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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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14 marzo 2012

TERRA È LIBERTÀ


“Alla Tekove Katu ci arriviamo da Santa Cruz in jeep, per una strada che taglia il Chaco come una papaya, dal sud della Bolivia all’Argentina, passando per il Paraguay. Sul portapacchi, nel bagagliaio e fra noi, zaini, casse d’acqua, componenti per pc, frutta, spaghetti. Padre Tarcisio ci accoglie come se fossimo vecchi amici.

Dentro l’ufficio/cucina/studio ci aspetta un brodo di pollo (vero), una torma di bimbi e alcune splendide signore ai fornelli, ridenti e indaffarate. La tavola non viene mai sgombrata del tutto, c’è sempre qualcuno che passa e magari deve ancora mangiare. A Gutierrez la scuola è il cuore della comunità: la luce è arrivata da tre anni e tutta la città ha l’acqua da quando Padre Tarcisio ha fatto mettere la cisterna.”

Sono passati quasi cinque anni dal viaggio in Bolivia e dall’incontro con la comunità Guaranì, che lotta da vent’anni e passa per il riconoscimento dell’Autonomia indigena. Vanessa ed io ci ritrovammo catapultati in una realtà parallela, un mondo a priorità capovolte in cui tutto ciò che noi eravamo abituati a ritenere essenziale non contava niente mentre le cose scontate, quaderni per scrivere e acqua calda per lavarsi, erano tutto. Correva l’estate del 2007, l’anno della VI Marcia del Popolo Guaranì, in cammino dal Chaco fino a Sucre, la sede del Parlamento della Bolivia.

“L’autodeterminazione è una battaglia di giustizia per gli occidentali di passaggio come noi, ma una questione esistenziale per gli indigeni. Rivendicare l’Autonomia da queste parti significa lottare per vivere con ciò che si produce, nella terra in cui si è nati”. Sono passati cinque anni dal nostro reportage, che il Manifesto ospitò sulle pagine di Chips&Salsa (l’inserto settimanale del compianto Franco Carlini), e mi ci sono voluti tre articoli su tFP per collegare la battaglia del popolo Guaranì con quella degli indigeni della Val di Susa.

La questione, invece, è la stessa. La solita secolare questione: la terra. In Val di Susa ribellarsi per difendere la propria contea significa affermare un diritto assoluto, la proprietà, contro un altro, il presunto interesse generale. Sono diritti potenzialmente inconciliabili. In Bolivia, e in mezzo mondo, gli indigeni lottano per recuperare la terra perduta, sottratta con l’inganno dai colonialisti.

I coloni di Manituana, che facevano firmare ai pellerossa contratti di cessione delle proprie terre dopo averli fatti ubriacare, non erano molto diversi dalle multinazionali farmaceutiche che regalano ai contadini indiani sementi che rendono il terreno dipendente dal prodotto spacciato, o dal colosso minerario indiano Vedanta Resources, che della montagna sacra dei Dongria Kondh riesce solo a calcolare i due miliardi di dollari di bauxite che ci stanno sotto. E neppure dalle scavatrici della Val di Susa.

In nome di una grande opera, che nulla ha a che spartire con le sorti del luogo in cui viene calata come un’astronave, lo Stato italiano è vent’anni che cerca di piantare la bandierina. Una qualsiasi: prima era stato il trasporto di persone, poi è diventato di merci, in diversi formati e progetti, ma sempre ad alta velocità (l’estetica futurista inturgidisce ancora i politici in cerca d’autore). Tutti corredati dal solito teatrino di conti e controconti, d’accordo soltanto nell’ammettere con vaga mestizia che in Italia costa dalle tre alle cinque volte di più che nel resto dell’Occidente.

Ora, le responsabilità del passato sono note e dibattute. Si tratta di un’opera bipartisan, fortemente voluta da tutte le forze politiche presenti in Parlamento (di maggioranza e opposizione), e di un impegno con l’Europa, come ripetuto stile-mantra in ogni angolo del mainstream. La questione è se a questa presunta volontà generale corrisponda o meno un consenso sul territorio e se debba contare. Non solo per decidere sul “come”, ma sul “se”. Il governo ha deciso per la prima, chiudendo esplicitamente la porta al referendum invocato da FR, oltre che da Adriano Sofri su Repubblica, e si è abbassato la visiera dell’elmetto.

La sensazione è che la posta della partita non sia tanto la grande opera in sé, che in Italia as usual dà da mangiare (molto) a imprese grandi, piccine (poco), lavoratori (pochissimo e a tempo), mafie e per questo costa molto di più che all’estero, ma la sfida. Il diritto all’autodeterminazione su base proprietaria, innalzato dagli anarco-agricoltori della Val di Susa, è un punto di non ritorno per l’autorità dello Stato in quanto tale e la guerriglia resistente (più o meno non-violenta, cambia poco) si configura come un oltraggio intollerabile al suo monopolio della forza.

La proprietà tale diventa il guscio di base, la metrica minima a guardia della libertà dell’individuo. Se non possiedi sei posseduto. Dall’affitto, dal mutuo, dalla carta di credito, dal divano a rate, dall’iPhone in comodato gratuito, da tutti gli strumenti con cui sei cooptato nel circo dei consumi, grazie ai quali l’occhiuto poliziotto globale ti tiene al guinzaglio vita natural durante. Nella tua fattoria invece sei, puoi essere, l’anarca jungeriano e disertare (o meno) il conformismo globalizzato. Puoi creare da te il percorso di vita che più ti aggrada, scegliere.

Certo non tutti possiedono una casa che “si può girarci intorno”, come il sogno di una vita raccontato a mio suocero da un vecchio repubblicano romagnolo. Ed è curioso che oggi si cominci ad avverare quella guerra tra città e campagne profetizzata dal crononauta John Titor (leggenda internettiana d’inizio millennio). Un filo rosso lega i ribelli della Val di Susa a tutti gli irriducibili dell’autorganizzazione comunitaria sparsi per il mondo, che ha nello Stato esattore/poliziotto il nemico naturale e sempre più inutile (se non proprio nocivo).

In quest’ottica la secessione delle ex Repubbliche socialiste sovietiche è da considerare un’avanguardia e la contrapposizione novecentesca tra comunismo e capitalismo un gioco di specchi buono per dare lustro alle vecchie istituzioni. Magari aveva ragione Marx e l’estinzione dello Stato è prossima o forse andrà semplicemente a finire che “a tarda sera io e il mio illustre cugino de Andrade eravamo gli ultimi cittadini liberi di questa famosa città civile, perché avevamo un cannone nel cortile”. Prima comunque bisogna avere il cortile.

L'articolo è stato pubblicato come editoriale su The FrontPage.

La foto è stata scattata in Bolivia e ritrae il processo di lavorazione di uno stencil artigianale a scopi di “viral marketing” (io l’ho imparato lì, facendo il consulente volontario del movimento indigeno Guaranì, il viral marketing...). L’assemblaggio del logo “Autonomia Indigena” dell’immagine, utilizzato durante la VI Marcia Guaranì, fu il nostro primo contributo alla causa.

6 dicembre 2010

ARMI DI EDUCAZIONE DI MASSA

“Jeffrey Bezos, fondatore di Amazon, Sergey Brin e Larry Page, fondatori di Google, Jimmy Wales, ideatore e fondatore di Wikipedia: questi sono solo alcuni nomi illustri del web 2.0 che sono stati educati secondo il metodo Montessori: i fondatori di Google in particolare attribuiscono proprio a questo metodo il segreto del loro successo.” Colpisce la perfetta simmetria causa-effetto fra l’imprinting educativo anti-gerarchico e la carriera di grandi architetti della rivoluzione della Rete, che sta rapidamente piallando la tradizionale struttura piramidale del dominio della conoscenza.

“Il principio fondamentale deve essere la libertà dell’allievo, poiché solo la libertà favorisce la creatività del bambino già presente nella sua natura. Dalla libertà deve emergere la disciplina.” Se al posto delle parole allievo e bambino ci fossero utente e persona potrebbe trattarsi tranquillamente di un brano dall’Intelligenza collettiva di Pierre Levy o di uno dei migliaia di saggi apologetici sulla Rete libera, invece che della pagina di Wikipedia dedicata a Maria Montessori. Naturalmente non è un caso e i creatori del web 2.0 hanno applicato la lezione alla Rete. Il destinatario dei messaggi non è il più un target e stop (lettore / spettatore / ascoltatore) ma un soggetto attivo e finanche il “web è finalmente scrivibile, non solo leggibile” per dirla con Franco Carlini.

Nel metodo montessoriano, l’insegnante scende dalla cattedra e diventa una sorta di guida che stimola la creatività dei ragazzi e, come il maestro steineriano, li aiuta a scovare il proprio talento. Evidentemente i più virtuosi, gli allievi-alfa capibranco della tecno-umanità nascente, hanno capito che il loro talento era quello di cambiare il mondo e gli strumenti cognitivi che hanno appreso erano i più adatti allo scopo.

Tre anni e mezzo fa in Bolivia mi era capitato di avvertire un’analoga affinità elettiva tra il modello educativo della scuola pubblica di salute del Chaco (la “Tekove Katu” di Gutierrez, nel dipartimento di Santa Cruz), diretta da Padre Tarcisio con l’aiuto degli insegnamenti di Don Milani e David Werner, e i campioni dell’allora nascente web 2.0. Anche lì, anche allora, lo stesso mantra, speranza di riscatto per i soliti ultimi e arma vincente dei nuovi primi: dalla gerarchia alla reciprocità (come il sottotitolo del saggio di Roberto Escobar su Max Stirner, “Nel cerchio magico”). Il core-business della rivoluzione tecnologica che sta cambiando i connotati al mondo è tutto qui.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

12 luglio 2008

BOLIVIA / UN ANNO FA


Tornavo a Bologna.

Nei mesi successivi Vanessa e io avremmo tentato di compartire la lezione di Padre Tarcisio, la lotta per l'Autonomia Indigena del popolo Guaranì e quel poco che siamo riusciti a combinare alla Tekove Katu con ogni mezzo: internet, carta stampata, Second Life (esisteva ancora l'anno scorso).

Purtroppo la situazione non è migliorata. Tutt'altro.
I nazi-leghisti dei dipartimenti di Santa Cruz, del Beni e di Tarija hanno vinto i referendum sull'autonomia (una sorta di federalismo a esclusivo vantaggio dei proprietari terrieri, esigua minoranza di schiavisti bianchi in un Paese con oltre il settanta per cento di indigeni) e si sente puzza di golpe.

Evo per disinnescare la mina ha convocato un referendum nazionale su di lui. Proprio così, il 10 agosto tutti i boliviani diranno se vogliono che Morales termini il suo mandato (mancano due anni e mezzo e la Costituzione impedisce un secondo incarico) o no.
L'idea che l'Avanzo di Balera possa mettere a disposizione la poltrona perché perde le elezioni regionali o che Bush indica un referendum sul proprio mandato perchè (tipo) in Louisiana, Florida e Texas hanno vinto i democratici è fantapolitica, no?

Non in Bolivia.
Dove il demagogo Morales può dichiarare serenamente
se perdo me ne torno a coltivare coca.

D'altronde laggiù governare non è uno scherzo neanche per il MAS, il razzismo è la norma e gli indigeni sono considerati bestie da lavoro. Veri e propri servi della gleba del XXI secolo, come denuncia il rapporto
della Corte Interamericana dei Diritti Umani (CIDH), organismo dipendente dalla Organizzazione degli Stati Americani (OEA), elaborato tra il 9 e il 13 giugno scorsi.

Nel video sopra, 18 campesinos
tormentati da pugni e calci, obbligati a marciare seminudi fino in piazza 25 Maggio, a inginocchiarsi di fronte alla Casa de la Libertad, a baciare in terra, a baciare la bandiera della autonomia, a cantare l’inno di Chuquisaca e a bruciare con le loro stesse mani le whipalas (le bandiere tradizionali degli indigeni) a Sucre, lo scorso 24 maggio.

Scrive César Brie:
Ho filmato le pietrate, i calci nelle porte, i vetri rotti e i candelotti di dinamite lanciati all’interno della casa di Wilber Flores, il deputato del MAS che il 10 aprile scorso è stato inseguito dentro il Municipio, percosso e torturato dentro l’albergo in cui aveva cercato rifugio. Flores era all’Abra al momento dell’attacco a casa sua, dove la moglie e la figlia sono dovute fuggire dal tetto per non essere linciate.

Il 10 agosto è un giorno importante per la democrazia boliviana, non solo per Morales.

Piesse
Ho saputo che Francesco è tornato in Bolivia per restare. Che si sposa, addirittura.
Sono felice per lui, per lei, per Padre Tarcisio, per Nicolaza e per tutti i ragazzi della Tekove.
Mi mancano (un po') tutti.

31 ottobre 2007

MEGLIO EVO

In visita in Italia, il Presidente della Bolivia Evo Morales dice cose di buon senso che (forse per questo) mi suonano rivoluzionarie. Un esempio fra tutti:
"Invidio molto l’Unione europea, invidio la moneta unica. Vorrei ci fosse anche in Sudamerica e ho proposto che si chiami "pacha".

Pacha signifca "terra" in lingua quechua. Pachamama è la Madre Terra,
Dea della terra, dell'agricoltura e della fertilità (analoga, ma più potente, alla nostra Diana) venerata dagli indigeni da molto prima degi Incas, cui tuttora vengono fatte offerte (ch'alla o challa) per favorire la fertilità del terreno e propiziare il raccolto.

Dalle nostre parti le adoratrici di Diana le chiama(va?)no streghe e i riti per la fertilità sabba satanici. Beh, dopo quattro secoli di roghi (di guaritrici, maghi, levatrici, malate di mente, pagane) abbiamo ancora fiato per dare degli incivili agli indigeni e fregargli la terra (e le risorse che ci sono sotto) in nome della democrazia e del progresso.

Loro si tengono i loro dei, eleggono indigeni (Morales, Chavez) e donne (Bachelet, Kirchner), discutono di Unione Sudamericana e quando si tratta di trovare un nome per una (ipotetica) moneta unica, Evo dice la parola magica: terra (yvy in lingua Guaranì). Un simbolo che ha valore per tutti.

Noialtri invece dobbiamo importare Halloween per festeggiare le cosiddette streghe almeno per una notte, sperando che la Chiesa non s'incazzi troppo.

9 ottobre 2007

SOCIAL LOGO


"È nella solita cucina, attorno al tavolo, che ci spiegano tutto sul simbolo Guaranì del rombo: rappresenta la comunità, che racchiude al suo interno la ricchezza; e che si apre all’esterno, verso il resto del mondo, con triangoli laterali.
Durante la spiegazione Coralie esce in silenzio. Ritorna poco dopo con un rombo disegnato sul foglio. Attorno, ai quattro angoli, sono appuntate le definizioni del simbolo, in due interpretazioni: quella guaranì e quella caray (straniero, gringos), la nostra.
Sopra l’angolo superiore del rombo sta la spiritualità guaranì, la nostra religione, all’estremo opposto la terra (economia per noi), a destra la sapienza (loro) e la tecnologia (nostra), a sinistra l’organizzazione, la nostra politica."


Tratto da "Comunicazione Guaranì", l'articolo di Vanessa pubblicato oggi su SocialDesignZine.
Questo.


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permalink | inviato da orione il 9/10/2007 alle 14:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

3 ottobre 2007

SPIRITI DISORIENTATI

 Map of Argentina
Alessandra mi segnala una news della Bbc, secondo cui in una comunità Guaranì a nord dell'Argentina (nella cartina) hanno messo in quarantena tutti i teen-agers, per due mesi.
Motivo: due suicidi e un terzo tentato in un week-end. La causa? Disorientamento spirituale, il prezzo del progresso (imposto dai bianchi).

Mi sorge una curiosità un po' scomoda: è molto diverso
quando Ratzinger dice che "l'uomo dell'era tecnologica rischia di essere vittima degli stessi successi della sua intelligenza e dei risultati delle sue capacità operative, se va incontro a una atrofia spirituale, a un vuoto del cuore"?

1 ottobre 2007

SABATO SERA SU SECOND LIFE


Vanessa, Manuel e io abbiamo presentato "Guaranì 3.0 - Volti, luoghi e tecniche di trasmissione della conoscenza nella Bolivia indigena"
Nella foto in alto, gli avatar ospiti della mostra stanno raggiungendo l'aula didattica.

Questo il racconto di Trilly, l'
inviata avatar di VisionPost.

Nella foto sotto, sulla sinistra, l'unico avatar di Second Life con i (virtuali) peli di tre centimetri sulle gambe bianco avorio. Quello con cui deambulavamo noi, pestando piedi e cascando giù dalla malefica pedana sopraelevata su cui si articolava l'esposizione (sopra).

La mostra sta sù un mese. Qui:
http://slurl.com/secondlife/idearium/175/190/25/

28 settembre 2007

GUARANÌ 3.0


Ora che “il web è finalmente scrivibile e non solo leggibile”, come ha scritto Franco Carlini, la trasmissione della conoscenza si basa sulla reciprocità. Come alla Scuola di Barbiana di Don Milani e alla Tekove Katu di Padre Tarcisio, entrambi ben lontani dal mondo di Wikipedia.
Dopo averlo raccontato sul Manifesto, ora lo mettiamo in mostra a Mumble, il laboratorio di comunicazione sociale non convenzionale sull'isola di Idearium. Sabato 29 settembre dalle 21, su Second Life.


Tutto l'articolo su VisionPost.

21 settembre 2007

COMUNICARE COL WEB MAGARI IN GUARANÌ


È il titolo dell'articolo che ho scritto a quattro mani con Vanessa, pubblicato ieri sul Manifesto nelle pagine di Chips&Salsa.


La nostra amica Patty ci ha scritto:
"Ciao! Ho letto il vostro articolo, grazie per avermelo segnalato, mi ha commosso e mi ha fatto pensare... in questi giorni ho conosciuto i miei nuovi studenti. Distanza siderale!"

Grazie alla redazione di Totem, a quella del Manifesto, a Sara, Eva,
Mumble. E a Franco.

La foto l'ho presa qui.
Qui c'è il blog della Tekove Katu.

16 settembre 2007

TUTTO È MALE QUEL CHE FINISCE MALE?

Rigoberta Menchù ha perso malamente le elezioni in Guatemala e l'ex dittatore rischia di entrare in Parlamento, mantenendo l'immunità che allontana il processo per genocidio, guadagnato con decine di migliaia di indigeni fatti trucidare. Un'occasione persa e basta?

Riguardando l'appello agli indigeni degli studenti Guaranì della Tekove Katu, in Bolivia, non riesco a essere del tutto pessimista.

27 agosto 2007

RIGOBERTA CORRE

 
Secondo gli ultimi sondaggi sulle elezioni più sanguinose della storia del Guatemala, Rigoberta Menchù sta guadagnando terreno, dopo essere letteralmente sprofondata nelle intenzioni di voto dei guatemaltechi (non citano mai chi fa i sondaggi, però). Davanti a tutti continua ad esserci il socialdemocratico (bianco) Alvaro Colom

Il 9 settembre si avvicina e le popolazioni indigene continuano a sperare.

Nella foto bambini e adulti Guaranì a El Torno (Bolivia) durante la sesta Marcia per l'Autonomia indigena, lo scorso luglio.

Tratta da:
http://www.flickr.com/photos/tekovekatu/

14 agosto 2007

VIDEOAPPELLO PER RIGOBERTA MENCHÙ


Il 9 settembre si vota in Guatemala. Rigoberta Menchù è la prima donna indigena che si candida come Presidente. Nicolaza, rappresentante della comunità di Gutierrez all'Assemblea del Pueblo Guaranì, e gli studenti della Tekove Katu, la scuola di salute pubblica del Chaco boliviano, hanno partecipato ad un videomessaggio rivolto alle popolazioni indigene latinoamericane.
L'ha girato Vanessa con una fotocamera digitale, mentre un misterioso professionista di nostra conoscenza ne ha curato montaggio e postproduzione.


Eccolo.

La scuola sta creando un blog, per informare sulle proprie attività e sulle decisioni dell'APG e delle istituzioni boliviane che interessano i Guaranì e le popolazioni indigene. Conterrà foto, video, documenti, corsi, musiche popolari. Cultura Guaranì e informazioni: la loro finestra sul (e per il) mondo.

La foto l'ho tratta dall'account della Tekove, su Flickr. Siamo a El torno, lo scorso luglio, gli studenti stanno allestendo gli strumenti di comunicazione (virale) per la VI Marcia indigena della Bolivia.

25 giugno 2007

BOLIVIA / TARCISIO


Tekove Katu significa benessere totale, in lingua Guaranì. È il nome del posto in cu mi trovo, il "convenio de salud" diretto dal Padre Tarcisio. Mentre scrivo tre bimbi indigeni disegnano sui quaderni che abbiamo portato dall'Italia, su un tavolo un metro dietro di me. Adesso hanno cominciato a cantare, tutti insieme.

Via da Santa Cruz

Santa Cruz è divisa in 8 anelli concentrici. Sabato mattina siamo stati nel primo, il centro, cuore della resistenza a Morales. Sui muri graffiti e manifesti inneggiano alla "resistencia", per le strade indigeni quetchua (l'etnia più versata al commercio) vendono empanadas e oggetti di artigianato locale.
Abbiamo visitato la cattedrale, vagamente gotica, dal cui pulpito si è levato il grido in difesa della religione obbligatoria nelle scuole (resa facoltativa dal presidente), poi siamo andati in agenzia a prenotare le prossime tappe del viaggio, abbiamo fatto la spesa e mangiato al self service pollo con le ciliegie. Alle tre e mezza siamo partiti per Gutierrez, in jeep.


Autostrada per l’Argentna

Al volante Valentin (“non del tutto Guaranì”), navigatore Francesco, dietro Vanessa ed io. Sul portapacchi, nel bagagliaio e fra di noi zaini, casse d’acqua, componenti per pc, frutta, spaghetti. Alla missione c’è sempre bisogno di molte cose e ogni vista in città è buona per procurarsele.
Il nostro albergo a Santa Cruz è nel secondo anello. Mentre ce lo lasciamo alle spalle il tenore di vita si abbassa e i bimbi si fanno più magri. Imbocchiamo l’autostrada per Gutierrez: è quella che va a sud, sempre dritto fino all’Argentina.
Ai caselli non ci fanno pagare, Valentin si sporge dal finestrino “convenio de salud... gracias” e tira dritto senza aspettare risposta. I caselli e gli autogrill sono baracche di legno, circondate da nugoli di bambini che offrono di tutto, sventolando denti bianchissimi. C’è anche il telepass. Consiste in un filo legato da una parte al casello/baracca, dall’altra tenuto tirato dai bambini, che lo lasciano andare ridendo quando il pedaggio è saldato. Sulla strada è un continuo andirivieni di viandanti e venditori di frutta, mentre a destra e sinistra partono oscuri sentieri in terra battuta che si perdono nel nulla.
Poco prima di Gutierrez il paesaggio comincia a cambiare. Colline e boschi subentrano ad una pianura simile alla savana africana (vista nei film). Siamo nella zona del Che. Superato il Rio Grande (uno dei principali affluenti del Rio delle Amazzoni, nella foto) passiamo davanti ad una casa.


“lì ci abita un tipo che l’ha conosciuto... era un bambino e il Che è stato a casa sua. Sua madre aveva un ascesso e non riusciva ad aprire la bocca, allora il Che ha tirato fuori dalla tasca un pacco enorme. L’ha srotolato fino a quando non è diventato un’ampolla piccolissma. Ha convinto la madre a prendere la medicina... è stata meglio”


Si sta facendo buio e l’illuminazione lascia un po’ a desiderare. Comincia pure a piovere, per fortuna siamo quasi arrivati.


Tekove Katu
Padre Tarcisio ci accoglie come se fossimo vecchi amici. Dentro l’ufficio/cucina/studio ci aspetta un brodo di pollo (vero), una torma di bimbi e alcune splendide signore che hanno tutta l’aria di sapere il fatto loro in tema di cucina.
La tavola non viene ma sgombrata del tutto, c’è sempre qualcuno che passa e magari deve ancora mangiare. Fuori dal muro di zanzariere (un flagello in tutte le stagioni: io sono una carta geografica ambulante) c’è un albero con uno strano accrocchio da cui salgono i polli per andare a dormire. “sono molto meno stupidi di noi che li vogliamo tenere in gabbia... lì sopra le volpi non ci arrivano” dice Pancho.
“Benessere totale” non è uno slogan, ma un ospedale, una scuola e una pratica. La scuola ospita corsi di infermieristica ed educazione ambientale. Sono aperti a ragazzi Guaranì dai 18 ai 30 anni e servono per ottenere il diploma statale. In teoria ciò che si impara non serve solo a sé stessi, ma a tutta la comunità: alla fine di ogni corso (che dura 4 anni) ogni ragazzo torna nel posto in cui è cresciuto e “compartisce” il suo sapere con la comunità. Negli ultimi tempi, però, lo studio comincia ad essere inteso come opportunità individuale e Padre Tarcisio ne è preoccupato. Anche l’alcol è un problema. Gli indigeni lo usano come una droga, per sfasciarsi. Alcol puro a ottanta gradi con soda. Un po’ come i nativi americani di “Manituana”, trecento anni dopo.


Una comunità di destino

Il popolo Guaranì è dviso in comunità sovranazionali (sparse in Brasile, Bolivia, Paraguay) prive di alcun rapporto gerarchico. L’individuo è innanzititto membro della comunità, poi della famiglia. La terra è divisa tra le famiglie e i raccolti sono l’occasione delle feste e della redistribuzione: chi ha prodotto più mais ne porta di più (e se la tira). Una parte di terra è gestita direttamente dalla comunità e il raccolto che ne deriva serve per compensare quelli che l’hanno avuto più magro.

A Gutierrez la missione è il cuore della comunità: la luce è arrvata da tre anni e tutta la ciità ha l'acqua da quando Padre Tarcisio ha fatto mettere la cisterna (e quindi l'impianto). Anche per questo i padroni (schiavisti ottocenteschi che tengono gli indigeni come servi della gleba) si prodigano in sorrisi e smancerie quando lo incontrano. L’autoderminazione è una battaglia di giustizia per gli occidentali di passaggio come noi o stanziali come Pancho (Francesco) e una questione esistenziale per gli indigeni. Rivendicare l’autonomia alla fine significa lottare per vivere con ciò che si produce nella terra in cui si è nati. Liberi.


Padre Tarcisio

È arrivato qui 32 anni fa. Che Guevara era morto da sette anni, io ne avevo due. Erano i tempi della teologia della liberazione: preti guerriglieri e golpisti liberali si fronteggiavano in tutto il Sudamerica. Boff e gli altri (teologi della liberazione) erano tutti allievi di Ratzinger, che prima di diventare il loro persecutore (la Congregazione della dottrina della fede, ex Sant’Uffizio, di cui era Prefetto fu lo strumento con cui vennero spazzati via) era un “conciliarista” di idee progressiste. O almeno l’aveva fatto credere.
Quando Padre Tarcisio sa che io e Vanessa facciamo comunicazione si illumina “quello che serve qui”. Pancho mi aveva già informato della pressoché totale ostlità dei media nei confronti degli indigeni, non avevo capito però che ci fosse questa urgenza. L’Assemblea del Pueblo Guaranì è in corso da due giorni e Padre Tarcisio chiede se ci sono novità ogni 5 minuti. Teme che i rapprsentanti indigeni possano accettare un compromesso al ribasso “un accordo politichese sarebbe letale... la vera questione rimane l’Autonomia”.

Mi lancio in un monologo su YouTube, argomentando che i nuovi media sono più economici e (se ben adoperati) più efficaci di quelli vecchi, peraltro occupati dai cattivi. Mi gela all’istante

“sento tutti che mi parlano di queste nuove tecnologie... non dubito che servano però quando usavamo un foglietto per far firare le informazioni da una comunità all’altra tutti erano informati... ora no”.
Un po’ come l’acqua, che qui in Bolivia è un problema vero: “un tempo gli indigeni avevano dei filtri molto rudimentali, a carbone, che il loro lavoro lo facevano... poi sono arrivati questi inglesi che hanno inventato dei filtri moderni. Funzionavano bene ma nessuno aveva i soldi per comprarli. Risultato: gli indigeni si vergognavano ad usare i vecchi e non poetvano permnettersi quelli nuovi. E si ammalavano...”
Il tempo stringe e nonostante mi senta un fighetto di merda vorrei essere d’aiuto: questa gente non ha bisogno di chiacchiere. Ci mettiamo a disposizione per “compartire” ciò che sappiamo “mi hanno detto che si può lavorare a distanza, tra l’altro...”

Mi sento già arruolato, aveva ragione Fede.

Fuga dopo cena

Dopo cena c’è il saggio della scuola. Consiste in una sorta di sociodramma, in cui ogni allievo deve raccontare qualcosa (barzelletta, poesia, racconto) agli alri per prendere sicurezza nell’esposizione pubblica. È ntervallato da danze popolari in costume. Alla fine Vanessa ed io percepiamo che stanno per incastrarci a ballare. Ci diamo ad una poco dignitosa fuga e andiamo a ronfare.


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permalink | inviato da orione il 25/6/2007 alle 19:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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