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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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18 dicembre 2012

VENERDÌ 21 DICEMBRE 2012


“Secondo questa avvincente teoria del complotto mista New Age in cui mi sono imbattuto questo pomeriggio, mentre cercavo di truccare un’asta su eBay, il nostro pianeta passerà attraverso questa immensa rete da pesca cosmica situata a largo delle Pleiadi. Ma che diavolo è questa Cintura Fotonica? Secondo lo scienziato russo Alexei Dmitriev, si tratta di una sorta di fascia di plasma magnetizzato (non mi chiedete spiegazioni, io riporto) che rischia di friggerci tutti come dei coleotteri maldestri nella lampada alogena.”

A un tiro di schioppo dalla Data basta dare una sbirciata su Google News per rendersi conto che, a prescindere dallo scetticismo di maniera e dall’impegno di esperti e scienziati a sgamare le bufale una in fila all’altra, il 21 dicembre 2012 non sarà un giorno come gli altri e “fortunatamente c’è anche l’ala moderata d’ispirazione cattolica. La Cintura Fotonica non sarebbe altri che “lo Spirito Santo” in persona: pucciandoci dentro di esso, la Terra ci traghetterebbe verso “l’Era della Luce”, cambiando per sempre il mondo materiale e la nostra coscienza.”

Non lo sarà per i cileni, il ventiquattro per cento dei quali quel giorno starà a casa dal lavoro per scaramanzia (o come scusa per allungare il ponte), né per i turchi. Il gran mufti Mehmet Gormez, la principale autorità religiosa musulmana del paese, si è dovuto scomodare per puntualizzare che le profezie catastrofiste sono solo frutto di ”superstizione” e ”falsi scenari apocalittici”.

L’allarme creato dalle predizioni sulla fine del mondo del 21 dicembre in base al calendario Maya e sul previsto (e smentito più volte) allineamento dei pianeti della Via Lattea non è una prerogativa turca e cilena. La Nasa ha scatenato un’offensiva antipanico su Facebook e Twitter per smontare una ad una tutte le teorie che hanno appassionato untorelli e giornalisti in questi anni, ma che ora minacciano di far danni veri.

“Proprio come il calendario che hai sul tuo muro della cucina non cessa di esistere dopo il 31 dicembre, il calendario Maya non cessa di esistere il 21 dicembre 2012.” Affermano dalla Nasa, mentre il governo Usa asserisce categorico che “il mondo non finirà il 21 dicembre 2012 o in qualsiasi altro giorno del 2012”, subito seguito a ruota da Messico, Francia e Russia, in cui un deputato propone di perseguire i sobillatori di dicerie, ma dal 22 dicembre in avanti.

Intanto arrivano i primi agghiaccianti annunci di suicidi di famiglie e adolescenti, vittime dello stalking mediatico, e si confermano gli affari d’oro previsti per le località di villeggiatura neo-millenaristica. Oltre ai siti Maya del Messico e del Guatemala, l’ultima moda sono alcuni microscopici paeselli presi letteralmente d’assalto: Bugarach in Francia, Cisternino in Puglia, la Val Pellice in Piemonte e Sirince in Turchia. Chi ha indagato ha scoperto che “i luoghi di salvezza dalla fine del mondo sono quelli che rappresentarono un rifugio per uomini che la pensavano diversamente dalla religione corrente.”

I nuovi catari e valdesi, assediati da raggi gamma, asteroidi, pianeti fantasma e (perché no) dagli alieni di Borghezio, stanno facendo la felicità delle agenzie di viaggi che hanno trovato in questo week-end fine-di-mondo un insperato contropiede alla crisi. Per 130 euro, invece, un’azienda svizzera ha commercializzato in Rete un kit di sopravvivenza per sopravvivere all’Armageddon.

“Vendiamo acqua e del riscaldamento a gas e altri prodotti destinati alla sopravvivenza quando non ci saranno più l’acqua potabile e l’elettricità” argomenta il produttore, reduce dal successo del kit in Siberia, dove ha venduto già più di novantamila pezzi. Niente in confronto al bunker semovente, confortevole e resistente all’acqua (e dunque agli ovvi maremoti previsti dal meteo apocalittico) messo a punto in Cina: una vera e propria arca di Noè in versione bilocale.

Insomma la psicosi dilaga. Nonostante sopracciglia alzate e battutine sarcastiche, dietro ogni caffè e in tutte le fermate dell’autobus non si parla che di questo benedetto venerdì 21 dicembre 2012. Tutti ci hanno fatto un pensiero, anche se in società giurerebbero il contrario e molti hanno il motivato timore che le paranoie del mondo, individuali e collettive, possano trovare nella Data il trampolino di lancio per esplodere. Poi i più saggi si chiuderanno in casa a scopare, fare le coccole e giocare coi bimbi oppure drogarsi, bere, ballare e mangiare in compagnia. L’offerta certo non manca.

“Menù fine del mondo per un ristorante di Hong Kong. Il Flagship Aqua Restaurant Group, ha deciso di organizzare per la sera del prossimo 21 dicembre, che secondo la profezia dei Maya dovrebbe coincidere con la fine del mondo, una cena di sei portate al costo di 2.112,12 dollari di Hong Kong a persona (211 euro circa), cifra che ricorda la data della profezia Maya. Il proprietario però ha fatto sapere che gli ospiti dovranno pagare il conto solo se il mondo non finirà quella sera. In caso contrario tutto sarà offerto dal ristorante stesso.”

L'ultima puntata di Spider Web è stata pubblicata su The FrontPage.

8 agosto 2012

SINISTRA E/A PUTTANE


“Erano queste giovani [sacerdotesse,
ndr] che avevano, anche, il nome di «vergini» (parthénoi ierai), di «pure», di «sante» – qadishtu, mugig, zêrmasîtu; si pensava che incarnassero, in un certo modo, la dea, che fossero le «portatrici» della dea, da cui traevano, nella loro specifica funzione erotica, il nome – ishtaritu. L’atto sessuale assolveva così per un lato la funzione generale propria ai sacrifici evocatori o ravvivatori di presenze divine, dall’altro aveva una funzione strutturalmente identica a quella della partecipazione eucaristica: era lo strumento per la partecipazione dell’uomo al sacrum, in questo caso portato e amministrato dalla donna.”

C’è bisogno della Metafisica del Sesso di Julius Evola per mettere un po’ di ordine intorno a quello che, un po’ sbrigativamente ma non senza una ragione profonda, è conosciuto come il mestiere più antico del mondo. “Puta” è una radice sanscrita presente nei Veda indiani, poi esondata dall’Avesta alle lingue romanze, che allude a qualcosa di puro, santo. La “Grande Prostituta” o “Vergine Santa”, infatti, anticamente era una sacerdotessa che amministrava il culto della dea.

“L’atto sessuale tra un uomo e la sacerdotessa era il mezzo per ricevere la gnosi, per fare esperienza del divino [...]. Il corpo della sacerdotessa diventava, in modo impensabile per il mondo occidentale contemporaneo, letteralmente e metaforicamente una via per entrare in rapporto con gli dei [...]. Per i pagani, infatti, le donne erano naturalmente in contatto con il divino, mentre l’uomo, da solo, non poteva raggiungere questo obiettivo.”

Sino ai tempi dei romani il termine “vergine” significava “nubile”, tant’è che in latino a “virgo” si affiancava l’allocuzione “virgo intacta” per identificare la ragazza non sposata e priva di esperienza sessuale. Non stupisce, dunque, la trasfigurazione etimologica – e culturale – operata dalla gestione patriarcale del messaggio di Cristo. In più i cristiani, junior del Vecchio Testamento, erano avvantaggiati: gli avi ebrei erano stati i primi a liberarsi del culto della dea e a sostituirla con il (presunto) unico dio maschio.

Proprio una Vergine sarà la madre del Salvatore e il suo carisma si diffonderà con trasversale rapidità. Le madonne nere di Francia, il culto di Iside, le eredità etrusche, cretesi e druidiche, insieme al Natale e alle altre feste copiaincollate su quelle pagane e celtiche, si fondono nel Cristianesimo che porta a compimento il rovesciamento dei poli, iniziato dagli ebrei e dalle invasioni di elleni, dori e achei nella Grecia pre-socratica e matriarcale: gli uomini amministrano il culto, le donne sono sante o puttane.

Le antiche sacerdotesse della luna vengono sfrattate dagli altari e sbattute in strada, proprietarie solo di quel corpo che un tempo fu il tempio e ora diventa l’icona del peccato. Maddalena non per caso assurgerà a simbolo di resistenze carbonare, oltre che a croce e delizia della sbandierata tolleranza della religione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (tutti con la “o”). Così come i padroni maschi del pantheon greco si erano dovuti inventare il parto cerebrale di Era da parte di Zeus, per giustificare la patrilinearità celeste su cui poggiava il loro potere ai piedi dell’Olimpo.

La sessuofobia contemporanea, quindi, non è che un retaggio antropologico antico, un riflesso condizionato di quel naturale timore reverenziale che ogni maschio di potere prova nei confronti di una donna libera e del suo corpo. Tutto quello che ne discende, in termini di tic e paranoie culturali sull’educazione, la cultura, il buon gusto e persino la politica, è solo un pallido rimbalzo di una partita antica come il sole e la luna. Il beghinaggio moralista su videogiochi, pornografia, preservativi e tutto il resto è tutto qui.

Ma c’è anche la tolleranza. Questa dev’essere una delle ragioni per cui il motto – il mestiere più antico del mondo – è ancora valido. Le prostitute sono sempre state tollerate, spesso utilizzate per le “necessità corporali” di papi, confratelli e prelati, come monito del peccato ma anche della possibile redenzione, incarnata dalla sempiterna Maddalena. Tolleranza non vuol dire uguaglianza, però. Anzi. La condizione di minorità, di clandestinità professionale, di oscurità sociale è essenziale, per il monito.

Niente di male, intendiamoci: la Chiesa fa la sua partita. Quello che disarma, come al solito, è la nullità culturale e la sudditanza politica espressa dai sinistri moralizzatori che si ergono a paladini dei diritti della donna, con la “d” maiuscola. E non spostano un fico secco circa le condizioni materiali delle donne in carne ed ossa che, per scelta, costrizione o (estremo peggio) schiavitù, si prostituiscono per strada.

L’ultima della lista è la neo-portavoce del governo Hollande, Najat Vallaud-Belkacem, che ha dichiarato: “Non si tratta di sapere se vogliamo abolire la prostituzione, ma di trovare gli strumenti per farlo”. Le “sex workers” di Francia (lì le case chiuse sono state abolite nel 1946), circa ventimila di cui ottomila solo a Parigi, sono scese in piazza per protestare, volto coperto da maschere di plastica e lavagnetta al collo con su scritto: “Non siete voi a riempirmi il frigo, a pagarmi le bollette, perciò non potete parlare”.

In Italia la senatrice radicale Poretti, che ha proposto un disegno di legge per la legalizzazione della prostituzione, ha fatto i conti: “settantamila prostitute presenti nel nostro Paese per nove milioni di clienti e un costo medio per prestazione di trenta euro fa un giro d’affari, sicuramente per difetto, di novanta milioni al mese, oltre un miliardo l’anno”. In tempi di crisi nera forse è meglio tassare l’ipocrisia di Stato, visto che la prostituzione in sé non è reato, piuttosto che strangolare imprese e pensionati.

Un barlume di lucidità giunge dalla Romagna. A Ravenna il sindaco Matteucci ha annunciato recentemente il progetto per la “zonizzazione” della città, prevedendo alcune zone illuminate e sicure per farle lavorare in santa pace. Si è anche lanciato in un’apologia liberalizzatrice commovente sulla necessità di una legge che regolamenti il mestiere più antico del mondo con laica serietà. In tempi normali sarebbe una battaglia persa in partenza, chissà se la fame si dimostra catartica.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

8 maggio 2012

È NATA UNA STALLA

Un’altra volta. A vent’anni di distanza, tutto si ripete nella stessa, identica, maniera. Per filo e per segno, le elezioni hanno scandito il penultimo atto del big bang dei partiti, nel ben noto copione mediatizzato di mazzette, manette, assalto alla spesa pubblica e alla moneta corrente (ma senza la lira da svalutare) unito alla disperante incapacità di fare politica. Vent’anni passati a non decidere che cosa l’Italia avrebbe dovuto essere e ora, dopo che anche l’ultimo dei fessi li ha sgamati, tutti a gridare all’antipolitica dei bruti che minacciano le virtù repubblicane.

Così, come nel 1994 è arrivato il marziano antipolitico magnate dei media, adesso ce n’è un altro, che conosce quelli nuovi (di media). E sa (e lo scrive da anni a chiare lettere) che per vincere le elezioni contro quei morti di sonno da cui è circondato non servono congressi, tessere o sezioni né rimborsi milionari, che i partiti si spartiscono come gangster al saloon. Meglio usarli contro di loro, adesso che la gente fa davvero fatica ad arrivare alla fine del mese e che il bollettino dei suicidi per debiti se la gioca con quello dei caduti sul lavoro. Adesso, la gente, ai soldi ci guarda proprio.

La chiamano antipolitica, col riflesso condizionato di chi considera tout court la politica una cosa sporca e prende poco l’autobus. Forse perché, semplicemente, non credono possibile un mondo in cui un consulente informatico di una banca (che deve prendere le ferie per fare campagna elettorale) possa realisticamente arrivare al ballottaggio per diventare sindaco di una città come Parma. E non sono tanto i politici di professione (che si difendono alla meno peggio) ma la pletora di opinionisti che, eterni interpreti dell’arte del disincanto, adesso spalancano gli occhioni e sparano a caratteri cubitali.

La notizia più scioccante di queste elezioni non è l’affermazione di Grillo, su cui il solito Giuliano Ferrara contro tutti ha sentenziato, a una smagliante Bianca Berlinguer: “è il vero sconfitto della giornata, con questo clima mi aspettavo il 20/30 per cento”. La sorpresa vera è stata la botta d’arresto subita da Casini, Fini & Co. Come alle amministrative del 1993, al centro si è spalancata una voragine, considerata la caduta libera del Pdl (con Berlusconi in gita da Putin, per non saper né leggere né scrivere).

Il Pd dicono che tiene. A regola è il primo partito d’Italia (visto che il Pdl è via di scioglimento) e, nonostante non riesca a esprimere candidati nelle grandi città (a Genova è in testa Doria, indipendente, a Palermo Orlando, Idv, contro Ferrandelli, ex Idv), in termini di lista, appunto, tiene. Sarà per questo che D’Alema va predicando la fine delle leadership populiste e di certo, passata (se passerà) la paura dei ballottaggi, Bersani penserà (forse a ragione) di potersi giovare per un po’ dell’effetto-Hollande (segretario pacioso, senza grilli per la testa, vince le elezioni mettendoci la faccia).

Ma c’è un ma. Quel famoso effetto ’94 non c’è alcuna ragione per cui non debba ripresentarsi, con le stimmate dei giorni nostri. Non è che gli elettori del Pdl e della Lega (bombardata ma non del tutto affondata, anche se in via di mutazione grillina) siano scomparsi coi loro partiti. E se, putacaso, possono bastonare gli odiati post comunisti, magari votando una giovane faccia pulita senza partito, perché non dovrebbero farlo? Per paura dell’antipolitica?

Oltre a Parma, dove il candidato è al ballottaggio con quello del centrosinistra (Pdl quarto, tipo) in Emilia-Romagna la cartina politica diventa interessante, se letta in controluce. Il Movimento 5 Stelle va al ballottaggio a Budrio (in provincia di Bologna, roccaforte Pd) e a Comacchio (in provincia di Ferrara) con risultati sopra il 20 per cento. Tendenzialmente in regione non scende mai sotto il dieci e sfonda quando ci sono questioni in grado di dividere la cittadinanza, sul merito delle proposte politiche (inceneritore, centrale a biomasse, storici cavalli di battaglia).

Come nel 1993 oggi il centrosinistra tira a festeggiare, occhieggia speranzosa a Parigi e teme Atene come la peste, mentre Grillo sta organizzando l’opposizione nelle sue roccaforti (di voti, potere, spina dorsale), sui contenuti che scaldano davvero il cuore dei suoi, famosi, militanti di base come fa contro Lega e Pdl dalle loro parti (rivolta fiscale, nisba cittadinanza agli immigrati nati in Italia). Quando poi i suoi candidati si dimostrano intelligenti e preparati e i vecchi ras del villaggio sono troppo bolliti per correre (e/o per piazzare rampolli presentabili) rischia pure di vincere.

A occhio, a Bersani converrebbe davvero mandare tutti a spendere e andare a votare con questa legge elettorale. Tra un anno forse è troppo tardi (anche per l’effetto-Hollande). E a chi, quando sarà il momento, venisse in mente (Ferrara l’ha già esplicitato prima su Rai Tre, con evidente sadismo) di proporre qualcosa che assomiglia al governo di unità nazionale (non c’è bisogno di dichiararlo esplicitamente in via preventiva, dopo aver approvato una legge elettorale proporzionale, la gente capisce) perché “c’è bisogno di senso di responsabilità”, si tenga bene a mente la lezione di Avigliana.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

27 aprile 2012

FAR WEB

“Oh figurati… per me tutte le scuse sono buone pur di avere la sensazione di cavalcare l’onda del futuro, qua è arrivato questo nuovo assunto, si chiama Sparky, deve telefonare alla mamma se fa tardi a cena, solo, pensa un po’… siamo noi i suoi apprendisti! Louis si intrippa con ARPAnet, e ti giuro che è come l’acido, tutt’un altro mondo, stranissimo… tempo, spazio, e tutta quella roba là…”.

Doc, detective hippy nella Los Angeles psichedelica di Vizio di Forma, aiuta a mettere in prospettiva la portata rivoluzionaria dell’Internet Era in cui siamo immersi sino al collo. Niente sarà mai come prima, oltre a essere lo slogan di chissà quante campagne pubblicitarie, è il corollario ai limiti della banalità che costella ogni riflessione sull’argomento, dentro e fuori la Rete.

Di certo c’è solo un prima, mentre il dopo è avvolto da nebbie futuristiche intrecciate con paranoie neo-millenaristiche e profezie cyber punk, che allignano nei sobborghi della cultura globale, e globalmente massificata, che dall’interattività “social” trae la propria linfa vitale. Con le debite differenze (la rivoluzione tecnologica non ha precedenti nella storia, forse bisogna arrivare alla ruota perché Gutemberg alla fine era un prodotto di nicchia) si tratta della narrazione inevitabile di un’era di passaggio fra due mondi. E, quindi, di crisi.

Oltre ai cambiamenti “oggettivi”, infatti, sono i soggetti che stanno cominciando a mutare pelle e anima, come se l’innovazione tecnologica scrosciante producesse un sisma genetico analogo a quello degli X-Man. È l’antropologia il campo di battaglia vero su cui si misurano le truppe digitali e analogiche, e l’evoluzione (e conseguente selezione) della specie la posta in palio.

La gente cambia, spesso senza rendersene conto e senza rendersi conto della velocità con cui sta cambiando. Ma l’amico del fricchettone protagonista del romanzo di Thomas Pynchon aveva già colpito nel segno: è la percezione allargata di tempo, spazio e tutta quella roba là il punto. Il tempo reale s’è incoronato sovrano assoluto, spodestando con un sol colpo il passato (buono giusto per nostalgie feisbukabili o mode vintage) e il futuro. E basta un click su Google per bypassare qualunque limite geografico.

Gli effetti sulla politica e sull’informazione sono tanto traumatici quanto, a volte, rasenti la comicità. Alle ultime elezioni in Francia, stante il gap tra i primi exit polls (pronti alle 18) e la chiusura dei seggi (ore 20), è stata nominata una task force di dieci (dieci!) persone per vigilare che in Rete venisse rispettato il locale gioco del silenzio che, in una versione un po’ meno demenziale che in Italia, impedisce a chiunque di parlare di sondaggi o previsioni di voto (multe salate per chi contravviene, blogger inclusi). Risultato: sono usciti in Belgio e in un amen ogni francese sapeva tutto.

L’overdose quotidiana di informazioni e notizie che ti inseguono letteralmente in ogni attimo dell’esistenza, con gli smart phone l’effetto è più che psichedelico, rende la gente decisamente più esigente e intraprendente. Sempre in Francia, sono state diffuse in Rete diverse foto di donne che hanno scelto di usare il proprio corpo come arma di seduzione politica o per convincere la gente ad andare a votare o per fare propaganda a questo o a quel candidato. Pare senza nulla in cambio, solo perché possono farlo.

L’adagio popolare secondo cui in Italia sono tutti commissari tecnici della nazionale di calcio bene si attaglia alla politica, in tempi in cui le decisioni dei politici possono cambiare radicalmente il tenore di vita di una famiglia e di una comunità e/o il grado di libertà delle persone. Di conseguenza suonano pateticamente urticanti le lacrime di coccodrillo versate di fronte ai sondaggi arrembanti che consacrano Grillo e il suo movimento come il temibile asso pigliatutto della prossima tornata elettorale.

Non è una questione di moralità o mani pulite, che alla fine solo solo il package del Movimento 5 Stelle, ma di efficacia e immediatezza. La generazione politicante al potere (a corrente alternata, in ossequio al totem bipolare) da vent’anni è bollita. È un dato di fatto e nemmeno loro provano a smentire (al massimo, a domanda diretta, divagano). La Rete (che Grillo ha capito, studiato e utilizzato per primo) è solo un’accelerazione all’eutanasia inevitabile per chi si ostina a negare la propria, evidente, necrosi progettuale.

Un po’ com’è accaduto in Tunisia, Egitto e Libia che peraltro distano poche centinaia di miglia dalle italiche coste. Ma in tutto il mondo è sempre e comunque un formidabile strumento di stress dal basso nei confronti di gestisce la cosa pubblica (ergo i soldi delle tasse dei cittadini, gli stessi che chiedono il conto, sempre più spesso e con sempre più cognizione di causa). Internet, dunque, è davvero la prima utopia libertaria dei fricchettoni anni ’60 ad essersi realizzata?

“Ti ricordi quando hanno messo fuori legge l’acido appena hanno scoperto che era un canale verso qualcosa che non volevano farci vedere? Perché dovrebbero comportarsi diversamente nei confronti dell’informazione?” Pynchon mette in bocca a Doc la più ovvia delle verità. Perché non hanno fermato Internet se era così pericoloso? La risposta è: chi? Chi ha il potere di farlo, se non al riparo di caduchi confini nazionali e sotto minaccia di torture e vessazioni? È la solita storia della mela, della conoscenza che fa male e del Lucifero tentatore. Che, stavolta, pare abbia in pugno la mano (e forse la partita).

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

29 marzo 2011

NONOSTANTE NOI


Che lo spettacolo dell’Occidente nella guerra in Libia, al solito diviso e rissoso, sia desolante è fuori discussione. All’interno di questa desolazione, però, Francia e Italia si sono distinte in una sorta di rivincita della finale dei penultimi mondiali, con Sarkozy intento a menar capocciate a nemici e alleati, convinto di poterle poi capitalizzare in voti, commesse e prebende neocoloniali, e il governo italiano oscillante tra la fedeltà al campo occidentale in cui milita dal 1945 ad oggi e la nostalgia del bunga bunga politico-danaroso all’ombra del Libro verde.

Uno degli sport preferiti degli italiani, si sa, è cambiare casacca, idea, fedeltà, a seconda delle convenienze. Così, quando il premier ha espresso “rammarico” per la sorte del vecchio sodale Gheddafi, oltre al rispetto per la coerenza cameratesca dell’unico leader occidentale capace di familiarizzare pubblicamente con personaggi come Putin e Lukashenko, ben oltre l’etichetta dell’ormai celebre “diplomazia della pacca sulle spalle”, si stagliava nitidamente un messaggio che l’ex “migliore amico di Bush e dell’America” (che ha spedito il tricolore in Iraq e Afghanistan) ha tentato di far giungere al raiss: siamo ancora amici.

Ora che anche a destra regna il ‘pluralismo’ più radicale, tra neopacifismi e prudenti realismi si cominciano ad orecchiare (anche fuori dai circuiti criptofascisti) tesi complottarde degne del miglior Giulietto Chiesa. Alla base delle rivoluzioni del mondo arabo di questi mesi ci sarebbe il solito ordito demo-pluto-giudaico-massonico, la Spectre dei finanzieri (quasi tutti in odore di kippah) tenutari delle portaerei storiche del giornalismo, in grado di far schizzare il prezzo del pane pigiando un bottone e d’indottrinare la pubblica opinione a seconda dei propri malvagi disegni. Una cricca di speculatori senza scrupoli e i loro epigoni politici, che Tremonti ha definito gli Illuminati, quelli che tirano le fila della diabolica globalizzazione.

Naturalmente lo sterco del demonio ha una parte in commedia anche stavolta: gas, petrolio, acqua (ce n’è tanta in Libia) fanno gola a tutti. Non è detto però che i rissosi neo-nanetti occidentali riescano ad accaparrarsi tutto come ai bei tempi delle sahariane e delle canzoncine virilizzanti. Brasile, India, Cina e Russia si sono messi di traverso con strategica determinazione (senza deambulare a vanvera tra le bombe e le chiacchiere) e lo scenario si profila assai più complesso dei sogni-incubi dei complottardi di casa nostra. Di certo il governo di Frattini e La Russa pare destinato a giocare un ruolo da comparsa tra i bomber anglo-francesi (Berlusconi che bacia la mano se lo ricordano bene), Obama e le quattro potenze del BRIC, acronimo del nuovo blocco, decise a misurare in politica le performances ottenute in economia. Il ruolo di mediazione a cui da sempre aspiriamo per ora lo sta svolgendo, in tutta l’area, la Turchia di Erdogan (altra economia da corsa).

Poi, nonostante le miserie d’Occidente, la lotta continua. In Siria la polizia ha sparato anche ieri sui manifestanti di Daraa, mentre il regime di Assad si affanna con riforme e pretattiche che si stanno mostrando controproducenti. Venerdì scorso lo Yemen e la Giordania sono stati teatro di manifestazioni, morti e feriti. Tutto questo non spaventa gli insorti ma anzi moltiplica le braci dell’incendio. Con le ovvie difficoltà che comporta ogni processo di transizione, Egitto e Tunisia sono lì a dimostrare che tutto è possibile.

L'articolo, con foto, è stato pubblicato su The FrontPage.

27 febbraio 2008

AUDACI


Il Corriere ha scoperto la campagna di rupture dell'Unef, il sindacato degli studenti franzosi, sul problema degli alloggi per i giovani. Secondo Marco Consoli
La campagna che in Italia scatenerebbe sicuramente molte polemiche, in Francia sembra aver già dato i suoi frutti: il ministro dell’Università Valerie Pécresse ha annunciato un piano di investimenti pari a 620 milioni di euro per costruire 5.000 nuovi alloggi e ristrutturarne 7.000 all’anno, fino al 2012

Mah.
L'Udu, il sindacato degli studenti nostrani, l'ha fatta identica nel secolo scorso (o al massimo nel 2000, l'avevo appiccicata sul frigo a casa di Bepi) su gentile concessione dell'Unef. E nessuno si era scandalizzato granché, né (pre)occupato troppo del problema degli alloggi per i giovani.
Magari è un tema che appassiona solo quando se ne parla all'estero, o forse è la buona volta che diventa un argomento di dibattito anche qua (al posto dell'aborto, no?).

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