.
Annunci online

 
orione 
<%if foto<>"0" then%>
Torna alla home page di questo Blog
 
  Ultime cose
Il mio profilo
  Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom
  vanessa
mary
luca de mata
tekove katu
lana
moana
hillary
milena
pina
gfamily
zhang yu
ségolène
ichimame
filmé cosma
rigoberta
madonna
lulu
emma
anna
anekee
tamara
andrea
lisa
rita
tania
daniela
lady oscar
yulia
manuela
tasha
cecilia
brooke
monica
kirsten
annabel
sally
maria dolores
ayaan
sonia
michelle
benazir
tzipi
condoleeza
oprah
helen
begum
maria do carmo
luisa
gloria
tarja
mary
vaira
ellen
angela
commessafrustrata
micalita
sigourney
angelina
blogmog
dita
luisacarrada
veronica
nicolaza
  cerca


VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


My blog is worth $3,387.24.
How much is your blog worth?

Profilo Facebook di Orione Lambri


 

Diario | WonderWomen | GothamCity | StileLiberty | DeadMen | YvyMaraei | TwinPeaks | WhiteRabbit | SpiderWeb |
 
Diario
1visite.

8 agosto 2012

SINISTRA E/A PUTTANE


“Erano queste giovani [sacerdotesse,
ndr] che avevano, anche, il nome di «vergini» (parthénoi ierai), di «pure», di «sante» – qadishtu, mugig, zêrmasîtu; si pensava che incarnassero, in un certo modo, la dea, che fossero le «portatrici» della dea, da cui traevano, nella loro specifica funzione erotica, il nome – ishtaritu. L’atto sessuale assolveva così per un lato la funzione generale propria ai sacrifici evocatori o ravvivatori di presenze divine, dall’altro aveva una funzione strutturalmente identica a quella della partecipazione eucaristica: era lo strumento per la partecipazione dell’uomo al sacrum, in questo caso portato e amministrato dalla donna.”

C’è bisogno della Metafisica del Sesso di Julius Evola per mettere un po’ di ordine intorno a quello che, un po’ sbrigativamente ma non senza una ragione profonda, è conosciuto come il mestiere più antico del mondo. “Puta” è una radice sanscrita presente nei Veda indiani, poi esondata dall’Avesta alle lingue romanze, che allude a qualcosa di puro, santo. La “Grande Prostituta” o “Vergine Santa”, infatti, anticamente era una sacerdotessa che amministrava il culto della dea.

“L’atto sessuale tra un uomo e la sacerdotessa era il mezzo per ricevere la gnosi, per fare esperienza del divino [...]. Il corpo della sacerdotessa diventava, in modo impensabile per il mondo occidentale contemporaneo, letteralmente e metaforicamente una via per entrare in rapporto con gli dei [...]. Per i pagani, infatti, le donne erano naturalmente in contatto con il divino, mentre l’uomo, da solo, non poteva raggiungere questo obiettivo.”

Sino ai tempi dei romani il termine “vergine” significava “nubile”, tant’è che in latino a “virgo” si affiancava l’allocuzione “virgo intacta” per identificare la ragazza non sposata e priva di esperienza sessuale. Non stupisce, dunque, la trasfigurazione etimologica – e culturale – operata dalla gestione patriarcale del messaggio di Cristo. In più i cristiani, junior del Vecchio Testamento, erano avvantaggiati: gli avi ebrei erano stati i primi a liberarsi del culto della dea e a sostituirla con il (presunto) unico dio maschio.

Proprio una Vergine sarà la madre del Salvatore e il suo carisma si diffonderà con trasversale rapidità. Le madonne nere di Francia, il culto di Iside, le eredità etrusche, cretesi e druidiche, insieme al Natale e alle altre feste copiaincollate su quelle pagane e celtiche, si fondono nel Cristianesimo che porta a compimento il rovesciamento dei poli, iniziato dagli ebrei e dalle invasioni di elleni, dori e achei nella Grecia pre-socratica e matriarcale: gli uomini amministrano il culto, le donne sono sante o puttane.

Le antiche sacerdotesse della luna vengono sfrattate dagli altari e sbattute in strada, proprietarie solo di quel corpo che un tempo fu il tempio e ora diventa l’icona del peccato. Maddalena non per caso assurgerà a simbolo di resistenze carbonare, oltre che a croce e delizia della sbandierata tolleranza della religione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (tutti con la “o”). Così come i padroni maschi del pantheon greco si erano dovuti inventare il parto cerebrale di Era da parte di Zeus, per giustificare la patrilinearità celeste su cui poggiava il loro potere ai piedi dell’Olimpo.

La sessuofobia contemporanea, quindi, non è che un retaggio antropologico antico, un riflesso condizionato di quel naturale timore reverenziale che ogni maschio di potere prova nei confronti di una donna libera e del suo corpo. Tutto quello che ne discende, in termini di tic e paranoie culturali sull’educazione, la cultura, il buon gusto e persino la politica, è solo un pallido rimbalzo di una partita antica come il sole e la luna. Il beghinaggio moralista su videogiochi, pornografia, preservativi e tutto il resto è tutto qui.

Ma c’è anche la tolleranza. Questa dev’essere una delle ragioni per cui il motto – il mestiere più antico del mondo – è ancora valido. Le prostitute sono sempre state tollerate, spesso utilizzate per le “necessità corporali” di papi, confratelli e prelati, come monito del peccato ma anche della possibile redenzione, incarnata dalla sempiterna Maddalena. Tolleranza non vuol dire uguaglianza, però. Anzi. La condizione di minorità, di clandestinità professionale, di oscurità sociale è essenziale, per il monito.

Niente di male, intendiamoci: la Chiesa fa la sua partita. Quello che disarma, come al solito, è la nullità culturale e la sudditanza politica espressa dai sinistri moralizzatori che si ergono a paladini dei diritti della donna, con la “d” maiuscola. E non spostano un fico secco circa le condizioni materiali delle donne in carne ed ossa che, per scelta, costrizione o (estremo peggio) schiavitù, si prostituiscono per strada.

L’ultima della lista è la neo-portavoce del governo Hollande, Najat Vallaud-Belkacem, che ha dichiarato: “Non si tratta di sapere se vogliamo abolire la prostituzione, ma di trovare gli strumenti per farlo”. Le “sex workers” di Francia (lì le case chiuse sono state abolite nel 1946), circa ventimila di cui ottomila solo a Parigi, sono scese in piazza per protestare, volto coperto da maschere di plastica e lavagnetta al collo con su scritto: “Non siete voi a riempirmi il frigo, a pagarmi le bollette, perciò non potete parlare”.

In Italia la senatrice radicale Poretti, che ha proposto un disegno di legge per la legalizzazione della prostituzione, ha fatto i conti: “settantamila prostitute presenti nel nostro Paese per nove milioni di clienti e un costo medio per prestazione di trenta euro fa un giro d’affari, sicuramente per difetto, di novanta milioni al mese, oltre un miliardo l’anno”. In tempi di crisi nera forse è meglio tassare l’ipocrisia di Stato, visto che la prostituzione in sé non è reato, piuttosto che strangolare imprese e pensionati.

Un barlume di lucidità giunge dalla Romagna. A Ravenna il sindaco Matteucci ha annunciato recentemente il progetto per la “zonizzazione” della città, prevedendo alcune zone illuminate e sicure per farle lavorare in santa pace. Si è anche lanciato in un’apologia liberalizzatrice commovente sulla necessità di una legge che regolamenti il mestiere più antico del mondo con laica serietà. In tempi normali sarebbe una battaglia persa in partenza, chissà se la fame si dimostra catartica.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

12 aprile 2012

GEMONOLOGHI

“Ma non mi fido della tua natura: troppo latte d’umana tenerezza ci scorre, perché tu sappia seguire la via più breve. Brama d’esser grande tu l’hai e l’ambizione non ti manca; ma ti manca purtroppo la perfidia che a quella si dovrebbe accompagnare. Quello che brami tanto ardentemente tu vorresti ottenerlo santamente: non sei disposto a giocare di falso, eppur vorresti vincere col torto. [...] Ma affrettati a tornare, ch’io possa riversarti nelle orecchie i demoni che ho dentro, e con l’intrepidezza della lingua cacciar via a frustate ogni intralcio tra te e quel cerchio d’oro onde il destino e un sovrumano aiuto ti voglion, come sembra, incoronato.”

Lo sbuzzo della citazione del Macbeth, Atto I, scena V, si deve a Flavia Trupia ed è perfetto per convalidare la vulgata corrente, il “lo sapevano tutti” della settimana di passione leghista: la Lega Nord era un matriarcato guerriero. A parte i quattrini pubblici che, secondo il pullulare d’inchieste, spruzzavano dalle casse del partito come champagne alle premiazioni delle gare di motociclette e alimentavano una bulimia di lauree, macchinoni, body-guards e cornicioni d’accomodare, era il potere il punto.

“Se tu vai sopra alla mansarda, c’è una brandina, ma non sto scherzando, ci sono le foto. C’è una brandina di quelle che sembrano per bambini, un comodino e una lampada. Per terra, piena piena, che prende tutta la stanza, libri di magia nera. Cartomanzia. Astrologia. Tutti eh! Ma ce ne saranno almeno un centinaio, tutti per terra, non su una scrivania. Niente, lei vive lì, quando è in casa è lì, con quei libri.”

È Nadia Degrada, amazzone contabile del Carroccio, che intercettata dipinge la tragicommedia del capo-feticcio usato come una bambola voodoo per far fuori i nemici interni e inaugurare una dinastia familiare, nutrita dal suo carisma. “Dopo Bossi, Bossi”. Questo, prima dello showdown pasquale, era il mantra che serpeggiava tra i pretoriani del “cerchio magico” di Manuela Marrone e Rosi Mauro, druide-cape e custodi del corpo del capo-popolo della grande epopea padana, forgiata nel monolocale di sua moglie.

Bossi è stato il sacerdote officiante di una liturgia, pagana e popolare, che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone. Il populista col dito medio sguainato, quello che “la Lega ce l’ha duro”, s’è persino inventato una discendenza etnica, i Celti, per spiegare antropologicamente la sua Padania, causa/missione fondata sul nulla. L’ampolla del Dio Po, Pontida, eccetera sono stati solo interpretati, dal Bossi, ma sono farina del sacco di qualcun altra. Qualcuna che legge di magia e/o che non ha fatto altro che un bel copia/incolla, dalla new age neopagana al Dna di un partito senza identità.

“Ma intanto Bossi fu altro, è stato una chiave per la comprensione e l’incanalamento di grandi e pericolose rabbie nordiste, ha flirtato con i mostri del secolo, da Milosevic in giù, ha usato una lingua da trivio, la sua gesticolazione corporale era la volgarità incarnata, ma mostro non è mai stato. Se chi gli sputa addosso adesso, brutti maramaldi che non sono altro, avesse fatto un centesimo di quello che ha fatto Bossi per cercare soluzioni ai problemi veri italiani, avrebbe il diritto di parlare. Chi ha il diritto di parlare?”

Giuliano Ferrara s’indigna per l’elettroshock mediatico subito dal vecchio leader. Da garantista, certo, ma soprattutto come testimone eccellente di una storia che si ripete: Craxi capro espiatorio di un sistema in panne, Berlusconi logorato da giudici e cortigiani e un Martelli-Alfano-Maroni sempre pronto ad approfittarne a suon di appassionate omelie dedicate al capo carismatico caduto in disgrazia e, contestualmente, affilando le lame in vista dell’agognato affondo.

“Io penso che queste cose non capitino per caso a Pasqua. Quando ci presenteremo davanti al Padreterno ci chiederà quante volte sei stato capace di ripartire: questo vuol dire Pasqua, ripartenza.” Dal palco di “Orgoglio leghista”, day after della crocifissione pasquale, Bossi ha chiesto scusa ai militanti per suo figlio, ha tentato di giustificarsi un po’ (tra i fischi), ha tuonato contro il solito complotto (ancora fischi) e si è arreso all’avvento dell’eterno delfino in un cortocircuito retorico vagamente psicanalitico: “Non è vero che Maroni è Macbeth”.

“La partitocrazia e Roma vogliono annientare la Lega perché la Lega è l’unica risposta. È  per questo che tenteranno ancora di dividerci… è la storia della Lega, i tentativi che ci sono stati di dividerci, di dividere la Lombardia dal Veneto, di spezzare quella magica operazione che fece Umberto Bossi nel 1991 creando la Lega Nord, la potentissima…”. E “basta con i cerchi”, però: secondo Maroni la magia è di Bossi, non delle fattucchiere della soffitta di via Gemonio. Per loro e per i loro accoliti sono pronte le epurazioni, roghi rituali e staliniani di un partito-tribù che ha esordito sventolando il cappio in Parlamento.

“Ce la faremo a risorgere? Certamente sì, ma non ci basta: noi abbiamo un sogno nel cuore, quello di diventare alle prossime elezioni politiche il primo partito della Padania… è il progetto egemonico di cui ha sempre parlato Umberto Bossi. Possiamo farcela se facciamo quello che ho detto: pulizia, nuove regole e unità. Senza polemiche fra di noi, chi rompe le palle fuori dalle palle! È un sogno? Certo, è un bel sogno. Il futuro appartiene a coloro che credono alla bellezza dei propri sogni.”

La Lega è stato l’ultimo partito di massa all’antica, modellato sul centralismo democratico del Pci e sulla democrazia progressiva di togliattiana memoria, e il suo capo assoluto (come lo erano i segretari del Pci) ha cominciato strimpellando canzoni alla chitarra con piglio belmondiano, come il suo amico-nemico Berlusconi. Il tramonto della sua avventura (mai termine fu più appropriato) coincide con quello dell’altra B che ha dominato la scena politica negli ultimi vent’anni.

È un terremoto vero, per la destra, molto simile a quel fatidico 1992 in cui la magistratura e i media spazzarono via, nel disonore, i partiti che avevano costruito la Repubblica dalle macerie. Occhetto e il Pds, allora, tentarono di approfittarne con miope cinismo e infatti arrivò Berlusconi, per vent’anni. La stessa latitanza politica di oggi con il rischio che, stavolta, “l’uomo nuovo” non abbia neppure un qualche conflitto d’interessi con cui tentare di ricattarlo. E che ci seppellirà, sì, ma con grande onestà.

L'articolo (con foto) è stato pubblicato su The FrontPage.

19 dicembre 2011

NON È UN PAESE PER TECNICI


“La verità è che l’Italia è stata fondata su basi marce e ci abbiamo mangiato tutti: evasori, statali che non facevano un cazzo e con il doppio lavoro magari si potevano permettere di cambiare una volta in più la macchina, così allo Stato tornava comunque indietro almeno l’Iva…”. Secondo Claudio il Tappezziere, economista di riferimento oltre che asso del tressette nel circolo
radical chic bolognese che frequento, c’è poco da fare.

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro degli altri, quelli che “alla mattina escono di casa per tirar su la serranda, andare in fabbrica o fare qualunque cosa”. Quelli che tutte le volte che il Paese si trova nella merda, gira e rigira alla fine si trovano il conto da pagare. È successo nel 1992 con la mitica finanziaria di Amato, poi coi sacrifici per entrare nell’Euro, ora col salasso per tentare di tenerlo in vita.

Bonanni buca i media dicendo che la manovra finanziaria poteva scriverla anche suo zio perché coglie lo spirito dei tempi, che aleggia maggioritario in tutti i Bildenberg di basso borgo del Belpaese. La consueta ingiustizia sommaria che si salda all’impotenza atavica di un potere spuntato, anche se ammantato per l’occasione di sobrietà professorale, per mettere qualche toppa. L’Italia è sempre quella del Marchese del Grillo.

Presumibilmente il “sadismo professorale” del “bullo intellettuale” diventato premier a furor di Twitter, ritratto da Annalena Benini con impeccabile perfidia, ha contribuito ma non è stata la causa scatenante. Il duce in loden, senza amici nel Palazzo, è parso un toccasana proprio a causa del disprezzo manifesto con cui ha trattato l’odiata casta. Non è neppure colpa della stangata, alla fine se l’aspettavano un po’ tutti.

È stata quella raggelante sensazione di déjà vu, schiaffoni ai soliti noti mentre i furbi si squagliano, unita all’italianissima vigliaccheria del non ammettere la Caporetto delle sempiterne riforme perennemente annunciate. Il Commissario Monti, lo stesso che ha inchiodato Microsoft, è stato messo sotto scacco da tassisti e farmacisti di casa nostra, oltre che dal veto sull’asta delle frequenze televisive. Per ora, a sentir Passera, ma gli altri non hanno goduto del privilegio di tale dilazione.

“Poi anche questo ‘contributo di solidarietà’ per le pensioni d’oro… Se prendi centonovantanovemila euro l’anno niente, con duecentomila te ne fan fuori trentamila. Non potevano tassare in modo progressivo?” Il diavolo si nasconde nei dettagli, Claudio il Tappezziere mette di nuovo il dito nella piaga e s’infervora: “Posso dire una cosa? Voi che siete giovani perché non andate in piazza a protestare?”

Nel clima surreale di questo Natale 2011 in odore di austerity, anche la piazza è un’arma spuntata. L’hanno capito bene gli anarchici che hanno spedito la bomba a Equitalia: a memoria d’uomo non ricordo un attentato, peraltro così vile e meschino, che abbia goduto di tale popolarità. Non solo i social network ma pure i bar con la birra sono un tripudio di “hanno fatto bene, quelli sono proprio il peggio”.

La coincidenza di analisi, poi, tra opposti estremismi rende il clima ancora più sinistro e cupo. Anarchici e Boghezio, leghisti vestiti da operai in Parlamento e rifondatori del Pci che gridano al complotto delle banche, insieme a Ferrara, Feltri, Bossi, Vendola, Tremonti e Di Pietro e agli editorialisti del manifesto, i sindacati e la Mussolini. Come stupirsi, in un clima del genere, dei proiettili ai politici recapitati da nuovi brand terroristici che sgomitano per il loro posticino nel Tg delle otto?

E mentre anche il New York Times getta la spugna e ammette la sua delusione per la manovra di Monti, nel Belpaese la fiction post-berlusconiana in crisi d’identità si va a sovrapporre a una realtà sempre più recessiva e deprimente. Così può accadere che l’onorevole Scilipoti si metta in combutta situazionista con l’avvocato Alfonso Marra, esperto di signoraggio e leader del Partito d’azione per lo sviluppo, e con la show-girl Sara Tommasi per inscenare una campagna contro le banche.

Le immagini di Sara Tommasi, a braccetto con Scilipoti, che accenna allo striptease in mezzo alla strada e si fa ritrarre come mamma l’ha fatta per promuovere il pamphlet del Marra (onore condiviso con Lele Mora, Manuela Arcuri e Ruby Rubacuori) contro le banche affamatrici, acuiscono l’ésprit de décadence che esala dalle cronache. Come se il teatrino del vecchio impresario più amato dagli italiani avesse deciso di sopravvivergli e stesse progressivamente esondando nella realtà.

Il 2012 incombe…

L'articolo (con foto) è stato pubblicato su The FrontPage.

26 luglio 2011

TERRORISTA CHI?


“Per poter attuare con successo la censura dei media culturali marxisti e multiculturalisti saremo obbligati ad attuare operazioni significativamente più brutali e mozzafiato che porteranno a vittime”. È in questo passaggio del
memoriale preventivo del ‘folle solitario’ norvegese, apparso in rete diversi mesi prima della strage, la chiave psico-politica che ha attivato Anders Behring Breivik. Sapeva che “l’uso del terrorismo come mezzo per far risvegliare le masse” lo avrebbe fatto passare alla storia “come il più grande mostro dopo la Seconda Guerra Mondiale” e si è calato nella parte che si era autoassegnato.

Si tratta dello stesso salto di qualità che ha compiuto a suo tempo il Jihad islamista, con la mediatizzazione meticolosa di ogni impresa terroristica e di ciò che le stava dietro. Non solo, dunque, bombe e kamikaze pianificati apposta per bucare i riflettori (durante le feste, i pellegrinaggi, l’alta stagione turistica delle località frequentate degli occidentali), ma anche video-preghiere di aspiranti martiri, interviste alle madri: tutto ciò che ha potuto contribuire a costruire casi mediatici, intorno alla morte di persone innocenti e alla causa per cui sono state vittime e/o carnefici.

Fare entrare la morte nelle case degli spettatori del circo globale è anche l’obiettivo dichiarato dello stragista norvegese e ogni parola spesa dai media sulle sue gesta contribuisce a monetizzare mediaticamente il sangue innocente che ha versato. Il grottesco riflesso condizionato, che ha spinto le testate occidentali (il Foglio.it titolava “Al Qaida dichiara guerra alla Norvegia”) ad attribuire la paternità dell’attentato alle infide barbe maomettane, restituisce il quadro surreale di una realtà capovolta in cui il carnefice, arrestato dopo ventiquattr’ore ed esposto alla gogna feisbukiana in tempo reale, ostenta la calma fermezza di chi ha fatto il suo sporco dovere. Missione compiuta.

Il moralista adesso dirà: te l’avevo detto, la Rete produce mostri. Ad Anders Behring Breivik ha spianato le porte del palcoscenico della comunicazione globale, entro il quale ha potuto pianificare una strage, pubblicarne con largo anticipo la rivendicazione ‘dotta’ (una sorta di appello neogotico al sangue e alle radici, shakerando Templari, mitologia celtica e guerra preventiva di bushiana memoria) sui siti in target e assumersene pubblicamente la responsabilità per il bene dei cittadini europei, ormai narcotizzati dai “media culturali marxisti e multiculturalisti”.

Ed è un’email spedita al sito norvegese Document.no che rivela la sua ammirazione per i compagni di delirio dell’English Defense League e il suo sogno d’importarla in patria. “L’Edl è un esempio e una versione norvegese è l’unico modo per combattere le molestie nei confronti dei conservatori della cultura norvegese.” Il collegamento con la strage di Oklahoma City (168 morti, riflesso condizionato dei media, analogo delirio del killer, uno sfigato come il norvegese) viene automatico ed è stato più volte riportato in queste ore. Ma il contagio virale sul web, all’epoca, non era un’opzione.

Se ha ragione il moralista bisognerebbe mettere i lucchetti ai server, più che alle frontiere, perché quello che stanno passando le famiglie dei ragazzi di Utoya non giustifica alcuna libertà, né il lusso post-moderno (e “multiculturalista”, direbbero il killer e i suoi amici nerds ariani, annidati nelle periferie del web) della condivisone della conoscenza fra i cittadini del mondo. L’alternativa è usarla, la Rete, anche per tenere sotto controllo gli Anders Behring Breivik che ci sguazzano dentro. Biondi, alti e senza un pelo in faccia.

L'articolo (con foto) è stato pubblicato su The FrontPage.

2 marzo 2011

IL CORPO È MIO

“Incontro riservato tra il presidente del Consiglio e il cardinale che ha chiesto e ottenuto garanzie su biotestamento, scuole cattoliche e adozioni. Gli spauracchi delle gerarchie: «Fini ha nominato Della Vedova capogruppo, Casini è troppo debole, «il Pd premia i gay e pensa ai Pacs»”. Considerata la coincidenza tra dietrologie e recenti dichiarazioni pubbliche, suona tristemente plausibile che il premier pensi di risolvere il gap d’immagine presso l’elettorato più benpensante, causato dalle note vicissitudini politico-gossippare, con un classico do ut des. Tolleranza privata in cambio di intolleranza pubblica.

Niente di nuovo o di particolarmente scandaloso, specie se a scandalizzarsi è un’opposizione che su questi temi ha visto morire sul nascere partiti, coalizioni e programmi di governo. La legge sulle coppie di fatto dell’ex governo Prodi (poi abortita) ha cambiato talmente tanti nomi, loghi e contenuti da diventare una delle barzellette più macabre della precedente legislatura, assieme alle imprese di Mastella & De Magistris, alle manifestazioni dei ministri contro lo stesso loro governo e alle piantine di marijuana piantate da Caruso sul terrazzo della Camera dei Deputati (l’unico atto politico degno di questo nome di Caruso che si ricordi).

Una cosa però è fare il tifo per il ritorno dell’Elefantino in tv (è buona norma parteggiare per le persone intelligenti per partito preso, indipendentemente dal loro, finché si parla di tv), altra è non rendersi conto che se al Berlusconi bollito resta soltanto la sponda clericale nuda e cruda, per giunta senza margini di trattativa su nulla, è un problema per questa Italia. Il rischio è di due tipi: prosecuzione dello stato yemenita in tema di diritti civili delle persone di orientamento sessuale diverso da quello maggioritario, restrizione della libertà di cura e ricerca e dell’arbitrio sul proprio corpo. Dell’ultima parola.

In sostanza la posta in gioco, per l’ennesima volta da qualche secolo in qua, è l’habeas corpus. Ferrara e la sua truppa di teo-dadaisti di belle lettere possono infiorettare paginate intere di artifici retorici e minuetti linguistici ma la faccenda non cambia. Chi decide, in ultima istanza, sul proprio corpo? Chi decide che, in base al sesso che preferisco fare, posso ereditare la casa dal mio compagno/a oppure andarlo a trovare all’ospedale senza sperare nella clemenza del medico di guardia? Chi decide come e quando devo morire?

Se la risposta a queste domande è lo Stato (per conto di Dio, della Ragione, della Pachamama, di Maometto o Visnù poco importa) significa che io non sono padrone fino in fondo del mio corpo. La rivoluzione sessuale ha reso scontato un concetto che prima non lo era affatto, l’affermazione del dominio individuale sul corpo, e l’ha fatto rileggendo Wilhelm Reich, un genio del Novecento che dava scandalo sostenendo, contro il fascismo rosso e nero, che non si poteva essere liberi del tutto se non lo si era sessualmente.

Reich si scagliava anche contro la pornografia seriamente indiziata della “peste emozionale” che pian piano trasforma le persone nelle corazze che si sono costruite a partire dalle proprie ossessioni, sessuofobia inclusa. Su di lui non ci sono più dibattiti alle occupazioni come nel ’68 e invece che di liberazione sessuale la sinistra si occupa del lettone di Putin, ma per qualcuno l’allievo di Freud, morto in carcere negli USA nel 1957 dopo che la Food & Drugs Administration gli aveva bruciato i libri in piazza (come i nazisti e l’Inquisizione), è ancora il totem della propria ossessione. “La pornografia moderna è figlia di Reich il quale afferma che tutti i mali della storia derivano dalla repressione sessuale, la cui massima responsabile ovviamente sarebbe la Chiesa Cattolica.”

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

30 novembre 2010

È LA RETE, BELLEZZA

“È altissimo il costo delle utopie regressive, quei ghirigori tracciati sull’ordito della storia umana allo scopo di restaurare uno stato edenico, riaprendo le porte del paradiso terrestre per ricondurre il nostro ceppo a prima del morso della mela e a prima della cacciata. Wikileaks, ambigua e affascinante associazione bloggistica che scherza con il fuoco ormai da anni, nella pretesa di tutelare il mondo dall’oscurità di motivazioni e comportamenti dei governi (“we open governments” il loro slogan), è l’ultima incarnazione di questa idea che la politica possa essere comunionale e paciosa, priva di contraddizioni e conflitti, esente dal dovere del segreto e del doppio linguaggio (soprattutto in diplomazia e nei sistemi di difesa e di attacco).”

Il limite del consueto ragionar politico è tutto qui. Come se il fenomeno WikiLeaks condividesse anche solo una frazione delle categorie concettuali con cui solitamente s’incasellano movimenti, tendenze e rivoluzioni. Nessuno strumento di decodifica a disposizione, al contrario, è stato in grado di fornire a politici, cattedratici e giornalisti la chiave interpretativa per capire fino in fondo “l’11 settembre della diplomazia”, com’è stato definito il mega-scoop planetario messo a segno dal sito di Julian Assange. Non c’è nessun Afghanistan da invadere/liberare, nessuna guerra santa contro l’Occidente e, soprattutto, nessuna trattativa in corso.

“Ti offro la verità, niente di più”, diceva il Morpheus di Matrix a un Keanu Reeves piuttosto accigliato e così Assange. Forse la percezione che sia stato varcato un punto di non ritorno sta cominciando a serpeggiare e i tradizionali bastioni del potere, che si reggono da sempre sull’asimmetria di verità rispetto alla gente normale, devono aver passato proprio un brutto quarto d’ora. E se lo status continuasse ad assottigliarsi? E se l’asimmetria si finisse per ribaltare?

Ironia della sorte, il colpo di WikiLeaks avviene negli stessi giorni in cui uno dei padri della Rete, Vinton G. Cerf ha annunciato che, di qui a otto mesi, su Internet ci sarà il tutto esaurito (4,3 miliardi di varchi d’accesso raggiunti) e durante il primo suicidio virtuale di star a scopo benefico. Justin Timberlake, Serena Williams, Lady Gaga staccheranno la spina ai propri avatar su Facebook e Twitter e solo le donazioni per i bimbi malati di Aids riusciranno a farli tornare in vita. Ci vuole del coraggio, di questi tempi, a pensare di essere più potenti della Rete o forse è solo la metrica della potenza a essere cambiata e le rock star dei social network e gli hacker rivoltosi contano più di legioni di dignitari, con la piuma sul cappello.

Così nel sondaggio di Corriere.it, nonostante la domanda “La Casa Bianca scrive ad Assange: ‘Le rivelazioni di WikiLeaks mettono in pericolo vite umane. Non pubblicatele’. Sei d’accordo?”, il 45,6% dei lettori riesce a rispondere “no”.

L'articolo è stato pubblicato su The FronPage.

1 novembre 2010

BUNGA VIRUS

“Bravo, ha fatto bene a telefonare, a fottersene delle convenzioni, a mandare la Nicole a prendere Ruby in questura, e a spacciarla per la nipote di Mubarak, ciò che solo la sua fantasia e il suo senso del grottesco da commedia all’italiana potevano ideare per cavare d’impiccio quella ragazza di strada che era capitata chissà come a una delle sue feste, a uno dei suoi legittimi e barocchetti intrattenimenti domestici a base di Sanbittèr, la bevanda che solo un maturo Ganimede, coppiere degli dèi, può offrire a una festa.”

Come si fa a non essere d’accordo con Giuliano Ferrara che (con consueta sobrietà) solidarizza con l’amico-premier “quel che si dice bonariamente un puttaniere, un womanizer, un libertino giocoso e gaudente” di 74 anni, che ha il fegato di dire “sono orgoglioso del mio stile di vita”, a cui D’Alema vorrebbe sguinzagliare contro mute di preti (tanto alla prossima battuta di caccia vaticana contro una qualche libertà peccaminosa basterà fare scena muta come al solito)?

“I’m a playful person, full of life. I love life, I love women.” Gli è bastata una frase (che in ingleseRepubblica conferma la propria snella e implacabile autorevolezza e continua intrepida nel solco tracciato da Eugenio Scalfari nel 1976”, graffia Annalena Benini a proposito di un giornale che arriva a scrivere “ecco: da adesso si sa pure che, varcata una certa soglia, al rituale del dopocena era assegnata la denominazione invero esotica di bunga bunga. Assimilabile, quanto a strizzatine d’occhio, ma più potente, a consimili espressioni quali gnacca gnacca, tuca tuca e bingo bongo, quest’ultima nell’accezione non necessariamente leghista, ma sadico-anale chissà se ancora in voga nella scuola dell’obbligo.” suona anche meglio) per schiacciare un’altra volta i questurini della questione morale, decisi a non occuparsi più di politica neanche per sbaglio. “

Il copione è sempre lo stesso, rodato, delle campagne di comunicazione virale: il messaggio-choc, sparato dall’ammiraglia liberal italiana con un format che ne supporta adeguatamente il carattere di “scoop” (le ‘dieci domande’ l’altra volta, la doppia paginata di D’Avanzo questa), in poche ore deborda in Rete, invade radio e tv, intasa sms e chiacchiere, raggiunge le testate estere che erigono, a loro volta, totem festanti del nuovo sputtanamento di stato. Il bunga bunga, oltre che il classico tormentone su Facebook, è un nuovo pezzo di Elio e Le Storie Tese e un bolognese ha già registrato il dominio web (www.bungabunga.it), ma come al solito i cinesi sono più avanti e Apple Daily, il quotidiano di Hong Kong ne ha tratto una clip in 3d.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
Il pezzo di Elio l'ho preso qui.

26 ottobre 2010

RIBELLI A BILANCIO

“Casa Pound e Blocco studentesco non sono formazioni antisistema, ma parte integrante del progetto di Berlusconi.” Parola di Renata Polverini. Su Twitter e Facebook sono circolate dichiarazioni come questa, di dubbia veridicità ma utili per illustrare il nuovo prototipo modaiolo di estrema destra, figlio (pare) della temperie post-ideologica che secondo un numero crescente di commentatori (anche insospettabili) avrebbe bonificato una cultura funestata sinora da mezzibusti mascellonati, teschi, celtiche e fascio-ciarpame vario.

A riprova di questa ripulitura in grande stile una grande casa editrice, Rizzoli, ha appena pubblicato Nessun dolore, primo romanzo su Casa Pound scritto dall’avvocato Di Tullio (il legale storico del centro sociale romano). Secondo l’entusiasta Angelo Mellone, sul Foglio (una paginata intera) “il ‘topo nero’ fa posto al ragazzo di tendenza, a una sorta di stile minimal-militant che acchiappa proselitismo pure tra le ragazzine. Tracce di sfiga lavate via a suon di combat rock, tamburi che pestano, chitarre distorte che sparano a megawatt, atmosfere narrative da Black rain sempre appese tra la tarda notte e il mattino presto, un concetto di amicizia che mischia attimi fuggenti, ragazzi della via Pal e surfisti di Point Break, Fight Club e il Bradbury di Fahrenheit 451”.

Si può ben capire, quindi, l’orgoglio (naturalmente post-ideologico) di Gianni Alemanno, nella seconda dichiarazione carpita dai social network: “Rivendico il merito di aver costruito un rapporto stretto con i ragazzi di Casa Pound, finanziando le loro iniziative”. E non sfugge l’accorta (e mediatizzata) eterogeneità delle loro ospitate alle iniziative del centro sociale (Stefania Craxi, Paola Concia, Marcello Dell’Utri tra gli altri), specie se messa a paragone con l’austerity politico-culturale che campeggia nell’altra metà del campo antagonista, a sinistra.

Ma non basta per accreditarsi come i Capitan Harlock delle periferie (mutuo sociale, venti famiglie che abitano nella sede romana dell’Esquilino, okkupazioni situazioniste), ribelli jungeriani senza macchia e senza paura degni di un caso letterario che sfida l’egemonia editoriale sinistrorsa. C’è sempre un Fini in agguato (terza dichiarazione sospetta): “Risulta astrusa la vocazione ribelle di Casa Pound che gode di finanziamenti dal potere che dice di voler contrastare.”

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

18 ottobre 2010

CHI VUOL ESSERE UN LIBERTARIO?

“C’è bisogno di una maggiore attenzione per risolvere questi problemi. La polizia è spesso vista in termini molto semplici, come poliziotti a caccia di ladri per rinchiuderli. Invece questa realtà rappresenta solo una piccola parte del lavoro, ci occupiamo di casi di bambini scomparsi, persone con problemi mentali e abusi sessuali. Spesso questi problemi sono difficili da affrontare e richiedono molto tempo. Non sto dicendo che non dobbiamo occuparci di queste cose, ma che questo lavoro non è riconosciuto”. Per far capire all’opinione pubblica la loro reale mole di lavoro e denunciare i tagli del governo Cameron (che metterebbero i poliziotti ancor più in difficoltà) il capo della polizia di Manchester, Peter Fahy, ha deciso di pubblicare le telefonate dei cittadini su Twitter.

Dall’altra parte dell’Oceano, a Colorado Springs, nel profondo sud americano, di fronte al bilancio comunale dissestato, nell’autunno 2009, la gente ha scelto la via dell’autogestione libertaria. Privatizzazione di tutto ciò che si poteva privatizzare e gestione volontaristica della cosa pubblica, versione radicale (e molto americana) della nostrana sussidiarietà, giunta a contemplare un programma di adozione lampioni (con cento dollari se ne tiene acceso uno tutto l’anno), hanno evitato alla città sia il default finanziario che l’elemosina di fondi federali (fumo negli occhi per la tradizione antistatalista del posto).

“Il budget per la polizia è stato tagliato di quattro milioni di dollari e due elicotteri sono stati venduti su Internet a un rancher dell’Ohio. Per sopperire ai tagli, il Consiglio della città ha lanciato a marzo il programma Cop – “Cab on patrol”, tassisti in pattuglia – che dà incarico ai tassisti di segnalare gli abusi alla polizia via radio.” La storia ha valicato le montagne rocciose e la sinistra liberal non l’ha presa bene (giustizieri della notte, ronde simil leghiste, ecc.), ma il giovane tassista se la ride: “Noi abbiamo sempre fatto questo lavoro, perché siamo sempre in giro per le strade e vediamo molte cose. La differenza è che prima chiamavamo la polizia con il cellulare, ora direttamente via radio. Niente di più”.

Ora, la crisi pare non arrestarsi e la nuova frontiera della speculazione finanziaria sono gli stati-nazione; con i tagli alla spesa pubblica come regola i social network come Twitter, oltre che strumento di protesta/sensibilizzazione, potrebbero diventare preziosi per risparmiare quattrini e accorciare la distanza tra cittadini e pubblica amministrazione (analizzando le telefonate su Twitter la polizia di Manchester forse può migliorare il servizio, per esempio). Libertari di tutto il mondo, meditate.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

20 luglio 2010

BAVAGLIO GENITALE


“Ha passeggiato per oltre due ore sul tetto dell’edificio minacciando di fare una strage. Nudo e con la pistola ha tenuto impegnato uno dei reparti speciali della polizia di Perth mentre un negoziatore cercava di convincerlo a desistere e i cecchini si preparavano al peggio tenendolo sotto tiro da un edificio adiacente. Alla fine tutto si è risolto per il meglio: la resa del pistolero nudo”.

Repubblica.it, nella sua colonna di destra (solitamente dedicata a foto, video e news di spettacolo, tecnologia, costume, con un ricco assortimento di tette e culi per invogliare il navigante), rilancia così la galleria fotografica, pubblicata sul sito “Adelaide Now”, sul pistolero nudo d’Australia che ha tutta l’aria, un po’ malinconica, di un manifesto della decadenza d’Occidente, nell’epoca dell’”avanzata prepotente di un mondo dell’informazione veloce e multimediale, nemico della sintassi, strutturalmente manipolatorio” (secondo Tonino Bettanini, sul Foglio).

In effetti, anche senza scomodare la sintassi dell’apocalisse, a guardare l’immagine salta agli occhi un particolare su tutti: la scritta “censored” è piazzata sugli organi genitali del tipo, non sulla pistola (né sugli orrendi calzini). In questa scelta (legale, morale, deontologica o religiosa conta poco) risiede, tecnicamente, il carattere intrinsecamente manipolotorio dell’informazione mainstream. Che a Perth (e, grazie a Repubblica e agli altri, nel resto del mondo) effettua un vero e proprio trattamento creativo su un’immagine cruda di ordinaria disperazione, incaricandosi di renderla un’icona valoriale: la pistola fa paura, ma si può sbirciare (l’effetto sgranato contribuisce a chiarire che è tutto vero, non è lo spot di un film), il pisello no.

Anche il viso è oscurato (per motivi d’indagine si presume), ma è bastato un po’ di “sfumino” a Photoshop. “Censored” è stata impaginata con mestiere. Il carattere scelto per la scritta è molto pubblicitario e il colore bianco su banda rossa (un po’ inclinata) rende lo slogan (ché di questo si tratta) assai visibile e impattante. Come per gli occhi dei bambini cancellati dalle foto (spot esclusi), il bavaglio genitale è una “proiezione delle nostre morbosità ideologiche”, niente di più (e nientemeno).

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
L'immagine è stata presa qui.

19 gennaio 2010

TWEETING FROM HAITI


“So sorry to not anchor my show today. Couldn't break away from the field hospital. If #cnn doesn't fire me, promise to do the show tomorrow"
. Sono passate da poco le 6 del pomeriggio quando Sanjay Gupta, neurochirurgo e caporedattore medico della CNN,
ha un annuncio da fare al milione e passa di suoi followers su Twitter: quella sera non potrà andare in onda e promette di farlo il giorno dopo (se la CNN non lo licenzia, chiosa con invidiabile humour).

Undici ore prima aveva raccontato, incredulo, la fuga di mezzi e personale medico e paramedico delle Nazioni Unite “per motivi di sicurezza” dall’ospedale da campo a cui era assegnata la sua troupe: “At field hosp. the UN evacuated the docs, but my crew stayed with me. 25 patients - injured badly, but we are making sure they get good care”. Rimasto l’unico medico dell’ospedale, il giornalista ha lasciato il posto al neurochirurgo e la troupe è diventata la sua equipe improvvisata. Nonostante la perdita del generatore elettrico tutti i pazienti dell’ospedale sono rimasti in vita.

Gupta, che sembra uscito da un albo della DC Comics più che da un network tv, ha da poco rifiutato una prestigiosa carica da Obama in persona (Surgeon General degli USA) per continuare a fare il proprio (doppio) lavoro ed era ad Haiti al momento del terremoto. Il 14 gennaio, poche ore dopo il sisma, scriveva: “Non è stata riattivata l’elettricità, sto twittando grazie alla connessione satellitare e ad un generatore elettrico sento colpi di arma da fuoco qui vicino. Non ho mai visto cose del genere prima. Anche se odio dirlo, sembra una situazione senza speranza. I cadaveri sono ancora nelle strade. Mi chiedono se posso dare aiuto: certo che lo farò, sono un reporter, ma innanzitutto un medico”. Poi ha salvato la pelle a una bambina di 15 giorni, rimasta orfana e in condizioni apparentemente disperate (nel video sopra).

Come per la rivoluzione verde dell’Iran, Twitter è una sorta di macchina della verità capace di far filtrare pezzi di vita, di terrore e coraggio, angoscia e speranza, che bucano censure e catastrofi e irrompono nel nostro mainstream quotidiano. Quella di Gupta è l’altra faccia, per ora pericolosamente minoritaria, dell’inferno di Haiti (la punizione di Dio per il patto col demonio stretto nel 1791 dai sacerdoti voodoo per ottenere l’indipendenza dalla Francia, secondo il telepredicatore Pat Robertson).

L'articolo è tratto da The Front Page.

16 dicembre 2009

E LA MAIALA?


"È la pandemia più lieve della storia", si spinge a dire Marc Lippsitch, epidemiologo di Harvard. In Italia siamo a quota 142, come dire un morto ogni 25mila casi di infezione (in totale da noi sono state colpite dall'influenza A 3.650.000 persone).


Repubblica.it il 14 dicembre la mette così. La Maiala va in soffitta e buona notte ai suonatori. Certo “nessuno, naturalmente, discute la pericolosità dell'H1N1: la sua diffusione - complice un mondo sempre più globale - è stata rapidissima. Gli effetti però sono stati meno gravi del previsto. Secondo l'Oms, il virus è arrivato in 208 Paesi. Le vittime riconducibili a H1N1 però sono "solo" - si fa per dire - 9.596 (800 nell'ultima settimana), una cifra di gran lunga inferiore alle 500mila causate ogni anno dall'influenza stagionale.”
Cioè: la Maiala è l’ennesima bufala, la solita finta “peste del 2000” che i media si sono palleggiati per qualche mese, in attesa di trovare qualcos’altro di più avvincente.

Aviaria, suina.
Arrivano sempre d’estate, quando le agende dei media cominciano a sguarnire, fluttuano qualche mese tra panico di massa, inchieste indipendenti, rassicurazioni di stati e megabusiness per le industrie farmaceutiche (per l’influenza A vengono sfornate qualcosa come 3 miliardi di dosi del vaccino), per poi scomparire senza lasciare traccia (salvo occasionali tiratine d’orecchi che qualche trombone liberal si concede come intercalare, tra una notizia e l’altra).

Così scrivevo qualche settimana fa, sempre su Aprile, a proposito della “pandemia mediatica” e così è andata a finire, a quanto pare (non ci voleva certo un genio).
Qualche miliardo di dollari è migrato dalle casse degli stati e dalle tasche della gente ad alcune multinazionali per un vaccino nella migliore delle ipotesi inutile (non è che fosse esattamente senza effetti collaterali, almeno per alcune persone), che la stragrande maggioranza dei medici si è ben guardata da iniettarsi, nonostante il goffo minacciare del governo.

Ora, secondo L’Unità del 15 dicembre
“le autorità sanitarie americane hanno ordinato il ritiro dal mercato di centinaia di migliaia di dosi del vaccino contro il virus H1N1, dopo test clinici che ne avrebbero dimostrato la scarsa efficacia nella prevenzione del contagio. Il Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie di Atlanta, l'agenzia del governo americano che coordina l'emergenza influenzale, ha annunciato oggi la decisione.
Nel mirino ci sono 800 mila dosi prodotte da Sanofi Pasteur, sotto forma di siringhe già pronte all'uso destinate ad immunizzare bambini tra i 6 mesi e i 3 anni. Non è per il momento chiaro se i bambini cui sia già stato somministrato uno di questi vaccini debbano ripetere il trattamento.”

Adesso  però sono altre le notizie di primo piano, le priorità del paese, nella deriva psichiatrica del nostro mainstream quotidiano. Un altro tema poi, uno solo, sempre lui. L’Avanzo di Balera. Stavolta Ferito dinnanzi al Predellino.
La santificazione di Berlusconi, in onda 24 ore su 24 da tre giorni su quasi tutti i giornali-radio-tv, ha del surreale prima ancora che del patetico. Sabina Guzzanti dice che non deve succedere “mai più” e che ha provato stima per la sua fierezza, Di Pietro prova a fare il duro e le testate che fino a 15 giorni fa terrorizzavano la gente con gli scenari da tregenda della Maiala adesso gridano all’untore, nemico dello stato, a chiunque non si unisce al solito mantra (rivolto sempre agli altri): “abbassiamo i toni”.
Fabrizio Rondolino è stato indicato tra “fans di Tartaglia” dal Corriere della Sera solo perché su Facebook ci ha scherzato su (“Ma quanto verrà a costare il restauro?”).

Non è il solo.
Subdoli “untorelli”, portatori di odio e seminatori di zizzania, si annidano a migliaia negli anfratti del Belpaese. Il loro “brodo di coltura”, naturalmente, è la Rete.
Gian Antonio Stella, già pop star anti-casta, sul Corriere non ha dubbi:
“come ha spiegato Antonio Roversi nel libro «L’odio in Rete», il lato oscuro del web «è popolato da individui e gruppi che, pur nella diversità di accenti e idiomi utilizzati, parlano tutti, salvo qualche rara ma importante eccezione, il linguaggio della violenza, della sopraffazione, dell’annientamento».

Fonti:
“Ecco perché le milioni di dosi di vaccino influenzale possono restare negli hangar” di Roberto Volpi dal Foglio
“E se il virus fosse solo un raffreddore?” da Repubblica.it
“Sabina Guzzanti sul suo blog: «Il premier aggredito? Mai più»” su Corriere.it
“Irresponsabilità” di Fabrizio Dondolino su The Front Page
“Il lato oscuro della rete” di Gian Antonio Stella su Corriere.it

Tratto dal blog di Aprile: qui.
La foto, l'Avanzo di Balera in forma smagliante, l'ho presa qui.

25 novembre 2009

QUANDO IL GIOCO SI FA DURO


“Secondo quanto riportato da diversi siti (anche scientifici come Climate Audit, il blog di Steve McIntyre) nelle e-mail ci sarebbero scambi di informazioni e pareri tra gli studiosi del global warming su come filtrare le informazioni per selezionare cosa far passare al pubblico e cosa no. Il Cru è considerato uno dei centri di ricerca più influenti nello studio del riscaldamento globale dovuto a cause umane, e ha giocato un ruolo chiave nell’ultimo documento dell’Ipcc, il panel intergovernativo delle Nazioni Unite che studia i cambiamenti climatici.”


Ha prurito ai polpastrelli, Piero Vietti, quando racconta sul Foglio la favola dell’hacker di destra, che ha fregato centinaia di mail al Centro di ricerche sul clima (Cru) dell’Università dell’East Anglia in Inghilterra e le ha piazzate su un server russo, dopo aver fatto pervenire la rivendicazione di rito ai blog non allineati all’ortodossia di Al Gore:
“Pensiamo che la scienza che studia il clima sia, nell’attuale situazione, troppo importante per essere tenuta nascosta. Qui pubblichiamo una selezione a caso di corrispondenza, codice e documenti”.

Vietti fa di tutto, nel pezzo, per mantenere una postura coordinata all’undestratement esibito (già dalla testata stile Financial Times) del suo giornale, ma la notizia è troppo ghiotta.
Per una volta, all’autorità e contro i pirati, non deve ricorrere un losco faccendiere discografico o un avido banchiere, ma le icone più nobili (scienziati impegnati per salvare il mondo) dell’unica ideologia “progressista” scampate alla temperie.

Così lo zelo legalitario esibito dal giornalista a mo’ di super partes (“Fermo restando che chi ha violato il server del Cru ha commesso un reato grave” o “Il dubbio che il materiale sia stato sistemato alla bisogna da chi contesta le teorie del global warming di origine antropica è fondato”) non fa che fornire all’impresa un’aria ancor un po’ funettistica, che ricorda certi resoconti di imprese hacker “de sinistra” letti in altri tempi su Indymedia.

Molto probabilmente, invece che di un romantico “Ribelle” jungeriano, che viola da destra in nome della verità i codici del politicamente corretto, ci troviamo di fronte a un banale e allo stesso tempo ben più inquietante atto di guerra informatica. Come il presunto attacco hacker della Russia all’Estonia, quello contro il Cru (su un server russo) ha tutta l’aria di essere un atto di guerra politica gabellato da scoop civile.

13 anni di mail da cui la blogosfera “negazionista” (in fatto di global warming di natura antropica) ha tratto una controtesi sulla malafede tout court della comunità internazionale di climatologi che – com’è noto – per la stragrande maggioranza sostengono che le temperature del pianeta si stanno alzando a causa dell’uomo e che truccherebbero i dati per avere ragione. Una congiura mondiale orchestrata da centinaia di migliaia di cospiratori in camice bianco, in complicità con la solita cricca liberal appollaiata sulla spalla della pubblica opinione.  

Sembra invece che la realtà sia come al solito banalmente peggiore
“il pianeta è sulla strada che porta ad un disastroso aumento di 6°C a fine secolo (rispetto ai livelli pre-industriali) e lo è perché emettiamo sempre più CO2 e al tempo stesso la capacità della Terra di assorbire il gas serra sta invece diminuendo.
Se 50 anni fa il 60% dei gas serra emessi in atmosfera veniva assorbito dal pianeta ora questa percentuale è scesa al 55”
.

Questo secondo lo studio pubblicato in questi giorni su Nature Geoscience, dai noti bolscevichi del Global Carbon Project.
Che concludono infatti come tutti i maledetti comunisti:
“L’unico modo per controllare il cambiamento climatico è farlo tramite una riduzione drastica nelle emissioni mondiali di CO2”.

Fonti:
Mistero su Internet, un pirata svela i trucchi del global warming” di Piero Vietti sul Foglio.it
Hacker negazionisti, mentre il clima cambia davvero” dal Qualenergia.it
The Global Carbon Project

L'articolo è tratto dal blog di Aprile: qui.

La copertina del "Tratta del Ribelle" di Ernst junger è stata presa qui.

11 novembre 2009

DIARIO DELLA MAIALA


“Primo caso letale di influenza suina in Egitto. Una donna egiziana è morta con sintomi dell'influenza suina in Egitto mentre era in pellegrinaggio per andare alla Mecca. Lo ha reso noto il ministero della sanità egiziano.”


Repubblica.it, il 19 luglio alle 23 e 55 minuti, mi aggiorna sullo stato di avanzamento del virus. Il primo morto in Egitto dopo l’annuncio della non riapertura delle scuole a settembre in Gran Bretagna, in cui pare che anche la ex Fisrt Lady Cherie Blair sia stata colpita dalla nuova influenza.
Anche qui a Zoccolandia è stato dato l’allarme. Ci sono già i primi casi e il viceministro della salute ha detto che forse le scuole rimarranno chiuse. O forse no. La Gelmini l’ha escluso e il mutaforme Fazio ha rettificato. Mi sa che, come dicevano i ragazzi del Maggio francese, “c’est seulement le debut”.

Ad agosto se ne sono stati buoni.
La tregua estiva funziona ancora, o forse – semplicemente – untori e monatti mediatici sono pure loro in fila per l’ombrellone.

I primi di settembre il tam tam è ripartito. I primi casi gravi, le smentite di rito “non è grave, il virus non è mutato” e la psicosi da vaccino comincia a dilagare.
In aggiunta i mentecatti al governo continuano a darsi sulla voce, affermando e negando l’opportunità di posticipare l’apertura delle scuole (evento che certificherebbe lo stato di emergenza, anche se non dichiarato) a giorni alterni. Secondo le ultime news l’anno scolastico inizierà regolarmente, per la gioia di librai, cartolai e venditori di grembiuli (i prezzi sono schizzati di nuovo alle stelle nonostante la crisi).

A fine ottobre la situazione sta cominciando a degenerare. Gli ospedali sono zeppi di mamme impazzite e di gente col panico dell’influenza A (la “febbre maiala” secondo il Foglio).
Il governo italiano continua a dire e smentire ogni cosa. “I vaccini sono pronti” “I vaccini non sono ancora pronti, ma lo saranno presto” e via di questo passo. Intanto l’Ordine dei medici sta tentando una sorta di boicottaggio sistematico dell’allarmismo di massa a suon di dati e statistiche. Se, di solito, la percentuale di medici che si vaccinano contro la normale influenza di stagione non supera il 20%, quest’anno – dopo blandizie e vere e proprie minacce (le autorità sono arrivate a minacciare la sospensione di quelli che lavorano per il servizio pubblico) – pare che si raggiunga quota 1/3.
I 2/3 dei medici continuano a mettere in pratica quello che affermano senza mezzi termini a mezza bocca: il virus è una bufala mediatica meno pericolosa della normale influenza.

Certo, di questi tempi non è facile remare contro la corrente.
Il mainstream del terrore di massa è inarrestabile fino a quando la marea non è montata del tutto, grazie alla moltiplicazione dei media. Il chiacchiericcio – anche critico – di blog e social network, in aggiunta al vociare implacabile dei network, crea un effetto frastuono che fa percepire alla gente che, ad ogni modo, qualcosa sta accadendo e c’è qualcosa di cui aver paura.

Aviaria, suina.
Arrivano sempre d’estate, quando le agende dei media cominciano a sguarnire, fluttuano qualche mese tra panico di massa, inchieste indipendenti, rassicurazioni di stati e megabusiness per le industrie farmaceutiche (per l’influenza A vengono sfornate qualcosa come 3 miliardi di dosi del vaccino), per poi scomparire senza lasciare traccia (salvo occasionali tiratine d’orecchi che qualche trombone liberal si concede come intercalare, tra una notizia e l’altra).
E mentre i virus di solito si rivelano bufale tremende, le operazioni mediatiche che ne decretano il successo di pubblico si disvelano anno dopo anno in tutta la loro crudele e cinica efficacia. Le famiglie si affannano a cercare cure per arginare il panico diffuso dal loop mediatico, che se tenta di ridimensionare alimenta la paranoia e se rettifica, o sminuisce, gli allarmismi fa serpeggiare il dubbio di foschi scenari complottardi per silenziare o depistare la libera informazione.

Ci sarà una ragione se l’ultima frontiera del marketing contemporaneo è la comunicazione virale, quella che “come una freccia dall’arco scocca vola veloce di bocca in bocca”, che si attacca velocemente e che contagia preferenze commerciali, politiche, di consumo.
E che utilizza, guarda caso, i media come untori e – in qualche caso – monatti.

Fonti:
“Ecco perché le milioni di dosi di vaccino influenzale possono restare negli hangar” di Roberto Volpi dal Foglio
“Febbre suina colpisce Cherie Blair” da TgCom
“Influenza ‘A’ egiziana muore dopo pellegrinaggio Mecca” da Repubblica.it
“Marketing virale” su Wikipedia

L'immagine è stata presa qui.
L'articolo è tratto dal blog di Aprile.

6 ottobre 2009

LIBERTÀ DALLA STAMPA


"L'Evening Standard, storico giornale di Londra (è nato nel 1827), sarà distribuito gratuitamente dal 12 ottobre. Il quotidiano inglese è stato rilevato lo scorso anno dal magnate russo Alexander Lebedev. Ex spia del Kgb, Lebedev ha intenzione di distribuire gratuitamente anche gli altri giornali di cui è editore, The Times e The Sun."

Dopo "La Stampa in bolletta" (13600 giornalisti licenziati negli Stati Uniti da inizio 2009) il Foglio riprende il suo ciclo di inchieste sulla crisi del settore, dopo aver detto peste e corna della manifestazione della FNSI del 3 ottobre.

Nell'Italia dell'Avanzo di Balera non c'è spazio per il dissenso, come in ogni colpo di stato che rispetti infatti "l'unica parola d'ordine è che deve riuscire, costi quel che costi, e nessuno dovrà mai essere perseguibile in alcuna sede".
Ogni voce critica deve essere intimidita, ogni obiettore di coscienza mobbizzato in una maniera o nell'altra. Il tempo stringe, il vecchio palpaculi ha compiuto i 73 e per completare il Piano di rinascita nazionale della P2 di Gelli non gli rimane molto.

L'articolo, il Bianconiglio pubblicato oggi su Aprile, è qui.
L'immagine l'ho presa in prestito qui.

1 ottobre 2009

IL TRAVAGLIO QUOTIDIANO


"E' una sorta di "Travaglio della Sera" questo primo numero: a) pubblicità di un libro di Marco Travaglio vicino alla testata; b) commento di Marco Travaglio intitolato "De Villepin e de Minzolin"; c) notizia a centro pagina: "Editto su Travaglio. Mannaia su Anno Zero"; d) a pagina due ci sono quattro articoli, e in ben tre si parla di Travaglio; e) rubrica dello stesso Travaglio a pagina 6, "M'illumino d'incenso", dedicata a Piero Chiambretti alias Pierino Slurpetti; f) intera paginata, la 21, a firma Travaglio su "Come nasce un giornale. Il giro d'Italia lettore per lettore"".

Dopo l'articolo di Stefano Di Michele sul Foglio mi sono incuriosito e sabato (terzo numero) ho tentato di comprare una copia del "Fatto Quotidiano", il nuovo giornale diretto da Antonio Padellaro, in un'edicola di Ravenna intorno alle 11 di mattina. Finito.
"Ma si può anche ordinare il primo numero" mi ha informato l'edicolante. Ci ho riprovato domenica 27, ieri, nell'edicola di Piazza Farini, a Russi. Bingo.

Arrivato al bar mi sono messo a controllare.

Tutto l'articolo, il Bianconiglio pubblicato questa settimana sul blog di Aprile, è qui.
L'immagine è stata presa in prestito qui.

10 gennaio 2009

GAME OVER?


Qualunque cosa abbia deciso di dire,
fare, pensare io non la capisco più. E mi dispiace.

La foto l'ho presa in prestito qui.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. lindo ferretti il foglio

permalink | inviato da orione il 10/1/2009 alle 22:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

26 novembre 2008

L'ALTRA FACCIA DELLA PLEBAGLIA / 2


"Gli italiani sono meglio dei politici"


Così ha sentenziato Vladimir Luxuria dopo aver vinto L'Isola dei famosi. Il fatto che italiani e spettatori del reality di SImona Ventura siano un sinonimo, chiarisce l'amletica serie di domande poste a suo tempo dall'intellighenzia progressista sull'inspiegabile batosta dei sinistri arcobaleni e sul travaso di voti operai (molti iscritti direttamente alla Fiom) alla Lega di Bossi.

Se non fosse che mezzo milione di precari rischia di finire a casa entro Natale, varrebbe la pena perdere qualche riga per sbruffoneggiare un po' sullo squallore di Liberazione che fa un tifo da stadio - dopo aver svillaneggiato la Luxuria rea di guadagnare come un operaio in 300 anni di lavoro - e paragona la sua vittoria a quella di Obama (giuro, è vero).

Se non fosse che mi sono già rotto le palle prima ancora di cominciare mi metterei a linkare articoli, dichiarazioni di quando Luxuria ha accettato di partecipare, tra lo sgomento dei suoi compagni.
Invece mi limito a citare me stesso che il 27 luglio - all'indomani della quasi contemporanea sconfitta di Vendola nel congresso di Rifondazione e dell'annuncio di Vladimir sull'Isola, scrivevo qui sul blog:

"più prosaicamente, è la merda che si rivolta al badile.
Infatti mentre i compagni sono chiusi in assise permanente ad elaborare il lutto, regolare i conti in sospeso e scervellarsi sul perché gli operai iscritti alla Fiom al nord votano per la Lega (come ha fatto notare cupo il Berty), il Diavolo ha già deciso chi li rappresenterà quest'autunno, e come: Vladimir Luxuria all'Isola dei Famosi"

Infatti Gad Lerner sul suo blog ora può scrivere questo.

E Annalena Benini sul Foglio questo. E - cosa più paradossale - hanno ragione tutti e due.

Nell'immagine "La Penisola dei Famosi", il mio pensiero creativo a riguardo (in tempi di vacche relativamente grasse), la campagna della Sinistra Giovanile con cui ho vinto il Premio Agorà nazionale per la comunicazione sociale nel 2006.

3 aprile 2008

VIOLENTEMENTE BELLA


Ieri sera sono stato in giro per Bologna.
Per la prima volta da quando mi sono trasferito a Russi ho passato una serata a bighellonare per feste e locali, prima di prendere il 27/a in direzione Corticella, il quartiere dove vivono i miei (in cui sono cresciuto).
C'era un cielo splendido, blu elettrico, e un vento asciutto che spazzava strade e vicoli trecenteschi. Bella Bologna, ieri sera, davvero.

Dopo il lavoro sono andato al Gatto & la Volpe. Al baretto di via Riva Reno mi hanno subito coinvolto nella polemica della giornata, la contestazione al Monatto.
Baiesi insultava, al solito, il povero Bovina reo di essere un fan dichiarato del direttore del Foglio (e di Guazzaloca)
tì propri un marden, cumpagna al to amìg, cal grasson ed Ferrara... un marden e un fasesta!

Nel pomeriggio il Monatto era venuto in città a proseguire la sua opera di evangelizzazione ad alto rischio (personale): quando si rompono i maroni alle donne sull'aborto con minchiate tipo io mi sento un po' donna, le femministe di inizio seco
llo erano d'accordo con me che l'aborto è maschio, la contestazione scatta inevitabile. Se vogliamo essere onesti è cercata, corteggiata, evocata, la contestazione: Ferrara non ha altre possibilità per andare sui giornali a ripetere la solita litania ratzingeriana.
Così Bologna si è trasformata nella città più violenta d'italia (sempre secondo Ferrara).
Che cazzo pretende? Questa è Bologna, altroché Caffarra, il Monatto le sue medaglie se le tenga ben strette sulla faccia.

Ho visto le foto, era pieno di gente - di donne - normali,
come quelle che l'hanno fischiato dalla Bignardi, non solo di professionisti della contestazione. Magari le donne non tollerano più che uomini come Ferrara s'intromettano a pontificare, tronfi, su una tragedia che (da sempre) riguarda loro. Quindi si difendono, anche con violenza, è così difficile da capire?
Poi Cofferati, Bertinotti & Co. solidarizzino quanto gli pare: la sostanza non cambia.

Dopo la disputa al bar sono stato all'aperitivo dell'Opificio Ciclope nel loro studio in via della Santa (di fianco a casa di Prodi) e all'Urp (ex Black B.) a salutare qualche reduce.
In via del Pratello ho incontrato Osvaldo, a cui ho scoperto di avere dato (per sbaglio) il numero di Vanessa al posto del mio. L'ho sfidato a tressette, nel suo tavolo, nel suo bar, nel suo anno (è capricorno).
E ho perso, cazzo.

La foto l'ho presa in prestito qui,

25 settembre 2007

MAI DIRE BLOG

Non sto per scrivere di Grillo, giuro. Anche se al prossimo v-day, contro il finanziamento pubblico ai giornali di carta, vado a firmare.

Non scrivo di Grillo perché il suo non è un blog: assomiglia molto di più alla tv sovietica (o all'Isola dei Famosi), il messaggio è gerarchizzato con una nettezza senza eguali, emittente e destinatari non sono mai stati così separati. Persino i giornali di carta, con le loro versioni elettroniche (coi blog-rubriche dei giornalisti e le altre menate pseudo-interattive) sono più permeabili al dialogo. Comunque: bona lé con Grillo, ne hanno scritto anche troppo personaggi molto più autorevoli e rispettati di me.

Mi pare più interessante, invece, sbirciare l'evoluzione (o meglio la diversificazione) dello strumento "blog".
Secondo Luisa Carrada, autrice di Mestiere di Scrivere, si parla di
"corporate blog" quando le organizzazioni complesse (aziende, associazioni, enti pubblici) si rendono conto che più che parlare di sé (non frega più niente a nessuno di mission e simili) è meglio ascoltare i clienti o i cittadini e curare la propria reputazione. Cioè verificare l'attendibilità di ciò che si dice (e si fa) prima che un blogger arrivi, lesto, a sbugiardarlo. Si tratta di un ribaltamento della comunicazione tradizionale (che altro non è che la brochure rilegata in pelle umana, distribuita in fiera da ragazzine malpagate) e ci vuole coraggio: barare, mentire o non raccontarla tutta diventa sempre più rischioso.

Avevo appena commentato il suo ultimo post, colpito dalle analogie con il nostro lavoro alla Tekove Katu, quando ho letto un altro commento, caustico: "Intanto leggetevi anche questo" ci intimava l'anonimo. "Questo" è una sorta di multi-reportage del Foglio su/contro la blogosfera in quanto tale, colpevole di inintelligenza collettiva e diserzione dalla gerachia dei media tradizionali. Ho visto che anche il povero Mary ci è finito in mezzo.

Qui c'è l'articolo sul corporate blogging e il video della lezione di Luisa Carrada al seminario internazionale della comunicazione "Intermediando", lo scorso giugno.

sfoglia
maggio        ottobre