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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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6 giugno 2011

ATTENTATO ALLA NEGROMANZIA


“A Nichi Vendola voglio bene. Ma quando va in una città che non conosce dovrebbe ascoltare più che parlare”. Promette proprio bene il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, che non ha digerito il comizietto al solito tempestoso e appassionato con cui il leader di Sinistra e Libertà ha salutato la sua storica vittoria, in Piazza del Duomo. Il carisma da trasferta del governatore della Puglia, aspirante Pisapia nazionale, è stato giudicato inelegante e inopportuno dal “sindaco di tutti”, che ha puntualizzato stizzito che “a Milano si è vinto perché abbiamo parlato dei problemi di Milano”.

Il negromante Vendola, a regola, se la deve guadagnare anche e soprattutto in casa propria e non basteranno i “comizi d’amore” e l’ispirazione poetica per ottenere lo scettro di candidato premier del centrosinistra. Anche il carisma popolano (supponendo che il cosiddetto popolo si disinteressi del tutto ai congiuntivi) di Antonio Di Pietro sembra essere offuscato dalla nuova pop star manettara che, fresco dell’immunità concessa dal Parlamento Europeo nella causa per diffamazione intentatagli da Mastella, ha sbancato l’elezione a sindaco di Napoli con oltre trenta punti di scarto sul candidato del Pdl e senza apparentarsi col Pd.

Ma il grande sconfitto, celebrato da tutti i giornali, che s’è candidato al consiglio comunale di Milano e ha preso la metà dei voti dell’altra volta, è il negromante-capo. L’attuale (e spesso deprecata a vuoto) personalizzazione della politica è una sua creatura, così come la cultura di massa che ha segnato nel bene e nel male l’Italia a colori e ha preparato il terreno. Ora forse gli è sfuggita di mano. L’era televisiva è agli sgoccioli e il solo fatto di dare la colpa della sua sconfitta a Santoro & Co. la dice lunga sulla consapevolezza dell’uomo circa la contemporaneità e i suoi crucci. Berlusconi è invecchiato davvero.

Fini, Casini e Rutelli, aspiranti negromanti da una vita, non se la passano molto meglio. Certo, possono consolarsi con il solito balsamo della rendita di posizione che, un po’ qui un po’ là, garantisce al cosiddetto Terzo polo (che al pari degli altri due è diviso su tutto ciò che in politica è fondamentale: valori, opzioni etiche, visoni del mondo) qualche scampolo di esistenza che solo l’Italia delle eterne signorie non rende del tutto effimera. Niente a che spartire con il sogno finiano della destra legalitaria e liberale che scaldava i cuori anche a sinistra (non sembra passato un secolo?) o con l’improbabile riscossa neo-democristiana dai capelli ormai quasi tutti bianchi, ma ancora abbastanza George Clooney per seguitare a prendere voti in parrocchia (Casini e Rutelli sono interscambiabili a tale proposito).

Chi pare non avere di questi problemi è il segretario del Pd. Bersani è unanimemente considerato l’anti-carisma per antonomasia e, di conseguenza, la nemesi antropologica di negromanti e arruffa-popolo. Di certo l’insperato trionfo elettorale della sua parte politica si deve a una nuova leva di negromanti che, per consolidare il potere acchiappato, si vede costretta ad ammazzare i padri, spesso vecchi e ingombranti. Il rabdomante Grillo l’ha capito al volo con De Magistris (ogm scoperto dal comico genovese e impiantato nell’Idv) e ha tentato di azzannare per primo tirando su il solito teatrino all’italiana.

Con la negromanzia berlusconiana al tramonto e i leader “usato sicuro” di centro, destra e sinistra in potenziale affanno, a Bersani tocca la scelta. Giocare in proprio, puntando sulla sua immagine di “affidabile riformista con la testa sulle spalle”, o puntare su un negromante di partito (c’è?) in grado sia di scaldare i cuori che di governare l’Italia? Non si sa contro chi correrà ma vista la posta in gioco conviene puntare sul migliore, anche se significa sacrificare un po’ di ego. Siam mica qui a smacchiare i giaguari, o no?

1 dicembre 2009

IL PD HA DUE ANNI

Al compimento del secondo anno di vita, almeno su una cosa quelli del Pd si possono dire tranquilli: il partito esiste. Devono averlo percepito anche gli elettori, che non a caso (come ci racconta Ilvo Diamanti nelle sue consuete “mappe” su Repubblica) cominciano a (ri)preferirlo al partito di Di Pietro, la cui estemporaneità personalistica sta cominciando a mostrare la corda. Alla lunga la realtà vince e anche il più ingastrito antiberlusconiano deve farci i conti, soprattutto in tempi di crisi e insicurezze, e comincia a pesare la qualità delle proposte e la credibilità di chi le avanza con occhio più guardingo.
Il Pd non è certo un modello di partito con le idee chiare, ma si è diviso in una lunga (un po’ autistica ma certo democratica) campagna interna che gli ha permesso di (ri)trovarsi e di serrare i ranghi. Uno sforzo di verità percepito.

A poco più di tre mesi dalle elezioni regionali il calo nei sondaggi di Di Pietro e della sinistra e l’avanzamento del Pd e di Casini sembra indicare proprio una richiesta di concretezza degli italiani per uscire dal pantano della crisi un po’ meglio di come ci si era entrati (già in crisi). Chi concentra il poco fuoco mediatico a disposizione contro Berlusconi rischia di apparire l’ennesima replica di sé stesso, peraltro fuori tempo massimo.

Lui, infatti, non è più fra noi.
Dopo che “Rolling Stone” (che non è una rivista ma un’icona sacra) lo ha sbattuto sulla sua leggendaria copertina, perdippiù ritratto dal designer americano Shepard Farey (quello del manifesto con cui ha “cheguevarizzato” la acampagna elettorale di Mister Obama), per “la sua capacità di stare come nessun altro sotto le luci della ribalta e distinguersi per uno stile di vita degno delle migliori rockstar”, il discorso è chiuso.
Se già prima poteva esserci qualche sospetto che attacchi e manifestazioni non facessero altro che rafforzarlo, ora il Rubicone è  varcato del tutto. Infatti Vittorio Macioce su “il Giornale” può commentare così il lieto evento (la copertina):
“È una serigrafia di Andy Warhol che ti insegue e si ripete all’infinito, cambiando colore, forma, idioma. È Marilyn. È Jacqueline. È Mick Jagger. È mister President. È la Coca-Cola. È come un poster di Che Guevara. È quello che sottoscrive David Bowie: «Per me la musica è il colore. Non il dipinto. La mia musica mi permette di dipingere. Me stesso».”

Macioce ha ragione e anche la metà d’Italia che non si fa sedurre dal grande seduttore s’è rotta le balle e non ha più tempo né voglia di sentire quanto è brutto e cattivo. Quindici anni con gli stessi titoli di giornale sono lunghi per tutti.
Il problema è che – oltre sedurre – Berlusconi in trent’anni ha creato un blocco sociale e culturale assai omogeneo a sostegno della propria avventura. Alla sinistra (in tutte le versioni in cui si è presentata) è riuscito talvolta di scalfirne i margini o di scompaginarne il format politico che l’ha via via rappresentata, ma mai di uscire dall’agenda, dal ritmo e – soprattutto – dal linguaggio che Berlusconi ha imposto. Nel bene e nel male.

Naturalmente un modello culturale alternativo (alla società tv-centrica cristallizzata al 1989) esiste e in tutto il mondo si sta affermando con grande rapidità: è la rivoluzione tecnologica del web, dei social network e dai media interattivi (smart phone, pc portatili, cellulari, ecc.). In questa nuova dimensione della comunicazione il potere di Berlusconi non conta niente. Tutta la famiglia (lui, Mediaset, ecc.) hanno dimostrato sinora un’ignoranza completa (letterale, una “non conoscenza”) dei nuovi strumenti, anche superiore a quella dei leaders della sinistra. Lui appartiene all’Era televisiva, ne è il re (come Elvis, ha fatto bene infatti Rolling Stone). Attore, regista e produttore dello show della sua vita-stato.

L’Era televisiva è agli sgoccioli e i media, la politica, il business, le relazioni, le comunità si stanno spostando in massa in Rete. Nel dibattito interno al Pd si è molto discusso di partito liquido e partito solido, come se si trattasse di una provetta. Nella realtà le comunità online rappresentano il collante relazionale tra persone in carne ed ossa, la casa del loro popolo (di quelli con cui hanno qualcosa in comune) in cui si confrontano idee, nascono progetti, si realizzano cose molto concrete. Il web serve (o può servire) per fare comunità, al contrario della tv (è l’esatto opposto).
Sinora il Pd ha tentato di utilizzare molto il web, non sempre riuscendo a uscire dalla logica della propaganda politica. Ma la Rete è lo strumento ideale per realizzare quella partecipazione tanto sbandierata negli slogan nell’attività politica quotidiana: per diffondere idee, selezionare talenti, creare comunità, raccogliere soldi e adesioni, risparmiare tempo e denaro. Per fare un partito come si deve.

Fonti:
“Il Cavaliere rock star dell'anno” di Vittorio Macioce da il Giornale

L'articolo è tratto dal blog di Aprile: qui.
L'immagine è tratta dalla campagna online del Pd per le Europee, di cui ho curato la direzione creativa per conto di Banzai.

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