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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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16 ottobre 2012

BERSANAMENTO


“È stato un capolavoro di democrazia. Se usciamo bene dalla vicenda delle primarie non ci ammazza più nessuno”. Di certo adesso faranno più fatica ad ammazzare lui. Bersani, il segretario, dopo l’Assemblea nazionale del Pd del 6 ottobre è stato salutato dal coro mediatico come un generoso liberale che, un po’ per tattica un po’ per convinzione, le primarie le ha aperte davvero. Con qualche regoletta, certo, ma un po’ di regole ci debbono pur essere, no?

Le regolette, però, per definizione sono vincolanti e in questo caso la sanzione per chi non le rispetta è stare a casa, senza se e senza ma. Così, dopo i primi attimi di entusiasmo, gli aspiranti premier del Pd, outsider che avevano annunciato la propria candidatura in deroga all’articolo 18 (i casi del destino) dello statuto che prevede che sia il segretario a rappresentare la ditta alle primarie di coalizione, si sono resi conto di essere rimasti in braghe di tela.

Alle diciottomila firme di iscritti al Pd (“Una follia, io ci ho rinunciato già il primo giorno”, dice Puppato) si sono affiancate pastoie burocratiche stile lasciapassare a 38. Elenchi degli iscritti consultabili solo all’interno delle sezioni del partito, per via della privacy (che non vale per l’albo pubblico degli elettori, però), blindatura senza quartiere della maggioranza già bulgara in Assemblea nazionale, con conseguente difficoltà a trovare le novantacinque firme necessarie per candidarsi.

“Io posso parlare per esperienza diretta. Diversi delegati che avevano assicurato di voler sostenere Renzi, hanno cambiato improvvisamente idea. Alcuni si erano fatti avanti con convinzione, ma dopo qualche giorno e qualche colloquio privato, hanno fatto un passo indietro”. Salvatore Vassallo, deputato neo-renziano (ed ex veltroniano), descrive un clima da “o con noi o contro di noi” che forse è quello che aveva in testa Bersani quando, con apprezzabile humour emiliano, ha gridato al “capolavoro di democrazia”.

Il Bersani neo-rottamatore (che può già incassare il bye bye di Veltroni) è uscito bene dall’Assemblea nazionale, garantendo a Renzi la possibilità di correre (e svincolandosi dai vecchi pachidermi) ma costringendolo a una silenziosa conta old style di delegati “fedeli” e bastonando senza pietà gli altri outsider in grado di togliergli voti al primo turno. Pare che solo la Puppato riesca a trovare le firme, unica donna “in gamba” per i Bettoliani del secondo turno e/o clone mignon del segretario, per i maligni.

Sarà l’acrilico, ma a me la cartolina di Bettola piace. Forse perché è talmente fuori dai canoni della comunicazione contemporanea (pure quella più dadaista) e così sideralmente distante dal “made in Usa” di Renzi, che al terzo (o quarto) sguardo ha finito per conquistarmi. Il richiamo familiare, poi, è talmente arcaico da stemperare la ruffianeria e abbastanza emiliano da non cedere alla retorica (niente giuramenti, salamelecchi, o poesie strappalacrime). Anche questo merita rispetto.

Prima ero rimasto un minuto buono, gli occhi sbarrati, a fissare l’immagine sul mio Mac del sito della campagna, “TuttiXBersani”, in effetti molto simile al “TuttiXMilano” di un paio d’anni prima. Credo che il neologismo “sciogliocchi” sia il più indicato per definire l’inferno grafico che circonda il nonsense editoriale di uno strumento che, a differenza di quello di Renzi, è palese che sia stato fatto proprio perché non se ne poteva fare a meno. Al contrario della cartolina di Bettola, che ha un cuore.

L’idea del partito che si legge in controluce, però, è quella che aleggia sulle belle facce emiliane dell’infanzia di Bersani, che il suo staff ha fatto circolare in occasione dell’avvio della campagna, a Bettola (suo paese natale). Un partito pesante come un aratro e duro come le zolle di terra da spaccare. Niente a che spartire con Renzi, ovviamente, poco con il partito delle primarie (che ci sono ancora solo perché Renzi è partito senza chiedere il permesso a nessuno), di Twitter e Facebook, della mediatizzazione, della personalizzazione della politica. In una parola della contemporaneità.

Il paradosso è che per affermare questa idea di partito, Bersani sta mettendo in gioco sé stesso in modo molto più americano del rivale rottamatore. Paradosso fino a un certo punto, per chi conosce gli emiliani, a cui fa da contraltare l’altra verità di cui nessuno pare accorgersi in queste ore. Per le regionali del Lazio c’è Zingaretti e basta (nisba primarie) e in Lombardia, dove delle primarie parlano solo i giornalisti, per ora l’unico candidato certo del centrosinistra è Tabacci. Dopo Formigoni ci si aspetterebbe anche qualche colpo d’ala, ma questa è un’altra storia.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

8 maggio 2012

È NATA UNA STALLA

Un’altra volta. A vent’anni di distanza, tutto si ripete nella stessa, identica, maniera. Per filo e per segno, le elezioni hanno scandito il penultimo atto del big bang dei partiti, nel ben noto copione mediatizzato di mazzette, manette, assalto alla spesa pubblica e alla moneta corrente (ma senza la lira da svalutare) unito alla disperante incapacità di fare politica. Vent’anni passati a non decidere che cosa l’Italia avrebbe dovuto essere e ora, dopo che anche l’ultimo dei fessi li ha sgamati, tutti a gridare all’antipolitica dei bruti che minacciano le virtù repubblicane.

Così, come nel 1994 è arrivato il marziano antipolitico magnate dei media, adesso ce n’è un altro, che conosce quelli nuovi (di media). E sa (e lo scrive da anni a chiare lettere) che per vincere le elezioni contro quei morti di sonno da cui è circondato non servono congressi, tessere o sezioni né rimborsi milionari, che i partiti si spartiscono come gangster al saloon. Meglio usarli contro di loro, adesso che la gente fa davvero fatica ad arrivare alla fine del mese e che il bollettino dei suicidi per debiti se la gioca con quello dei caduti sul lavoro. Adesso, la gente, ai soldi ci guarda proprio.

La chiamano antipolitica, col riflesso condizionato di chi considera tout court la politica una cosa sporca e prende poco l’autobus. Forse perché, semplicemente, non credono possibile un mondo in cui un consulente informatico di una banca (che deve prendere le ferie per fare campagna elettorale) possa realisticamente arrivare al ballottaggio per diventare sindaco di una città come Parma. E non sono tanto i politici di professione (che si difendono alla meno peggio) ma la pletora di opinionisti che, eterni interpreti dell’arte del disincanto, adesso spalancano gli occhioni e sparano a caratteri cubitali.

La notizia più scioccante di queste elezioni non è l’affermazione di Grillo, su cui il solito Giuliano Ferrara contro tutti ha sentenziato, a una smagliante Bianca Berlinguer: “è il vero sconfitto della giornata, con questo clima mi aspettavo il 20/30 per cento”. La sorpresa vera è stata la botta d’arresto subita da Casini, Fini & Co. Come alle amministrative del 1993, al centro si è spalancata una voragine, considerata la caduta libera del Pdl (con Berlusconi in gita da Putin, per non saper né leggere né scrivere).

Il Pd dicono che tiene. A regola è il primo partito d’Italia (visto che il Pdl è via di scioglimento) e, nonostante non riesca a esprimere candidati nelle grandi città (a Genova è in testa Doria, indipendente, a Palermo Orlando, Idv, contro Ferrandelli, ex Idv), in termini di lista, appunto, tiene. Sarà per questo che D’Alema va predicando la fine delle leadership populiste e di certo, passata (se passerà) la paura dei ballottaggi, Bersani penserà (forse a ragione) di potersi giovare per un po’ dell’effetto-Hollande (segretario pacioso, senza grilli per la testa, vince le elezioni mettendoci la faccia).

Ma c’è un ma. Quel famoso effetto ’94 non c’è alcuna ragione per cui non debba ripresentarsi, con le stimmate dei giorni nostri. Non è che gli elettori del Pdl e della Lega (bombardata ma non del tutto affondata, anche se in via di mutazione grillina) siano scomparsi coi loro partiti. E se, putacaso, possono bastonare gli odiati post comunisti, magari votando una giovane faccia pulita senza partito, perché non dovrebbero farlo? Per paura dell’antipolitica?

Oltre a Parma, dove il candidato è al ballottaggio con quello del centrosinistra (Pdl quarto, tipo) in Emilia-Romagna la cartina politica diventa interessante, se letta in controluce. Il Movimento 5 Stelle va al ballottaggio a Budrio (in provincia di Bologna, roccaforte Pd) e a Comacchio (in provincia di Ferrara) con risultati sopra il 20 per cento. Tendenzialmente in regione non scende mai sotto il dieci e sfonda quando ci sono questioni in grado di dividere la cittadinanza, sul merito delle proposte politiche (inceneritore, centrale a biomasse, storici cavalli di battaglia).

Come nel 1993 oggi il centrosinistra tira a festeggiare, occhieggia speranzosa a Parigi e teme Atene come la peste, mentre Grillo sta organizzando l’opposizione nelle sue roccaforti (di voti, potere, spina dorsale), sui contenuti che scaldano davvero il cuore dei suoi, famosi, militanti di base come fa contro Lega e Pdl dalle loro parti (rivolta fiscale, nisba cittadinanza agli immigrati nati in Italia). Quando poi i suoi candidati si dimostrano intelligenti e preparati e i vecchi ras del villaggio sono troppo bolliti per correre (e/o per piazzare rampolli presentabili) rischia pure di vincere.

A occhio, a Bersani converrebbe davvero mandare tutti a spendere e andare a votare con questa legge elettorale. Tra un anno forse è troppo tardi (anche per l’effetto-Hollande). E a chi, quando sarà il momento, venisse in mente (Ferrara l’ha già esplicitato prima su Rai Tre, con evidente sadismo) di proporre qualcosa che assomiglia al governo di unità nazionale (non c’è bisogno di dichiararlo esplicitamente in via preventiva, dopo aver approvato una legge elettorale proporzionale, la gente capisce) perché “c’è bisogno di senso di responsabilità”, si tenga bene a mente la lezione di Avigliana.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

23 gennaio 2012

MEGLIO SOLI

“All’Isola del Giglio, paradiso naturale e perla scheggiata ed oltraggiata, è naufragata una idea di modernità e di diseguaglianza selvaggia”. Parola del leader di “Eyjafjallajökull”, nome di battesimo della Fabbrica di Nichi (scelto in onore del vulcano islandese a pochi giorni dall’eruzione). C’è da chiedersi cosa potrà arrivare a inventarsi di qui alla fine del 2012, “Armageddon della nuova sinistra” magari. Per ora si limita a minacciare che “la tecnocrazia non può congelare il calore della democrazia”.

Vendola, insieme a Grillo e alla segretaria della Cgil, guida il composito fronte della sinistra anti-liberalizzazioni. Secondo Susanna Camusso “c’è una tendenza a dire che bisogna allungare l’orario di lavoro. È di per sé una straordinaria trasformazione, siamo tutti vittime dell’idea che bisogna essere costantemente raggiungibili dall’informazione. Ma bisogna riflettere sul fatto che non è forse vero che il problema è occupare tutto il tempo disponibile”, che così si “deprezza la cura delle persone, la salute, l’idea che si può avere attività che riguardano il tempo libero, la costruzione della cultura, della lettura”.

Col post “Io sto con i taxisti”, Beppe Grillo lancia direttamente un’opa à la Brecht sulle categorie in ballo. “Oggi vengono a prendere i tassisti, domani i notai, dopodomani i farmacisti, la settimana prossima i fruttivendoli. L’unica categoria che non vanno mai a prendere è quella dei politici.” Infatti “la caccia all’untore, alla singola categoria sociale, è iniziata. Una battuta dopo l’altra con i media a demonizzare i redditi dei tassisti o degli avvocati. I tassisti ricchi sono rari come i politici onesti. È un lavoro che si sono comprati con i loro soldi, non attraverso raccomandazioni, conoscenze, leccate di culo.”

Così come Berlusconi lisciava il pelo agli evasori fiscali, con battute e smentite di forma sull’iniquità dello Stato e sulle ragioni per cui in fondo bisognava capirli, Grillo si struscia attraverso il canonico attacco ai media, rei di “demonizzare i redditi dei tassisti o degli avvocati”. E pazienza se quasi nessuno ricorda di essere riuscito ad ottenere una ricevuta fiscale su un taxi o se l’Italia è piena di avvocati, dentisti, idraulici che dichiarano meno di badanti e ricercatori (che prendono meno delle badanti).

Per non sapere né leggere né scrivere, Grillo integra pure lo sloganino di battaglia con cui chiude tutti i post combat – Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure – con un bell’appello elettorale senza se e senza ma, condito con la solita spruzzata di vittimismo preventivo (che non fa mai male): “Ci vediamo in Parlamento se non fanno una legge elettorale per impedirlo.”

L’altra sera per sbaglio ho guardato il Tg3. Era un po’ che non succedeva, anche perché la tv non è molto gettonata in casa nostra, e non ero più abituato a certe bizzarrie, tipo un servizio (per fortuna veloce) su Marco Rizzo, leader di non so quale Partito Comunista Docg, che fissava marziale la telecamera arringando sulla nuova lotta di classe che unisce taxisti, precari e operai.

La prima manifestazione contro gli ordini professionali io l’ho organizzata nel 1998 e l’associazione di cui ero responsabile dell’organizzazione, l’Unione degli Universitari, aveva sede in Corso Italia e con la Cgil aveva (e ha) un rapporto di figliolanza politico-sindacale proficuo e (spesso) conflittuale. Quella volta non dissero niente (se scazzavamo forte la tirata d’orecchi arrivava puntuale) e anzi, Massimo D’Alema, allora segretario del Pds, si complimentò con inusuale veemenza.

Com’è andata dopo è noto. Sono passati quattordici anni da quel corteo e dal nostro elegantissimo slogan – gli ordini professionali non servono a un cazzo – e Bersani (versione ministro) e i governi di centrosinistra sono riusciti a fare poco, sudando molto. Quegli altri invece hanno festeggiato la rivoluzione liberale direttamente in piazza, assieme ai taxisti romani in camicia nera dopo la vittoria di Alemanno.

Monti ha fatto più di tutti in meno di due mesi, Natale e Capodanno inclusi. Così come sulle pensioni, sul riordino dei conti pubblici, ora sul mercato del lavoro e sulle frequenze tv che il centrosinistra – è bene ricordare agli smemorati – ha continuato a regalare al temibile Caimano. Perché mai, dopo un anno di questa rumba e con la barca che magari si rimette ad andare, dovrebbero fare le valigie? Che fanno gli altri, tornano per riattaccare a smacchiare i giaguari? Bersani fa bene a bere da solo, altroché.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

3 dicembre 2010

"MEGLIO IL FUOCO DELLA BATTAGLIA"

“Due canaglie votate al male. Concentrato di malefica intelligenza. Subodoro una trappola. D’accordo. In chat su fb.” Mauro Zani non ha dubbi e, brusco e bonario come l’archetipo di emiliano che incarna, accetta su due piedi la mia intervista per tFP. “È il blog diretto da Velardi&Rondolino che mi dicono di salutarti (consapevoli del rischio di essere mandati a cagare per interposta persona) e mi piacerebbe sapere il tuo parere su Pd, Bologna, rapporto con la Rete. Se ti piace l’idea possiamo anche fare in chat, qui su Facebook, su Skype o dove credi.” Dopo un paio di giorni, a sera tarda, abbiamo combinato. Ecco il copia e incolla di com’è andata.

Zani (Z): “Forza”

Orione (O): “Dunque, Mauro Zani: consigliere comunale, consigliere provinciale, presidente della provincia di Bologna, segretario del Pci…”

Z: “Già, eccomi”

O: “Poi segretario regionale, consigliere regionale, deputato, eurodeputato e coordinatore della segreteria nazionale Pds-Ds, adesso blogger. Lei fa il blogger a tempo pieno? Ha smesso di fare politica attiva per davvero? Come si sente?”

Z: “Fermo lì. Una cosa per volta. Faccio il blogger certo. La politica la osservo e se del caso la critico. Son come quei pensionati che s’aggirano intorno agli operai al lavoro e… mugugnano, e… avanzano rilievi critici…”

O: “Ci tiene a rimarcare che ha smesso con la politica attiva, l’ho letto più volte. Dal distacco etereo del blog com’è, la politica?”

Z: “Già. Niente politica attiva. Altrimenti mi pensano in agguato dietro una siepe… il lupo cattivo… La politica non sta tanto bene”

O: “Lo stato di salute di Pd e Pdl sembrano darle ragione… Perché, secondo lei, dal ‘92 ad oggi il grado di consunzione di partiti e leader politici è così alto? A sinistra, in particolare, è un’ecatombe”

Z: “M’interessa più stare a ridosso del Pd naturalmente. E… son così annoiato d’aver sempre ragione”

O: “Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino, Cofferati, Franceschini, Bersani, Prodi… ne ho perso qualcuno?”

Z: “Beh, consunzione dei leaders? Forse, resta che s’avvicendano più o meno gli stessi. Li conosco, a memoria… Appunto son quelli”

O: “Ma perché nessuno molla, come lei? Non lo capisco. Voglio dire, ha una bella pensione, un sacco di amici sparsi per il mondo, parecchi libri da leggere in sospeso…”

Z: “Questione egoica. Hanno poco rispetto per le loro persone… e poi in pensione non si sta tanto bene. Meglio il fuoco della battaglia. Per mollare basta andare per cinque anni nel Parlamento Europeo. E non vedi l’ora che finisca! In sostanza per mollare bisogna fare un apposito training… io modestamente lo feci”

O: “Si vede… Devo confessarle che all’inizio non ci credeva nessuno…”

Z: “Già. Poi però non mi va di starmene zitto e buonino…”

O: “Nono, intendo che nessuno credeva che fosse lei”

Z: “Prego?”

O: “Alcuni hanno insinuato che fosse un vero e proprio furto d’identità… un gesto dadaista”

Z: “Fantastico, è un mondo pieno di matti!”

O: “Un erede di Guy Debord si era impadronito del brand ‘Mauro Zani’ e le stava suonando a tutti di brutto… beh, non era una tesi tanto campata in aria. C’era una discreta differenza tra il prima e il dopo di Mauro Zani”

Z: “In verità c’è chi sa bene che io ho sempre suonato, adesso ho semplicemente cambiato strumento. E non mi dispiace”

O: “Comunque, sono felice che quello che diceva che Zani era morto e il blogger era uno sciacallo identitario si fosse sbagliato…”

Z: “Comunque quello vero è il blogger, seppur in erba”

O: “Bene: da bolognese chiedo al blogger, che dal cv mi pare informato dei fatti, che sta succedendo a Bologna?”

Z: “Sono informato anche dei misfatti”

O: “Immagino… lo spettacolo penoso che la riportò in città nel ‘99 si sta ripetendo o è una mia idea?”

Z: “A Bologna assistiamo con ogni probabilità all’ultimo atto di una lunga storia. Quella di una sinistra al governo per mezzo secolo e che dopo la nascita del Pd s’appresta a passare il testimone ad altri. Difficile dire adesso come andranno le cose, ma può persin darsi che, con l’aiuto di Vendola, Dossetti si prenda una rivincita post-mortem. Naturalmente non ho nulla contro gli eredi di Dossetti, tanto più che fino a qualche mese addietro, era persin possibile che la rivincita la prendessero i legittimi inquilini di Via Altabella. Sì, insomma, per i non bolognesi la Curia. In sostanza non si sta ripetendo semplicemente lo ‘spettacolo’ del ‘99. Con la meravigliosa idea che ha fatto frettolosamente nascere il Pd tutto lo scenario è cambiato. Non son sicuro che a Bologna e a Roma se ne abbia contezza”

O: “Lo scenario è cambiato, non solo a Bologna e in Italia. Non mi pare che il Pse goda di ottima salute… I socialisti stanno perdendo ovunque in Europa, mentre la sinistra conquista il Sudamerica stato dopo stato, facendo la sinistra per davvero… Qual è la lezione?”

Z: “Infatti. Perciò, modestamente, a suo tempo spiegai che si trattava di cercare una nuova (parolone antico) sintesi. Un progetto demosocialista. L’idea, semplice, che siamo tutti democratici dopo l’89, e che quindi definirsi semplicemente tali è come cercar d’afferrare il nulla. Calci al vento. Perché la sinistra in America del sud vince? Semplice: perché critica la liberaldemocrazia nei fatti e non con la semplice ideologia, della serie siamo socialisti, punto. O siamo democratici, punto. Morale. Ci vuole un’identità definita. Per me basterebbe definirsi come democraticiesocialisti tutt’attaccato. Insomma ripartire bisogna, a costo d’attraversare il deserto.”

O: “Ok, e cosa significa, con un esempio, essere democisalisti? Demosocialisti, faccio fatica a scriverlo…”

Z: “Capire che tutte le democrazie sono alla prova della globalizzazione dell’economia e dei mercati, ad esempio, e di conseguenza imprimere efficacia alla democrazia chiudendo la fase (novecentesca) della liberaldemocrazia. Come? Recuperando e facendo circolare ideali, valori di giustizia sociale nella democrazia. Ed è chiaro che ciò significa promuovere taluni interessi contro taluni altri. Se son bigi tutti i gatti allora le persone stanno a casa. A guardare (quando va bene) la politica dallo schermo”

O: “Ultima domanda: perché non si è candidato lei sindaco di Bologna? Lo sa, vero, che con una buona campagna, lei poteva vincere…?”

Z: “Per la ragione che avrei avuto contro prima di tutto il Pd. E anche per il solito egotismo. Della serie: se non mi vogliono peggio per loro. In più io non son adatto per le autocandidature. Proprio per niente: all’ego s’aggiunge, paradossalmente, una ritrosia innata. Insomma siam mal fatti!”

E’ mezzanotte passata, l’intervista è agli sgoccioli e Zani si concede un’ultima zampata.

“Piccolo motto conclusivo per i dirigenti nazionali del Pd: quando i gatti han lo stesso colore scorazzano le volpi. E non son solo grilline. Occhio ragazzi!”

Il blog di Mauro Zani è qui.
L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

1 novembre 2010

BUNGA VIRUS

“Bravo, ha fatto bene a telefonare, a fottersene delle convenzioni, a mandare la Nicole a prendere Ruby in questura, e a spacciarla per la nipote di Mubarak, ciò che solo la sua fantasia e il suo senso del grottesco da commedia all’italiana potevano ideare per cavare d’impiccio quella ragazza di strada che era capitata chissà come a una delle sue feste, a uno dei suoi legittimi e barocchetti intrattenimenti domestici a base di Sanbittèr, la bevanda che solo un maturo Ganimede, coppiere degli dèi, può offrire a una festa.”

Come si fa a non essere d’accordo con Giuliano Ferrara che (con consueta sobrietà) solidarizza con l’amico-premier “quel che si dice bonariamente un puttaniere, un womanizer, un libertino giocoso e gaudente” di 74 anni, che ha il fegato di dire “sono orgoglioso del mio stile di vita”, a cui D’Alema vorrebbe sguinzagliare contro mute di preti (tanto alla prossima battuta di caccia vaticana contro una qualche libertà peccaminosa basterà fare scena muta come al solito)?

“I’m a playful person, full of life. I love life, I love women.” Gli è bastata una frase (che in ingleseRepubblica conferma la propria snella e implacabile autorevolezza e continua intrepida nel solco tracciato da Eugenio Scalfari nel 1976”, graffia Annalena Benini a proposito di un giornale che arriva a scrivere “ecco: da adesso si sa pure che, varcata una certa soglia, al rituale del dopocena era assegnata la denominazione invero esotica di bunga bunga. Assimilabile, quanto a strizzatine d’occhio, ma più potente, a consimili espressioni quali gnacca gnacca, tuca tuca e bingo bongo, quest’ultima nell’accezione non necessariamente leghista, ma sadico-anale chissà se ancora in voga nella scuola dell’obbligo.” suona anche meglio) per schiacciare un’altra volta i questurini della questione morale, decisi a non occuparsi più di politica neanche per sbaglio. “

Il copione è sempre lo stesso, rodato, delle campagne di comunicazione virale: il messaggio-choc, sparato dall’ammiraglia liberal italiana con un format che ne supporta adeguatamente il carattere di “scoop” (le ‘dieci domande’ l’altra volta, la doppia paginata di D’Avanzo questa), in poche ore deborda in Rete, invade radio e tv, intasa sms e chiacchiere, raggiunge le testate estere che erigono, a loro volta, totem festanti del nuovo sputtanamento di stato. Il bunga bunga, oltre che il classico tormentone su Facebook, è un nuovo pezzo di Elio e Le Storie Tese e un bolognese ha già registrato il dominio web (www.bungabunga.it), ma come al solito i cinesi sono più avanti e Apple Daily, il quotidiano di Hong Kong ne ha tratto una clip in 3d.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
Il pezzo di Elio l'ho preso qui.

6 aprile 2010

BERLUSCONI 2.0


“Guardate qua donne", il contributo di Lupo Michele alla fan page di Silvio Belrusconi è inequivocabile. Trattasi di una foto che raffigura la scultura di un enorme pene eretto, piantonato da una pattuglia circolare di lanterne multicolore. Le dimensioni sono rivelate dalle due minuscole figure di sesso femminile, in piedi di fronte all’enorme totem. Lupo Michele è uno dei 223.058 fan del presidente del consiglio (che hanno già postato più di 3700 foto), tra cui Arianna Cacciotti, che lunedì sera saluta la compagnia così “Bonanotte Popolo. Buonanotte Presidente. Non fatevi troppe canne stanotte Violacei.”

“Ora che anche Berlusconi è su Facebook ci siamo davvero tutti". Secondo Rienzi, il sindaco di Firenze "i social network e internet in genere hanno cambiato tanto il modo di fare politica. Anche se Berlusconi aveva già un'efficacia comunicativa notevole.” Adesso che ha imboccato la strada dell’alfabetizzazione tecnologica in una settimana (e senza scrivere nemmeno una riga di politica) su Facebook ha tirato su più o meno lo stesso numero di fans di Veltroni (26000 e rotti), Bersani (circa 20000), Di Pietro (quasi 78000), Vendola (87000), Emma Bonino (16000), Rosy Bindi (8700) D’Alema e Pannella (5000 a testa) messi insieme.


“Sono convinto che nel momento in cui si interviene su temi così importanti, sia fondamentale ascoltare i suggerimenti dei cittadini. Ecco perché utilizzeremo Internet e Facebook” afferma Berlusconi nel videomessaggio al Giornale, chiudendo così – almeno simbolicamente – l’era pre-tecnologica della destra italiana, quel breve lasso di tempo in cui la sinistra ha avuto la possibilità di acquisire una posizione dominante in Rete (dopo esser stata per oltre vent’anni sotto scacco televisivo). Grillo e Di Pietro ci campano da un pezzo e il cosiddetto “popolo viola” ci è nato dentro. Ora arriva la corazzata Berlusconi.


Quello di Facebook, peraltro, potrebbe essere solo l’antipasto. Antonio Palmieri, responsabile internet del Pdl ha una strategia: “a breve lanceremo il sito ilgovernodelfare.it, affiancando il cammino delle riforme, interrogando e facendo partecipare direttamente gli italiani. Ci sarà quindi un “gazebo telematico” per chiedere ai cittadini che tipo di riforme vogliono”.


“Guardate qua donne” l'ho presa qui.

L'articolo è stato pubblicato oggi su "The Front Page".

17 novembre 2009

INSIDER TRAINING


“Siamo due vecchi arnesi della politica e della comunicazione; ne abbiamo viste tante e qualcuna l’abbiamo anche fatta. Quando ci siamo ritrovati, ci siamo chiesti come mai in Italia l’informazione politica sia diventata (quasi solo) pettegolezzo e propaganda.

tFP nasce dalla convinzione che una buona informazione politica faccia bene non soltanto ai cittadini, ma prima di tutto alla politica.”

Comunque la si pensi, quella di The Front Page sembra proprio una buona notizia.
Velardi e Rondolino in versione western (l’autoironia compiaciuta diverte, se è divertita) firmano il nuovo blog collettivo d’informazione politica, che tenta di far debuttare anche in Italia il giornalismo d’assalto stile “off the records” che negli States sta cambiando i connotati al panorama mediatico di pluricentenaria tradizione.

Il fatto che l’Huffington Post (il blog molto beninformato di Arianna Huffington) abbia superato il sito del Washington Post in termini di “click” significa qualcosa.
“The Politico” (un blog anch’esso) che diventa all’improvviso una delle più influenti fonti, capace di “dare la linea” alle vacche sacre del giornalismo USA, testate-portaerei vecchie come la Guerra di Secessione, vorrà pur dire qualcosa. Se poi in Italia le vendite dei giornali calano mentre le visite sui loro portali aumentano e la pubblicità va migrando in Rete, forse significa che anche qui qualcosa sta cambiando.

I due ex consulenti di D’Alema devono averlo fiutato e infatti si sono inventati, lesti, The Front Page.
La formula è semplice e un po’ carognesca: ci scrivono illustri firme del giornalismo italiano sotto pseudonimo, che (in questo modo) possono bastonare a piacere oppure semplicemente dire le cose papali papali (si deduce quindi che non godono della stessa libertà nelle testate che gli pagano lo stipendio).
Anche e solo per questo (ammesso che sia vero) quella di The Fronte Page è una good news.

La veste grafica richiama un po’ il New York Times (il font scelto per il “The” è lo stesso) e un po’ l’estetica western (il posizionamento corsaro ne giova) e dal sito si può saltellare sulle varie Front Pages sparse sui principali social network della Rete (Facebook, Twitter, ecc.).

Dalla videopresentazione dei due front men (che dopo un po’ di ingessatura iniziale si rivela schietta e un po’ inconsueta, almeno rispetto all’attitudine cimiteriale o palesemente marchettara a cui siamo abituati da iniziative analoghe) e dai primi giorni di attività emerge un profilo editoriale netto: attenzione all’analisi, ai dettagli e ai “backstage” della scena politica italiana, poca (o divertita) partigianeria.
Certo, l’inflazione dell’aggettivo “serio”, di cui sia Velardi che Rondolino abusano in presentazione, tradisce forse l’ansia (a mio modo di vedere immotivata e un po’ dalemistica) di non posizionare il blog come una versione colta di Dagospia, ma come un think tank per nulla accidentale e molto (appunto) “serio”. O forse è un’altra gag.

Da quello che ho letto, comunque, mi sembra che il pop prevalga, almeno nella scelta di un tono di voce informalmente complice, che da al lettore la sensazione di partecipare alla denudazione di reucci e reginette in prima persona. Per ora, quello che manca è la “notizia”. Anche se “l’entusiastica collaborazione di un gruppo di amici e colleghi non pagati” dovrebbe garantirne in abbondanza.
I collaboratori spediranno i “post” durante la giornata per incrociare giornalisti e comunicatori proprio quando scrivono i loro pezzi e le macchine si stanno scaldando. Sono gli addetti ai lavori il target primario di The Front Page.

Anche le rubriche fisse promettono bene. In “Lie to me”, ispirata al telefilm, un neurofisiologo italoamericano analizza il linguaggio non verbale dei politici, mentre in “Pagine rosa” c’è la rassegna stampa – appunto – “rosa”.
Se un tempo, per informarsi sulla politica, si leggeva Rinascita, oggi si legge Chi, e noi selezioneremo articoli provenienti da Chi e da giornali affini con la massima considerazione” chiosa serissimo Rondolino.

Speriamo che poi arrivino anche le inchieste, corsare e trasversali certo, ma abbastanza “serie” da scrollare un po’ il quadretto di mummie del ’992, che seguita a farsi chiamare “Seconda Repubblica”.

Fonti:
“The Front Page” il blog
“The Front Page” la videopresentazione di
Rondolino / Velardi
“Huffington a Trastevere: nasce The Front Page” dal blog di Zambardino su Repubblica.it
“Qui si spiega come dare le non notizie con stile” di Marianna Rizzini sul Foglio.it

Nell'immagine sopra la testata del blog.
L'articolo è tratto dal
blog di Aprile.

27 ottobre 2009

PD 3.0

"Tre milioni di persone sono una grande prova di democrazia. Tre milioni di persone che hanno pagato due euro a testa per partecipare alle primarie sono un grande risultato. Noi siamo orgogliosi di essere quelli che stanno costruendo un partito. Chi fa un partito realizza la costituzione repubblicana che parla di partiti e non di popoli"

Bersani ha proprio ragione: 3 milioni di persone alle urne per scegliere il segretario del Pd sono una cosa seria. Abbastanza per domandarsene la ragione.
Ha vinto lui, Franceschini ha avuto dal popolo delle primarie la conferma della stessa proporzione espressa dagli iscritti – 1/3 del partito – e Marino ha aumentato i consensi, dimostrando che laicità, diritti civili, eccetera sono percepiti come priorità.

Ha avuto ragione D’Alema: gli iscritti non sono degli alieni e il popolo delle primarie ne ha rispecchiato le preferenze. Ma hanno avuto ragione anche Veltroni / Franceschini a impuntarsi sul plebiscitarismo un po’ bizantino di queste primarie all’italiana.
Che sono forse l’unica eredità decente di questo ammasso di macerie politiche e istituzionali che passa per Seconda Repubblica, l’unica vera novità in quindici anni di valzer di partiti che cambiano nomi e simboli senza mai cambiare dirigenti.
L’unica opportunità di partecipazione nei fatti.

Per una volta varrebbe la pena di rovesciare l’approccio esterofilo, in cui un po’ tutti ci si impantana troppo spesso, considerando l’ipotesi che far scegliere il segretario di un partito “popolare” a chi lo vota sia un’innovazione importante nella scena politica della vecchia Europa e che gli altri per una volta ci stanno studiando con interesse e ammirazione per vedere se funziona. Dalle file ai seggi parrebbe di si.
Da come stanno messi i partiti socialisti della vecchia Europa, poi, viene da pensare che qualcosa di buono il tanto bistrattato Pd deve averlo pur combinato (o anche solo evocato), per avere ancora la forza di portare 3 milioni di persone, la domenica, a tirare fuori due euro e a farsi un’ora di fila per mettere una croce su un nome.
Perché al di là dei giudizi sulla gestione Veltroni / Franceschini, alla “ditta” ne sono arrivate di legnate, tra Marrazzo (proprio il giorno prima con tutti che lo sapevano da mesi, e addirittura l’Avanzo di Balera che l’aveva “protetto”, dice), le pistolettate in Campania, la telenovela Binetti, la serie impressionante di batoste elettorali, Rutelli, lo scandalo della sanità in Puglia. Al di à di ogni analisi è altrettante lampante che i media ci sono andati già duri, dopo che Veltroni ha perso. E non solo i bravacci dell’Avanzo di Balera, ma pure gli “amici”: non penso che il trattamento da fratellini tonti che gli è stato riservato da Repubblica&c sia stato utile per consolidare una qualche autorevolezza.

Di ragioni per tenersi i due euro in tasca e starsene a casa ce n’erano a bizzeffe.
Non è andata così e io, che avevo deciso di stare a casa, di fronte alle immagini della gente in fila non ce l’ho fatta e sono andato a votare.

Al di là di gusti ed opinioni, poi, è un dato di fatto che la politica sia personalizzata, in Italia e dalle altre parti. In epoca di overdose mediatica continua la personalizzazione è una semplificazione, un modo per decodificare al volo messaggi che non abbiamo sempre il tempo, la voglia o gli strumenti per decodificare.  
Per questo le primarie rappresentano lo strumento di controllo democratico che controbilancia lo strapotere politico-mediatico dei leaders e l’opportunità di protagonismo e inclusione per gli outsiders. Sono il collante di una comunità politica, la sua vera festa dell’unità.

3 milioni di persone su 8 milioni di elettori alle Europee è il segnale che la comunità del Pd è fortissima. Le primarie ancora una volta sono state il modo per rendersene conto, il balsamo per tutti i crucci che ne appesantivano il passo.
Sarà difficile, dal 25 ottobre 2009 in poi, trovare qualcuno con la faccia di dire che non servono più.

Fonti:
“La svolta e il ritorno all'antico” di Federico Geremicca dalla Stampa
“Ai seggi si scopre che c'è un'armata dei nonni-elettori” di Maria Laura Rodotà dal Corriere della Sera

L'immagine l'ho presa in prestito qui.

Tratto da Aprile di oggi.

24 ottobre 2009

DICIAMO

"Marino è tra i miei più bravi e validi collaboratori. Poi si è preso la libertà di candidarsi. Io l'ho sconsigliato perchè non mi sembrava avesse la preparazione professionale per affrontare questa sfida. Quando finisce questa avventura tornerà a lavorare con Italianieuropei"


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18 giugno 2009

IL PROBLEMA DI VELTRONI


È che è un Cancro.
Per il resto è perfetto: gli piaccioni i fumetti, Don Milani e gli States.
Almeno altri tre cancri che ho conosciuto però hanno il suo stesso problema: non riescono a dire di no. Non per questo non mollano bei calcioni, ma non lo fanno mai a viso aperto. Non è nelle loro corde e se sono costretti vanno sempre fuori tempo.
Non è una gran qualità, il vantaggio però è che essere un Cancro non è un destino ma una predisposizione. La posizione delle stelle indica la direzione, non la meta.

D'Alema invece è un Toro.
C'è almeno un altro toro che ho conosciuto che ha in comune con D'Alema la mania di misurarsi in continuazione il pisello. Questa gara a chi piscia più lontano però, sia nel caso del mio amico che in quello di D'Alema, è del tutto fine a sé stessa.
Un gioco seriale, come i bimbi che si spalmano la cacca sulla faccia e ridono felici.
Anche per il velista D'Alema la posizione delle stelle indica la direzione e non la meta. Ma anche lui non riesce a resistere.

Così può succedere che l'ennesima puntata dell'infinita saga di Red & Toby all'italiana (mi riesce incredibile pensare che ne sto scrivendo - ancora - anch'io) si svolga su due palcoscenici diversi, ma con la solita eguale sincronia.
Prima Toby annuncia la sua corrente-non corrente prima dei ballottaggi, poi Red per pisciare un metro un più in là risponde con le indiscrezioni-non indiscrezioni sull'ennesima presunta orgetta dell'Avanzo di Balera.
E gli da modo così di preparare la controffensiva.
Chissà che ne direbbe Sun Tzu.

L'immagine l'ho presa in prestito qui.

24 febbraio 2009

LA GUERRA DEI MEDIA / 2


"Ma chi è un rom? No è Veltroni"
Così titolava lo scorso 5 agosto il quotidiano diretto da Vittorio Feltri, pubblicando la foto dell'ex sindaco di Roma - non esattamente in forma smagliante - intento a piantare l'ombrellone nella spiaggia di Sabaudia.
Libero è Libero naturalmente, ma dal giorno della sconfitta elettorale contro l'Avanzo di Balera per Veltroni sono cominciati i dolori. Se prima del voto l'ex segretario del Pd poteva vantare uno charme mediatico impressionante (al contrario dell'eterno amico-nemico D'Alema, che non ha mai fatto mistero del proprio astio nei confronti del giornalismo italiano), dopo l'accanimento nei suoi confronti è parso in certi passaggi piuttosto gratuito.

Tutto l'articolo, il Binaconiglio della settimana su Aprile, è qui.
L'immagine l'ho presa in prestito qui.

27 luglio 2008

L'ALTRA FACCIA DELLA PLEBAGLIA


"A me i braccianti analfabeti hanno insegnato la battaglia contro il plebeismo culturale, ma questa comunità sta scegliendo un'altra strada".

C'è una ragione per cui se Nichi Vendola fosse stato il candidato leader di Sinistra Arcobaleno io l'avrei votato, nonostante l'evidente miserabilità del progetto (e le facce dei promotori): è un tipo sincero.

Non credo sia solo lo smacco di una sconfitta annunciata (tutte le correnti di Rifondazione - stalinisti e trotzkisti insieme - contro la sua mozione maggioritaria che raccoglieva il 47% dei delegati) che gli fa dire
"questo congresso è il compimento della sconfitta della sinistra"
ma quella puzza di miserabile caccia al traditore che ha segnato il clima di un miserabile congresso, preceduto da vere e proprie rese dei conti a livello locale, a suon di ricorsi, avvocati, giudici, carabinieri.

La comunità (così la chiama
Nichi con la sua consueta magnanimità) di Rifondazione è riuscita nel capolavoro di apparire sui media come un guazzabuglio di bande che si odiano e si accapigliano per qualche strapuntino di potere o (peggio) per idee vecchie come Bakunin, ma non esitano a tramestare insieme come i più brutti ceffi democristiani (e sotto le telecamere per giunta) pur di bruciare le ambizioni dell'unico leader in grado di far votare per loro gente come me, che di norma farebbe fatica ad ascoltare anche un solo minuto dei loro deliri passatisti.

Non è una novità, comunque, anche Marx in persona decise le convocazioni del Quinto congresso dell'Aia della Prima internazionale socialista per mettere in minoranza i traditori anarchici. E poterli cacciare a calci nel culo.
Ferrero &C più modestamente si sono vendicati del Berty perdente e hanno deciso di rimettere indietro le lancette del partito, costruendo una trincea immaginaria per difendere l'ortodossia dal nulla che li circonda.
Forse Vendola dovrebbe riflettere sull'ipotesi di fare come Proudhon e Bakunin nel 1872: levare le tende e mettersi in proprio.
Qualche mazziniano lo seguirebbe di sicuro.

Ma come si dice, piove sul bagnato. Oppure, più prosaicamente, è la merda che si rivolta al badile.
Infatti mentre i compagni sono chiusi in assise permanente ad elaborare il lutto, regolare i conti in sospeso e scervellarsi sul perché gli operai iscritti alla Fiom al nord votano per la Lega (come ha fatto notare cupo il Berty), il Diavolo ha già deciso chi li rappresenterà quest'autunno, e come: Vladimir Luxuria all'Isola dei Famosi.

Così mentre la nuova e gagliarda classe dirigente di Rifondazione (gente della levatura di Ramon Mantovani, Riccardo Grassi e naturalmente dell'indimenticato exministro / neosegretario Paolo Ferrero, che nella testata del suo blog compare dalla fronte in giù per evitare la pelata) si affaccenderà a costruire l'unità dei comunisti (wow!) insieme ad altre brillanti teste d'uovo come Diliberto, Rizzo (la testa precedente a quella dell'homo sapiens-sapiens in un grafico darwiniano) e Ferrando, Luxuria apparirà davanti a 8/10 milioni di telespettatori una volta la settimana in prima serata e gli altri giorni nelle strisce quotidiane dell'Isola.

Il dibattito (è giusto o no che la compagna Luxuria guadagni quanto un operaio in 300 anni si chiedono i mentecatti) è già iniziato ma (a parte nella miserabile discussione interna di quell'ormai ex-partito) è anche già finito: chi sarà infatti il simbolo di Rifondazione d'ora in poi?
Il pretino valdese amico degli stalinisti (senza parlamentari né charme) o la transtar che ha ottenuto da Simona Ventura di poter parlare liberamente?

Evidentemente i compagni che continuano a sbagliare fanno una brutta fine, come sanno benissimo nel resto d'Europa dove i residuati bellici del novecento sono stati cancellati nelle urne.
A parte Die Linke in Germania: lì la sinistra ha lasciato da parte le pugnette ideologiche e si è messa insieme per inventarsi qualcosa di nuovo, l'idea di Vendola.

L'immagine l'ho presa in prestito qui.

Piesse
L'altro giorno ho letto su un giornale di carta (La Stampa?) che gli uomini di D'Alema stavano lavorando per Nichi. Avrei dovuto capire al volo che era un brutto segno. Tutti quei pelati vestiti di nero mi sa che menano un po' rogna.

23 luglio 2008

MAX E UÒLTER


La politica deve saper dire ad ogni cittadina e ad ogni cittadino:
“C’è bisogno di te per costruire un’Italia migliore”.
Per questo nasce ReD.

L'ultima puntata della saga NemiciAmici di casa nostra è ReD, un'associazione di donne e uomini che amano la politica fondata da D'Alema in persona. Per i malevoli è un correntone neodoroteo per condizionare Uòlter, per i benevoli (di solito interessati) è un utile contributo al dibattito e alla riflessione.
In un modo o nell'altro, infatti, quella di ReD è una strategia per sottrarre tempo e energie al Piddì di Toby (altra tessera, statuto, dirigenti, relazioni) e per prendere tempo in attesa di (ri)posizionarsi.

Naturalmente ognuno ha le proprie perversioni, c'è chi colleziona farfalle o francobolli chi associazioni e fondazioni per riposizionarsi all'infinito su uno scacchiere politico sempre medesimo a sé stesso, la cosa curiosa (e un po' patetica) è che questo teatrino va avanti da un numero incredibile di anni (mi sembra 14) e che c'è ancora gente che ne parla e che ne scrive (io lo sto facendo ad esempio).

14 anni fa Internet non c'era e fu il cosiddetto popolo dei fax a chiedere Uòlter segretario del neonato Pds, dopo l'addio del fondatore Occhetto. Era una trappola della Pravda, naturalmente, che quando la direzione del partito scelse D'Alema titolò marziale
Il pugno del Partito.

In 14 anni è successa parecchia roba: negli USA ci sono stati tre presidenti (due Bush e un Clinton) e cinque mandati, Mandela è diventato presidente del Sudafrica (dopo 26 anni di carcere e la fine dell'apartheid) e in Bolivia è stato eletto il primo presidente indigeno, Morales.
Internet ha cambiato il mondo, grazie ai (cosiddetti) no-global la gente ha imparato il termine globalizzazione (mentre i no-global hanno conosciuto Bolzaneto e la DIaz, le Guantanamo d'Italia) e l'Italia ha continuato a perdere colpi nella competizione mondiale sia coi paesi emergenti (India, Cina, Brasile diventati i motori del pianeta) che con quelli europei.

Mitterand e Arafat sono morti di vecchiaia mentre Rabin è morto ammazzato, la nazionale ha perso ai rigori col Brasile i mondiali del 2000 e in quel periodo è esplosa la new economy, che per qualche mese ci ha fatto credere che tutti sarebbero diventati broker di sé stessi.
Il global warming è diventato una minaccia più temuta delle guerre d'Iraq e Afghanistan e il Grande Fratello in Italia è già arrivato alla sua ottava edizione.

Woytila è morto e tutto il mondo ha pianto insieme, poi è arrivato Ratzinger e la Chiesa si è rimessa l'elmetto ed è partita lancia in resta contro la modernità, Muccino è diventato una star, il cellulare una protesi del nostro orecchio e il gay-set una delle lobby più influenti (ma i gay normali non hanno diritto a volersi bene davanti alla legge). La fecondazione artificiale si fa all'estero, il cinema italiano è in crisi e gli stipendi sono i più bassi d'Europa.
Prima leggevo che il 62 per cento dei poliziotti vive con meno di 1200 euro al mese (poi parlano di sicurezza, ci vuole un bel coraggio).

Dopo aver perso la terza volta contro l'Avanzo di Balera (tra grasse risate globalizzate), dopo che le uniche cose che sono cambiate in 14 anni erano quelle che funzionavano (tipo la Sip/Telecom era in attivo prima delle privatizzazioni) in un paese dove se emetti 20 licenze i taxisti menano i ministri (è successo a Mussi) e gli ordini professionali sono trincee medioevali inespugnabili, dopo tutto questo non credevo che Max e Uòlter rimettessero in scena un'altra replica di Red e Toby NemiciAmici.

Ma sono sempre stato un ottimista (dall'aria vagamente socialista).

L'immagine l'ho presa in prestito qui.

30 giugno 2008

PRIDE (IN THE NAME OF LOVE) / 2


Un po' come la nazionale della Spagna di Zapatero: gioca meglio e vince.
Il Gay Pride è innanzitutto una giornata di festa. Birra a fiumi, musica a palla, tette e culi che ballano e si strusciano dalle due di pomeriggio alla mattina dopo.
Poi è una vetrina politica di tutto rispetto, con i laici di destra e di sinistra (ieri c'erano anche i gay di Forza Italia mi ha detto un amico disobbediente, indignatissimo) che sgomitano per poter dire anch'io! ci sono anch'io!

Ma soprattutto (per la terza volta):
il movimento gay / lgbt è l'unica forma organizzata (e mediatizzante) di lotta per la libertà più individuale che ci possa essere: il gusto.
L'idea che uno stato possa discriminare la gente sulla base del gusto, sessuale in questo caso, è la cosa più odiosa che mi viene in mente.


Logico quindi che il Pride di Bologna sia diventato una sorta di rendez-vous per tutti gli sfigati come me che non hanno più piazze in cui andare, né partiti di cui fidarsi del tutto.
D'altronde sono rimasti davvero solo loro e il loro sciopero nazionale per la la libertà a chiedere i diritti di cittadinanza negati e l'estensione (e non la contrazione come va di moda adesso) delle libertà.


No, non è il carro della nuova associazione dalemista, pare non ci fossero i tempi tecnici per organizzarlo.
Si può rimediare l'anno prossimo, tanto sono i nuovi laici del Piddì no?


Ombrelli rossi (e pur bisogna andar).
Dietro ci riguarda tutte, lo striscione del Sexy Shock (nella foto la Lolli e Silva), ci sono anche le puttane, il nuovo bersaglio del governo (criminali abituali). Distribuiscono un volantino fiero e spartanissimo:

Oggi sfilano tra il corteo del Gay Pride 2008 gli ombrelli rossi simbolo della resistenza alla discriminazione di tutte/i le/i sex workers.
L'ombrello rosso venne usato dalle e dai sex workers a Venezia nel 2002 che sfilarono fieramente nelle calli in occasione della Biennale.
Proseguendo in questa tradizione e in onore di tutte/i quelle e quei sex wirkers che osano resistere all'oppressione in ogni parte del mondo, anche oggi marciamo sotto 100 ombrelli rossi per dare solidarietà alle rivendicazioni che questa giornata vuole rappresentare contro tutte le discriminazioni.


Wonder Woman era il/la più bell@ del corteo. Merita la chiusura.

La galleria con la selezione delle mie foto del Pride è qui.

22 gennaio 2008

VIA, VERSO NUOVI E FORMIDABILI CONDONI


Dunque ci siamo.
Dopo due anni neanche di squallore, intervallato da sconfitte, da una politica estera dignitosa e da imprese di declinismo economico ai limiti dell'ospedale psichiatrico (la gag sul tesoretto ad esempio è stata più che surreale), Mastella toglie la fiducia al governo perché gli hanno indagato la famiglia, dice. Non si cura neanche di rispondere, quando gl fanno notare che tra i suoi cazzi col magistrato matto (perché è matto) e il suo appoggio alla maggioranza di governo il nesso non è poi così automatico. Si limita a ripetere non sono stato difeso, come un mantra.

Così il game over è apparso sul display di governo e centrosinistra, con il tipico
suono dell'inevitabilità.
E mo'?
Elezioni?
Governo istituzionale, cioè vecchi barbogi e riformine?
Avanzo di Balera III, l'eterno ritorno?

Nessuno ne sa niente, tutti si scazzano con tutti come al bar. Di Pietro vuole denunciare Mastella, Prodi ce l'ha con Veltroni che sospetta D'Alema, che è incazzato perchè non potrà più espatriare in continuazione, sbeffeggiando politica e "media" italici nelle rare apparizioni sul suolo patrio.
Che cazzo di Paese.

Ieri sera mi ha chiamato Sinopolo per dirmi che
adesso Napolitano da l'incarico a Ruini.
Non sarebbe male in fin dei conti.

Hanno la faccia come il culo l'ho preso qui.

16 gennaio 2008

L'INSOSTENIBILE PESANTEZZA DELL'ESSERE


Dice, ma com'è che ti sei fissato con le primarie americane?
Una manifestazione piuttosto rozza di esterofilia, involontariamente snob (che è peggio)?
Protesta semplice o boicottaggio consapevole?
Noia?

Ieri sera ero a a casa di Poggio, in campagna vicino San Giorgio di Piano, per il consueto tressette del martedì che
per tre anni (fino all'ottobre scorso) era stato disputato il giovedì in un antro fumoso ricavato nelle viscere del circolo Arci Millenium, in via Riva Reno.
Prima del match si è scatenata una discussione sull'aborto, i numeri da circo del Monatto, le mosse della Chiesa, la famiglia, e via banalizzando. Quando mi sono azzardato a dire che mi sembrava rispettabile problematizzare la discussione sull'aborto, prima ho preso un po' di nomi da Barro e Poggio, poi Cuma mi ha fatto notare che non sono una donna; è troppo facile parlare di vita con l'utero delle altre.

Dopo ha aggiunto
"Tra 3 mesi devo iscrivere mio figlio all'asilo privato, sono 800 euro al mese, solo fino a settembre per fortuna. Di che sostegni alla famiglia parliamo?"

Già, di che si parla?
La discussione politica italiana fa senso. Le facce, le voci (quasi tutte cacofoniche) e i contenuti fanno senso. Se ti metti ad ascoltare troppo da vicino va a finire che ti prendi dei nomi dagli amici prima del tressette oppure che cominci a giocare al piccolo Galileo.
Se ne trovi altri 66, possibilmente luminari come te, capace che ti guadagni il tuo quarto d'ora di gloria e dai all'Imperatore di Guerre Stellari, al Monatto, al suo amichetto e a tutti i ciellini in circolazione la possibilità di fare le vittime nelle infinite repliche della pièce medioevalista in onda senza sosta su tutti i "media".
Come se fossimo nel 1978, come se non avessimo gli asili a 800 euro.

Dice, perché scrivi sempre degli USA?
Forse per la stessa ragione per cui il ministro D'Alema in ogni intervista continua a ripetere di essere sempre in viaggio. O forse perché il ministro Mastella, indagato per sette realti diversi con la moglie agli arresti domiciliari, può dichiarare che

"ho combattuto la mia battaglia finché si combatteva ad armi pari, e non arrivavano colpi bassi e imprevisti, perché dalla tua condotta politica nulla lasciava presagire un concertato volume di fuoco per distruggere la tua persona, la tua dignità, i tuoi valori"

Ma quale battaglia.
Ma chi sei? Chi siete? Andatevene tutti dal mio mac!
Voglio Obama e Hillary!
 
L'insostenibile pesantezza dell'essere: qui.

Piesse
AHHHHHHHHHHHHH!

18 dicembre 2007

IO C'HO L'ALIBI, A QUELL'ORA... SONO QUASI SEMPRE VIA


Come l'Armando di Jannacci.

Prodi non lo incontra perché ha altri impegni "all'estero", D'Alema sbruffoneggia a suo modo
(facendo finta di non capire che la dimensione del simbolico è concreta almeno quanto il suo ego), Napolitano si è svaporizzato da fermo, il Papa manco si degna di spiegare.

Questa è stata, in ordine gerarchico crescente, la risposta delle "istituzioni" italiane alla visita del Dalai Lama (non ufficiale? ma davvero? e chi se n'è accorto, che cambia presidente D'Alema?). Si arrischiano ad allungare la zampa Bertinotti, Veltroni e Formigoni, protestano i soliti radicali (con l'Emma che dice di dissentire, dolcissima, da Prodi), e per questo vengono salutati come esempi anticonformisti di coraggio dalla stampa bipartigiana. Che Italia.

Un po' come se Ratzinger andasse in visita in Turchia (senza chiedere il permesso al D'Alema nazionale) e incontrasse il sindaco di Istambul e il presidente di qualche regione, non i vertici politici e religiosi del paese. A proposito: non stava per andare a finire così giusto qualche tempo fa?
E noi, l'Italia, la cristianità minacciata, come l'avevamo presa?

E dire che c'era (almeno) un motivo, gretto fin che si vuole (i voti islamisti alle elezioni) ma concreto, e che dopo tutte le pressioni subite alla fine l'incontro c'è stato.
Invece rifiutarsi di incontare una delle massime autorità spirituali del pianeta per un ricatto della dittatura più ricca e sanguinosa è un vero schifo.
Anche perché Angela Merkel e Bush, che se ne sono sbattuti dei veti di Pechino e hanno ricevuto l'anziano leader buddhista con tutti gli onori che merita, non sono diventati improvvisamente buoni: sanno solo che se ci si fa ricattare sul Dalai Lama si può essere ricattati su tutto (da tutti).

Poi il Dalai Lama è uno dei pochi che parla (pensa e agisce) così.
L'Armando lo trovi qui.

La foto del Dalai Lama invece l'ho presa in prestito qui.

4 dicembre 2007

TEO-MAX


Quando Fede lo definiva "l'unico esponente di una destra europea, liberale" pensavo esagerasse.
Mi sbagliavo.

Anche se dire che
"Il matrimonio tra omosessuali offenderebbe il sentimento religioso di tanta gente. Due persone dello stesso sesso possono vivere uniti senza bisogno di simulare un matrimonio"
significa non essere molto liberali.

La foto l'ho presa qui.


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permalink | inviato da orione il 4/12/2007 alle 11:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

4 ottobre 2007

PRIMARIE VIRTUALI

 
Le Primarie per il Pd arrivano anche su Second Life. Ci pensa la Fondazione Italianieuropei.
Le urne saranno aperte l'11 ottobre dalle 15 alle 23 e il 12 ottobre dalle 9 alle 13. Il 13 si saprà com'è andata. Anche se, secondo me, sul Metaverso vince Letta a sorpresa; non so perché ma ho una sorta di presentimento.
Coordinate: Italianieuropei 50, 146, 24.

Nella foto l'inaugurazione dell'isola della Fondazione, con il ministro D'Alema.

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