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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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4 marzo 2013

PRIMA DELL'ESTINZIONE


Una decina di giorni prima del 25 febbraio 2013, dopo che una pioggia di meteoriti aveva provocato esplosioni nel cielo degli Urali, un asteroide di centotrentacinquemila tonnellate e quarantacinque metri di diametro era sfrecciato a circa ventisettemila chilometri dalla Terra, alle 20 e 25, ora italiana. Senza apocalissi di sorta. Anche i più tenaci apologeti dell’Armageddon Maya ritardato si erano dovuti arrendere alla noiosa evidenza della persistente sopravvivenza della, cocciuta, specie umana.

Dopo dieci giorni, più o meno alla stessa ora, era ormai chiaro che in Italia il Maya di turno non era nato tra le nebbie della bassa padana di Bettola. Di lì a qualche ora l’inviato di Porta a Porta, imbalsamato nel suo piumotto circonfuso dalle luci di scena e dalla spettrale quiete residenziale promanante dalla villa del timoniere di Sant’Ilario, avrebbe spalancato le braccia e il sorriso, disarmante e disarmato: “non abbiamo contatti con Beppe Grillo, né col suo staff… di nessun tipo”.

“Gli alieni sono invece introvabili, non sai con chi parlare, sono inafferrabili, interlocutori politici potenziali e media sono alla stessa stregua tenuti fuori dalla porta, anzi non c’è la porta, non si sa dove stanno e che fanno, vai fuori dalla casa di Grillo a Genova o vai a Bologna dove c’è un’esperienza in Comune o cerchi disperatamente di vedere se c’è un modello siciliano di omologazione, chissà, non hanno l’etichetta al citofono, vogliono fare le sentinelle della rete dentro le istituzioni, la delega ai capi è assoluta, nessuno si sente autorizzato nemmeno a fingere di avere una opinione per sé, spendibile politicamente, comunicabile senza passare per l’imbuto del web controllato dal blogger.”

E pouf. Passa una settimana e l’Italia è Mars Attacks. Alieni, setta, strategia diversiva di matrice neoliberista o forza di occupazione che dir si voglia: fatto sta che la prima parte del tanto sbandierato piano di Grillo&Casaleggio è andato magicamente in porto e l’Italia, le istituzioni repubblicane e tutta la baracca sono in ostaggio. Dopo anni passati a far le prove, scimmiottando le Br prima (sul blog venivano pubblicati i “comunicati politici” con un font tipo ciclostile anni ’70) e scippando poi senza vergogna Alan Moore, Anonymous e il movimento antagonista dell’icona di Guy Fawkes.

Appena si aprono le urne, come per magia, alcuni dei protagonisti della storia della Repubblica recente e meno recente non esistono più. La polizia del karma inghiotte subito Fini, Di Pietro, i comunisti e i verdi di ogni ordine e grado (già semi-morti), Ingroia, ma anche Casini e Monti scompaiono presto dai radar delle agenzie dopo le prime, pallidissime, dichiarazioni di rito. Come previsto dal Piano di Occupazione Stellare del Nexus 7 con gli occhialoni, rimangono in piedi solo l’uomo di Bettola e quello di Arcore, nati sotto il segno della Vergine. Lo stesso giorno.

Vendola, come da programma, comincia a sbarellare e attacca a dare segni di diserzione ad appena ventiquattrore dalla chiusura dei seggi. Aveva impiegato fior fior di sonetti e narrazioni per spiegare al popolo della sinistra e ai fratelli dei media di volta in volta convenuti che Grillo era un fascista della peggior risma, populista e maschilista becero, gemello del Berlusca brutto e cattivo, e ora la stessa passione gli sgorga con medesima ispirata naturalezza per sostenere l’esatto contrario. Naturalmente ha buon gioco, il timoniere, a prenderlo per il culo senza troppi complimenti.

“Vendola si è ingrillato all’improvviso dopo le elezioni. Si è vestito di nuovo come le brocche dei biancospini. Sembra un’altra persona. Ha un rinnovato linguaggio, comunque sempre variegato, e adopera inusitate e pittoresche proposizioni verso il M5S. Vendola ci ama: “Grillo non è un fantasma per il quale bisogna convocare l’esorcista, è un nostro interlocutore”. È lo stesso Vendola che il 20 febbraio 2013, a tre giorni dall’appuntamento elettorale, su La 7 spiegava: “Grillo è un populista di piazza. Grillo è il virtuoso della demolizione ma chi ricostruirà il Paese? Grillo è un’evoluzione di Berlusconi.”

Tra l’altro probabilmente è vero. Grillo è un’evoluzione di Berlusconi tanto quanto il MoVimento a 5 Stelle è un upload di Forza Italia del 1994. Quello era un partito-azienda e questo sembra assomigliarci parecchio, il timoniere è il leader carismatico assoluto tanto quanto (e forse ancor di più) il Cavaliere Nero dell’epoca. Casaleggio-Stranamore, poi, è molto più affascinante di Dell’Utri, anche se con l’ex braccio destro di Berlusconi condivide la passione bruciante per le cavalcate culturali d’annata.

Dice bene Ferrara: “il punto è che i grillini, nel bene e nel male, perché questa è la loro novità e la loro forza oltre che la loro controversa ambiguità, non sono un partito di plastica come fu Forza Italia, magari, e non sono un partito di terra e sangue come fu la Lega nord, magari. Non sono proprio, i grillini, un partito o un movimento materiale, che abbia luoghi di formazione comprensibili e solidi, radici culturali, un legame anche labile con una tradizione, magari da ribaltare. Sono leggeri come ultracorpi, body snatchers, invadono lo spazio pubblico clonandosi e moltiplicandosi con il consenso elettorale legittimo, ma lasciandosi alle spalle piazze, polmoni e comizi che non esprimono la loro autentica identità istituzionale, il loro carattere come soggetto politico, ormai delegato a un esercito di piccole figure scelte da piccole folle mediatiche sotto la occhiuta sorveglianza di una società di marketing, la Casaleggio & Associati.”

Sono tutto e niente, festeggiati nell’ultima novecentesca orgia un po’ lugubre da Dario Fo ed Ernesto Galli Della Loggia, Leonardo Del Vecchio e “Bifo” (leader del ’77 bolognese), Celentano e Goldman Sachs. All together. E blanditi e corteggiati, a suon di minacce spuntate e lusinghe idiote quanto inutili, dall’agonizzante non-vincitore delle elezioni. Lo scouting dei grillini è una sonora stronzata che permette al timoniere di gridare al mercato delle vacche, il giorno della richiesta di quattro anni di carcere a Berlusconi per la presunta compravendita di senatore.

Dopo aver sbagliato tutto quello che c’era da sbagliare, dalle primarie blindate agli italiani ai giaguari sul tetto, a quel che resta del più grande partito della sinistra italiana rimane uno spazio di manovra molto limitato, ma decisivo. Essersi chiusi nella ridotta di un piccolo mondo antico immaginario, tra giovani-vecchi spartani molestatori di blogger e funzionari decrepiti che non rispondono a nulla se non a patetiche e suicide logiche di corrente, ha impedito sinora di mostrare al Pd la reale posta in gioco.

Il dopobomba ha l’innegabile vantaggio della nitidezza. E mentre il duo di Weimar gioca al Joker di Batman e soffia sul caos, aspettando l’ultimo rantolo di un sistema irriformabile per clonare definitivamente le istituzioni repubblicane in un software eterodiretto da una maggioranza di byte “eletti solo dalla Rete”, la gente in carne ed ossa comincerà presto a farsela sotto. Grillo ha scritto che di qui a sei mesi non ci saranno più i soldi per pagare pensioni e stipendi: significa che prevede che in sei mesi salti il banco.

Questo è, ragionevolmente, l’intervallo di tempo rimasto per far saltare il banco a loro. La seconda parte del geniale piano del timoniere e del guru capelluto prevede, dopo il blocco della democrazia repubblicana, il filotto. Si torna a votare, sbaragliano tutti e inizia Brazil. Per questo sono e saranno indisponibili a qualunque alleanza di governo, di qualunque genere, con qualunque programma. In questo sta l’evoluzione, l’upload, rispetto a Forza Italia: nella natura intrinsecamente totalitaria del loro movimento.

Ma c’è un ma, anche se tenue. La politica: qualcuno è in grado di portare in Parlamento alcune leggi (poche, radicali e in fretta) che rispondono all’incazzatura popolare e, rompendo l’incantesimo, mostrano che si può fare. L’aula sorda e grigia può riformare sé stessa e allora, si, Grillo potrà serenamente essere mandato affanculo dagli elettori. Che notoriamente non votano mai per gratitudine.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

19 gennaio 2013

CAYMANISTAN 2 / IL RITORNO

“Diciamo che la politica va vista con attenzione. Ingroia ora è un’eversione nera che incide nel profondo il movimentismo ormai smarrito che si definisce di sinistra, ma che poi si innamora di progetti di ultradestra come Grillo, Ingroia, Di Pietro. Berlusconi è stato comunque l’ultimo a fare politica estera e per questo l’han fatto fuori. Se non altro perché i nemici li preferisco davanti piuttosto che di fianco, butto anche io Ingroia.”

Il mio vecchio compare di occupazione Fabio Zanon, dopo un acceso e per certi versi tipico dibattito pre-elettorale su Facebook, risponde così alla questione che avevo posto all’attenzione dei miei amici virtuali: “Tra Berlusca e Ingroia giù dalla torre ci spedisco Ingroia”. Zanon conduce in queste ore un’appassionata e incredula campagna, da sinistra, contro la candidatura del magistrato palermitano.

La sua incredulità si appunta sull’innegabile dato di fatto che il calderone politico di tutte le sigle, associazioni, movimenti e collettivi dell’estrema sinistra (Partito Comunista dei Lavoratori escluso, se non erro) abbia come leader un magistrato, peraltro di nota propensione “manettara”, accompagnato da due ex colleghi come il brillante De Magistris e l’ormai spompato Di Pietro (apripista però di questa sorta di privatizzazione della politica per via giudiziaria).

Ironica sorte, quella dei militanti dei centri sociali, del movimento No Tav e di tutte le realtà antagoniste per cui, sinora, il magistrato di turno era stato fondamentalmente stato il capo delle guardie. Quello che mandava la perquisizione, faceva sequestrare il computer, arrestare i compagni di lotta. Ora legalità e questione morale (“intrinsecamente reazionaria” secondo un altro commentatore su Facebook), diventano erga omnes il mito fondativo della nuova rivoluzione civile e tengono in scacco gli altri. “Un po’ come se la Juve entrasse in campo dichiarando: il nostro obiettivo è rispettare il regolamento”. Sintetizza efficacemente Zanon.

Spostandosi un po’ a destra, poi, non è che il panorama si rallegri più di tanto. “Benvenuta Sinistra” ricorda con vago struggimento “Maledetta Primavera” e i sondaggi consegnano un poeta pugliese sembra sempre più sfiatato, un po’ dalla competition col magistrato (che si dichiara gagliardamente pronto a ritornarsene in Guatemala, dovesse girar male) e un po’ dall’inevitabile abbraccio mortale con la logica di governo (logica a cui peraltro è ben rodato), fatta più di compromessi e mezze sconfitte che di narrazioni ispirate.

“Il logo di Monti sarebbe perfetto come nuovo logo del Club Alpino Italiano, è tristissimo, quasi da pompe funebri e con un font vagamente fascistoide”. “Scelta civica: con Merkel per l’Italia” è senz’altro il fake più riuscito del nuovo logo del ressemblement centrista che fa capo a Monti. Che non è brutto, come dice Toscani, se la pubblicità dev’essere un modo per rappresentare con efficacia il prodotto.

Perché questo è il prodotto. Ormai a seguire anche distrattamente le cronache, pare evidente che definire elitario o tecnocratico l’approccio alla politica di Monti sia piuttosto generico e per certi versi fuorviante. Il premier si comporta, agisce e interagisce come se fosse né più né meno, tipo, che il responsabile risorse umane per l’Europa del Sud della Goldman Sachs o di una Spectre qualsiasi e gli fosse toccata in sorte la rogna di raddrizzare, secondo logiche aziendali immote e immutabili, la guappa Italia.

Intanto, nei duri fatti, la gente comincia a toccare con mano quanto e cosa significa la “cura Monti”. Non solo per una questione di quattrini, che sono più che sacrosanti sia chiaro, ma in termini di concezione della vita in comunità. Di spazi di libertà e responsabilità. Il nuovo redditometro, che inverte l’onere della prova tra Stato e individuo in materia fiscale, rappresenta assai bene la destinazione poliziesca a cui conduce il carro funebre dell’austerity montiana.

Gli alleati inevitabili, apparentati coi fratellini di sinistra di Vendola, sono allo stato attuale l’unico partito in campo. Il Maya di Bettola, confortato dai potenti fiati del destino, ha sparigliato le carte nella sua metà campo (e soprattutto in ditta), ma ora si trova coi sondaggi che lo inchiodano (di già) alla quasi ingovernabilità del Senato. Se Ingroia non desiste (e non mi pare il tipo, visti i precedenti) nelle regioni in bilico (Lombardia, Veneto, Campania e Sicilia) si fa dura.

Così, dopo le Cayman e il fuoco amico, è partita la corte a Renzi a cui pare stiano cominciando a piovere profferte di poltrone e primizie. Si dice che il Sindaco di Firenze aspetti il prossimo giro, il cadavere sul fiume, scommettendo da pokerista sulla fragilità del sempre più probabile Bersani-Monti-Vendola, per poi ripresentarsi in camicia bianca col sorrisetto sornione come a dire: avete visto? Di certo se avesse vinto lui, non si sarebbe assistito al Ritorno.

L’ennesimo Ritorno, nella partita ventennale tra Berlusconi e il resto del mondo, la solita incredibile telenovela che inchioda l’Italia a un’epoca in cui Internet era conosciuto solo da quattro scienziati occhialuti e il Muro di Berlino era caduto da qualche anno appena. L’Era televisiva, il passato che non passa, e che giovedì scorso è andato in onda in prima serata, da Santoro, e ha fatto lo stesso share della finale del Festival di Sanremo o dei Mondiali.

“Lasciate che vi spieghi com’è questo paese: questo paese non è governabile” ha esordito Berlusconi nella fossa dei leoni, con un sorriso smagliante. Chi, come i bagarini inglesi, credeva che sbroccasse, si mettesse a urlare paonazzo in volto, lasciasse lo studio, si è dovuto ricredere. “Santoro siamo da lei o siamo a Zelig?”  Ha esclamato a un certo punto in un vertice creativo, quando ormai l’intrattenimento aveva definitivamente sussunto la politica, prima di giustiziare il giustiziere: “Lascialo qua, Travaglio, lo voglio guardare in faccia”. Dopo, come da copione, sono (ri)cominciati i cazzi amari.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

4 gennaio 2013

IL MAYA DI BETTOLA


“«Il mondo lo hanno distrutto i politici, altro che la profezia dei Maya!». Il risultato non cambia. Barba bianca e ammirevole coscienza dell’identità collettiva, «noi valdesi stiamo scappando da seicento anni», il signor Aldo ricorda di quando il villaggio contava 340 anime e «le zappe non erano coperte di ruggine, e la farina non era la materia morta che è adesso ma una cosa buona da mischiare alla segale, per fare il pane». Nostalgia di un mondo che non c’è più, nel vero senso dell’espressione? «Distruggere quello che ti dà la vita è puro autolesionismo. Andate nelle vallate a vedere cos’hanno combinato, autostrade, dighe, cemento ovunque: se è finita davvero nessun rimpianto, io me ne sto quassù».”

Non so, francamente, se la farfalla di Bradbury abbia spiccato il volo, in qualche sperduto angolo del mondo il giorno del Solstizio d’Inverno del 2012, né se siamo o meno entrati ufficialmente nell’Era dell’Acquario all’insaputa di tutti, fatta salva naturalmente l’élite di fulminati new age che ci crede di brutto ed è pronta, ad ogni aperitivo, a sguainare l’arco nuovo di trinca e ad oliare la zappa. Io non mi sento così baldanzosamente razionalista da escluderlo. Mi pare che vedere i bambini che a due anni cercano di cliccare sulle pagine di carta, quando non hanno per le mani l’iPad, già significhi qualcosa.

Che poi non siamo in salute, che il mondo non stia bene, è chiaro quasi a tutti. La declinazione ovviamente cambia, ma la sostanza è la stessa. A che pro? Qual è la posta dello sbattimento? Produci, consuma e preparati a crepare alla meno peggio? Di quante autostrade avremo ancora bisogno per capire che il problema non è la coda, ma il week-end? La gag dei Maya, per chi ha avuto voglia di esplorare, questo è stata: l’occasione per mettere in fila le priorità, dare ordine alle domande.

“La fine del mondo è la punta Martel, neve, sole e lo spettacolo dei Tredici Laghi, il torrente dove nuotano superbe trote fario, il volo dell’aquila reale. L’altro mondo dev’essere finito due tornanti più sotto, a dar retta ai Maya, e un giorno qualcuno controllerà. Non c’è nessuna fretta.” Secondo l’aneddotica gossippara il villaggio di Pradeltorno sulle Alpi Cozie era uno dei tre o quattro buchi del culo del mondo in cui ci si poteva salvare dall’Armageddon.

Invece “il settimanale L’Eco del Chisone (…) ha scoperto che la leggenda piemontese è spuntata su Wikipedia solo il 4 giugno 2011, mentre le indicazioni su Bugarach affondano le radici nella notte dei tempi. Non solo: nessuna fonte citata, riscontri zero, e come si sa chiunque può arricchire le voci di Wikipedia senza alcun controllo. Secondo il giornale l’anonimo collaboratore della libera enciclopedia telematica risulta poi essere un utente Vodafone della vicina Pinerolo, c’è anche il numero dell’apparecchio…”

Ora che comunque l’allineamento non s’è allineato, la Cintura Fotonica non ci ha fritto come coleotteri maldestri nella lampada alogena e gli ufo non sono sbarcati su un rosso deserto piallato dal sole, adesso che alla mezzanotte del 21 dicembre 2012 – ora italiana – solo lo show un po’ mesto di un sito a caccia di click ha messo in scena il countdown per la fine di un mondo “che è già finito da un pezzo”, ora che sono passati pure Natale, Santo Stefano e Capodanno sarà finalmente chiaro a tutti che l’unico vero Maya in circolazione è nato a Bettola.

Non certo Monti e la sua allegra brigata di banchieri, giannizzeri finanziari e attempati perdigiorno della politica, di cui su Facebook circola una simpatica epigrafe virale: «Dopo la saldatura di Monti, Casini e Montezemolo con il Vaticano, mi aspetto l’appalto a Finmeccanica per la costruzione della Morte Nera». Monti è stato benedetto dalla follia nichilista di Berlusconi e forse il 24 febbraio è abbastanza vicino da non far notare troppo il l’assai poco tecnico codazzo d’imboscati, ma difficilmente riuscirà a far meglio di Mariotto Segni diciannove anni fa. Perché dovrebbe?

E certo non sarà una gang di mozzorecchi assortiti, che non ho capito bene se ha sussunto in toto la versione law and order de sinistra 1.0 (l’Idv del buon Tonino, kaputt nei sondaggi dopo l’irruzione della Karma Police) o se ha solo valorizzato i “compagni” più meritevoli e televisionabili, a fare la “rivoluzione civile” di cui vaneggiano sopra una versione oscenamente post punk del Pellizza da Volpedo. Bene che va rosicchiano un po’ a Vendola e un po’ a Grillo e fine della rivoluzione.

Di Berlusconi e della metà campo di destra francamente non vale la pena parlare. Più che altro non me la sento, già ci capisco poco tra nuovi partiti annunciati, primarie virtuali, psicodrammi vari, che mi pare poi si vadano ricomponendo in gioiose rimpatriate sullo skilift, e in più mi sembra che quella del capo sia una partita un po’ mesta. Se voleva giocare non doveva tentare di ammazzare Monti, ora non vuole arrendersi all’idea di non avercela fatta e continua ad alzare la posta con una coppia di jack in mano. Forse cerca la bella morte, con tutti quei nipotini. Che tristezza.

Alfine arriviamo a lui, al Maya di Bettola: l’uomo più sottovalutato del 2012. Proviamo a tornare con la mente, per un attimo, a un anno fa. Bersani era leader di un partito senza capo ne coda, o meglio con un capo, lui, assediato da un migliaio di codazzi impazziti convinti di essere qualcosa o qualcuno. Aveva appena digerito Monti, nonostante i sondaggi gli avessero ripetuto fino alla noia che se andava a “votare sotto la neve”, come strizzava l’occhietto il perfido Giuliano Ferrara, avrebbe fatto cappotto.

Monti aveva cominciato subito a picchiare come un fabbro, proprio là dove il dente duole: nella sua base di pensionati e aspiranti pensionati e annunciava sfracelli nel pubblico impiego, proprio là dove il Pd ha il consenso vero e il Sindacato tiene il suo ultimo bastione. Renzi e i “giovani”, spalleggiati dagli infingardi media liberali, lo bastonavano un giorno si, l’altro pure e appena per qualche ragione se ne dimenticavano o si facevano un week-end in pace, Rosy Bindi rilasciava un’intervista.

Ora, dopo aver accettato la sfida di Renzi (non era obbligato a farlo, anzi) e averla vinta di oltre venti punti, ha stupito tutti gli addetti ai lavori e ha indetto le primarie per la scelta dei parlamentari: prima assoluta nella storia repubblicana. Naturalmente, con sardonico cinismo emiliano, ha scelto la data più bulgara possibile, 29 e/o 30 gennaio, si è accaparrato una quota importante di nomine dirette e ha scatenato un sostanziale delirio politico-organizzativo nel partito. Chi può dirgli niente?

Risultato: l’uomo contro il partito liquido, del collettivo contro i personalismi, si è svegliato come il leader più craxiano degli ultimi vent’anni, al cui potere tecnicamente iperplebiscitario (due primarie vinte di fila) si somma la “fedeltà di progetto” degli eletti in Parlamento, del Pd e di Sel (che non a caso ha tenuto analoghe primarie, gli stessi giorni): gli devono tutto, se fanno casini stavolta li linciano. Non più caminetti, al massimo qualche pacca sulle spalle alle vecchie glorie, e azzeramento delle correnti da parte degli elettori. Una piccola apocalisse, con un solo cavaliere.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

19 novembre 2012

KARMA POLICE

“La vita sulla Terra, come la conosciamo, non sarebbe possibile senza la protezione esercitata dal campo magnetico. Secondo studi recenti la magnetosfera sarebbe interessata da un processo d’indebolimento. Si tratta di un processo lento, ma progressivo”. Non è il solito buco web di untorelli new age (il capovolgimento dei poli magnetici era uno dei must apocalittici in vista del 21/12/2012) ma un comunicato dell’Esa, l’Ente spaziale europeo, che sta lanciando una nuova missione per capire che diavolo sta succedendo: “nei prossimi anni il campo magnetico potrebbe arrivare a un punto di non ritorno, a un livello mai conosciuto dall’uomo”.

A un mese dalla fine del calendario Maya, tutto si può dire fuorché il mondo scoppi di salute. Con gli occhi ancora colmi delle immagini della capitale dell’Occidente, sfregiata dagli elementi nell’intimo dei suoi muscoli architettonici lanciati contro il cielo, la puzza di guerra che arriva dal Medio Oriente lascia presagire un Natale all’insegna del terrore. Allo strazio delle vittime e alla disperazione dei bambini ebrei e palestinesi si aggiunge la paranoia di una guerra vera, con Israele da una parte, il mondo arabo dall’altra e alcune testate nucleari (vere e presunte) in mezzo.

Tutto questo dopo che il segretario di stato Usa, Hillary Clinton, ha annunciato la propria indisponibilità a ricoprire l’incarico nel nuovo governo di Obama. Gli occhi di tutto il mondo sono ancora una volta puntati su di lui, l’uomo del discorso del Cairo. Il Papa Nero è stato appena rieletto, non certo in pompa magna come hanno raccontato con consueta cialtronaggine paesana dalle nostre parti, ma pur sempre con un margine molto superiore ai pronostici della vigilia, sia nel voto nazionale che tra gli stati grandi elettori.

Naturalmente sono tante le ragioni della vittoria di Obama, a partire dall’inadeguatezza goffamente robotica del suo avversario, ma fra tutte spicca l’operazione Chrysler. Sergio Marchionne, il nemico giurato della sinistra italiana, è stato il protagonista dell’evento più atteso dalla sinistra worldwide: il beniamino dei liberal di tutto il mondo rieletto presidente grazie al salvataggio di Stato del colosso dell’auto americana, con i lavoratori a metà stipendio e il plauso unanime del sindacato.

In coincidenza con la fine del calendario Maya, o forse per via della perdita di vigore della corazza naturale del magnetismo terrestre, che impedisce alla Terra di trasformarsi in un Marte o in una Venere, pare che la polizia del karma si stia incaricando di recapitare i suoi paradossali verdetti con crescente impazienza. Non solo il Papa Nero made in Fiat, dunque, ma una serie di piccole scorribande di riequilibrio karmico che sembrano proprio non poter aspettare oltremodo.

“Milano è un villaggio. Tutti sapevano tutto di tutti. Lui arrestava, istruiva processi-bomba, percorreva in favore di telecamere corridoi fatali accompagnato da avvocaticchi con i quali concordava l’uscita degli arrestati dalle camere di sicurezza in cui si riscuoteva con la paura del carcere la confessione, ma già si sapeva tutto di quel coraggioso magistrato in carriera politica. Si sapeva che non era uno stinco di santo, che le sue cadute di stile erano piuttosto pesanti, che il tout Milan era pieno di gente di denari che aveva avuto rapporti spuri con l’ex poliziotto laureato di fretta e messo lì a fare da battistrada dei professorini dell’anticorruzione del pool, si sapeva quel che è venuto fuori pubblicamente dopo, e cioè che aveva avuto rapporti inconfessabili con un pezzetto dei servizi diplomatici (e altro) americani, che la sua storia di pm antipartito era la storia stessa di come veniva calando la cortina di ferro della guerra fredda.”

Il prosaico cade male, nella strapaesana italiana cosiddetta Terza repubblica (in fieri). La faccia di Di Pietro, davanti alla gendarmeria della “commissaria Gabanelli”, come la chiama Giuliano Ferrara nel suo articolo definitivo, sembrava proprio quella del “mariuolo” di craxiana memoria colto con le mani nella marmellata. Sadicamente, ma non troppo, in diversi hanno rievocato la bavetta di Forlani, in aula al processo Enimont: la giustizia infatti non solo (o non tanto) è uguale per tutti. Ma è – soprattutto – equilibrio.

E una volta che si mette in moto, il processo di assestamento non si arresta sino a quando non c’è un equilibrio nuovo. Così capita di assistere alla triste parabola discendente dell’ex Caimano dei caimani, ridotto a mitragliare a salve, a giorni alterni, il governo in carica e a ritrovarsi puntualmente svillaneggiato dai giornali (che un tempo non troppo lontano lo onoravano di una demonizzazione a nove colonne) a pié di pagina, in angoletti troppo angusti per l’ipertrofico ego che scalcia ancora dai titoli.

Oppure di scoprire che dopo tanto bla bla rottamatorio, tra i “Fantastici 5” candidati alle primarie l’unico che azzarda qualcosa di politico (la riforma fiscale capace di assorbire l’evasione = mettere i cittadini in contraddittorio finanziario = fare scaricare tutto a tutti) e scalda i cuori della sinistra del web si chiama Bruno Tabacci, ha centotrentacinque anni ed è un cazzuto di democristiano. Quelli che l’hanno capito per primi, gli agenti segreti della karma police, sono i Marxisti per Tabacci. Normale, poi, che il compagno Bruno sbugiardi le velleità nuoviste del giovane turco Renzi, menandogli calci negli stinchi per tutta la pallosissima versione-primarie dell’X Factor di Sky.

Il pallido Matteo ormai arranca palesemente e certo non aiuta che due tra i suoi economisti di riferimento – Alesina e Zingales – abbiano dichiarato di sostenere Romney. Un amico di tFP, pochi giorni prima del voto, mi ha scritto che “Obama è diventato lo spartiacque fra buoni e cattivi”. L’hanno spiegato anche a Renzi? Intanto Casaleggio, Grillo & associati, liberati ormai dallo stereotipo dei liberatori e ventre a terra nelle purghe d’autunno, continuano a scavare indisturbati, lasciando agli esodanti il continuo rimpallo della propria inconcludenza. Manco la legge elettorale sono riusciti a cambiare.

Per quadrare il cerchio, infine, il rottamator cortese si è candidato segretario del Pd, in Lombardia hanno candidato a furor di partito l’ennesimo “civico”, di sicuro spessore ma conosciuto dal grande pubblico solo per il tragico lutto (continuare a tirare in ballo orfani e vedove oltre a essere macabro e patetico inizia a risultare avvilente), che per prima cosa ha tentato di abolire le primarie e Crocetta neo-presidente della Sicilia ha annunciato Franco Battiato neo-assessore alla cultura. Quello di “mandiamoli in pensione i direttori artistici, gli addetti alla cultura”. Addavenì.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

21 aprile 2012

CACCIA ALLA STREGA


“Siamo arrivati a dover leggere in un dispaccio di agenzia «se la ‘nera’ non dovesse arretrare dalle sue posizioni…». La Nera è naturalmente la vicepresidente del Senato Rosy Mauro, coinvolta nel malaffare che sta travolgendo i vertici della Lega. E se dalla prosa della cronaca transitiamo ai piani alti del giornalismo, ecco, con rinnovata passione lombrosiana, corsivisti e grandi firme affondare la penna non sul reato ma sul corpo, sfregiandolo (la badante, la strega, la terrona, mamma Ebbe, la virago), fino a insistere sulle sue mani rosse e nodose, come tocco finale di un rogo intellettuale.”

Norma Rangeri sul manifesto inquadra alla perfezione i termini della questione. Il sacerdote pagano, officiante per conto del matriarcato guerriero della Lega Nord, è stato azzoppato là dove non si può difendere senza farsi da parte e il lesto salvatore della padana patria s’è fatto sotto. Si può immaginare pure che, in un classico patto fra maschietti a suon di puzza di sigaro da circolo della caccia, l’eterno delfino Maroni abbia concesso clemenza alla family del Capo.

Infatti la direzione leghista, dopo la notte delle scope del “pulizia! pulizia! pulizia!”, su Bossi jr. ha glissato, cavandosela con un blando apprezzamento per il senso di responsabilità dimostrato mollando la cadrega. Belsito, lombrosianamente colpevole per definizione, andava cacciato di default, e sulla moglie del Bossi, fondatrice della Lega e negromante in capo, tutti si sono ben guardati da spiccicar parola.

Rimaneva lei, la goffa e trashissima vicepresidente del Senato dalle “mani rosse e nodose”, pure terrona di Brindisi. Lei faceva parte della famiglia solo in quanto “badante”, quindi Maroni & Co. hanno potuto esigere lo scalpo. Il leghista “buono”, amico di Saviano e del club dell’antimafia militante, è arrivato ad auspicare la nascita di un sindacato padano vero, diretto da un padano vero. Un trionfo di maschilismo e razzismo shakerati insieme, per lisciare il pelo alla “base”.

“Quando si dice che stiamo assistendo a una Tangentopoli al cubo, sappiamo che il contraccolpo non sarà un pranzo di gala. E dal lancio delle monetine siamo passati alla lapidazione.” Probabilmente Maroni, Tosi e tutta la simpatica compagnia di rinnovatori leghisti credono di avere a che fare con una manica di rozzi dementi, a cui basta dare in pasto la donnaccia del Sud e il tesoriere infingardo per potersi rivendere una catarsi etica talmente rapida da far sorridere anche i più gonzi.

Maroni ha chiesto e ottenuto il congresso a giugno, perché sa di non avere rivali con Calderoli mezzo azzoppato dalle inchieste pure lui, ma per i sondaggi la Lega è in caduta libera e l’ex ministro degli Interni rischia di fare la fine dell’altro delfino eterno intelligente di vent’anni fa. Colpisce che la nuova Tangentopoli cali come una mannaia proprio durante il ventennale delle imprese di Di Pietro e Borrelli. Ma siamo proprio lì. Con Bossi al posto di Craxi e Maroni-Martelli in fila da una vita. Intorno a loro, i monatti del mainstream che giocano alla lotta nel fango. Come allora, ma chi è il nuovo Bossi?

“Ma quant’è furbo, da uno a dieci, Beppe Grillo che sta girando l’Italia per spiegare che lo scandalo della Lega è una trama dei giudici servi di Monti contro l’opposizione? «Tocca alla Lega, poi a Di Pietro e quindi a noi!». Quant’è abile a urlare in piazza e su YouTube una tesi innocentista e complottista a proposito delle porcate della family, quando perfino Bossi ha dovuto scaricare il figlio e il Cerchio magico. A corteggiare i leghisti spaesati dagli scandali con il no alla cittadinanza per i figli d’immigrati, a costo di sfidare le ire dei blogger, e il ritorno alla parole d’ordine dello sciopero fiscale contro la corruzione politica.”

L’autorevole monito ai coscienziosi lettori del giornale-partito di Largo Fochetti di Curzio Maltese aiuta a mettere le cose nella giusta prospettiva. Il big bang leghista suona come allarme rosso per tutti, inclusa la bolgia d’indecisi a tutto del centrosinistra di palude. Nei sondaggi Grillo è già il terzo partito, 7 per cento e passa, dopo Pd e Pdl poco sopra il 20. Bersani è già lì che ammonisce serio serio, mentre Vendola, che per un po’ ci aveva pure creduto, dopo la tegola dell’inchiesta sulla nomina del primario pugliese, ha ancora voglia di tuonare.

“Il rischio è che i voti della Lega vadano nel fiume sporco dell’antipolitica perché o il centrosinistra sarà in grado di mettere al centro della sua battaglia la questione sociale e quella morale nel loro intreccio, oppure il rischio è che possa prevalere il peggio, come nelle più brutte stagioni della nostra storia. Dopo la crisi dei partiti nel ’92 è venuto fuori Berlusconi”. Ci vuole un bel coraggio.

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19 dicembre 2011

NON È UN PAESE PER TECNICI


“La verità è che l’Italia è stata fondata su basi marce e ci abbiamo mangiato tutti: evasori, statali che non facevano un cazzo e con il doppio lavoro magari si potevano permettere di cambiare una volta in più la macchina, così allo Stato tornava comunque indietro almeno l’Iva…”. Secondo Claudio il Tappezziere, economista di riferimento oltre che asso del tressette nel circolo
radical chic bolognese che frequento, c’è poco da fare.

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro degli altri, quelli che “alla mattina escono di casa per tirar su la serranda, andare in fabbrica o fare qualunque cosa”. Quelli che tutte le volte che il Paese si trova nella merda, gira e rigira alla fine si trovano il conto da pagare. È successo nel 1992 con la mitica finanziaria di Amato, poi coi sacrifici per entrare nell’Euro, ora col salasso per tentare di tenerlo in vita.

Bonanni buca i media dicendo che la manovra finanziaria poteva scriverla anche suo zio perché coglie lo spirito dei tempi, che aleggia maggioritario in tutti i Bildenberg di basso borgo del Belpaese. La consueta ingiustizia sommaria che si salda all’impotenza atavica di un potere spuntato, anche se ammantato per l’occasione di sobrietà professorale, per mettere qualche toppa. L’Italia è sempre quella del Marchese del Grillo.

Presumibilmente il “sadismo professorale” del “bullo intellettuale” diventato premier a furor di Twitter, ritratto da Annalena Benini con impeccabile perfidia, ha contribuito ma non è stata la causa scatenante. Il duce in loden, senza amici nel Palazzo, è parso un toccasana proprio a causa del disprezzo manifesto con cui ha trattato l’odiata casta. Non è neppure colpa della stangata, alla fine se l’aspettavano un po’ tutti.

È stata quella raggelante sensazione di déjà vu, schiaffoni ai soliti noti mentre i furbi si squagliano, unita all’italianissima vigliaccheria del non ammettere la Caporetto delle sempiterne riforme perennemente annunciate. Il Commissario Monti, lo stesso che ha inchiodato Microsoft, è stato messo sotto scacco da tassisti e farmacisti di casa nostra, oltre che dal veto sull’asta delle frequenze televisive. Per ora, a sentir Passera, ma gli altri non hanno goduto del privilegio di tale dilazione.

“Poi anche questo ‘contributo di solidarietà’ per le pensioni d’oro… Se prendi centonovantanovemila euro l’anno niente, con duecentomila te ne fan fuori trentamila. Non potevano tassare in modo progressivo?” Il diavolo si nasconde nei dettagli, Claudio il Tappezziere mette di nuovo il dito nella piaga e s’infervora: “Posso dire una cosa? Voi che siete giovani perché non andate in piazza a protestare?”

Nel clima surreale di questo Natale 2011 in odore di austerity, anche la piazza è un’arma spuntata. L’hanno capito bene gli anarchici che hanno spedito la bomba a Equitalia: a memoria d’uomo non ricordo un attentato, peraltro così vile e meschino, che abbia goduto di tale popolarità. Non solo i social network ma pure i bar con la birra sono un tripudio di “hanno fatto bene, quelli sono proprio il peggio”.

La coincidenza di analisi, poi, tra opposti estremismi rende il clima ancora più sinistro e cupo. Anarchici e Boghezio, leghisti vestiti da operai in Parlamento e rifondatori del Pci che gridano al complotto delle banche, insieme a Ferrara, Feltri, Bossi, Vendola, Tremonti e Di Pietro e agli editorialisti del manifesto, i sindacati e la Mussolini. Come stupirsi, in un clima del genere, dei proiettili ai politici recapitati da nuovi brand terroristici che sgomitano per il loro posticino nel Tg delle otto?

E mentre anche il New York Times getta la spugna e ammette la sua delusione per la manovra di Monti, nel Belpaese la fiction post-berlusconiana in crisi d’identità si va a sovrapporre a una realtà sempre più recessiva e deprimente. Così può accadere che l’onorevole Scilipoti si metta in combutta situazionista con l’avvocato Alfonso Marra, esperto di signoraggio e leader del Partito d’azione per lo sviluppo, e con la show-girl Sara Tommasi per inscenare una campagna contro le banche.

Le immagini di Sara Tommasi, a braccetto con Scilipoti, che accenna allo striptease in mezzo alla strada e si fa ritrarre come mamma l’ha fatta per promuovere il pamphlet del Marra (onore condiviso con Lele Mora, Manuela Arcuri e Ruby Rubacuori) contro le banche affamatrici, acuiscono l’ésprit de décadence che esala dalle cronache. Come se il teatrino del vecchio impresario più amato dagli italiani avesse deciso di sopravvivergli e stesse progressivamente esondando nella realtà.

Il 2012 incombe…

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6 giugno 2011

ATTENTATO ALLA NEGROMANZIA


“A Nichi Vendola voglio bene. Ma quando va in una città che non conosce dovrebbe ascoltare più che parlare”. Promette proprio bene il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, che non ha digerito il comizietto al solito tempestoso e appassionato con cui il leader di Sinistra e Libertà ha salutato la sua storica vittoria, in Piazza del Duomo. Il carisma da trasferta del governatore della Puglia, aspirante Pisapia nazionale, è stato giudicato inelegante e inopportuno dal “sindaco di tutti”, che ha puntualizzato stizzito che “a Milano si è vinto perché abbiamo parlato dei problemi di Milano”.

Il negromante Vendola, a regola, se la deve guadagnare anche e soprattutto in casa propria e non basteranno i “comizi d’amore” e l’ispirazione poetica per ottenere lo scettro di candidato premier del centrosinistra. Anche il carisma popolano (supponendo che il cosiddetto popolo si disinteressi del tutto ai congiuntivi) di Antonio Di Pietro sembra essere offuscato dalla nuova pop star manettara che, fresco dell’immunità concessa dal Parlamento Europeo nella causa per diffamazione intentatagli da Mastella, ha sbancato l’elezione a sindaco di Napoli con oltre trenta punti di scarto sul candidato del Pdl e senza apparentarsi col Pd.

Ma il grande sconfitto, celebrato da tutti i giornali, che s’è candidato al consiglio comunale di Milano e ha preso la metà dei voti dell’altra volta, è il negromante-capo. L’attuale (e spesso deprecata a vuoto) personalizzazione della politica è una sua creatura, così come la cultura di massa che ha segnato nel bene e nel male l’Italia a colori e ha preparato il terreno. Ora forse gli è sfuggita di mano. L’era televisiva è agli sgoccioli e il solo fatto di dare la colpa della sua sconfitta a Santoro & Co. la dice lunga sulla consapevolezza dell’uomo circa la contemporaneità e i suoi crucci. Berlusconi è invecchiato davvero.

Fini, Casini e Rutelli, aspiranti negromanti da una vita, non se la passano molto meglio. Certo, possono consolarsi con il solito balsamo della rendita di posizione che, un po’ qui un po’ là, garantisce al cosiddetto Terzo polo (che al pari degli altri due è diviso su tutto ciò che in politica è fondamentale: valori, opzioni etiche, visoni del mondo) qualche scampolo di esistenza che solo l’Italia delle eterne signorie non rende del tutto effimera. Niente a che spartire con il sogno finiano della destra legalitaria e liberale che scaldava i cuori anche a sinistra (non sembra passato un secolo?) o con l’improbabile riscossa neo-democristiana dai capelli ormai quasi tutti bianchi, ma ancora abbastanza George Clooney per seguitare a prendere voti in parrocchia (Casini e Rutelli sono interscambiabili a tale proposito).

Chi pare non avere di questi problemi è il segretario del Pd. Bersani è unanimemente considerato l’anti-carisma per antonomasia e, di conseguenza, la nemesi antropologica di negromanti e arruffa-popolo. Di certo l’insperato trionfo elettorale della sua parte politica si deve a una nuova leva di negromanti che, per consolidare il potere acchiappato, si vede costretta ad ammazzare i padri, spesso vecchi e ingombranti. Il rabdomante Grillo l’ha capito al volo con De Magistris (ogm scoperto dal comico genovese e impiantato nell’Idv) e ha tentato di azzannare per primo tirando su il solito teatrino all’italiana.

Con la negromanzia berlusconiana al tramonto e i leader “usato sicuro” di centro, destra e sinistra in potenziale affanno, a Bersani tocca la scelta. Giocare in proprio, puntando sulla sua immagine di “affidabile riformista con la testa sulle spalle”, o puntare su un negromante di partito (c’è?) in grado sia di scaldare i cuori che di governare l’Italia? Non si sa contro chi correrà ma vista la posta in gioco conviene puntare sul migliore, anche se significa sacrificare un po’ di ego. Siam mica qui a smacchiare i giaguari, o no?

16 maggio 2011

MI ASSENTO

Per la prima volta in vita mia oggi non vado a votare. Non per snobismo rancido o cinismo disarmato, solo non sono più disponibile a subire il ricatto. Dell’emergenza democratica, del momento storico delicato, della chiamata alle armi, del richiamo della foresta. Sempre la stessa storia, sempre lo stesso ricatto che pesa come un macigno su chi ha una coscienza politica (o l’avatar spolpato che ne rimane) a cui rendere conto. Oggi smetto.

Se vivessi a Milano sceglierei Pisapia, se stessi a Torino Fassino, a Napoli sarei disperato e a Bologna almeno mi rimarrebbe Willie. Invece dovrei andare a votare per la Provincia di Ravenna e intendo illustrare qui le ragioni per cui non ho intenzione di farlo. Non per espiazione anticipata né (spero) per esibizionismo da blogger, è che mi pare giusto illuminare quella parolina che chiude un po’ mestamente le tabelle della tv: astenuti.

Forse tutti gli astenuti anonimi hanno una ragione valida per accettare di buon grado di finire così in basso nella gerarchia civica, proprio il giorno della festa della democrazia. Non più al calduccio di uno dei loghetti colorati che ornano (contornati da numeri e percentuali) le prime serate dell’Italia al voto, ma nel gelido e anaffettivo “astenuti” esclamato dallo speaker in tono ospedaliero a margine dei piatti forti del match politico di giornata. Chi legge penserà: ecchissenefrega di che fa Orione domenica? Non ha tutti i torti, ma in fondo leggere è come votare: si può smettere in ogni momento.

Dicevo: Ravenna, provincia. Il paese dove vivo da qualche anno è piccolo e privo di grossi problemi/opportunità. La dialettica politica di solito si risolve in saghe strapaesane dove maggiorenti, rampanti e famiglie che contano incrociano le lame per definire il perimetro del proprio potere. Lo dico senza astio né alcuna sfumatura moralista, sia ben chiaro, mi pare semplicemente la trasposizione contemporanea delle disfide tra famiglie ai tempi dei Comuni, delle Signorie, del Papato temporale e del Sacro Romano Impero. Nulla di male, niente di nuovo.

Il tema politico locale che interessa me è la costruzione della centrale a biomasse al posto dell’ex zuccherificio Eridania: un chilometro da casa, mezzo dall’asilo di mio figlio. Non starò a tediare sui dettagli (è tutto in Rete, come al solito), basti sapere che: a) in zona non ci sono biomasse; b) non sono previsti risparmi economici per i residenti; c) l’impatto ambientale mi preoccupa e le spiegazioni delle amministrazioni di centrosinistra non mi hanno convinto; d) la devastazione di Palazzo San Giacomo, perla del barocco italiano che ha la sfiga di essere stato costruito (quasi quattro secoli fa) affianco, è quasi certa; e) “riqualificare il territorio” a suon di camion e asfalto mi pare una roba barbarica e antistorica.

Naturalmente non c’è solo la centrale a biomasse di Russi nelle elezioni di domenica ma nella mia lista di priorità è al primo posto. Quindi gli sponsor, Pd, Pri (e mi sarebbe piaciuto votarla, l’Edera romagnola) & company, sono out: tutta la parte sinistra della scheda. Rimarrebbero quelli di Di Pietro (contrari e intruppati, come al solito), ma piuttosto voto per Berlusconi. Poi, tolti Storace e Forza Nuova, rimangono Lega-Pdl (contrari alla costruzione della moschea di Ravenna, vero e proprio spartiacque ideologico tra buoni e cattivi), Udc e Fli (pro-centrale) e l’appassita lista civica dei comitati anti-centrale di cui ho rimosso il nome, crudelmente cacofonico.

Di certo è colpa mia, non mi va mai bene niente / sono un bastian contrario (o un anarchico bolognese in trasferta, come me la racconto io), ma alla Provincia di Ravenna non so per chi votare. Quindi passo e cito La profezia dei Celestini di Stefano Benni, per darmi un contegno (che non ho) e portare un po’ di conforto ai compagni dell’anonima astenuti “negli angoli delle città e della storia”.

“Il Grande Bastardo disse ai suoi discepoli Pantamelo e Algopedante: ‘È proprio dei giovani come voi essere affascinati da stregoni e sortilegi, e pensare che a essi sia riservato il privilegio di donare la fortuna e cambiare la vita. Ma esistono altre persone che compiono miracoli e prodigi, nascoste negli angoli delle città e della storia. Se vedi uno stregone con un copricapo di piume di orokoko che cammina sopra i tetti, fa volare le edicole e fa cadere polvere d’oro sui passanti, può darsi che la tua vita stia per cambiare, ma molto più probabilmente stai vedendo un video musicale.

Se vedi una persona che non si rassegna alle cerimonie dei tempi, che prezioso e invisibile aiuta gli altri anche se questo non verrà raccontato in pubbliche manifestazioni, che non percorre i campi di battaglia sul bianco cavallo dell’indignazione, ma con pietà e vergogna cammina tra i feriti, ecco uno stregone. Quando non c’è più niente da imparare, vai via dalla scuola. Quando non c’è più nulla da sentire, non ascoltare più. Se ti dicono: è troppo facile starne fuori, vuol dire che ci sono dentro fino al collo. Vai lontano, con un passo solo’.”

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4 ottobre 2010

OPPOSIZIONE DE CHE?

“Il popolo viola organizza il No B Day 2, Micromega un’altra manifestazione, il Movimento a 5 stelle fa la sua Woodstock a Cesena: tre eventi a distanza di pochi giorni. Sono in molti che vorrebbero partecipare a tutte e tre le manifestazioni perché molte sono le cose in comune. Saranno molte anche le differenze, ma quelle non spaventano nessuno ed è giusto che ci siano… Per salvare il paese ora serve unirsi e fare pulizia”. Queste parole, tratte dalla pagina web del No B Day 2 e riprese dall’Unità, rappresentano bene lo spirito dei tempi.

Non c’è solo Fini all’opposizione, quindi, ma un sacco di altra gente un po’ sparpagliata. Il nuovo appuntamento con il popolo viola, quelli dell’opposizione dura e pura a Berlusconi, ha deciso di chiamarsi No B Day 2, come il seguito di un videogioco e, come tutti i sequel in tono minore, è stato accompagnato da polemiche, fraintendimenti e beghe interne inerenti la leadership (e che sennò?), il rapporto coi partiti, i quattrini.

“Vorrei riflettere a voce alta sul fatto che ogni qual volta s’incontrano centinaia di migliaia di persone?vanno in fumo decine di migliaia di euro, mentre c’è tanta gente in giro e sono sempre di più? coloro che non riescono ad arrivare a fine mese”. Domenico non è un provocatore infiltrato, assicura la sua partecipazione empatica, ma si mette a fare i conti in tasca ai professionisti della gita anti-premier. Chissà che anche qualcun altro non si metta a fare i conti politici in tasca ai professionisti dell’antiberlusconismo militante e ai partiti che ci hanno sguazzato. A che pro si va in gita contro Berlusconi, la sfiga e la nebbia, ogni autunno che gli dei mandano in terra?

Di certo è contento Di Pietro, che ha pure festeggiato gli anni in piazza e, a regola, anche Vendola, a cui l’ennesimo tentennamento borbottante del Pd ha concesso una passerella in solitaria in rappresentanza della sinistra tutta, piuttosto utile per le prossime primarie. E magari qualche malato di berlusconite avrà trovato nel No B Day 2 un balsamo momentaneo all’insopportabile rabbia che gli riempie la pancia tutte le volte che lo vede comparire alla tv da un numero sconcertante di anni. Poi, però, torna sempre il lunedì.

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30 settembre 2010

E FINI MANDÒ IN TILT LA RETE


“Quello di Adro ormai non è più un caso politico: è un caso umano”. Questo è l’incipit lapidario dell’articolo di Michele Brambilla sulla Stampa sul celebre caso Adro (settecento soli delle Alpi, simbolo elettorale della Lega Nord, disseminate su banchi, cancelli e muri della scuola, pubblica, intitolata a Gianfranco Miglio).

A parte l’ironia, il pezzo (“Il sole delle Alpi fa male”) segnala che la fissazione per la pisciata territoriale pare non essere circoscritta alla sola Adro (che ha eletto a furor di popolo il buon Lancini, già noto per aver cacciato i bambini poveri stranieri dalla mensa scolastica e, poi, per aver imposto il menù padano a tutti) e soli celtici, guerrieri e spadoni spuntano come funghi nel profondo nord, insieme ai primi casi di malgoverno e poltronismo (sindaci e presidenti di provincia che non rinunciano al seggio a Roma e Strasburgo, quell’altro che andava in vacanza in auto blu, ecc.). Il Pd di Reggio Emilia, dopo aver pagato dazio alle ultime tornate elettorali, ha deciso di contrattaccare: “Roma ladrona? La Lega sta in poltrona”.

In questo scenario, con la Lega al 12 per cento e il Pdl in liquefazione al nord, non stupisce che il teatrino Berlusconi vs Fini, in scena dallo scorso aprile, continui a monopolizzare l’agenda. Il presidente della Camera e il premier si disprezzano profondamente ma è dal 1993 (anno dello sdoganamento) che non possono fare a meno l’uno dell’altro e se ogni divorzio è un trauma in questo caso c’è di mezzo l’Italia intera. Fini però, a differenza di Berlusconi (che fa 74 anni in questi giorni e si lambicca con operazioni di bassa cucina algebrico-politica, invece di festeggiare ai Caraibi come Zeus comanda), è in forma smagliante. Fli ha retto, la costante denuncia del governo a trazione leghista apre praterie elettorali al centro-sud e ha sfondato a sinistra tra i moralisti-legalisti che votano Di Pietro e/o Grillo.

L’annuncio del videomessaggio, poi, è stato un vero e proprio colpo di genio. Se le cronache narrano di una sofferta mediazione famigliare, quel che è certo è che i server erano in tilt e il video ha cancellato mediaticamente pure la malinconica Woodstock di Grillo, con Dario Fo sul palco dell’Ippodromo di Cesena a elogiare il coraggio di Fini “contro i furfanti”.

“Roma ladrona? La Lega sta in poltrona”, campagna del Pd Reggio-Emilia è qui.
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13 luglio 2010

OPPOSIZIONE SUL WEB


“In assenza di opposizione «esterna» — il centrosinistra, privo di identità, sembra incapace di essere un’alternativa ideale e programmatica credibile — il centrodestra si è creato un’opposizione «interna».” Piero Ostellino sul Corriere della Sera rinverdisce la quotidiana consuetudine nazionale alla bastonatura di Pd e soci, rei di non contare nulla (né di fare granché per riuscirci) proprio durante l’apparente implosione in corso nella maggioranza di governo in diretta mainstream e con apici di autolesionismo degni, appunto, della sinistra (il match Bocchino vs resto del Pdl sul caso Verdini è solo l’ultimo e più chiassoso esempio).

Sparare sul Pd è diventato una pratica talmente diffusa e bipartisan (Valentino Parlato domenica sul Manifesto non è stato certo più tenero di Ostellino con Bersani e la ditta) da suonare ormai fastidiosamente oziosa. Non che il resto dell’opposizione brilli per acume progettuale alternativo. Vendola è impegnato nell’ennesima insopportabile metafora operaista (la Fabbrica di Nichi), messa in piedi da gente che in fabbrica difficilmente ha mai messo piedi, capace di sfornare un’altra verbosa kermesse (gli stati generali, forse i trentesimi convocati da ogni sinistra in circolazione) e di chiamarla Eyjafjallajökull – Eruzioni di buona politica – umiliando in termini di dadaismo (involontario nel loro caso) Rondolino (che su The FrontPage ha declamato il suo “elogio del vulcano islandese”).

Il karma manettaro di Di Pietro gli si sta rivoltando contro (il figlio sotto inchiesta, le foto con gli spioni, i sospetti sulla gestione familiare dei fondi del partito) e i compari di tante crociate (Flores D’Arcais, Grillo, De Magistris) gli stanno voltando le spalle uno a uno a suon di oblique prese di distanza, fronde interne o furiose graticole mediatiche. Casini flirta di nuovo col premier in panne e quindi potenzialmente più generoso (col cinismo realista dei democristiani), Ferrero fa il doppio lavoro tra Regione e partito e Pannella vuol mangiarsi pure Bordin.

In questo scenario desolante è uscita la campagna del Pd dell’Emilia-Romagna (realizzata dalle Lance Libere) contro i tagli agli enti locali imposti dalla scure di Tremonti: sito, profilo su Facebook, 450000 cartoline da spedire all’inquilino di via XX Settembre e molteplici opportunità di partecipazione. Non sarà la rivoluzione d’ottobre ma si capiscono bene le ragioni concrete per cui i cittadini (a parere del Pd) dovrebbero essere incazzati col governo. E per una volta bavagli, amanti, tangenti e P3 non c’entrano niente.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
L'immagine viene da qui.

6 aprile 2010

BERLUSCONI 2.0


“Guardate qua donne", il contributo di Lupo Michele alla fan page di Silvio Belrusconi è inequivocabile. Trattasi di una foto che raffigura la scultura di un enorme pene eretto, piantonato da una pattuglia circolare di lanterne multicolore. Le dimensioni sono rivelate dalle due minuscole figure di sesso femminile, in piedi di fronte all’enorme totem. Lupo Michele è uno dei 223.058 fan del presidente del consiglio (che hanno già postato più di 3700 foto), tra cui Arianna Cacciotti, che lunedì sera saluta la compagnia così “Bonanotte Popolo. Buonanotte Presidente. Non fatevi troppe canne stanotte Violacei.”

“Ora che anche Berlusconi è su Facebook ci siamo davvero tutti". Secondo Rienzi, il sindaco di Firenze "i social network e internet in genere hanno cambiato tanto il modo di fare politica. Anche se Berlusconi aveva già un'efficacia comunicativa notevole.” Adesso che ha imboccato la strada dell’alfabetizzazione tecnologica in una settimana (e senza scrivere nemmeno una riga di politica) su Facebook ha tirato su più o meno lo stesso numero di fans di Veltroni (26000 e rotti), Bersani (circa 20000), Di Pietro (quasi 78000), Vendola (87000), Emma Bonino (16000), Rosy Bindi (8700) D’Alema e Pannella (5000 a testa) messi insieme.


“Sono convinto che nel momento in cui si interviene su temi così importanti, sia fondamentale ascoltare i suggerimenti dei cittadini. Ecco perché utilizzeremo Internet e Facebook” afferma Berlusconi nel videomessaggio al Giornale, chiudendo così – almeno simbolicamente – l’era pre-tecnologica della destra italiana, quel breve lasso di tempo in cui la sinistra ha avuto la possibilità di acquisire una posizione dominante in Rete (dopo esser stata per oltre vent’anni sotto scacco televisivo). Grillo e Di Pietro ci campano da un pezzo e il cosiddetto “popolo viola” ci è nato dentro. Ora arriva la corazzata Berlusconi.


Quello di Facebook, peraltro, potrebbe essere solo l’antipasto. Antonio Palmieri, responsabile internet del Pdl ha una strategia: “a breve lanceremo il sito ilgovernodelfare.it, affiancando il cammino delle riforme, interrogando e facendo partecipare direttamente gli italiani. Ci sarà quindi un “gazebo telematico” per chiedere ai cittadini che tipo di riforme vogliono”.


“Guardate qua donne” l'ho presa qui.

L'articolo è stato pubblicato oggi su "The Front Page".

15 marzo 2010

SUPERTAR

"In qualche modo è una data storica, che verrà ricordata nei libri di comunicazione".
Aldo Grasso colpisce nel segno perché, al di là degli annunci epocali (un po’ ovvi considerata la location), la “Mentana Condicio” è una bella idea già diventata evento. Il blackout dei talk show “politici” (“basta teatrini!”) aveva aperto una breccia, creato d’improvviso un mercato: quei 5 milioni di italiani, consumatori assidui (quando non veri e propri tossici) di informazione. “Vietati in tv, liberi sul web” è il claim della trasmissione che il disoccupato di lusso Mentana ha inaugurato sul sito del Corriere della Sera (che a ogni puntata invia legioni delle sue penne migliori).


“Allora eccoci qua… è inutile che vi faccia qualsiasi pistolotto perché se avete cominciato a seguire queste immagini sapete già di che si tratta… facciamo qui quello che non si può più fare sulle televisioni nazionali…”.
Nella prima puntata un La Russa in gran spolvero (era reduce dalla performance fascio-dadaista alla conferenza stampa del premier, il mattino) si è misurato con il vice segretario del Pd, apostrofato da Mentana con un bel “ma lei parla proprio come un libro stampato” (lui non ha battuto palpebra, per tutta risposta). Per quasi un’ora, in un clima semidomestico, i due se le sono date (cioè: La Russa ci provava ma Letta era come Mister Fantastic) incalzati dalle pop star “castiste” Stella-Izzo. Il comizio della seconda puntata, invece, è stato usato da Di Pietro per annunciare la fine delle ostilità nei confronti del Quirinale, in vista della réunion
unionista di sabato 13 marzo.

Per un paio di giorni la Rete ha preso il posto della tv, Santoro pure ha annunciato la versione online di “Annozero”, rendendo l’elettrodomestico del Novecento ancora più antico. Poi SuperTar ha mollato un altro ceffone a Berlusconi (dopo la sentenza che ha cassato la lista del Pdl a Roma, sbertucciando con un tratto di penna il famigerato decreto-colpo di stato) e ha dato ragione a Sky e La Sette, che avevano fatto causa contro il provvedimento che vietava i loro talk show (e le loro entrate pubblicitarie). Quella di Mentana rischia di rimanere una talentuosa parentesi.
 

L'articolo è tratto da The Front Page, dov'è stato pubblicato con un altro titolo.

1 dicembre 2009

IL PD HA DUE ANNI

Al compimento del secondo anno di vita, almeno su una cosa quelli del Pd si possono dire tranquilli: il partito esiste. Devono averlo percepito anche gli elettori, che non a caso (come ci racconta Ilvo Diamanti nelle sue consuete “mappe” su Repubblica) cominciano a (ri)preferirlo al partito di Di Pietro, la cui estemporaneità personalistica sta cominciando a mostrare la corda. Alla lunga la realtà vince e anche il più ingastrito antiberlusconiano deve farci i conti, soprattutto in tempi di crisi e insicurezze, e comincia a pesare la qualità delle proposte e la credibilità di chi le avanza con occhio più guardingo.
Il Pd non è certo un modello di partito con le idee chiare, ma si è diviso in una lunga (un po’ autistica ma certo democratica) campagna interna che gli ha permesso di (ri)trovarsi e di serrare i ranghi. Uno sforzo di verità percepito.

A poco più di tre mesi dalle elezioni regionali il calo nei sondaggi di Di Pietro e della sinistra e l’avanzamento del Pd e di Casini sembra indicare proprio una richiesta di concretezza degli italiani per uscire dal pantano della crisi un po’ meglio di come ci si era entrati (già in crisi). Chi concentra il poco fuoco mediatico a disposizione contro Berlusconi rischia di apparire l’ennesima replica di sé stesso, peraltro fuori tempo massimo.

Lui, infatti, non è più fra noi.
Dopo che “Rolling Stone” (che non è una rivista ma un’icona sacra) lo ha sbattuto sulla sua leggendaria copertina, perdippiù ritratto dal designer americano Shepard Farey (quello del manifesto con cui ha “cheguevarizzato” la acampagna elettorale di Mister Obama), per “la sua capacità di stare come nessun altro sotto le luci della ribalta e distinguersi per uno stile di vita degno delle migliori rockstar”, il discorso è chiuso.
Se già prima poteva esserci qualche sospetto che attacchi e manifestazioni non facessero altro che rafforzarlo, ora il Rubicone è  varcato del tutto. Infatti Vittorio Macioce su “il Giornale” può commentare così il lieto evento (la copertina):
“È una serigrafia di Andy Warhol che ti insegue e si ripete all’infinito, cambiando colore, forma, idioma. È Marilyn. È Jacqueline. È Mick Jagger. È mister President. È la Coca-Cola. È come un poster di Che Guevara. È quello che sottoscrive David Bowie: «Per me la musica è il colore. Non il dipinto. La mia musica mi permette di dipingere. Me stesso».”

Macioce ha ragione e anche la metà d’Italia che non si fa sedurre dal grande seduttore s’è rotta le balle e non ha più tempo né voglia di sentire quanto è brutto e cattivo. Quindici anni con gli stessi titoli di giornale sono lunghi per tutti.
Il problema è che – oltre sedurre – Berlusconi in trent’anni ha creato un blocco sociale e culturale assai omogeneo a sostegno della propria avventura. Alla sinistra (in tutte le versioni in cui si è presentata) è riuscito talvolta di scalfirne i margini o di scompaginarne il format politico che l’ha via via rappresentata, ma mai di uscire dall’agenda, dal ritmo e – soprattutto – dal linguaggio che Berlusconi ha imposto. Nel bene e nel male.

Naturalmente un modello culturale alternativo (alla società tv-centrica cristallizzata al 1989) esiste e in tutto il mondo si sta affermando con grande rapidità: è la rivoluzione tecnologica del web, dei social network e dai media interattivi (smart phone, pc portatili, cellulari, ecc.). In questa nuova dimensione della comunicazione il potere di Berlusconi non conta niente. Tutta la famiglia (lui, Mediaset, ecc.) hanno dimostrato sinora un’ignoranza completa (letterale, una “non conoscenza”) dei nuovi strumenti, anche superiore a quella dei leaders della sinistra. Lui appartiene all’Era televisiva, ne è il re (come Elvis, ha fatto bene infatti Rolling Stone). Attore, regista e produttore dello show della sua vita-stato.

L’Era televisiva è agli sgoccioli e i media, la politica, il business, le relazioni, le comunità si stanno spostando in massa in Rete. Nel dibattito interno al Pd si è molto discusso di partito liquido e partito solido, come se si trattasse di una provetta. Nella realtà le comunità online rappresentano il collante relazionale tra persone in carne ed ossa, la casa del loro popolo (di quelli con cui hanno qualcosa in comune) in cui si confrontano idee, nascono progetti, si realizzano cose molto concrete. Il web serve (o può servire) per fare comunità, al contrario della tv (è l’esatto opposto).
Sinora il Pd ha tentato di utilizzare molto il web, non sempre riuscendo a uscire dalla logica della propaganda politica. Ma la Rete è lo strumento ideale per realizzare quella partecipazione tanto sbandierata negli slogan nell’attività politica quotidiana: per diffondere idee, selezionare talenti, creare comunità, raccogliere soldi e adesioni, risparmiare tempo e denaro. Per fare un partito come si deve.

Fonti:
“Il Cavaliere rock star dell'anno” di Vittorio Macioce da il Giornale

L'articolo è tratto dal blog di Aprile: qui.
L'immagine è tratta dalla campagna online del Pd per le Europee, di cui ho curato la direzione creativa per conto di Banzai.

8 aprile 2008

DISGIUNGO?


Per votare voto, ma come sempre vado per esclusione.
A destra no, il mio background familiare me lo vieta (il nonno Giorgio è sepolto nel Sacrario di Marzabotto, il bisnonno Augusto, Conte Arcelli, ha fatto la fame e la galera per non prendere la tessera del pnf, tutta la mia famiglia è antifascista), quindi non posso votare per la Santanché anche se è un'icona trash.
E neppure per Fini perché non esiste più.

L'Avanzo di Balera, poi, mi ha tolto ogni residuo dubbio con l'ultima minchiata dello stop ai condoni: se devo pure pagare le tasse e impazzire dietro i deliri della nostra burocrazia kafkiana per spostare una finestra, non si vede per quale altra ragione potrei votarlo. Non mi pare che il vecchio palpaculi riservi qualche altra brillante sorpresa. Meglio il fucilatore Bossi (non è neanche troppo fascista e le ampolle con l'acqua del Po e i riti celtici mi sono sempre piaciuti), ma il mio darwinismo me lo impedisce.

Casini e compagnia sono invotabili per un laicista-relativista della mia risma. Dicono qualcosa di interessante sul quoziente familiare (ma di che famiglia stiamo parlando, per le coppie gay niente quazionte?) e l'intelligente Tabacci ha idee condivisibili sulla politica fiscale e sulle liberalizzazioni. Pezzotta però è troppo brutto e ha una voce terribile. Bisognerebbe porre un limite alla bruttezza in politica, una sorta di modica quantità, come per le droghe.

Rimane l'altra metà del campo.
Boselli l'ho votato due anni fa quando si è presentato con i Radicali nella Rosa nel Pugno. Due mesi dopo a New York apro il Corriere della Sera e trovo la sua intervista in cui fa a pezzi tutto e tutti. A 'sto giro s'incula col suo zero virgola.
Bertinotti lo disprezzo personalmente, è un fighetto di merda peggio di Obama, quindi ho delle difficoltà a votarlo. Per non parlare di Diliberto, Pecoraro, Giordano e Rizzo (che è una testa prima di tutti noi sull'ideale grafico darwiniano dell'evoluzione della specie). Va detto che Sinistra Arcobaleno è pur sempre lo stesso brand politico di Nichi Vendola (che avrei votato come candidato premier) e che la campagna di comunicazione è efficace. Però si sono tirati dietro pure Occhetto che mena rogna peggio di Ciubecca.
Uòlter alla fine è il meno peggio. Si è preso la pattuglia di Radicali (a partire da Emma Bonino) e sta mettendo in pratica quell'evoluzione bipartitica e presidenziale (di fatto) che è l'unica via d'uscita al tunnel in cui si è ficcata l'Italia. C'è Di Pietro, è vero, ma non dovrebbe nuocere più di tanto.

Di certo la cosa di cui sento meno il bisogno in questo momento è l'inevitabile festival medievalista che segue la vittoria della destra, con i proibizionismi folli che ne derivano.
La Bossi-Fini sull'immigrazione, la legge sulla procreazione assistita e quelle che hanno reso il consumo di (qualunque) droga e la condivisione di files reati da perseguire penalmente sono il bilancio della gestione 2001/2006. E dovrebbero bastare.

Per questo, forse, disgiungo.

L'opera di Pomodoro, uno dei suoi disgiunti, l'ho presa in prestito qui.

22 gennaio 2008

VIA, VERSO NUOVI E FORMIDABILI CONDONI


Dunque ci siamo.
Dopo due anni neanche di squallore, intervallato da sconfitte, da una politica estera dignitosa e da imprese di declinismo economico ai limiti dell'ospedale psichiatrico (la gag sul tesoretto ad esempio è stata più che surreale), Mastella toglie la fiducia al governo perché gli hanno indagato la famiglia, dice. Non si cura neanche di rispondere, quando gl fanno notare che tra i suoi cazzi col magistrato matto (perché è matto) e il suo appoggio alla maggioranza di governo il nesso non è poi così automatico. Si limita a ripetere non sono stato difeso, come un mantra.

Così il game over è apparso sul display di governo e centrosinistra, con il tipico
suono dell'inevitabilità.
E mo'?
Elezioni?
Governo istituzionale, cioè vecchi barbogi e riformine?
Avanzo di Balera III, l'eterno ritorno?

Nessuno ne sa niente, tutti si scazzano con tutti come al bar. Di Pietro vuole denunciare Mastella, Prodi ce l'ha con Veltroni che sospetta D'Alema, che è incazzato perchè non potrà più espatriare in continuazione, sbeffeggiando politica e "media" italici nelle rare apparizioni sul suolo patrio.
Che cazzo di Paese.

Ieri sera mi ha chiamato Sinopolo per dirmi che
adesso Napolitano da l'incarico a Ruini.
Non sarebbe male in fin dei conti.

Hanno la faccia come il culo l'ho preso qui.

31 luglio 2007

PRIMAZIA DEMOCRATICA


Pannella e Di Pietro, guastafeste patentati, fuori.
L'ha deciso il "comitato tecnico-elettorale" nominato per vagliare le candidature alle primarie del 14 ottobre: sono leader di altri partiti, con il Pd non c'entrano niente. Veltroni aveva già fatto sapere che "non si può stare in due partiti". Non vale, gioco falso.

Non so di procedure, né mi appassionano, probabilmente hanno ragione Stumpo, Soro e Migliavacca e non ci sono i presupposti per permettere ai due di correre. L'impressione - politica - però è desolante.
Dopo mesi di retorica sul nuovo che avanza e la società civile che spinge, le primarie del Pd che (ancora) non esiste sono aperte solo a margherita, diesse e Adinolfi vari.

Invece che costringere Di Pietro e Pannella ad assumersi la responsabilità della nascita del nuovo partito (e chissenefrega delle tessere che hanno in tasca), invece che essere orgogliosi se "qualcuno usa il Pd come un tram" vuol dire che tira, invece che approffittarne per allargare il campo (e il potenziale elettorale), la primazia democratica si nasconde dietro il solito "rispetto delle regole" e li lascia fuori. Poi lo fa annunciare a Migliavacca, Soro e Stumpo.

Avere due culture politiche in più o in meno tra i promotori del Pd può mai essere considerato un problema tecnico? Un dettaglio procedurale?

Per fortuna che c'è Adinolfi che affronta il gap generazionale da par suo. Dice che spera di "convincere qualche ragazzo a spendere 5 euro per votare alle primarie invece che in birra".
Se fossi un giovane ne berrei diciotto alla faccia sua.

Manifesto storico del PCI tratto da:
http://www.cartacanta.it/

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