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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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19 novembre 2010

BOLOGNA LA ROTTA

“Le primarie si chiamano così perché il Pd le perde prima?” Dopo Milano, va a finire che anche a Bologna ha ragione Crozza. Di certo sembra che il Pd stia facendo tutto il possibile per perdere: l’ex sindaco Flavio Delbono (che aveva sconfitto, nell’ordine, Cevenini, Merola e Forlani alle ultime primarie) si è dimesso a seguito dell’ormai celebre Cinziagate (sordida vicenda di piccoli vantaggi che l’ex vice-presidente dell’Emilia-Romagna si autoassegnava insieme alla sua compagna, prima della separazione e della conseguente retrocessione professionale di lei), e da quel momento sono iniziati i dolori.

Al coma semivigile del partito hanno fatto da contraltare l’iperattivismo dei suoi dirigenti, fiancheggiatori e amici, tutti proiettati a tentare la scalata allo scranno più importante dell’amministrazione cittadina, costi quel che costi. E le primarie, nate come strumento di selezione democratica, a Bologna si sono trasformate nell’arma perfetta per un redde rationem vorticoso che dura da diversi mesi tra capi e capetti, civici e politici.

Sembrava che il tipo adatto a “pacificare” fosse Maurizio Cevenini, già mister preferenze alle ultime regionali (quasi ventimila voto raggranellati), sindaco dello stadio (con lo striscione personale che sventola dalla tribuna e la Smart rossoblu che lo scarrozza in giro per la città) e recordman dei matrimoni (ha da poco superato il tetto delle 4000 cerimonie celebrate). Il “popolo della Festa dell’Unità” lo amava (scrivevano le gazzette cittadine), i volontari che friggono salsicce, impastano tortellini e passano le serate a servire montagne di friggione e di tagliatelle al ragù, l’avevano già incoronato sul campo della pesca gigante della festa provinciale, prima che un attacco ischemico gli facesse cambiare idea.

Prima di lui aveva abbandonato, a sorpresa, Duccio Campagnoli (ex segretario della Camera del Lavoro di Bologna, ex assessore alle Attività produttive della Regione), che era sembrato sino a quel momento l’avversario più solido del Cev. e aveva addotto motivazioni parapolitiche al suo gesto promettendo, poi, di farsi sentire all’interno del partito. Anche l’italianista Anselmi gliel’aveva già data su, a molti era sfuggito anche che s’era candidato, annunciando il proprio sostegno a Cevenini, che non aveva mancato di ricompensare il prof con il prestigioso incarico di “ambasciatore del Cev. presso l’ateneo”.

Chi non si è tirato indietro è Benedetto Zacchiroli, 38 anni, ex collaboratore del sindaco Cofferati (ha curato le relazioni internazionali di Bologna), consulente della città di Fortaleza (in Brasile) e dell’Unesco, incoronato “nuovo Renzi bolognese” da Lucio Dalla dopo l’azione virale con cui è stata lanciata la sua candidatura, che è stata in grado di cortocircuitare a proprio vantaggio la fame di news delle gazzette cittadine e la debolezza del fu partitone. Con lui in pista c’è Amelia Frascaroli, direttore della Caritas, sostenuta da Sinistra e Libertà e da ambienti prodiani. Dopo l’exploit di Milano del partito di Vendola, anche sotto le due torri è arrivata la nuova paranoia novembrina e i dirigenti del Pd stanno cominciando a temere che, in mezzo alla ressa, sia la canuta rappresentante del cattolicesimo più impegnato nel sociale a farcela (il leader della Caritas, Don Nicolini, è stato uno dei principali antagonisti della politica degli sgomberi di Cofferati).

Il vero affollamento, infatti, è dentro al Pd. Dopo la rinuncia di Cevenini sono riaffiorati pesantemente gli appetiti di partito. Virginio Merola, ex presidente di quartiere, ex assessore all’urbanistica di Cofferati, è stato il primo a rompere gli indugi, poche ore dopo l’annuncio del Cev., ma non è una gran novità visto che già alle scorse primarie aveva corso (e si era classificato al terzo posto, su quattro). Andrea De Maria, ex segretario della federazione di Bologna e storico antipatizzante di Merola gli è andato dietro al volo.

Anche la deputata Donata Lenzi per cinque giorni è stata candidata, poi ha annunciato il ritiro con una serie di dichiarazioni polemiche nei confronti del partito (sparare sulla croce rossa è sport diffuso) di cui quasi nessuno ha capito bene le ragioni. È finita, intanto, la telenovela-Segrè, iniziata dopo l’abbandono di Cevenini. Il preside della facoltà di Agraria (e fondatore di last minute market) voleva il sostegno unitario del fu partitone. Dopo Milano ha pensato bene di togliersi d’impaccio annunciando il sostegno alla Frascaroli (e l’arrivederci al Pd).

Last but not least, nelle ultime ore è spuntato il 36enne Ernesto Carbone, cosentino naturalizzato bolognese e direttore di Red. ”Mi piacerebbe candidarmi alle primarie ed è per questo che chiedo al segretario del Pd di Bologna, a questo punto, di rendere la partita aperta a tutti. Sono orgoglioso di fare parte del Pd e mi arrabbio con tutti quelli che parlano di società civile, ma non capisco perché io debba essere figlio di un dio minore e debba raccogliere il doppio delle firme rispetto agli altri. Se Donini non comprende questo, vorrà dire che dovrò restituirgli la tessera per raccogliere le 1500 firme come tutti gli altri“. Non ci sono più i dalemiani di una volta e Bersani alla fine ha spedito il non-commissario Davide Zoggia, a vigilare sull’anarco-Pd bolognese e sui suoi ultimi colpi di coda.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

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