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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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21 aprile 2012

CACCIA ALLA STREGA


“Siamo arrivati a dover leggere in un dispaccio di agenzia «se la ‘nera’ non dovesse arretrare dalle sue posizioni…». La Nera è naturalmente la vicepresidente del Senato Rosy Mauro, coinvolta nel malaffare che sta travolgendo i vertici della Lega. E se dalla prosa della cronaca transitiamo ai piani alti del giornalismo, ecco, con rinnovata passione lombrosiana, corsivisti e grandi firme affondare la penna non sul reato ma sul corpo, sfregiandolo (la badante, la strega, la terrona, mamma Ebbe, la virago), fino a insistere sulle sue mani rosse e nodose, come tocco finale di un rogo intellettuale.”

Norma Rangeri sul manifesto inquadra alla perfezione i termini della questione. Il sacerdote pagano, officiante per conto del matriarcato guerriero della Lega Nord, è stato azzoppato là dove non si può difendere senza farsi da parte e il lesto salvatore della padana patria s’è fatto sotto. Si può immaginare pure che, in un classico patto fra maschietti a suon di puzza di sigaro da circolo della caccia, l’eterno delfino Maroni abbia concesso clemenza alla family del Capo.

Infatti la direzione leghista, dopo la notte delle scope del “pulizia! pulizia! pulizia!”, su Bossi jr. ha glissato, cavandosela con un blando apprezzamento per il senso di responsabilità dimostrato mollando la cadrega. Belsito, lombrosianamente colpevole per definizione, andava cacciato di default, e sulla moglie del Bossi, fondatrice della Lega e negromante in capo, tutti si sono ben guardati da spiccicar parola.

Rimaneva lei, la goffa e trashissima vicepresidente del Senato dalle “mani rosse e nodose”, pure terrona di Brindisi. Lei faceva parte della famiglia solo in quanto “badante”, quindi Maroni & Co. hanno potuto esigere lo scalpo. Il leghista “buono”, amico di Saviano e del club dell’antimafia militante, è arrivato ad auspicare la nascita di un sindacato padano vero, diretto da un padano vero. Un trionfo di maschilismo e razzismo shakerati insieme, per lisciare il pelo alla “base”.

“Quando si dice che stiamo assistendo a una Tangentopoli al cubo, sappiamo che il contraccolpo non sarà un pranzo di gala. E dal lancio delle monetine siamo passati alla lapidazione.” Probabilmente Maroni, Tosi e tutta la simpatica compagnia di rinnovatori leghisti credono di avere a che fare con una manica di rozzi dementi, a cui basta dare in pasto la donnaccia del Sud e il tesoriere infingardo per potersi rivendere una catarsi etica talmente rapida da far sorridere anche i più gonzi.

Maroni ha chiesto e ottenuto il congresso a giugno, perché sa di non avere rivali con Calderoli mezzo azzoppato dalle inchieste pure lui, ma per i sondaggi la Lega è in caduta libera e l’ex ministro degli Interni rischia di fare la fine dell’altro delfino eterno intelligente di vent’anni fa. Colpisce che la nuova Tangentopoli cali come una mannaia proprio durante il ventennale delle imprese di Di Pietro e Borrelli. Ma siamo proprio lì. Con Bossi al posto di Craxi e Maroni-Martelli in fila da una vita. Intorno a loro, i monatti del mainstream che giocano alla lotta nel fango. Come allora, ma chi è il nuovo Bossi?

“Ma quant’è furbo, da uno a dieci, Beppe Grillo che sta girando l’Italia per spiegare che lo scandalo della Lega è una trama dei giudici servi di Monti contro l’opposizione? «Tocca alla Lega, poi a Di Pietro e quindi a noi!». Quant’è abile a urlare in piazza e su YouTube una tesi innocentista e complottista a proposito delle porcate della family, quando perfino Bossi ha dovuto scaricare il figlio e il Cerchio magico. A corteggiare i leghisti spaesati dagli scandali con il no alla cittadinanza per i figli d’immigrati, a costo di sfidare le ire dei blogger, e il ritorno alla parole d’ordine dello sciopero fiscale contro la corruzione politica.”

L’autorevole monito ai coscienziosi lettori del giornale-partito di Largo Fochetti di Curzio Maltese aiuta a mettere le cose nella giusta prospettiva. Il big bang leghista suona come allarme rosso per tutti, inclusa la bolgia d’indecisi a tutto del centrosinistra di palude. Nei sondaggi Grillo è già il terzo partito, 7 per cento e passa, dopo Pd e Pdl poco sopra il 20. Bersani è già lì che ammonisce serio serio, mentre Vendola, che per un po’ ci aveva pure creduto, dopo la tegola dell’inchiesta sulla nomina del primario pugliese, ha ancora voglia di tuonare.

“Il rischio è che i voti della Lega vadano nel fiume sporco dell’antipolitica perché o il centrosinistra sarà in grado di mettere al centro della sua battaglia la questione sociale e quella morale nel loro intreccio, oppure il rischio è che possa prevalere il peggio, come nelle più brutte stagioni della nostra storia. Dopo la crisi dei partiti nel ’92 è venuto fuori Berlusconi”. Ci vuole un bel coraggio.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

14 marzo 2012

TERRA È LIBERTÀ


“Alla Tekove Katu ci arriviamo da Santa Cruz in jeep, per una strada che taglia il Chaco come una papaya, dal sud della Bolivia all’Argentina, passando per il Paraguay. Sul portapacchi, nel bagagliaio e fra noi, zaini, casse d’acqua, componenti per pc, frutta, spaghetti. Padre Tarcisio ci accoglie come se fossimo vecchi amici.

Dentro l’ufficio/cucina/studio ci aspetta un brodo di pollo (vero), una torma di bimbi e alcune splendide signore ai fornelli, ridenti e indaffarate. La tavola non viene mai sgombrata del tutto, c’è sempre qualcuno che passa e magari deve ancora mangiare. A Gutierrez la scuola è il cuore della comunità: la luce è arrivata da tre anni e tutta la città ha l’acqua da quando Padre Tarcisio ha fatto mettere la cisterna.”

Sono passati quasi cinque anni dal viaggio in Bolivia e dall’incontro con la comunità Guaranì, che lotta da vent’anni e passa per il riconoscimento dell’Autonomia indigena. Vanessa ed io ci ritrovammo catapultati in una realtà parallela, un mondo a priorità capovolte in cui tutto ciò che noi eravamo abituati a ritenere essenziale non contava niente mentre le cose scontate, quaderni per scrivere e acqua calda per lavarsi, erano tutto. Correva l’estate del 2007, l’anno della VI Marcia del Popolo Guaranì, in cammino dal Chaco fino a Sucre, la sede del Parlamento della Bolivia.

“L’autodeterminazione è una battaglia di giustizia per gli occidentali di passaggio come noi, ma una questione esistenziale per gli indigeni. Rivendicare l’Autonomia da queste parti significa lottare per vivere con ciò che si produce, nella terra in cui si è nati”. Sono passati cinque anni dal nostro reportage, che il Manifesto ospitò sulle pagine di Chips&Salsa (l’inserto settimanale del compianto Franco Carlini), e mi ci sono voluti tre articoli su tFP per collegare la battaglia del popolo Guaranì con quella degli indigeni della Val di Susa.

La questione, invece, è la stessa. La solita secolare questione: la terra. In Val di Susa ribellarsi per difendere la propria contea significa affermare un diritto assoluto, la proprietà, contro un altro, il presunto interesse generale. Sono diritti potenzialmente inconciliabili. In Bolivia, e in mezzo mondo, gli indigeni lottano per recuperare la terra perduta, sottratta con l’inganno dai colonialisti.

I coloni di Manituana, che facevano firmare ai pellerossa contratti di cessione delle proprie terre dopo averli fatti ubriacare, non erano molto diversi dalle multinazionali farmaceutiche che regalano ai contadini indiani sementi che rendono il terreno dipendente dal prodotto spacciato, o dal colosso minerario indiano Vedanta Resources, che della montagna sacra dei Dongria Kondh riesce solo a calcolare i due miliardi di dollari di bauxite che ci stanno sotto. E neppure dalle scavatrici della Val di Susa.

In nome di una grande opera, che nulla ha a che spartire con le sorti del luogo in cui viene calata come un’astronave, lo Stato italiano è vent’anni che cerca di piantare la bandierina. Una qualsiasi: prima era stato il trasporto di persone, poi è diventato di merci, in diversi formati e progetti, ma sempre ad alta velocità (l’estetica futurista inturgidisce ancora i politici in cerca d’autore). Tutti corredati dal solito teatrino di conti e controconti, d’accordo soltanto nell’ammettere con vaga mestizia che in Italia costa dalle tre alle cinque volte di più che nel resto dell’Occidente.

Ora, le responsabilità del passato sono note e dibattute. Si tratta di un’opera bipartisan, fortemente voluta da tutte le forze politiche presenti in Parlamento (di maggioranza e opposizione), e di un impegno con l’Europa, come ripetuto stile-mantra in ogni angolo del mainstream. La questione è se a questa presunta volontà generale corrisponda o meno un consenso sul territorio e se debba contare. Non solo per decidere sul “come”, ma sul “se”. Il governo ha deciso per la prima, chiudendo esplicitamente la porta al referendum invocato da FR, oltre che da Adriano Sofri su Repubblica, e si è abbassato la visiera dell’elmetto.

La sensazione è che la posta della partita non sia tanto la grande opera in sé, che in Italia as usual dà da mangiare (molto) a imprese grandi, piccine (poco), lavoratori (pochissimo e a tempo), mafie e per questo costa molto di più che all’estero, ma la sfida. Il diritto all’autodeterminazione su base proprietaria, innalzato dagli anarco-agricoltori della Val di Susa, è un punto di non ritorno per l’autorità dello Stato in quanto tale e la guerriglia resistente (più o meno non-violenta, cambia poco) si configura come un oltraggio intollerabile al suo monopolio della forza.

La proprietà tale diventa il guscio di base, la metrica minima a guardia della libertà dell’individuo. Se non possiedi sei posseduto. Dall’affitto, dal mutuo, dalla carta di credito, dal divano a rate, dall’iPhone in comodato gratuito, da tutti gli strumenti con cui sei cooptato nel circo dei consumi, grazie ai quali l’occhiuto poliziotto globale ti tiene al guinzaglio vita natural durante. Nella tua fattoria invece sei, puoi essere, l’anarca jungeriano e disertare (o meno) il conformismo globalizzato. Puoi creare da te il percorso di vita che più ti aggrada, scegliere.

Certo non tutti possiedono una casa che “si può girarci intorno”, come il sogno di una vita raccontato a mio suocero da un vecchio repubblicano romagnolo. Ed è curioso che oggi si cominci ad avverare quella guerra tra città e campagne profetizzata dal crononauta John Titor (leggenda internettiana d’inizio millennio). Un filo rosso lega i ribelli della Val di Susa a tutti gli irriducibili dell’autorganizzazione comunitaria sparsi per il mondo, che ha nello Stato esattore/poliziotto il nemico naturale e sempre più inutile (se non proprio nocivo).

In quest’ottica la secessione delle ex Repubbliche socialiste sovietiche è da considerare un’avanguardia e la contrapposizione novecentesca tra comunismo e capitalismo un gioco di specchi buono per dare lustro alle vecchie istituzioni. Magari aveva ragione Marx e l’estinzione dello Stato è prossima o forse andrà semplicemente a finire che “a tarda sera io e il mio illustre cugino de Andrade eravamo gli ultimi cittadini liberi di questa famosa città civile, perché avevamo un cannone nel cortile”. Prima comunque bisogna avere il cortile.

L'articolo è stato pubblicato come editoriale su The FrontPage.

La foto è stata scattata in Bolivia e ritrae il processo di lavorazione di uno stencil artigianale a scopi di “viral marketing” (io l’ho imparato lì, facendo il consulente volontario del movimento indigeno Guaranì, il viral marketing...). L’assemblaggio del logo “Autonomia Indigena” dell’immagine, utilizzato durante la VI Marcia Guaranì, fu il nostro primo contributo alla causa.

19 dicembre 2011

NON È UN PAESE PER TECNICI


“La verità è che l’Italia è stata fondata su basi marce e ci abbiamo mangiato tutti: evasori, statali che non facevano un cazzo e con il doppio lavoro magari si potevano permettere di cambiare una volta in più la macchina, così allo Stato tornava comunque indietro almeno l’Iva…”. Secondo Claudio il Tappezziere, economista di riferimento oltre che asso del tressette nel circolo
radical chic bolognese che frequento, c’è poco da fare.

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro degli altri, quelli che “alla mattina escono di casa per tirar su la serranda, andare in fabbrica o fare qualunque cosa”. Quelli che tutte le volte che il Paese si trova nella merda, gira e rigira alla fine si trovano il conto da pagare. È successo nel 1992 con la mitica finanziaria di Amato, poi coi sacrifici per entrare nell’Euro, ora col salasso per tentare di tenerlo in vita.

Bonanni buca i media dicendo che la manovra finanziaria poteva scriverla anche suo zio perché coglie lo spirito dei tempi, che aleggia maggioritario in tutti i Bildenberg di basso borgo del Belpaese. La consueta ingiustizia sommaria che si salda all’impotenza atavica di un potere spuntato, anche se ammantato per l’occasione di sobrietà professorale, per mettere qualche toppa. L’Italia è sempre quella del Marchese del Grillo.

Presumibilmente il “sadismo professorale” del “bullo intellettuale” diventato premier a furor di Twitter, ritratto da Annalena Benini con impeccabile perfidia, ha contribuito ma non è stata la causa scatenante. Il duce in loden, senza amici nel Palazzo, è parso un toccasana proprio a causa del disprezzo manifesto con cui ha trattato l’odiata casta. Non è neppure colpa della stangata, alla fine se l’aspettavano un po’ tutti.

È stata quella raggelante sensazione di déjà vu, schiaffoni ai soliti noti mentre i furbi si squagliano, unita all’italianissima vigliaccheria del non ammettere la Caporetto delle sempiterne riforme perennemente annunciate. Il Commissario Monti, lo stesso che ha inchiodato Microsoft, è stato messo sotto scacco da tassisti e farmacisti di casa nostra, oltre che dal veto sull’asta delle frequenze televisive. Per ora, a sentir Passera, ma gli altri non hanno goduto del privilegio di tale dilazione.

“Poi anche questo ‘contributo di solidarietà’ per le pensioni d’oro… Se prendi centonovantanovemila euro l’anno niente, con duecentomila te ne fan fuori trentamila. Non potevano tassare in modo progressivo?” Il diavolo si nasconde nei dettagli, Claudio il Tappezziere mette di nuovo il dito nella piaga e s’infervora: “Posso dire una cosa? Voi che siete giovani perché non andate in piazza a protestare?”

Nel clima surreale di questo Natale 2011 in odore di austerity, anche la piazza è un’arma spuntata. L’hanno capito bene gli anarchici che hanno spedito la bomba a Equitalia: a memoria d’uomo non ricordo un attentato, peraltro così vile e meschino, che abbia goduto di tale popolarità. Non solo i social network ma pure i bar con la birra sono un tripudio di “hanno fatto bene, quelli sono proprio il peggio”.

La coincidenza di analisi, poi, tra opposti estremismi rende il clima ancora più sinistro e cupo. Anarchici e Boghezio, leghisti vestiti da operai in Parlamento e rifondatori del Pci che gridano al complotto delle banche, insieme a Ferrara, Feltri, Bossi, Vendola, Tremonti e Di Pietro e agli editorialisti del manifesto, i sindacati e la Mussolini. Come stupirsi, in un clima del genere, dei proiettili ai politici recapitati da nuovi brand terroristici che sgomitano per il loro posticino nel Tg delle otto?

E mentre anche il New York Times getta la spugna e ammette la sua delusione per la manovra di Monti, nel Belpaese la fiction post-berlusconiana in crisi d’identità si va a sovrapporre a una realtà sempre più recessiva e deprimente. Così può accadere che l’onorevole Scilipoti si metta in combutta situazionista con l’avvocato Alfonso Marra, esperto di signoraggio e leader del Partito d’azione per lo sviluppo, e con la show-girl Sara Tommasi per inscenare una campagna contro le banche.

Le immagini di Sara Tommasi, a braccetto con Scilipoti, che accenna allo striptease in mezzo alla strada e si fa ritrarre come mamma l’ha fatta per promuovere il pamphlet del Marra (onore condiviso con Lele Mora, Manuela Arcuri e Ruby Rubacuori) contro le banche affamatrici, acuiscono l’ésprit de décadence che esala dalle cronache. Come se il teatrino del vecchio impresario più amato dagli italiani avesse deciso di sopravvivergli e stesse progressivamente esondando nella realtà.

Il 2012 incombe…

L'articolo (con foto) è stato pubblicato su The FrontPage.

30 aprile 2009

SACCO E VANZETTI 2009


La mia amica Sara scrive sul Manifesto.
L'altro ieri ha pubblicato un'intervista
a Francesco Taurisano, presidente di collegio al Riesame di Roma, il giudice che ha scagionato Karol Racz e Alexandru Loyos Iszstoika, i due rumeni finiti sulle prime pagine dei giornali di tutta Italia come "gli stupratori della Caffarella" e poi salvati dalla prova del dna, nonostante la procura insistesse col dire che i colpevoli erano loro.

Quando Sara gli ha fatto notare che questa
"è una storia che ricorda i grandi casi di cronaca di inizio secolo..."
Il magistrato non si è tirato indietro:
"Considerando le differenze di epoca e di contesto, somigliano ai nostri immigrati Sacco e Vanzetti. Almeno dal punto di vista di una giustizia nata sulle pagine della stampa
"

Tutta l'intervista è qui.
L'immagine l'ho presa in prestito qui.

12 luglio 2008

BOLIVIA / UN ANNO FA


Tornavo a Bologna.

Nei mesi successivi Vanessa e io avremmo tentato di compartire la lezione di Padre Tarcisio, la lotta per l'Autonomia Indigena del popolo Guaranì e quel poco che siamo riusciti a combinare alla Tekove Katu con ogni mezzo: internet, carta stampata, Second Life (esisteva ancora l'anno scorso).

Purtroppo la situazione non è migliorata. Tutt'altro.
I nazi-leghisti dei dipartimenti di Santa Cruz, del Beni e di Tarija hanno vinto i referendum sull'autonomia (una sorta di federalismo a esclusivo vantaggio dei proprietari terrieri, esigua minoranza di schiavisti bianchi in un Paese con oltre il settanta per cento di indigeni) e si sente puzza di golpe.

Evo per disinnescare la mina ha convocato un referendum nazionale su di lui. Proprio così, il 10 agosto tutti i boliviani diranno se vogliono che Morales termini il suo mandato (mancano due anni e mezzo e la Costituzione impedisce un secondo incarico) o no.
L'idea che l'Avanzo di Balera possa mettere a disposizione la poltrona perché perde le elezioni regionali o che Bush indica un referendum sul proprio mandato perchè (tipo) in Louisiana, Florida e Texas hanno vinto i democratici è fantapolitica, no?

Non in Bolivia.
Dove il demagogo Morales può dichiarare serenamente
se perdo me ne torno a coltivare coca.

D'altronde laggiù governare non è uno scherzo neanche per il MAS, il razzismo è la norma e gli indigeni sono considerati bestie da lavoro. Veri e propri servi della gleba del XXI secolo, come denuncia il rapporto
della Corte Interamericana dei Diritti Umani (CIDH), organismo dipendente dalla Organizzazione degli Stati Americani (OEA), elaborato tra il 9 e il 13 giugno scorsi.

Nel video sopra, 18 campesinos
tormentati da pugni e calci, obbligati a marciare seminudi fino in piazza 25 Maggio, a inginocchiarsi di fronte alla Casa de la Libertad, a baciare in terra, a baciare la bandiera della autonomia, a cantare l’inno di Chuquisaca e a bruciare con le loro stesse mani le whipalas (le bandiere tradizionali degli indigeni) a Sucre, lo scorso 24 maggio.

Scrive César Brie:
Ho filmato le pietrate, i calci nelle porte, i vetri rotti e i candelotti di dinamite lanciati all’interno della casa di Wilber Flores, il deputato del MAS che il 10 aprile scorso è stato inseguito dentro il Municipio, percosso e torturato dentro l’albergo in cui aveva cercato rifugio. Flores era all’Abra al momento dell’attacco a casa sua, dove la moglie e la figlia sono dovute fuggire dal tetto per non essere linciate.

Il 10 agosto è un giorno importante per la democrazia boliviana, non solo per Morales.

Piesse
Ho saputo che Francesco è tornato in Bolivia per restare. Che si sposa, addirittura.
Sono felice per lui, per lei, per Padre Tarcisio, per Nicolaza e per tutti i ragazzi della Tekove.
Mi mancano (un po') tutti.

5 novembre 2007

LO STRANIERO


Con la sua intervista al Manifesto, Nichi Vendola affronta senza paraocchi ideologici la questione sicurezza e, pur di denunciare l'urgenza e il pericolo che viene dalle periferie della "società della paura", si smarca da rifondazione & co. E dice che (fosse lì) voterebbe il decreto del governo.

Nell'immagine uno dei manifesti della sua ultima campagna elettorale, curata da Proforma.

28 settembre 2007

GUARANÌ 3.0


Ora che “il web è finalmente scrivibile e non solo leggibile”, come ha scritto Franco Carlini, la trasmissione della conoscenza si basa sulla reciprocità. Come alla Scuola di Barbiana di Don Milani e alla Tekove Katu di Padre Tarcisio, entrambi ben lontani dal mondo di Wikipedia.
Dopo averlo raccontato sul Manifesto, ora lo mettiamo in mostra a Mumble, il laboratorio di comunicazione sociale non convenzionale sull'isola di Idearium. Sabato 29 settembre dalle 21, su Second Life.


Tutto l'articolo su VisionPost.

25 settembre 2007

MAI DIRE BLOG

Non sto per scrivere di Grillo, giuro. Anche se al prossimo v-day, contro il finanziamento pubblico ai giornali di carta, vado a firmare.

Non scrivo di Grillo perché il suo non è un blog: assomiglia molto di più alla tv sovietica (o all'Isola dei Famosi), il messaggio è gerarchizzato con una nettezza senza eguali, emittente e destinatari non sono mai stati così separati. Persino i giornali di carta, con le loro versioni elettroniche (coi blog-rubriche dei giornalisti e le altre menate pseudo-interattive) sono più permeabili al dialogo. Comunque: bona lé con Grillo, ne hanno scritto anche troppo personaggi molto più autorevoli e rispettati di me.

Mi pare più interessante, invece, sbirciare l'evoluzione (o meglio la diversificazione) dello strumento "blog".
Secondo Luisa Carrada, autrice di Mestiere di Scrivere, si parla di
"corporate blog" quando le organizzazioni complesse (aziende, associazioni, enti pubblici) si rendono conto che più che parlare di sé (non frega più niente a nessuno di mission e simili) è meglio ascoltare i clienti o i cittadini e curare la propria reputazione. Cioè verificare l'attendibilità di ciò che si dice (e si fa) prima che un blogger arrivi, lesto, a sbugiardarlo. Si tratta di un ribaltamento della comunicazione tradizionale (che altro non è che la brochure rilegata in pelle umana, distribuita in fiera da ragazzine malpagate) e ci vuole coraggio: barare, mentire o non raccontarla tutta diventa sempre più rischioso.

Avevo appena commentato il suo ultimo post, colpito dalle analogie con il nostro lavoro alla Tekove Katu, quando ho letto un altro commento, caustico: "Intanto leggetevi anche questo" ci intimava l'anonimo. "Questo" è una sorta di multi-reportage del Foglio su/contro la blogosfera in quanto tale, colpevole di inintelligenza collettiva e diserzione dalla gerachia dei media tradizionali. Ho visto che anche il povero Mary ci è finito in mezzo.

Qui c'è l'articolo sul corporate blogging e il video della lezione di Luisa Carrada al seminario internazionale della comunicazione "Intermediando", lo scorso giugno.

21 settembre 2007

COMUNICARE COL WEB MAGARI IN GUARANÌ


È il titolo dell'articolo che ho scritto a quattro mani con Vanessa, pubblicato ieri sul Manifesto nelle pagine di Chips&Salsa.


La nostra amica Patty ci ha scritto:
"Ciao! Ho letto il vostro articolo, grazie per avermelo segnalato, mi ha commosso e mi ha fatto pensare... in questi giorni ho conosciuto i miei nuovi studenti. Distanza siderale!"

Grazie alla redazione di Totem, a quella del Manifesto, a Sara, Eva,
Mumble. E a Franco.

La foto l'ho presa qui.
Qui c'è il blog della Tekove Katu.

30 agosto 2007

FRANCO CARLINI

Franco Carlini
Se n'è andato stanotte, all'improvviso.

Io lo conoscevo per mail, da una settimana, ma stamattina ho scoperto che l'ultimo editoriale per VisionPost l'aveva scritto sul blog di commessa frustrata, scovato qui da me. Ero entusiasta, in questi giorni: avevo conosciuto una persona perbene, curiosa e intelligente. Lavoravamo con gioia, Vanessa ed io, in questi giorni: scrivevamo il pezzo che ci aveva affidato con un entusiasmo dimenticato ed un impegno vero, profondo, mai opprimente.

Poi è arrivata la telefonata di Vanessa ed ho visto tutto nero.  
Buon viaggio Franco.

Il saluto della redazione di VisionPost.

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