatrino di paese non riesce a nascondere la realtà di una città ferma, incapace di prendere decisioni, con 49 filobus su gomma Civis figli di nessuno costati oltre 150 milioni di euro (per ora) e parcheggiati al Caab, la stazione in eterno cantiere e deliranti progetti alla Blade Runner (people mover e altri dadaismi ingegneristici) sulla rampa di lancio. Una metropolitana in una città da 400.000 abitanti, per dire, fa un po’ ridere eppure se ne parla da due lustri, anche se non c’è verso di decidere. Invece la chiusura del centro storico alle auto, votata dal 70% dei bolognesi nel referendum del 1985, non è mai stata fatta. Forse basterebbe partire da quello che c’è, una città medioevale colma di tesori architettonici, dove si mangia bene e si sa vivere, valorizzarlo, e magari cominciare a dirlo un po’ in giro.

L'articolo è stato pubblicato (insieme con la foto) su The FrontPage.

30 settembre 2010

E FINI MANDÒ IN TILT LA RETE


“Quello di Adro ormai non è più un caso politico: è un caso umano”. Questo è l’incipit lapidario dell’articolo di Michele Brambilla sulla Stampa sul celebre caso Adro (settecento soli delle Alpi, simbolo elettorale della Lega Nord, disseminate su banchi, cancelli e muri della scuola, pubblica, intitolata a Gianfranco Miglio).

A parte l’ironia, il pezzo (“Il sole delle Alpi fa male”) segnala che la fissazione per la pisciata territoriale pare non essere circoscritta alla sola Adro (che ha eletto a furor di popolo il buon Lancini, già noto per aver cacciato i bambini poveri stranieri dalla mensa scolastica e, poi, per aver imposto il menù padano a tutti) e soli celtici, guerrieri e spadoni spuntano come funghi nel profondo nord, insieme ai primi casi di malgoverno e poltronismo (sindaci e presidenti di provincia che non rinunciano al seggio a Roma e Strasburgo, quell’altro che andava in vacanza in auto blu, ecc.). Il Pd di Reggio Emilia, dopo aver pagato dazio alle ultime tornate elettorali, ha deciso di contrattaccare: “Roma ladrona? La Lega sta in poltrona”.

In questo scenario, con la Lega al 12 per cento e il Pdl in liquefazione al nord, non stupisce che il teatrino Berlusconi vs Fini, in scena dallo scorso aprile, continui a monopolizzare l’agenda. Il presidente della Camera e il premier si disprezzano profondamente ma è dal 1993 (anno dello sdoganamento) che non possono fare a meno l’uno dell’altro e se ogni divorzio è un trauma in questo caso c’è di mezzo l’Italia intera. Fini però, a differenza di Berlusconi (che fa 74 anni in questi giorni e si lambicca con operazioni di bassa cucina algebrico-politica, invece di festeggiare ai Caraibi come Zeus comanda), è in forma smagliante. Fli ha retto, la costante denuncia del governo a trazione leghista apre praterie elettorali al centro-sud e ha sfondato a sinistra tra i moralisti-legalisti che votano Di Pietro e/o Grillo.

L’annuncio del videomessaggio, poi, è stato un vero e proprio colpo di genio. Se le cronache narrano di una sofferta mediazione famigliare, quel che è certo è che i server erano in tilt e il video ha cancellato mediaticamente pure la malinconica Woodstock di Grillo, con Dario Fo sul palco dell’Ippodromo di Cesena a elogiare il coraggio di Fini “contro i furfanti”.

“Roma ladrona? La Lega sta in poltrona”, campagna del Pd Reggio-Emilia è qui.
L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

21 settembre 2010

PD X-FILE


“C’è delusione, c’è una richiesta di chiarezza e di unità nel centrosinistra. Bisogna stare in mezzo alla gente e non fare i giochini della politica. I partiti devono fare un atto di umiltà profonda, non individuare dei nemici, ma gli avversari, aprirsi alla società. La società bolognese è di pasta buona, non voglio lasciare l’orgoglio nelle mani della Lega Nord”.

Un’illustratrice di Ravenna sostiene con una certa decisione che Maurizio Cevenini, quasi-candidato del Pd alle primarie per il sindaco di Bologna, sia un alieno. Più precisamente un rettiliano, uno di quei serpentoni cattivissimi stile Visitors che secondo alcuni ufologi radicali si stanno infiltrando in tutti i gangli della nostra società (in Rete ci sono siti che forniscono una descrizione dettagliata di tutte le razze in circolazione e del loro rapporto con gli umani). Sul perché di tanta sicurezza risponde un lombrosiano “ma l’hai visto?”

A parte l’espressione (in foto sembra non sbattere mai le palpebre né smettere di sorridere), sono le parole di “Mister Preferenze” (com’è stato ribattezzato dopo le oltre diciannovemila croci sul suo nome rastrellate alle ultime regionali) che, se non di un rettiliano, sembrano quelle di un format. Il curriculum, poi, rende la candidatura un evento di folclore, la sagra strapaesana della bolognesità tanto cara al vecchio nemico Guazzaloca (l’ex macellaio che sconfisse la candidata distillata dal partitone nel 1999).

Il consenso schiacciante di cui sembra godere il già “sindaco dello stadio”, tutte le domeniche in tribuna con il suo striscione di dieci metri “Bologna nel Cuore” (il nome della sua forse-lista civica), deriva infatti dal suo “stare in mezzo alla gente”. Come consigliere comunale ha superato da poco il tetto dei 4000 matrimoni celebrati (forse il record del mondo) e la sua ape rosso-blu col solito slogan è una delle leggende metropolitane più comuni, dopo l’ormai sessantenne Beppe Maniglia che suona la chitarra a torso nudo in Piazza Maggiore e gonfia a colpi di polmone la borsa dell’acqua calda (anche lui si voleva candidare sindaco l’altra volta, ma da indipendente e non è riuscito a raccogliere le firme).

La Rete, e Facebook in particolare (oltre, naturalmente, allo stato di autoipnosi in cui pare giacere il locale Pd), hanno messo a Cevenini le ali ai piedi, amplificandone a dismisura il sistema relazionale e fornendo ai media locali (che godono assai a dettare la linea al fu partitone) sempre nuovi aggiornamenti sulle imprese del “Cev.” (altro suo soprannome, somigliante in modo un po’ inquietante al “Cav.” di Giuliano Ferrara).

Le prime indiscrezioni sulle sue idee forse hanno un po’ spiazzato il “popolo del web”: no alla grande moschea (cara alla comunità islamica locale e cavallo di battaglia della Lega), no alle simboliche nozze gay (come invoca la folta comunità lgbt cittadina, già celebrate da diversi sindaci di centrosinistra), si ai finanziamenti alle scuole private (parola di ex dirigente della sanità privata). “Forse gli alieni non si raccapezzano della mancanza di logica degli umani e hanno buttato lì i temi su cui c’è più casino”, chiosa l’illustratrice.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

14 agosto 2009

IL DIALETTO A SCUOLA


"Ma è così uno scandalo?"

Ho chiesto l'altro giorno al mio amico Enrico Maria, blogger triestino, giornalista, antropologo, esperto di comunità virtuali e seguace di Cecco Beppe e dell'irredentismo euroregionale.
Mi ha risposto con un lapidario "ovvio che no". E si è offerto di illustrare il perché ai lettori del Bianconiglio.
Buona lettura.

L'articolo completo, il Bianconiglio pubblicato sul blog di Aprile, è qui.
Il video di Aldo, Giovanni e Giacomo sull'inganno della cadrega l'ho preso in prestito qui.

10 giugno 2009

MORALE DELLA FAVOLA / 2


"Serracchiani in Italia, Verdi in Francia, Pirati in Svezia: chi l'ha detto che è andata male per l'Europa? I socialisti? Chi?"


Così apro le danze sul Facebook, in questo day after elettorale molto più controverso e meno banalmente cupo di quello che ci si poteva aspettare alla vigilia (sondaggi clandestini alla mano).
La valanga di destra in Europa c’è stata, è innegabile, ma è stata intercettata da leader che hanno saputo dare una faccia e parole credibili alla paura dell’uomo nero e della crisi mangia-benessere, che sta segnando l’opinione pubblica della vecchia ed esausta Europa. Un po’ come la Lega in Italia.

I socialisti pagano dazio e di brutto, anche dove hanno dimostrato di saper governare la contemporaneità, come nella Spagna di Zapatero.
Questo magari significa che l’idea socialista è vecchia, frusta e logora, inattuale, alla fine della lunga parabola del suo ciclo vitale, iniziata oltre un secolo fa. O semplicemente viene percepita così, ma non fa nessuna differenza in termini pratici.

L'articolo completo, l'ultimo Bianconiglio pubblicato lunedì su Aprile, si trova qui.
L'immagine è stata presa in prestito qui.

26 novembre 2008

L'ALTRA FACCIA DELLA PLEBAGLIA / 2


"Gli italiani sono meglio dei politici"


Così ha sentenziato Vladimir Luxuria dopo aver vinto L'Isola dei famosi. Il fatto che italiani e spettatori del reality di SImona Ventura siano un sinonimo, chiarisce l'amletica serie di domande poste a suo tempo dall'intellighenzia progressista sull'inspiegabile batosta dei sinistri arcobaleni e sul travaso di voti operai (molti iscritti direttamente alla Fiom) alla Lega di Bossi.

Se non fosse che mezzo milione di precari rischia di finire a casa entro Natale, varrebbe la pena perdere qualche riga per sbruffoneggiare un po' sullo squallore di Liberazione che fa un tifo da stadio - dopo aver svillaneggiato la Luxuria rea di guadagnare come un operaio in 300 anni di lavoro - e paragona la sua vittoria a quella di Obama (giuro, è vero).

Se non fosse che mi sono già rotto le palle prima ancora di cominciare mi metterei a linkare articoli, dichiarazioni di quando Luxuria ha accettato di partecipare, tra lo sgomento dei suoi compagni.
Invece mi limito a citare me stesso che il 27 luglio - all'indomani della quasi contemporanea sconfitta di Vendola nel congresso di Rifondazione e dell'annuncio di Vladimir sull'Isola, scrivevo qui sul blog:

"più prosaicamente, è la merda che si rivolta al badile.
Infatti mentre i compagni sono chiusi in assise permanente ad elaborare il lutto, regolare i conti in sospeso e scervellarsi sul perché gli operai iscritti alla Fiom al nord votano per la Lega (come ha fatto notare cupo il Berty), il Diavolo ha già deciso chi li rappresenterà quest'autunno, e come: Vladimir Luxuria all'Isola dei Famosi"

Infatti Gad Lerner sul suo blog ora può scrivere questo.

E Annalena Benini sul Foglio questo. E - cosa più paradossale - hanno ragione tutti e due.

Nell'immagine "La Penisola dei Famosi", il mio pensiero creativo a riguardo (in tempi di vacche relativamente grasse), la campagna della Sinistra Giovanile con cui ho vinto il Premio Agorà nazionale per la comunicazione sociale nel 2006.

27 luglio 2008

L'ALTRA FACCIA DELLA PLEBAGLIA


"A me i braccianti analfabeti hanno insegnato la battaglia contro il plebeismo culturale, ma questa comunità sta scegliendo un'altra strada".

C'è una ragione per cui se Nichi Vendola fosse stato il candidato leader di Sinistra Arcobaleno io l'avrei votato, nonostante l'evidente miserabilità del progetto (e le facce dei promotori): è un tipo sincero.

Non credo sia solo lo smacco di una sconfitta annunciata (tutte le correnti di Rifondazione - stalinisti e trotzkisti insieme - contro la sua mozione maggioritaria che raccoglieva il 47% dei delegati) che gli fa dire
"questo congresso è il compimento della sconfitta della sinistra"
ma quella puzza di miserabile caccia al traditore che ha segnato il clima di un miserabile congresso, preceduto da vere e proprie rese dei conti a livello locale, a suon di ricorsi, avvocati, giudici, carabinieri.

La comunità (così la chiama
Nichi con la sua consueta magnanimità) di Rifondazione è riuscita nel capolavoro di apparire sui media come un guazzabuglio di bande che si odiano e si accapigliano per qualche strapuntino di potere o (peggio) per idee vecchie come Bakunin, ma non esitano a tramestare insieme come i più brutti ceffi democristiani (e sotto le telecamere per giunta) pur di bruciare le ambizioni dell'unico leader in grado di far votare per loro gente come me, che di norma farebbe fatica ad ascoltare anche un solo minuto dei loro deliri passatisti.

Non è una novità, comunque, anche Marx in persona decise le convocazioni del Quinto congresso dell'Aia della Prima internazionale socialista per mettere in minoranza i traditori anarchici. E poterli cacciare a calci nel culo.
Ferrero &C più modestamente si sono vendicati del Berty perdente e hanno deciso di rimettere indietro le lancette del partito, costruendo una trincea immaginaria per difendere l'ortodossia dal nulla che li circonda.
Forse Vendola dovrebbe riflettere sull'ipotesi di fare come Proudhon e Bakunin nel 1872: levare le tende e mettersi in proprio.
Qualche mazziniano lo seguirebbe di sicuro.

Ma come si dice, piove sul bagnato. Oppure, più prosaicamente, è la merda che si rivolta al badile.
Infatti mentre i compagni sono chiusi in assise permanente ad elaborare il lutto, regolare i conti in sospeso e scervellarsi sul perché gli operai iscritti alla Fiom al nord votano per la Lega (come ha fatto notare cupo il Berty), il Diavolo ha già deciso chi li rappresenterà quest'autunno, e come: Vladimir Luxuria all'Isola dei Famosi.

Così mentre la nuova e gagliarda classe dirigente di Rifondazione (gente della levatura di Ramon Mantovani, Riccardo Grassi e naturalmente dell'indimenticato exministro / neosegretario Paolo Ferrero, che nella testata del suo blog compare dalla fronte in giù per evitare la pelata) si affaccenderà a costruire l'unità dei comunisti (wow!) insieme ad altre brillanti teste d'uovo come Diliberto, Rizzo (la testa precedente a quella dell'homo sapiens-sapiens in un grafico darwiniano) e Ferrando, Luxuria apparirà davanti a 8/10 milioni di telespettatori una volta la settimana in prima serata e gli altri giorni nelle strisce quotidiane dell'Isola.

Il dibattito (è giusto o no che la compagna Luxuria guadagni quanto un operaio in 300 anni si chiedono i mentecatti) è già iniziato ma (a parte nella miserabile discussione interna di quell'ormai ex-partito) è anche già finito: chi sarà infatti il simbolo di Rifondazione d'ora in poi?
Il pretino valdese amico degli stalinisti (senza parlamentari né charme) o la transtar che ha ottenuto da Simona Ventura di poter parlare liberamente?

Evidentemente i compagni che continuano a sbagliare fanno una brutta fine, come sanno benissimo nel resto d'Europa dove i residuati bellici del novecento sono stati cancellati nelle urne.
A parte Die Linke in Germania: lì la sinistra ha lasciato da parte le pugnette ideologiche e si è messa insieme per inventarsi qualcosa di nuovo, l'idea di Vendola.

L'immagine l'ho presa in prestito qui.

Piesse
L'altro giorno ho letto su un giornale di carta (La Stampa?) che gli uomini di D'Alema stavano lavorando per Nichi. Avrei dovuto capire al volo che era un brutto segno. Tutti quei pelati vestiti di nero mi sa che menano un po' rogna.

18 aprile 2008

NON CI SONO PIÙ LE MEZZE STAGIONI


Pare che la Lega abbia ciucciato un terzo dei voti della (ex)sinistra italiana.
Strano, e io che pensavo che gli operai e le commesse del norditalia passassero le loro serate a discutere dell'ultima enciclica di Ratzinger e delle meraviglie della società multiculturale...

Quando Bertinotti parla degli opevai sembra di sentire me col giradischi Marantz del '79. Gli brillano gli occhi, devono essere una sorta di fissazione per lui, gli opevai, o forse subisce il fascino dell'ignoto.
Tra l'altro io è 6 anni che devo aggiustare il Marantz, ma questo non frena il mio entusiasmo quando ne declamo le virtù. Né Bertonotti si da un contegno quando tenta di parlare dal salotto di Vespa a gente di cui non ha la minima idea

Erano più di quindici anni che la Cgil segnalava che la Lega stava facendo proseliti fra i suoi iscritti, al nord. Ora che sono disperati/incazzati, che subiscono l'insicurezza delle città, le chiacchiere dei Diliberto/Giordano/Pecoraro e il terrorismo dei "media" in silenzio, tutti i giorni, molti (ex)elettori di sinistra saltano il fosso e votano per chi sembra più in grado di risolvere i problemi e che parla la loro lingua, senza ipocrisie e buonismi, ma al contrario rispolverando i simboli e i valori del movimento dei lavoratori e il senso di comunità dei vecchi partiti della sinistra italiana.

Il mio Manifestival infatti lo vince lui.
Il manifesto/segno dei tempi (probabile risposta a quello tristemente famoso di Rifondazione) invece l'ho preso qui.

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marzo