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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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4 agosto 2011

NATURAL BORN HACKERS


“Quando non c’è futuro come può esserci peccato, noi siamo i fiori nella pattumiera, noi siamo il veleno nella vostra macchina umana, noi siamo il futuro, il vostro futuro”. In God Save the Queen i Sex Pistols vomitavano tutto il loro odio generazionale nei confronti di una società che ritenevano già estinta. Sarebbe facile ascrivere allo stesso climax esistenziale i giovani ribelli di oggi, specie quelli che a diciott’anni attaccano i siti internet della Serious Organized Crime Agency e della Sony.

Certo, c’è la denuncia per lo schifo di società che si sono resi conto di ereditare, ma le analogie finiscono lì. Eppure, se possibile, il divario generazionale s’è allargato ancor di più rispetto agli anni ’70: non solo codici culturali, stili di vita e linguaggi differenti (quando non marziani), ma soldi, priorità, futuro. Chi è nato, nasce e nascerà nell’era informatica da un lato pensa diversamente da chi ha i ricordi in bianco e nero, dall’altro ha la solida certezza che, almeno in termini statistici, vedrà girare meno quattrini.

A questo punto ci sono due alternative: le pubbliche lagnanze (anti-casta, anti-premier, anti-precariato, anti-tutto) o l’azione. Il fatto che il posto fisso vada scomparendo, ad esempio, presenta anche dei vantaggi. Con il posto fisso scomparirà il menù fisso, consumato nel baretto fisso dal gruppo fisso di colleghi spettegolanti. La civiltà del posto fisso è quella del culto del venerdì, della metafisica dei ponti, delle file in autostrada il primo agosto. È la stessa società, sia detto onestamente, che ha permesso a una generazione il lusso di poterla superare. E forse è arrivato il momento.

Il delirio dei mercati che da tre anni inchioda l’Occidente al suo tabù più terroristico – la paura della povertà – dovrebbe avere già convinto che le carte in mano ai cosiddetti decisori sono truccate, perdippiù male. Il crescente arrancare con cui politica, business e istituzioni si affannano a definire una direzione di marcia è forse la madre di tutte le crisi. La crisi d’identità. Inflazione di potere e atomizzazione sociale sono quello che ci resta, a guardare la tv e leggere i giornali.

In questo spazio s’inseriscono gli attivisti della Rete libera, i cui obiettivi si vanno facendo via via più politici. “E voi (Vitrociset, ndr) dovreste occuparvi di sicurezza e affidabilità delle infrastrutture/sistemi dei più importanti enti e istituzioni del nostro Paese? Rideremmo fino a diventare cianotici se non fosse per il semplice fatto che i soldi che percepite, oltre ad ammontare a cifre incommensurabili, non fossero i nostri”. Così Anonymous e LulzSec, dopo lo smacco del defacement al sito internet del colosso della sicurezza informatica: “un rudere fatiscente”.

Tra il dire e il fare come si sa c’è una bella differenza. Tutti parlano dello stragista norvegese, si sfornano analisi e blabla vari, su Facebook la gente mette la bandierina per solidarietà, nei bar e sui blog (che sono bar senza birra) non si parla d’altro. Anonymous ha lanciato Operation UnManifest. Obiettivo: resettare Breivik dalla faccia della rete. È chiaro a tutti che all’uomo non importa nulla di stare nella sua prigione a cinque stelle (il lusso che un paese civile può e vuole ancora permettersi) e che considera ogni virgola sul suo conto una mostrina all’onore.

Qual è l’unico vero modo di punirlo? Pulire la cacca che si è lasciato dietro, le mille pagine e passa a rivendicazione del suo gesto e le altre stronzate in circolazione. Come antipasto Anonymous ha già cancellato tutti i suoi post dal profilo di Twitter. Qual è il deterrente per i mitomani e gli aspiranti emulatori? Far sapere loro che ci sarà sempre un oscuro gruppetto di smanettoni, annidato in qualche periferia della Rete, pronto a spingere delete sui loro deliri. Certo, ci si aspetterebbe che questo genere di attenzione alla sicurezza provenisse da politica, Stati, eserciti, polizie, intelligence. Invece tocca aspettare i “pirati”.

PS. Stazione di Rimini, 2 agosto 2011, ore 11 del mattino. Nugoli di ragazzine scollacciate e di giovanotti urlanti scorrazzano tra il bar e i binari, mentre raggiungo lo sportello “Informazioni” per chiedere ragguagli circa il mio treno-fantasma. “Chiuso, rivolgersi alla biglietteria”, suggerisce il cartello appiccicato sul vetro davanti alla tendina abbassata. Tre o quattro turisti frastornati continuano a fissarla, increduli, forse sperano in una sorta di misunderstanding a lieto fine. Io mi faccio la mia brava mezz’ora di fila (col biglietto in tasca) e quando sta a me domando spiegazioni. Risposta: “È che alle informazioni c’è solo uno e quando va via dobbiamo fare noi…”.

In Italia siamo sempre più avanti, anche se ogni tanto ci sembra il Terzo mondo. Dopo il fiume di parole sul turismo, la valorizzazione dei beni culturali e via coglionando, basta fare un salto alla stazione di Rimini per scoprire la realtà. E cioè che la politica, lo Stato, le classi dirigenti stanno diventando irrilevanti, o peggio nocive. Urge organizzarsi in proprio. L’Italia è un laboratorio formidabile e una scuola di vita, dovremmo andarne fieri.

L'articolo (con foto) è stato pubblicato su The FrontPage.

9 febbraio 2011

CACCIA AL PREMIER

“La situazione politica ed economica italiana è diventata insostenibile. Troppi sono stati i soprusi perpetrati dall’intera classe politica agli italiani che hanno visto un progressivo e costante degrado dei diritti e della loro dignità”. Anonymous, gruppo hacker giunto agli onori delle cronache per alcune azioni pro WikiLeaks, ha lanciato per domenica scorsa alle ore 15 l’Operazione Italia, un attacco Ddos (Distributed denial of service), cioè un massiccio invio di finte richieste ai server con lo scopo di bloccare l’accesso al sito del governo.

La polizia postale si è affrettata a far sapere che tutto era sotto controllo, che nessun dato sensibile è stato rubato dai server anche se ha ammesso che questo genere di attacchi è difficile da fermare in tempi brevi. Infatti il sito è stato a tratti irraggiungibile, oppure talmente lento da rendere la navigazione quasi impossibile per tutto il pomeriggio. Come previsto da un attacco Ddos, che non mira a sottrarre nessun file o documento ma solo a bloccare il sito colpito per mettere il proprio messaggio al centro del dibattito.

Vista la quantità di agenzie e articoli usciti su tema, che riportavano fedelmente la preoccupazione di Anonymous per l’Italia democrazia a rischio, si può dire che l’obiettivo è stato raggiunto. In più sulla home del governo è comparsa a più riprese una frase beffardamente imposta (in gergo defacement, seconda azione riuscita): “Se il documento che state cercando è precedente all’8 maggio 2008 vi invitiamo a cercarlo nell’area “Siti archeologici” di Governo.it”.

Nelle stesse ore si consumava la scampagnata a villa San Martino. ”Come cittadini Viola ci dissociamo dall’iniziativa di una decina di facinorosi che hanno tentato di formare un corteo non autorizzato. Durante tutta la manifestazione la Rete Viola e il Popolo Viola di Milano hanno chiesto di mantenere la mobilitazione allegra, pacifica e colorata, seguendo lo spirito nonviolento dei Viola”. Il puntuale comunicato serale del portavoce Gianfranco Mascia non cancella certo le immagini della giornata.

L’ennesimo girotondo antiberlusconiano è degenerato nella caccia all’uomo, alla sua casa, alla sua domenica. Dopo tanto tam tam su Facebook e indignazione digitale la villa del satrapo, con tutta la sua immorale opulenza, dev’essere sembrata troppo vicina per non farci un salto. Com’è possibile stupirsene, in buona fede, dopo?

Il pomeriggio prima era andata in scena la versione vip del girotondo, con il solito convegno di intellettuali-star contro il cattivo da fumetto al governo. Repubblica.it è arrivata a vendere la battuta (un po’ goffa) di Umberto Eco su Berlusconi che “in comune con Mubarak non ha solo la nipote ma anche il vizio di non dimettersi” come stilettata ironica figlia di cotanto acume intellettuale (mentre la creatività antiberlusconiana sta tutta da un’altra parte). Invece che per la cazzata pericolosa che è: paragonare uno che magari è un tipaccio ma ha vinto le elezioni tre volte a Mubarak, di questi tempi, significa giocare all’Egitto con il culo degli altri (di solito gente con il culo meno caldo di quello di Eco).

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

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