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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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4 marzo 2013

PRIMA DELL'ESTINZIONE


Una decina di giorni prima del 25 febbraio 2013, dopo che una pioggia di meteoriti aveva provocato esplosioni nel cielo degli Urali, un asteroide di centotrentacinquemila tonnellate e quarantacinque metri di diametro era sfrecciato a circa ventisettemila chilometri dalla Terra, alle 20 e 25, ora italiana. Senza apocalissi di sorta. Anche i più tenaci apologeti dell’Armageddon Maya ritardato si erano dovuti arrendere alla noiosa evidenza della persistente sopravvivenza della, cocciuta, specie umana.

Dopo dieci giorni, più o meno alla stessa ora, era ormai chiaro che in Italia il Maya di turno non era nato tra le nebbie della bassa padana di Bettola. Di lì a qualche ora l’inviato di Porta a Porta, imbalsamato nel suo piumotto circonfuso dalle luci di scena e dalla spettrale quiete residenziale promanante dalla villa del timoniere di Sant’Ilario, avrebbe spalancato le braccia e il sorriso, disarmante e disarmato: “non abbiamo contatti con Beppe Grillo, né col suo staff… di nessun tipo”.

“Gli alieni sono invece introvabili, non sai con chi parlare, sono inafferrabili, interlocutori politici potenziali e media sono alla stessa stregua tenuti fuori dalla porta, anzi non c’è la porta, non si sa dove stanno e che fanno, vai fuori dalla casa di Grillo a Genova o vai a Bologna dove c’è un’esperienza in Comune o cerchi disperatamente di vedere se c’è un modello siciliano di omologazione, chissà, non hanno l’etichetta al citofono, vogliono fare le sentinelle della rete dentro le istituzioni, la delega ai capi è assoluta, nessuno si sente autorizzato nemmeno a fingere di avere una opinione per sé, spendibile politicamente, comunicabile senza passare per l’imbuto del web controllato dal blogger.”

E pouf. Passa una settimana e l’Italia è Mars Attacks. Alieni, setta, strategia diversiva di matrice neoliberista o forza di occupazione che dir si voglia: fatto sta che la prima parte del tanto sbandierato piano di Grillo&Casaleggio è andato magicamente in porto e l’Italia, le istituzioni repubblicane e tutta la baracca sono in ostaggio. Dopo anni passati a far le prove, scimmiottando le Br prima (sul blog venivano pubblicati i “comunicati politici” con un font tipo ciclostile anni ’70) e scippando poi senza vergogna Alan Moore, Anonymous e il movimento antagonista dell’icona di Guy Fawkes.

Appena si aprono le urne, come per magia, alcuni dei protagonisti della storia della Repubblica recente e meno recente non esistono più. La polizia del karma inghiotte subito Fini, Di Pietro, i comunisti e i verdi di ogni ordine e grado (già semi-morti), Ingroia, ma anche Casini e Monti scompaiono presto dai radar delle agenzie dopo le prime, pallidissime, dichiarazioni di rito. Come previsto dal Piano di Occupazione Stellare del Nexus 7 con gli occhialoni, rimangono in piedi solo l’uomo di Bettola e quello di Arcore, nati sotto il segno della Vergine. Lo stesso giorno.

Vendola, come da programma, comincia a sbarellare e attacca a dare segni di diserzione ad appena ventiquattrore dalla chiusura dei seggi. Aveva impiegato fior fior di sonetti e narrazioni per spiegare al popolo della sinistra e ai fratelli dei media di volta in volta convenuti che Grillo era un fascista della peggior risma, populista e maschilista becero, gemello del Berlusca brutto e cattivo, e ora la stessa passione gli sgorga con medesima ispirata naturalezza per sostenere l’esatto contrario. Naturalmente ha buon gioco, il timoniere, a prenderlo per il culo senza troppi complimenti.

“Vendola si è ingrillato all’improvviso dopo le elezioni. Si è vestito di nuovo come le brocche dei biancospini. Sembra un’altra persona. Ha un rinnovato linguaggio, comunque sempre variegato, e adopera inusitate e pittoresche proposizioni verso il M5S. Vendola ci ama: “Grillo non è un fantasma per il quale bisogna convocare l’esorcista, è un nostro interlocutore”. È lo stesso Vendola che il 20 febbraio 2013, a tre giorni dall’appuntamento elettorale, su La 7 spiegava: “Grillo è un populista di piazza. Grillo è il virtuoso della demolizione ma chi ricostruirà il Paese? Grillo è un’evoluzione di Berlusconi.”

Tra l’altro probabilmente è vero. Grillo è un’evoluzione di Berlusconi tanto quanto il MoVimento a 5 Stelle è un upload di Forza Italia del 1994. Quello era un partito-azienda e questo sembra assomigliarci parecchio, il timoniere è il leader carismatico assoluto tanto quanto (e forse ancor di più) il Cavaliere Nero dell’epoca. Casaleggio-Stranamore, poi, è molto più affascinante di Dell’Utri, anche se con l’ex braccio destro di Berlusconi condivide la passione bruciante per le cavalcate culturali d’annata.

Dice bene Ferrara: “il punto è che i grillini, nel bene e nel male, perché questa è la loro novità e la loro forza oltre che la loro controversa ambiguità, non sono un partito di plastica come fu Forza Italia, magari, e non sono un partito di terra e sangue come fu la Lega nord, magari. Non sono proprio, i grillini, un partito o un movimento materiale, che abbia luoghi di formazione comprensibili e solidi, radici culturali, un legame anche labile con una tradizione, magari da ribaltare. Sono leggeri come ultracorpi, body snatchers, invadono lo spazio pubblico clonandosi e moltiplicandosi con il consenso elettorale legittimo, ma lasciandosi alle spalle piazze, polmoni e comizi che non esprimono la loro autentica identità istituzionale, il loro carattere come soggetto politico, ormai delegato a un esercito di piccole figure scelte da piccole folle mediatiche sotto la occhiuta sorveglianza di una società di marketing, la Casaleggio & Associati.”

Sono tutto e niente, festeggiati nell’ultima novecentesca orgia un po’ lugubre da Dario Fo ed Ernesto Galli Della Loggia, Leonardo Del Vecchio e “Bifo” (leader del ’77 bolognese), Celentano e Goldman Sachs. All together. E blanditi e corteggiati, a suon di minacce spuntate e lusinghe idiote quanto inutili, dall’agonizzante non-vincitore delle elezioni. Lo scouting dei grillini è una sonora stronzata che permette al timoniere di gridare al mercato delle vacche, il giorno della richiesta di quattro anni di carcere a Berlusconi per la presunta compravendita di senatore.

Dopo aver sbagliato tutto quello che c’era da sbagliare, dalle primarie blindate agli italiani ai giaguari sul tetto, a quel che resta del più grande partito della sinistra italiana rimane uno spazio di manovra molto limitato, ma decisivo. Essersi chiusi nella ridotta di un piccolo mondo antico immaginario, tra giovani-vecchi spartani molestatori di blogger e funzionari decrepiti che non rispondono a nulla se non a patetiche e suicide logiche di corrente, ha impedito sinora di mostrare al Pd la reale posta in gioco.

Il dopobomba ha l’innegabile vantaggio della nitidezza. E mentre il duo di Weimar gioca al Joker di Batman e soffia sul caos, aspettando l’ultimo rantolo di un sistema irriformabile per clonare definitivamente le istituzioni repubblicane in un software eterodiretto da una maggioranza di byte “eletti solo dalla Rete”, la gente in carne ed ossa comincerà presto a farsela sotto. Grillo ha scritto che di qui a sei mesi non ci saranno più i soldi per pagare pensioni e stipendi: significa che prevede che in sei mesi salti il banco.

Questo è, ragionevolmente, l’intervallo di tempo rimasto per far saltare il banco a loro. La seconda parte del geniale piano del timoniere e del guru capelluto prevede, dopo il blocco della democrazia repubblicana, il filotto. Si torna a votare, sbaragliano tutti e inizia Brazil. Per questo sono e saranno indisponibili a qualunque alleanza di governo, di qualunque genere, con qualunque programma. In questo sta l’evoluzione, l’upload, rispetto a Forza Italia: nella natura intrinsecamente totalitaria del loro movimento.

Ma c’è un ma, anche se tenue. La politica: qualcuno è in grado di portare in Parlamento alcune leggi (poche, radicali e in fretta) che rispondono all’incazzatura popolare e, rompendo l’incantesimo, mostrano che si può fare. L’aula sorda e grigia può riformare sé stessa e allora, si, Grillo potrà serenamente essere mandato affanculo dagli elettori. Che notoriamente non votano mai per gratitudine.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

24 novembre 2011

THE DARK SIDE OF THE WEB


“Ciao, sono Rascatripas e questo mi è successo perché non ho capito che non avrei dovuto postare cose sui social network”. Lo “strimpellatore”, Rascatripas, è stato trovato senza testa e con le mani legate dietro la schiena alla periferia di Nuevo Laredo, città messicana al confine con il Texas. Sul corpo del blogger trentacinquenne, che gestiva un sito che denuncia i cartelli della droga messicana, l’intimidazione di massa.

A partire dalla metà di settembre altri tre blogger sono stati uccisi dai narcos-killer riconducibili al cartello di Los Zetas. Una ragazza e un ragazzo sono stati appesi a un ponte mentre Maria Elisabeth Macìas, “La Nena del Laredo” che moderava il sito insieme a Rascatripas, è stata sequestrata, decapitata e il corpo è stato fatto trovare sotto la statua di Cristoforo Colombo, a Nuevo Laredo, dove qualche giorno dopo hanno trovato quello del suo socio.

I messaggi di rivendicazione sono stati tutti firmati con la “z” di Los Zetas che fa tanto Zorro. Per non lasciare adito a dubbi, certo, ma forse anche per ingaggiare una battaglia iconografica con quelli che stanno tentando di metterli alla berlina, in Rete. Tra cui non potevano mancare gli Anonymous che, dietro l’effigie altrettanto simbolica di Guy Fawkes (esondata dalla Rete alla realtà nelle piazze di tutto il mondo), hanno dichiarato guerra al narcotraffico lanciando la campagna #OpCartel.

A questo giro però il 5 novembre, data-simbolo per eccellenza (anniversario dell’arresto di Guy Fawkes sotto la Camera dei Lords, con la miccia in mano) e giorno delle annunciate rivelazioni sul cartello e sui suoi fiancheggiatori, non è successo niente. L’attivista di Anonymous sequestrato da Los Zetas il mese prima era stato liberato e la minaccia di ammazzare dieci persone della sua famiglia per ogni nome di narcotrafficante o fiancheggiatore svelato è risultata convincente.

Anonymous, dopo aver passato l’ultimo anno e passa a buttar giù come birilli i siti di corporation, Stati e polizie, aveva cominciato la sua campagna di repulisti della Darknet (omicidi su commissione, droga, armi, pedofili) col vento in poppa. “Siamo qui per proteggere gli innocenti. Attenti, pedofili”. Una quarantina di siti di pornografia infantile sono stati oscurati e centonovanta indirizzi IP di presunti pedofili sbattuti in chiaro, nella gogna telematica chiamata #OpDarknet. Poi i giustizieri della Rete oscura hanno alzato troppo la posta.

Cia, Mossad, diaboliche corporation, dittatori sanguinari e malvagi pedofili da una parte, romantici combattenti per la libertà dall’altra: gli Anonymous erano gli eroi digitali senza macchia e senza paura. Nell’attuale deriva dei continenti, epoca in cui la percezione d’impotenza delle strutture del passato (Stati, monete, mercati) si salda alla sfiducia più assoluta nei confronti del loro futuro, le azioni degli Anonymous hanno avuto sinora ragione dei blabla inconcludenti dei loro detrattori.

Disgraziatamente per loro, però, in ultima istanza aveva ragione Tibor Fischer e “avere in mano una pistola è come essere dalla parte giusta in un dialogo socratico”. Anonymous dunque ha perso per abbandono la partita contro Los Zetas (e forse, si spera, qualcuno ci ha guadagnato la pelle). Ci si dovrebbe guardare dal dichiarare le guerre che non si possono vincere, specialmente se si ha fama di Batman e il proprio film preferito si chiama V per Vendetta. Chi la scampa (la vendetta) ha vinto due volte.

L'articolo (con foto) è stato pubblicato su The FrontPage.

15 ottobre 2011

RAGE AGAINST THE MACHINE


“15 ottobre rivolta globale” scandisce un performer hip-hop indiavolato da uno dei tanti sound-system del corteo, in sottofondo gli spari dei lacrimogeni, le bombe carta, le sirene della polizia, le urla. Non è più tempo di indignarsi contro i violenti o di questionare su slogan, adesioni, partiti e non partiti: tutto l’armamentario politico novecentesco non serve a spiegare questo 15 ottobre. 951 città in 82 paesi del mondo, gli Indignati di tutto il mondo lanciano la loro sfida a banche, finanza, politica, presunti colpevoli della crisi e del caos, di cui la guerra di Roma resterà una delle icone indelebili.

“È una giornataccia per Roma…” la diretta video di Nino Luca sulla videochat del Corriere, su RaiTre c’è il ciclismo e su La7 un film con Pozzetto (per la televisione italiana non succede niente), trasforma la capitale nel set di “V for Vendetta”, il film-cult di questo movimento tratto dalla graphic novel di Alan Moore. Su tutte le testate online, a fianco delle gallerie di roghi e cariche vengono pubblicate le immagini del resto del mondo, da Seul a Sarajevo e da Varsavia a Hong Kong. Gli unici scontri sono quelli di Roma, come se l’Italia sentisse l’esigenza di ambire anche a questo, di primato.

“Un attimo di calma irreale”. Dopo un po’ di silenzio inquietante e di fuori-onda allarmati, l’anarco-diretta di Corriere.it riprende. “Siamo messi male, Andrea… siamo messi male”. Silenzio, sirene, allarmi e vetri in frantumi. La flemma di Nino Luca s’incrina leggermente “siamo stati costretti ad arretrare… siamo proprio dietro i poliziotti che vengono presi d’assalto… siamo in mezzo al guado, il corteo è spaccato in più tronconi. Adesso c’è del fumo a via Merulana, ci sono altri scontri a Piazza San Giovanni… E adesso è dura anche per noi lavorare, sono arrivati i fumogeni, anzi i lacrimogeni… urticanti”.

Sciamano maschere di Guy Fawkes, l’uomo che il 5 novembre del 1605 tentò di far esplodere il Parlamento inglese (reso da Alan Moore l’icona di “V”), in mezzo alle decine di migliaia di persone che continuano a invadere la capitale per tutto il pomeriggio. A Piazza San Giovanni arriveranno in pochi. Il cronista del Corriere riesce a intervistare una ragazza di Salerno, nascosta dietro la maschera, la stessa indossata dagli Anonymous per le loro scorribande sul web. Il tempo di pensarlo e sulla home del Corriere compare Julian Assange, abbarbicato sui gradini della chiesa di Saint Paul, a Londra, con un megafono in mano. La polizia gli appena impedito d’indossare la maschera.

“Si stanno disponendo per preparare la carica. Stiamo vivendo con voi questa emozione, vorremmo che fosse finito tutto da un pezzo… Cerchiamo una via di fuga, ma da qui non la vediamo. I capi-pattuglia richiamano i propri uomini, vedete? Siamo proprio dietro i carabinieri”. I carabinieri però non sono contenti. “Perché non andate a riprendere quelli che lanciano le bottiglie? Non dovete stare dietro le guardie! Ve ne dovete andare!! Per motivi di sicurezza, ve ne dovete andare!”

Nino Luca abbozza, un po’ mesto. “È che ci sentivamo più sicuri dietro i carabinieri… c’è nervosismo, è comprensibile, però noi qui siamo per fare il nostro lavoro…”. Poi sbotta in una riflessione a voce alta, che vale cento editoriali. “Sorprende… Sembra quasi, tutto pianificato… Da una parte i black bloc dall’altra le forze dell’ordine, in mezzo centinaia di giornalisti, telecamere, ragazzi con le macchine fotografiche…”.

Come se fosse l’ennesimo atto di una commedia/tragedia col copione già scritto. A sera una cupa conferma, alcuni manifestanti hanno assaltato un blindato dei carabinieri e sono riusciti a darlo alle fiamme. Prima che esplodesse, sopra, non hanno trovato altro di meglio che scrivere “Carlo vive”. Come se fosse vero, come sa la vendetta riguardasse ragazzi in divisa a millecinquecento euro al mese, come se dieci anni non fossero mai passati. Allora come oggi è la rabbia, moltiplicata dalla crisi, che dà le carte.

La foto l'ho presa qui.

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