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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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19 gennaio 2013

CAYMANISTAN 2 / IL RITORNO

“Diciamo che la politica va vista con attenzione. Ingroia ora è un’eversione nera che incide nel profondo il movimentismo ormai smarrito che si definisce di sinistra, ma che poi si innamora di progetti di ultradestra come Grillo, Ingroia, Di Pietro. Berlusconi è stato comunque l’ultimo a fare politica estera e per questo l’han fatto fuori. Se non altro perché i nemici li preferisco davanti piuttosto che di fianco, butto anche io Ingroia.”

Il mio vecchio compare di occupazione Fabio Zanon, dopo un acceso e per certi versi tipico dibattito pre-elettorale su Facebook, risponde così alla questione che avevo posto all’attenzione dei miei amici virtuali: “Tra Berlusca e Ingroia giù dalla torre ci spedisco Ingroia”. Zanon conduce in queste ore un’appassionata e incredula campagna, da sinistra, contro la candidatura del magistrato palermitano.

La sua incredulità si appunta sull’innegabile dato di fatto che il calderone politico di tutte le sigle, associazioni, movimenti e collettivi dell’estrema sinistra (Partito Comunista dei Lavoratori escluso, se non erro) abbia come leader un magistrato, peraltro di nota propensione “manettara”, accompagnato da due ex colleghi come il brillante De Magistris e l’ormai spompato Di Pietro (apripista però di questa sorta di privatizzazione della politica per via giudiziaria).

Ironica sorte, quella dei militanti dei centri sociali, del movimento No Tav e di tutte le realtà antagoniste per cui, sinora, il magistrato di turno era stato fondamentalmente stato il capo delle guardie. Quello che mandava la perquisizione, faceva sequestrare il computer, arrestare i compagni di lotta. Ora legalità e questione morale (“intrinsecamente reazionaria” secondo un altro commentatore su Facebook), diventano erga omnes il mito fondativo della nuova rivoluzione civile e tengono in scacco gli altri. “Un po’ come se la Juve entrasse in campo dichiarando: il nostro obiettivo è rispettare il regolamento”. Sintetizza efficacemente Zanon.

Spostandosi un po’ a destra, poi, non è che il panorama si rallegri più di tanto. “Benvenuta Sinistra” ricorda con vago struggimento “Maledetta Primavera” e i sondaggi consegnano un poeta pugliese sembra sempre più sfiatato, un po’ dalla competition col magistrato (che si dichiara gagliardamente pronto a ritornarsene in Guatemala, dovesse girar male) e un po’ dall’inevitabile abbraccio mortale con la logica di governo (logica a cui peraltro è ben rodato), fatta più di compromessi e mezze sconfitte che di narrazioni ispirate.

“Il logo di Monti sarebbe perfetto come nuovo logo del Club Alpino Italiano, è tristissimo, quasi da pompe funebri e con un font vagamente fascistoide”. “Scelta civica: con Merkel per l’Italia” è senz’altro il fake più riuscito del nuovo logo del ressemblement centrista che fa capo a Monti. Che non è brutto, come dice Toscani, se la pubblicità dev’essere un modo per rappresentare con efficacia il prodotto.

Perché questo è il prodotto. Ormai a seguire anche distrattamente le cronache, pare evidente che definire elitario o tecnocratico l’approccio alla politica di Monti sia piuttosto generico e per certi versi fuorviante. Il premier si comporta, agisce e interagisce come se fosse né più né meno, tipo, che il responsabile risorse umane per l’Europa del Sud della Goldman Sachs o di una Spectre qualsiasi e gli fosse toccata in sorte la rogna di raddrizzare, secondo logiche aziendali immote e immutabili, la guappa Italia.

Intanto, nei duri fatti, la gente comincia a toccare con mano quanto e cosa significa la “cura Monti”. Non solo per una questione di quattrini, che sono più che sacrosanti sia chiaro, ma in termini di concezione della vita in comunità. Di spazi di libertà e responsabilità. Il nuovo redditometro, che inverte l’onere della prova tra Stato e individuo in materia fiscale, rappresenta assai bene la destinazione poliziesca a cui conduce il carro funebre dell’austerity montiana.

Gli alleati inevitabili, apparentati coi fratellini di sinistra di Vendola, sono allo stato attuale l’unico partito in campo. Il Maya di Bettola, confortato dai potenti fiati del destino, ha sparigliato le carte nella sua metà campo (e soprattutto in ditta), ma ora si trova coi sondaggi che lo inchiodano (di già) alla quasi ingovernabilità del Senato. Se Ingroia non desiste (e non mi pare il tipo, visti i precedenti) nelle regioni in bilico (Lombardia, Veneto, Campania e Sicilia) si fa dura.

Così, dopo le Cayman e il fuoco amico, è partita la corte a Renzi a cui pare stiano cominciando a piovere profferte di poltrone e primizie. Si dice che il Sindaco di Firenze aspetti il prossimo giro, il cadavere sul fiume, scommettendo da pokerista sulla fragilità del sempre più probabile Bersani-Monti-Vendola, per poi ripresentarsi in camicia bianca col sorrisetto sornione come a dire: avete visto? Di certo se avesse vinto lui, non si sarebbe assistito al Ritorno.

L’ennesimo Ritorno, nella partita ventennale tra Berlusconi e il resto del mondo, la solita incredibile telenovela che inchioda l’Italia a un’epoca in cui Internet era conosciuto solo da quattro scienziati occhialuti e il Muro di Berlino era caduto da qualche anno appena. L’Era televisiva, il passato che non passa, e che giovedì scorso è andato in onda in prima serata, da Santoro, e ha fatto lo stesso share della finale del Festival di Sanremo o dei Mondiali.

“Lasciate che vi spieghi com’è questo paese: questo paese non è governabile” ha esordito Berlusconi nella fossa dei leoni, con un sorriso smagliante. Chi, come i bagarini inglesi, credeva che sbroccasse, si mettesse a urlare paonazzo in volto, lasciasse lo studio, si è dovuto ricredere. “Santoro siamo da lei o siamo a Zelig?”  Ha esclamato a un certo punto in un vertice creativo, quando ormai l’intrattenimento aveva definitivamente sussunto la politica, prima di giustiziare il giustiziere: “Lascialo qua, Travaglio, lo voglio guardare in faccia”. Dopo, come da copione, sono (ri)cominciati i cazzi amari.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

4 gennaio 2013

IL MAYA DI BETTOLA


“«Il mondo lo hanno distrutto i politici, altro che la profezia dei Maya!». Il risultato non cambia. Barba bianca e ammirevole coscienza dell’identità collettiva, «noi valdesi stiamo scappando da seicento anni», il signor Aldo ricorda di quando il villaggio contava 340 anime e «le zappe non erano coperte di ruggine, e la farina non era la materia morta che è adesso ma una cosa buona da mischiare alla segale, per fare il pane». Nostalgia di un mondo che non c’è più, nel vero senso dell’espressione? «Distruggere quello che ti dà la vita è puro autolesionismo. Andate nelle vallate a vedere cos’hanno combinato, autostrade, dighe, cemento ovunque: se è finita davvero nessun rimpianto, io me ne sto quassù».”

Non so, francamente, se la farfalla di Bradbury abbia spiccato il volo, in qualche sperduto angolo del mondo il giorno del Solstizio d’Inverno del 2012, né se siamo o meno entrati ufficialmente nell’Era dell’Acquario all’insaputa di tutti, fatta salva naturalmente l’élite di fulminati new age che ci crede di brutto ed è pronta, ad ogni aperitivo, a sguainare l’arco nuovo di trinca e ad oliare la zappa. Io non mi sento così baldanzosamente razionalista da escluderlo. Mi pare che vedere i bambini che a due anni cercano di cliccare sulle pagine di carta, quando non hanno per le mani l’iPad, già significhi qualcosa.

Che poi non siamo in salute, che il mondo non stia bene, è chiaro quasi a tutti. La declinazione ovviamente cambia, ma la sostanza è la stessa. A che pro? Qual è la posta dello sbattimento? Produci, consuma e preparati a crepare alla meno peggio? Di quante autostrade avremo ancora bisogno per capire che il problema non è la coda, ma il week-end? La gag dei Maya, per chi ha avuto voglia di esplorare, questo è stata: l’occasione per mettere in fila le priorità, dare ordine alle domande.

“La fine del mondo è la punta Martel, neve, sole e lo spettacolo dei Tredici Laghi, il torrente dove nuotano superbe trote fario, il volo dell’aquila reale. L’altro mondo dev’essere finito due tornanti più sotto, a dar retta ai Maya, e un giorno qualcuno controllerà. Non c’è nessuna fretta.” Secondo l’aneddotica gossippara il villaggio di Pradeltorno sulle Alpi Cozie era uno dei tre o quattro buchi del culo del mondo in cui ci si poteva salvare dall’Armageddon.

Invece “il settimanale L’Eco del Chisone (…) ha scoperto che la leggenda piemontese è spuntata su Wikipedia solo il 4 giugno 2011, mentre le indicazioni su Bugarach affondano le radici nella notte dei tempi. Non solo: nessuna fonte citata, riscontri zero, e come si sa chiunque può arricchire le voci di Wikipedia senza alcun controllo. Secondo il giornale l’anonimo collaboratore della libera enciclopedia telematica risulta poi essere un utente Vodafone della vicina Pinerolo, c’è anche il numero dell’apparecchio…”

Ora che comunque l’allineamento non s’è allineato, la Cintura Fotonica non ci ha fritto come coleotteri maldestri nella lampada alogena e gli ufo non sono sbarcati su un rosso deserto piallato dal sole, adesso che alla mezzanotte del 21 dicembre 2012 – ora italiana – solo lo show un po’ mesto di un sito a caccia di click ha messo in scena il countdown per la fine di un mondo “che è già finito da un pezzo”, ora che sono passati pure Natale, Santo Stefano e Capodanno sarà finalmente chiaro a tutti che l’unico vero Maya in circolazione è nato a Bettola.

Non certo Monti e la sua allegra brigata di banchieri, giannizzeri finanziari e attempati perdigiorno della politica, di cui su Facebook circola una simpatica epigrafe virale: «Dopo la saldatura di Monti, Casini e Montezemolo con il Vaticano, mi aspetto l’appalto a Finmeccanica per la costruzione della Morte Nera». Monti è stato benedetto dalla follia nichilista di Berlusconi e forse il 24 febbraio è abbastanza vicino da non far notare troppo il l’assai poco tecnico codazzo d’imboscati, ma difficilmente riuscirà a far meglio di Mariotto Segni diciannove anni fa. Perché dovrebbe?

E certo non sarà una gang di mozzorecchi assortiti, che non ho capito bene se ha sussunto in toto la versione law and order de sinistra 1.0 (l’Idv del buon Tonino, kaputt nei sondaggi dopo l’irruzione della Karma Police) o se ha solo valorizzato i “compagni” più meritevoli e televisionabili, a fare la “rivoluzione civile” di cui vaneggiano sopra una versione oscenamente post punk del Pellizza da Volpedo. Bene che va rosicchiano un po’ a Vendola e un po’ a Grillo e fine della rivoluzione.

Di Berlusconi e della metà campo di destra francamente non vale la pena parlare. Più che altro non me la sento, già ci capisco poco tra nuovi partiti annunciati, primarie virtuali, psicodrammi vari, che mi pare poi si vadano ricomponendo in gioiose rimpatriate sullo skilift, e in più mi sembra che quella del capo sia una partita un po’ mesta. Se voleva giocare non doveva tentare di ammazzare Monti, ora non vuole arrendersi all’idea di non avercela fatta e continua ad alzare la posta con una coppia di jack in mano. Forse cerca la bella morte, con tutti quei nipotini. Che tristezza.

Alfine arriviamo a lui, al Maya di Bettola: l’uomo più sottovalutato del 2012. Proviamo a tornare con la mente, per un attimo, a un anno fa. Bersani era leader di un partito senza capo ne coda, o meglio con un capo, lui, assediato da un migliaio di codazzi impazziti convinti di essere qualcosa o qualcuno. Aveva appena digerito Monti, nonostante i sondaggi gli avessero ripetuto fino alla noia che se andava a “votare sotto la neve”, come strizzava l’occhietto il perfido Giuliano Ferrara, avrebbe fatto cappotto.

Monti aveva cominciato subito a picchiare come un fabbro, proprio là dove il dente duole: nella sua base di pensionati e aspiranti pensionati e annunciava sfracelli nel pubblico impiego, proprio là dove il Pd ha il consenso vero e il Sindacato tiene il suo ultimo bastione. Renzi e i “giovani”, spalleggiati dagli infingardi media liberali, lo bastonavano un giorno si, l’altro pure e appena per qualche ragione se ne dimenticavano o si facevano un week-end in pace, Rosy Bindi rilasciava un’intervista.

Ora, dopo aver accettato la sfida di Renzi (non era obbligato a farlo, anzi) e averla vinta di oltre venti punti, ha stupito tutti gli addetti ai lavori e ha indetto le primarie per la scelta dei parlamentari: prima assoluta nella storia repubblicana. Naturalmente, con sardonico cinismo emiliano, ha scelto la data più bulgara possibile, 29 e/o 30 gennaio, si è accaparrato una quota importante di nomine dirette e ha scatenato un sostanziale delirio politico-organizzativo nel partito. Chi può dirgli niente?

Risultato: l’uomo contro il partito liquido, del collettivo contro i personalismi, si è svegliato come il leader più craxiano degli ultimi vent’anni, al cui potere tecnicamente iperplebiscitario (due primarie vinte di fila) si somma la “fedeltà di progetto” degli eletti in Parlamento, del Pd e di Sel (che non a caso ha tenuto analoghe primarie, gli stessi giorni): gli devono tutto, se fanno casini stavolta li linciano. Non più caminetti, al massimo qualche pacca sulle spalle alle vecchie glorie, e azzeramento delle correnti da parte degli elettori. Una piccola apocalisse, con un solo cavaliere.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

6 giugno 2011

ATTENTATO ALLA NEGROMANZIA


“A Nichi Vendola voglio bene. Ma quando va in una città che non conosce dovrebbe ascoltare più che parlare”. Promette proprio bene il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, che non ha digerito il comizietto al solito tempestoso e appassionato con cui il leader di Sinistra e Libertà ha salutato la sua storica vittoria, in Piazza del Duomo. Il carisma da trasferta del governatore della Puglia, aspirante Pisapia nazionale, è stato giudicato inelegante e inopportuno dal “sindaco di tutti”, che ha puntualizzato stizzito che “a Milano si è vinto perché abbiamo parlato dei problemi di Milano”.

Il negromante Vendola, a regola, se la deve guadagnare anche e soprattutto in casa propria e non basteranno i “comizi d’amore” e l’ispirazione poetica per ottenere lo scettro di candidato premier del centrosinistra. Anche il carisma popolano (supponendo che il cosiddetto popolo si disinteressi del tutto ai congiuntivi) di Antonio Di Pietro sembra essere offuscato dalla nuova pop star manettara che, fresco dell’immunità concessa dal Parlamento Europeo nella causa per diffamazione intentatagli da Mastella, ha sbancato l’elezione a sindaco di Napoli con oltre trenta punti di scarto sul candidato del Pdl e senza apparentarsi col Pd.

Ma il grande sconfitto, celebrato da tutti i giornali, che s’è candidato al consiglio comunale di Milano e ha preso la metà dei voti dell’altra volta, è il negromante-capo. L’attuale (e spesso deprecata a vuoto) personalizzazione della politica è una sua creatura, così come la cultura di massa che ha segnato nel bene e nel male l’Italia a colori e ha preparato il terreno. Ora forse gli è sfuggita di mano. L’era televisiva è agli sgoccioli e il solo fatto di dare la colpa della sua sconfitta a Santoro & Co. la dice lunga sulla consapevolezza dell’uomo circa la contemporaneità e i suoi crucci. Berlusconi è invecchiato davvero.

Fini, Casini e Rutelli, aspiranti negromanti da una vita, non se la passano molto meglio. Certo, possono consolarsi con il solito balsamo della rendita di posizione che, un po’ qui un po’ là, garantisce al cosiddetto Terzo polo (che al pari degli altri due è diviso su tutto ciò che in politica è fondamentale: valori, opzioni etiche, visoni del mondo) qualche scampolo di esistenza che solo l’Italia delle eterne signorie non rende del tutto effimera. Niente a che spartire con il sogno finiano della destra legalitaria e liberale che scaldava i cuori anche a sinistra (non sembra passato un secolo?) o con l’improbabile riscossa neo-democristiana dai capelli ormai quasi tutti bianchi, ma ancora abbastanza George Clooney per seguitare a prendere voti in parrocchia (Casini e Rutelli sono interscambiabili a tale proposito).

Chi pare non avere di questi problemi è il segretario del Pd. Bersani è unanimemente considerato l’anti-carisma per antonomasia e, di conseguenza, la nemesi antropologica di negromanti e arruffa-popolo. Di certo l’insperato trionfo elettorale della sua parte politica si deve a una nuova leva di negromanti che, per consolidare il potere acchiappato, si vede costretta ad ammazzare i padri, spesso vecchi e ingombranti. Il rabdomante Grillo l’ha capito al volo con De Magistris (ogm scoperto dal comico genovese e impiantato nell’Idv) e ha tentato di azzannare per primo tirando su il solito teatrino all’italiana.

Con la negromanzia berlusconiana al tramonto e i leader “usato sicuro” di centro, destra e sinistra in potenziale affanno, a Bersani tocca la scelta. Giocare in proprio, puntando sulla sua immagine di “affidabile riformista con la testa sulle spalle”, o puntare su un negromante di partito (c’è?) in grado sia di scaldare i cuori che di governare l’Italia? Non si sa contro chi correrà ma vista la posta in gioco conviene puntare sul migliore, anche se significa sacrificare un po’ di ego. Siam mica qui a smacchiare i giaguari, o no?

29 maggio 2011

L'ULTIMA CORSA DI VARENNE?


“Quale esper­t­o impazzito di marketing poli­tico ha suggerito al premier di presentarsi in tutti i tg come un propagandista, di diminuire la sua autorità e credibilità di pre­sidente del Consiglio e di lea­der del partito di maggioranza relativa di una grande nazione occidentale con discorsi da bet­tola strapaesana? Chi gli ha consigliato di perdere all’istan­te i voti dei cattolici diocesani abbracciando a Milano, dove le intemerate leghiste più sprovvedute non hanno mai at­­tratto consensi, la crociata del­la lotta a zingaropoli o il truc­chetto del trasferimento in terra meneghina di al­cuni ministeri romani, subi­to contraddetto dal sindaco della Capitale? Che cosa può portare il capo di una classe dirigente che dovrebbe pun­tare su libertà e responsabili­tà ad avallare, dopo la magra figura dell’attacco
ad perso­nam a Pisapia, e senza le do­vute scuse, l’idea che la vitto­ria dell’avversario nella lotta per il Municipio porterebbe terrorismo e bandiere rosse a Palazzo Marino?”

Giuliano Ferrara, con la tipica lucida crudeltà degli amanti traditi, denuda in poche righe il disastro politico della campagna elettorale sempre più disperata (con tanto di finti operai sguinzagliati in diversi quartieri a prendere le misure per finte moschee e finti rom a distribuire finti volantini pro-Pisapia) di Berlusconi, la cui – piuttosto probabile – disfatta rischia di tirarsi dietro tutto il resto. Ostaggio di una Lega debole, sconfitta nelle urne e sfibrata da faide, rivolte della base e contraddizioni che neanche il verbo del Bossi sembra in grado di placare, e ostaggio della propria storica inossidabilità, che gli ha impedito sinora di scegliere un successore a cui affidare la costruzione di un partito vero, il premier stavolta appare all’angolo del ring. A un soffio dall’ultimo gong.

Notapolitica e The Right Nation da diversi anni utilizzano la gagliarda metafora ippica per sbertucciare platealmente il divieto di pubblicazione dei sondaggi, escogitato presumibilmente per tutelare gli elettori da sé stessi (sono troppo stupidi per non farsi condizionare da rilevazioni statistiche a ridosso del voto o da – ommioddio! – spot televisivi, questi elettori). Secondo le ultime corse clandestine recensite, dopo la pubblicazione quasi quotidiana di tutte le gare preparatorie dei principali ippodromi in cui si disputano i Grand Prix più attesi, per i purosangue della scuderia Varenne si profila una vera e propria Caporetto.

“Ultimo giorno di gare, all’Ippodromo di Frizzy, per la preparazione alla finale del Gran Prix di Milano del 29-30 maggio. Anche stavolta, confermando un trend emerso nettamente negli ultimi giorni, Fan Pisapie ha dominato in lungo e in largo staccando di ben undici lunghezze Morattenne. Risultato vicinissimo al record stagionale fatto registrare mercoledì della scorsa settimana. Con una larga fetta della tifoseria di Varenne assente dagli spalti, in evidente stato di agitazione nei confronti dei coach della scuderia, il cavallo rosso ha galoppato in scioltezza fin dalle prime curve, arrivando sul traguardo in 55,5?, mentre la campionessa uscente non è andata oltre un modestissimo 44,5?. A questo punto, in vista della gara finale, l’obiettivo principale della Scuderia Varenne sembra essere diventato quello di limitare il più possibile le perdite, per evitare che la sconfitta si trasformi in un dramma.”

Se a Milano piange da Napoli potrebbe arrivare il colpo di grazia per la scuderia Varenne: “Lunedì Galopin du Magistry è arrivato al traguardo in 52?, con quattro lunghezze su Letterienne (48?). Giovedì le lunghezze sono diventate sette, con il puledro amato dai giudici di gara che ha fatto segnare un ottimo 53,5? contro il 46,5? del suo avversario. Nell’ultima gara in programma, però, quella di venerdì, il cavallo della Scuderia Varenne ha avuto un sussulto d’orgoglio, chiudendo il giro di pista in 48,5? contro il 51,5? di Galopin du Magistry, ad appena tre lunghezze dal battistrada. Barlume di speranza o canto del cigno?”

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
"Il favoloso mondo di Pisapie" è stato pubblicato qui.

19 maggio 2011

LA MARCHESA DEL GRILLO

Se fosse venuta la tentazione di considerare quella di Bologna una mezza vittoria per il Pd, un 50,41% che impallidisce non solo davanti all’impresa di Pisapia a Milano e al colpo di teatro napoletano di De Magistris, ma pure di fronte al successo di Fassino a Torino, basti ricordare che due anni fa a Delbono occorse il secondo turno prima di piegare Cazzola. E che nel 1999, prima della parata trionfale del commissario del popolo Sergio Gaetano Cofferati, a salutare l’ingresso di Guazzaloca a Palazzo D’Accursio come primo e ultimo sindaco di centrodestra c’erano le bandiere di Ordine Nuovo e diversi gentiluomini con la testa rasata e il braccio teso.

Il centrosinistra bolognese è stato capace, in mezzo secolo e passa di governo della città, di mettere in piedi un sistema economico, produttivo e di potere che ha garantito una qualità della vita, dei servizi e delle tutele che per lunghi anni ha reso la vecchia signora dai fianchi un po’ molli, col seno sul piano padano ed il culo sui colli, come l’ha cantata Guccini, una fra le mete più ambite per studiare, lavorare, metter su famiglia, giocare ai bissanot (in dialetto, letteralmente, “mastica-notte”). Ora il modello mostra la corda.


Le cause prime non sono imputabili alla politica. Globalizzazione dei gusti e dei problemi, omogeneizzazione tecnologica e culturale, invecchiamento della popolazione e conseguente gap di comunicazione con la popolazione studentesca (vera e propria città nella città), affitti e costo della vita alle stelle hanno congiurato per trasformare Bologna in una cittadina medioevale fra le tante. Tutta la mistica che ne ha accompagnato l’immagine, quindi (grassa, tollerante, solidale, godereccia, ecc.), ha iniziato a sgretolarsi innanzitutto fra i bolognesi stessi, che hanno cominciato a non crederci più.


Le responsabilità della classe dirigente iniziano qui. L’avere giocato di rimessa, senza prendere di petto il cambiamento (o declino a sentire i pessimisti) che avveniva sotto gli occhi dei bolognesi (che ne parlano fra loro, nei bar e nelle osterie, da vent’anni), si è trasformato in una sorta di silente complicità. Il cambiamento, si sa, o lo si governa o lo si subisce e il centrosinistra bolognese ha optato per la seconda strada, arroccandosi in un autoesilio politico-culturale fatto di faide continue, personalismi, navigazione a vista che ha finito per far smarrire il senso del progetto, quell’impostazione felicemente sovietica (pianificazione) che aveva permesso a Dozza, Fanti e Zangheri di fare Bologna.


Il Movimento 5 Stelle è stata l’unica forza politica capace d’interpretare questo sentimento/sensazione di disillusione/disincanto, diffuso tra i bolognesi ben al di là delle percentuali ottenute dalla lista di Grillo, e di formulare un’offerta politica conseguente e vincente. Significativamente i maggiori successi, in Italia, il hanno ottenuti laddove il centrosinistra è figlio di un passato glorioso, ininterrottamente al potere da decenni, ma appare fiacco perché privo di strategia e/o di leadership carismatiche: Bologna, Rimini e Ravenna (tutti e tre tra il 9 e l’11%).


Una sorta di Lega di sinistra, o forse la versione italiana del successo delle liste ecologiste in tutta Europa (uno dei loro punti di forza progettuale è quello), una nuova opposizione che si annuncia sempre più ingombrante e decisiva in vista dei ballottaggi e dei prossimi appuntamenti elettorali. La sensazione, per quanto riguarda il centrosinistra, è che l
’appeal della sua proposta è inversamente proporzionale a quello del candidato grilino (come a Milano). Non a caso Grillo, a Bologna, ha dato del busone (gay in italo-bolognese) a Vendola: si sta già mettendo avanti col lavoro.


"Bologna" di Francesco Guccini è qui.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

2 marzo 2011

IL CORPO È MIO

“Incontro riservato tra il presidente del Consiglio e il cardinale che ha chiesto e ottenuto garanzie su biotestamento, scuole cattoliche e adozioni. Gli spauracchi delle gerarchie: «Fini ha nominato Della Vedova capogruppo, Casini è troppo debole, «il Pd premia i gay e pensa ai Pacs»”. Considerata la coincidenza tra dietrologie e recenti dichiarazioni pubbliche, suona tristemente plausibile che il premier pensi di risolvere il gap d’immagine presso l’elettorato più benpensante, causato dalle note vicissitudini politico-gossippare, con un classico do ut des. Tolleranza privata in cambio di intolleranza pubblica.

Niente di nuovo o di particolarmente scandaloso, specie se a scandalizzarsi è un’opposizione che su questi temi ha visto morire sul nascere partiti, coalizioni e programmi di governo. La legge sulle coppie di fatto dell’ex governo Prodi (poi abortita) ha cambiato talmente tanti nomi, loghi e contenuti da diventare una delle barzellette più macabre della precedente legislatura, assieme alle imprese di Mastella & De Magistris, alle manifestazioni dei ministri contro lo stesso loro governo e alle piantine di marijuana piantate da Caruso sul terrazzo della Camera dei Deputati (l’unico atto politico degno di questo nome di Caruso che si ricordi).

Una cosa però è fare il tifo per il ritorno dell’Elefantino in tv (è buona norma parteggiare per le persone intelligenti per partito preso, indipendentemente dal loro, finché si parla di tv), altra è non rendersi conto che se al Berlusconi bollito resta soltanto la sponda clericale nuda e cruda, per giunta senza margini di trattativa su nulla, è un problema per questa Italia. Il rischio è di due tipi: prosecuzione dello stato yemenita in tema di diritti civili delle persone di orientamento sessuale diverso da quello maggioritario, restrizione della libertà di cura e ricerca e dell’arbitrio sul proprio corpo. Dell’ultima parola.

In sostanza la posta in gioco, per l’ennesima volta da qualche secolo in qua, è l’habeas corpus. Ferrara e la sua truppa di teo-dadaisti di belle lettere possono infiorettare paginate intere di artifici retorici e minuetti linguistici ma la faccenda non cambia. Chi decide, in ultima istanza, sul proprio corpo? Chi decide che, in base al sesso che preferisco fare, posso ereditare la casa dal mio compagno/a oppure andarlo a trovare all’ospedale senza sperare nella clemenza del medico di guardia? Chi decide come e quando devo morire?

Se la risposta a queste domande è lo Stato (per conto di Dio, della Ragione, della Pachamama, di Maometto o Visnù poco importa) significa che io non sono padrone fino in fondo del mio corpo. La rivoluzione sessuale ha reso scontato un concetto che prima non lo era affatto, l’affermazione del dominio individuale sul corpo, e l’ha fatto rileggendo Wilhelm Reich, un genio del Novecento che dava scandalo sostenendo, contro il fascismo rosso e nero, che non si poteva essere liberi del tutto se non lo si era sessualmente.

Reich si scagliava anche contro la pornografia seriamente indiziata della “peste emozionale” che pian piano trasforma le persone nelle corazze che si sono costruite a partire dalle proprie ossessioni, sessuofobia inclusa. Su di lui non ci sono più dibattiti alle occupazioni come nel ’68 e invece che di liberazione sessuale la sinistra si occupa del lettone di Putin, ma per qualcuno l’allievo di Freud, morto in carcere negli USA nel 1957 dopo che la Food & Drugs Administration gli aveva bruciato i libri in piazza (come i nazisti e l’Inquisizione), è ancora il totem della propria ossessione. “La pornografia moderna è figlia di Reich il quale afferma che tutti i mali della storia derivano dalla repressione sessuale, la cui massima responsabile ovviamente sarebbe la Chiesa Cattolica.”

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

13 luglio 2010

OPPOSIZIONE SUL WEB


“In assenza di opposizione «esterna» — il centrosinistra, privo di identità, sembra incapace di essere un’alternativa ideale e programmatica credibile — il centrodestra si è creato un’opposizione «interna».” Piero Ostellino sul Corriere della Sera rinverdisce la quotidiana consuetudine nazionale alla bastonatura di Pd e soci, rei di non contare nulla (né di fare granché per riuscirci) proprio durante l’apparente implosione in corso nella maggioranza di governo in diretta mainstream e con apici di autolesionismo degni, appunto, della sinistra (il match Bocchino vs resto del Pdl sul caso Verdini è solo l’ultimo e più chiassoso esempio).

Sparare sul Pd è diventato una pratica talmente diffusa e bipartisan (Valentino Parlato domenica sul Manifesto non è stato certo più tenero di Ostellino con Bersani e la ditta) da suonare ormai fastidiosamente oziosa. Non che il resto dell’opposizione brilli per acume progettuale alternativo. Vendola è impegnato nell’ennesima insopportabile metafora operaista (la Fabbrica di Nichi), messa in piedi da gente che in fabbrica difficilmente ha mai messo piedi, capace di sfornare un’altra verbosa kermesse (gli stati generali, forse i trentesimi convocati da ogni sinistra in circolazione) e di chiamarla Eyjafjallajökull – Eruzioni di buona politica – umiliando in termini di dadaismo (involontario nel loro caso) Rondolino (che su The FrontPage ha declamato il suo “elogio del vulcano islandese”).

Il karma manettaro di Di Pietro gli si sta rivoltando contro (il figlio sotto inchiesta, le foto con gli spioni, i sospetti sulla gestione familiare dei fondi del partito) e i compari di tante crociate (Flores D’Arcais, Grillo, De Magistris) gli stanno voltando le spalle uno a uno a suon di oblique prese di distanza, fronde interne o furiose graticole mediatiche. Casini flirta di nuovo col premier in panne e quindi potenzialmente più generoso (col cinismo realista dei democristiani), Ferrero fa il doppio lavoro tra Regione e partito e Pannella vuol mangiarsi pure Bordin.

In questo scenario desolante è uscita la campagna del Pd dell’Emilia-Romagna (realizzata dalle Lance Libere) contro i tagli agli enti locali imposti dalla scure di Tremonti: sito, profilo su Facebook, 450000 cartoline da spedire all’inquilino di via XX Settembre e molteplici opportunità di partecipazione. Non sarà la rivoluzione d’ottobre ma si capiscono bene le ragioni concrete per cui i cittadini (a parere del Pd) dovrebbero essere incazzati col governo. E per una volta bavagli, amanti, tangenti e P3 non c’entrano niente.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
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