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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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7 giugno 2010

FUCK THE BLOGGERS


“Per aver preso le redini dei media globali, per aver fondato e dato forma alla nuova democrazia digitale, per aver lavorato senza essere retribuiti battendo però i professionisti al loro stesso gioco, la Persona dell’Anno 2006 di Time siete voi.” Sono passati quasi quattro anni da quando Lev Grossman sul Time benediceva la rivoluzione tecnologica trionfante con il più canonico dei riconoscimenti tributabili dal media-mainstream, il nemico giurato che la masnada del web giurava di voler abbattere ogni giorno.

Erano bloggers, i mitici “citizen journalists” spuntati come funghi ai quattro angoli del globo, quelli che capeggiarono la “sollevazione democratica dal basso” del primo lustro del nuovo millennio, sgomitando senza alcuna creanza nell’agenda delle vacche sacre del giornalismo internazionale, dettando temi, spifferando gossip, facendo le pulci a malizie inconfessate ed errori veri e propri.

Poi sono arrivati i social network, che hanno garantito spazi di microblogging più mirati (in termini di reti relazionali) agli utenti con ambizioni quasi esclusivamente “amatoriali”. Dall’altra parte gli editori hanno pensato bene di accaparrarsi i diari digitali più seguiti e/o i talenti più interessanti, in modo strutturale e strutturato (come il New York Times che li acquista e li assorbe nell’offerta editoriale), creando un network d’area (come il Foglio.it prima maniera, col suo “Blog around the clock”) o riciclando giornalisti professionisti come bloggers (come Repubblica.it, Corriere.it e Foglio.it attuale).

Forse è per questo che, dopo essersene ampiamente servito, Obama (icona numero uno) li ha scaricati in blocco senza troppi complimenti. “Sono molto preoccupato per il tipo di informazione che circola nella blogosfera, dove si trova ogni sorta di informazioni e opinioni senza che vengano verificate, con il risultato di portare gli uni a gridare contro gli altri, rendendo più difficile la comprensione reciproca”, ha sentenziato qualche mese fa, annunciando l’impegno di sostenere coi soldi pubblici le finanze dissestate dei giornali.

“Non voglio che ci trasformiamo in una nazione di blogger”. Steve Jobs (icona numero due) ha proprio tagliato corto mentre presentava l’iPad (ennesimo gadget di culto, in tempo reale). I blog sono già a un passo dal vintage tecnologico, tra forum e mailing-list.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

30 maggio 2009

E IO GIOCO A MINISTERY


Avanzo di Balera.
Mai soprannome fu più azzeccato, forse dovrei registrarlo.
Negli ultimi giorni mi sono scoperto un bacchettone
tremendo. Così mi sono sentito leggendo delle gesta del premier sui comunicati politici della Pravda.
Un bacchettone politicamente corretto che fa il biglietto sull'autobus e mal tollera che suo figlio di tre mesi venga su in un'Italia nelle mani di quell'omaccio là.



Poi ho guardato l'ultimo Prodi di Guzzanti, ho fatto un match a MINISTERY (sopra la testata) e mi sono sentito l'ultima intercettazione tra l'Avanzo di Balera e Evelina Manna
sull'Espresso.
Non mi sono solo divertito, credo di aver
anche capito perché Prodi ha sempre vinto contro l'omaccio.
Che alla fine non ne ha colpa: stare sotto schiaffo di 300 shampiste affamate (oltre che di una corte di brunettoli gracchianti) dev'essere davvero una brutta vita.

MINISTERY, insieme a tanti altri giochi, video e gags è sul blog "Mai dire Pd": qui.
Su Facebook è qui.

4 ottobre 2007

MEGLIO DI HILLARY


Secondo me Uòlter ha ragione su Veronica Lario. È più elegante di Ségolène, più intelligente di Hillary, più di sinistra della Bindi. Se divorziasse dall'Avanzo di Balera, poi, avrebbe i quattrini per 15 campagne elettorali, potrebbe comprare la Pravda e l'Unità e fonderle col Foglio (che è già suo), convertire Fioroni all'ideale steineriano e Ferrara a quello pacifista.

Mi ha convinto così tanto, Uòlter, che voglio votare per lei da qualche parte. Come si fa?

La foto l'ho presa qui.

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