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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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29 gennaio 2013

BERSANOIDI ALLA CONQUISTA DEL WEB


“Uè ragassi, me l’avete menata su tutto il tempo con l’ambaradan delle Frattocchie 2.0 e sta roba dei 300coslani lì, spartani (che a me sinceramente stavano anche sulle balle) e poi diobono voi mi mettete su una cosa vecchia come il cucco, che sembrate quelli che si organizzavano e partivano in motoretta per andare a fischiare il comizio di quello o di quell’altro a Porretta Terme e che poi una volta tornati al bar facevano gli sboroni e si davano di gomito. Tuitter? I socialnetuork? La campagna vi ci vuole a voi diobono!”

Il commento di Lorenzo riassume alla perfezione il fastidio epidermico, ben comprensibile per chi ha avuto a che fare coi ciellini melliflui e implacabili dell’università, che attanaglia dopo un breve giro nel blog di Mantellini. Dopo aver osato postare il video di Bersani in macchina che ascolta l’ultimo (inascoltabile) singolo di Vasco intento a fumare il fido sigaro, titolando “votereste alle elezioni per uno così?”, lo sdegno organizzato e militante è montato in poche ore.

Di questi tempi elettorali spesso, quando ci si inoltra su Facebook, Twitter o in qualche blog, capita (è capitato spesso in questi giorni a diverse persone digitalmente attive) di ritrovarsi sostenitori di questo o quell’altro politicante candidato, di doversi sorbire una montagna di inviti, spam, propaganda. Questo è diverso, questa è Sparta (direbbero loro). Stiamo parlando infatti della war room del Pd, l’unità di guerra elettorale digitale ribattezzata (con sprezzo del ridicolo) per l’appunto “trecento spartani”.

Al netto di veline e velini che impazzano in Rete a compitamente spiegare quanto sia bella, entusiasmante, collettiva e finalmente giovane la campagna del Pd, è interessante riflettere sull’operazione che già dal manifesto” del blog, davvero spartano, intende mostrare i muscoli, a suon di dotte citazioni e paroloni complicati. Poi è ovvio che le chiacchiere stanno a zero, al Pd di web ci capiscono notoriamente poco e non gli è sembrato vero di lustrare a nuovo le truppe cammellate di figiciotta memoria.

“È utile quindi considerare il web come estensione agentiva della dimensione analogica (E. Colazzo – Caught in a web, in allonsanfan.it) e pertanto analizzare quello che succede in rete, e in particolare sui social media, come qualcosa che vada a completare la sfera offline che ognuno di noi vive ogni giorno e quindi come una latrice di influenza che può andare a fissarsi su determinati recettori, se efficacemente stimolati.” In soldoni: una stanza in via del Nazzareno, qualche stipendio e uno stuolo di bravi compagni in giro per l’Italia pronti a menar le mani ogni volta che qualche fighetto parla male del capo.

Dopo il raid al blog, una tipa su Facebook ha commentato: “Ma Mantellini, di preciso, cosa fa nella vita? Il blogger? Mi sa che aveva ragione sua madre.” Per poi replicarmi trucida, poco prima di togliermi l’amicizia: “Grazie al Mantellini rosicone gli Spartani sono raddoppiati…si metterà l’anima in pace prima o poi, che di web non capisce solo lui.” La chiave di volta per capire tutta questa baldanza guerresca è forse proprio la sensazione, immagino liberatoria, di sentirsi per una volta dei nerd, si, ma fighi.

Non più solo i grillini, quelli dei centri sociali, il popolo viola, gli infidi amici di Civati, ma adesso che “ci capiscono anche loro di web”, quelli del partitone doc, non ce n’è più per nessuno. E con la tipica tracotanza degli ultimi arrivati al party internettiano, giù a dare dello snob e del fighetto-radical-chic a tutti quelli che si permettono di segnalare che lo spam elettorale, spesso, porta via voti invece che portarne. E che la reputazione, sulla Rete, è tutto. Anche per i nativi analogici che hanno deciso il gran passo, salvo poi trasformarsi in Bersanoidi di scarso appeal politico-elettorale (fuori dai confini della loro Sparta immaginaria).

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

19 novembre 2012

KARMA POLICE

“La vita sulla Terra, come la conosciamo, non sarebbe possibile senza la protezione esercitata dal campo magnetico. Secondo studi recenti la magnetosfera sarebbe interessata da un processo d’indebolimento. Si tratta di un processo lento, ma progressivo”. Non è il solito buco web di untorelli new age (il capovolgimento dei poli magnetici era uno dei must apocalittici in vista del 21/12/2012) ma un comunicato dell’Esa, l’Ente spaziale europeo, che sta lanciando una nuova missione per capire che diavolo sta succedendo: “nei prossimi anni il campo magnetico potrebbe arrivare a un punto di non ritorno, a un livello mai conosciuto dall’uomo”.

A un mese dalla fine del calendario Maya, tutto si può dire fuorché il mondo scoppi di salute. Con gli occhi ancora colmi delle immagini della capitale dell’Occidente, sfregiata dagli elementi nell’intimo dei suoi muscoli architettonici lanciati contro il cielo, la puzza di guerra che arriva dal Medio Oriente lascia presagire un Natale all’insegna del terrore. Allo strazio delle vittime e alla disperazione dei bambini ebrei e palestinesi si aggiunge la paranoia di una guerra vera, con Israele da una parte, il mondo arabo dall’altra e alcune testate nucleari (vere e presunte) in mezzo.

Tutto questo dopo che il segretario di stato Usa, Hillary Clinton, ha annunciato la propria indisponibilità a ricoprire l’incarico nel nuovo governo di Obama. Gli occhi di tutto il mondo sono ancora una volta puntati su di lui, l’uomo del discorso del Cairo. Il Papa Nero è stato appena rieletto, non certo in pompa magna come hanno raccontato con consueta cialtronaggine paesana dalle nostre parti, ma pur sempre con un margine molto superiore ai pronostici della vigilia, sia nel voto nazionale che tra gli stati grandi elettori.

Naturalmente sono tante le ragioni della vittoria di Obama, a partire dall’inadeguatezza goffamente robotica del suo avversario, ma fra tutte spicca l’operazione Chrysler. Sergio Marchionne, il nemico giurato della sinistra italiana, è stato il protagonista dell’evento più atteso dalla sinistra worldwide: il beniamino dei liberal di tutto il mondo rieletto presidente grazie al salvataggio di Stato del colosso dell’auto americana, con i lavoratori a metà stipendio e il plauso unanime del sindacato.

In coincidenza con la fine del calendario Maya, o forse per via della perdita di vigore della corazza naturale del magnetismo terrestre, che impedisce alla Terra di trasformarsi in un Marte o in una Venere, pare che la polizia del karma si stia incaricando di recapitare i suoi paradossali verdetti con crescente impazienza. Non solo il Papa Nero made in Fiat, dunque, ma una serie di piccole scorribande di riequilibrio karmico che sembrano proprio non poter aspettare oltremodo.

“Milano è un villaggio. Tutti sapevano tutto di tutti. Lui arrestava, istruiva processi-bomba, percorreva in favore di telecamere corridoi fatali accompagnato da avvocaticchi con i quali concordava l’uscita degli arrestati dalle camere di sicurezza in cui si riscuoteva con la paura del carcere la confessione, ma già si sapeva tutto di quel coraggioso magistrato in carriera politica. Si sapeva che non era uno stinco di santo, che le sue cadute di stile erano piuttosto pesanti, che il tout Milan era pieno di gente di denari che aveva avuto rapporti spuri con l’ex poliziotto laureato di fretta e messo lì a fare da battistrada dei professorini dell’anticorruzione del pool, si sapeva quel che è venuto fuori pubblicamente dopo, e cioè che aveva avuto rapporti inconfessabili con un pezzetto dei servizi diplomatici (e altro) americani, che la sua storia di pm antipartito era la storia stessa di come veniva calando la cortina di ferro della guerra fredda.”

Il prosaico cade male, nella strapaesana italiana cosiddetta Terza repubblica (in fieri). La faccia di Di Pietro, davanti alla gendarmeria della “commissaria Gabanelli”, come la chiama Giuliano Ferrara nel suo articolo definitivo, sembrava proprio quella del “mariuolo” di craxiana memoria colto con le mani nella marmellata. Sadicamente, ma non troppo, in diversi hanno rievocato la bavetta di Forlani, in aula al processo Enimont: la giustizia infatti non solo (o non tanto) è uguale per tutti. Ma è – soprattutto – equilibrio.

E una volta che si mette in moto, il processo di assestamento non si arresta sino a quando non c’è un equilibrio nuovo. Così capita di assistere alla triste parabola discendente dell’ex Caimano dei caimani, ridotto a mitragliare a salve, a giorni alterni, il governo in carica e a ritrovarsi puntualmente svillaneggiato dai giornali (che un tempo non troppo lontano lo onoravano di una demonizzazione a nove colonne) a pié di pagina, in angoletti troppo angusti per l’ipertrofico ego che scalcia ancora dai titoli.

Oppure di scoprire che dopo tanto bla bla rottamatorio, tra i “Fantastici 5” candidati alle primarie l’unico che azzarda qualcosa di politico (la riforma fiscale capace di assorbire l’evasione = mettere i cittadini in contraddittorio finanziario = fare scaricare tutto a tutti) e scalda i cuori della sinistra del web si chiama Bruno Tabacci, ha centotrentacinque anni ed è un cazzuto di democristiano. Quelli che l’hanno capito per primi, gli agenti segreti della karma police, sono i Marxisti per Tabacci. Normale, poi, che il compagno Bruno sbugiardi le velleità nuoviste del giovane turco Renzi, menandogli calci negli stinchi per tutta la pallosissima versione-primarie dell’X Factor di Sky.

Il pallido Matteo ormai arranca palesemente e certo non aiuta che due tra i suoi economisti di riferimento – Alesina e Zingales – abbiano dichiarato di sostenere Romney. Un amico di tFP, pochi giorni prima del voto, mi ha scritto che “Obama è diventato lo spartiacque fra buoni e cattivi”. L’hanno spiegato anche a Renzi? Intanto Casaleggio, Grillo & associati, liberati ormai dallo stereotipo dei liberatori e ventre a terra nelle purghe d’autunno, continuano a scavare indisturbati, lasciando agli esodanti il continuo rimpallo della propria inconcludenza. Manco la legge elettorale sono riusciti a cambiare.

Per quadrare il cerchio, infine, il rottamator cortese si è candidato segretario del Pd, in Lombardia hanno candidato a furor di partito l’ennesimo “civico”, di sicuro spessore ma conosciuto dal grande pubblico solo per il tragico lutto (continuare a tirare in ballo orfani e vedove oltre a essere macabro e patetico inizia a risultare avvilente), che per prima cosa ha tentato di abolire le primarie e Crocetta neo-presidente della Sicilia ha annunciato Franco Battiato neo-assessore alla cultura. Quello di “mandiamoli in pensione i direttori artistici, gli addetti alla cultura”. Addavenì.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

7 ottobre 2012

OUTSIDER TRADING


“Mi avevano chiesto, come si usa, di fare due conti e vedere chi sta con chi. Ho fatto un sondaggio fra la nostra gente, segretari di circolo funzionari amministratori: tutto a posto, tutti con Bersani. Poi la sera che è venuto Renzi a parlare alla festa ho visto, in platea, il parrucchiere del mio paese, Alfonsine, è da lui che vanno a tagliarsi i capelli tutti i ragazzi. E ho visto anche il direttore della Conad, quella dove vanno le donne a fare la spesa. E poi in fondo il fratello di mia suocera, che fa l’imprenditore e che quando vuol sapere di politica chiede a me. Ho domandato al parrucchiere. Ma stai con Renzi? E lui: ma sì, è nuovo è giovane. Poi tanto sono tutti nel Pd, no? Bersani faccia il segretario, Renzi il presidente del Consiglio”.

Questa, fuori dalle chiacchiere politicanti è l’aria che tira. C’erano serie possibilità che l’Assemblea nazionale del Partito Democratico di sabato 6 ottobre fosse l’ultima. Bastava che il fu Partitone assediato si arroccasse in una Bulgaria di lacci e lacciuoli, tesi a tagliare le gambe alla volata del camper di Renzi, e Renzi, poi, avrebbe avuto tutto lo spazio del mondo – e le ragioni – per presentarsi alle elezioni in libertà. Mostrando dunque di aver fatto bene i suoi conti a iniziare la sua campagna con un appello agli “altri”.

Sulle “regole del gioco”, con cui si corrono le primarie per la candidatura alla premiership del centrosinistra italiano, la decisione è stata assurdamente rimandata per mesi, come quegli esami medici che dovremmo davvero, ma proprio non abbiamo voglia di fare. Così oggi il Pd di Bersani si trova a inseguire col fiatone un candidato che già parla da premier e che l’ultimo sondaggio Ipr gli piazza tre punti dietro. 37 a 34, con Vendola ben sotto il 20 e gli altri (Puppato-Gozi-Tabacci) con percentuali da prefisso.

Per capire la differenza basta accendere il pc, andare su Google e dare un’occhiata ai siti internet dei due candidati, uno dietro l’altro. Due ere geologiche. E questo vale per tutto il resto: dal fund raising online professionale alla presenza sui social network, dalla perfetta riproduzione iconografica del cliché stilistico del Pd made in Usa – in una grafica impeccabile, nel suo stereotipo manifesto – alla mimica del corpo durante i comizi-show del tour in giro per l’Italia.

Se Renzi vince le primarie, poi, è l’apocalisse Maya. Almeno per le centinaia di migliaia di famiglie che vedono uno stipendio sicuro smettere di esserlo. Per ora il corpaccione dell’ex partitone ha retto, ma se i sondaggi anche solo si attestano su queste proporzioni il cambio di casacca, dalle ultime file in avanti, a beneficio del quasi vincitore senza esercito diventerà sempre più sistematico e compulsivo man mano che la data delle primarie si avvicina minacciosa.

Già ora i maligni insinuano che agli show elettorali di Renzi tra le spie inviate dai dignitari di Bersani, sempre una dignitosa porzione della platea del comizio multimediale, pullulino i disertori pronti a vendersi appena finita la corsetta scenica con cui ad ogni tappa il sindaco fiorentino raggiunge il palco. Solerti funzionari occhiuti, rimasti spiazzati da quella inconfondibile puzza di vittoria, così raramente annusata, e subito folgorati sulla via del camper. Chi primo arriva…

Fuori dagli attendamenti dei generali sul campo, poi, si aggirano le candidature di bandiera come quella di Puppato (di cui subito s’è malignato essere quella di Bersani, la bandiera), Gozi (che pare più interessato a posizionare ego e cv, più che legittimamente) e Tabacci, unica candidatura fuori dal, paradossale, coro giovanil-movimentista di cui Vendola è il massimo campione storico. Nonostante l’età e il background.

Vale la pena spendere due parole per il governatore della Puglia, classico ed eterno esempio di radioso futuro alle spalle, che per un breve ma intenso attimo parve avere la possibilità di dare concretezza al velleitario. Facendo dell’esperienza di governo il jolly per accreditarsi anche fuori degli steccati ideologici che presidia da un trentennio come un credibile leader della sinistra. Si sa com’è andata a finire, in Puglia e nella sinistra, e la sua eterna campagna per l’argento alla leadership del centrosinistra senza trattino non appassiona più da almeno un annetto. Troppa fretta, troppo ego (ma bella campagna: complimenti ai creativi).

Ma forse Bersani è più furbo di quanto vuol far credere e lo sfoggio di liberalità del 6 ottobre può essere il modo di ottenere tre risultati: una bella figura e un bel numero di candidati che dipendono dalla clemenza della tanto vilipesa “struttura”. La conciliazione del 6 ottobre, infatti, è un a buona notizia soprattutto per Renzi: 18.000 firme da raccogliere in una settimana (107 firme all’ora cioè 1,78 firme al minuto, come conteggiano al volo su Twitter) o almeno il dieci per cento dei delegati dell’Assemblea nazionale del Pd. Dura per gli outsider.

Ma l’unica possibilità che Renzi non vinca, a occhio e croce, è che ci sia qualcun altro in grado di togliergli abbastanza voti, militanti, volontari, campo. Tutta gente che ora si trova costretta a scegliere fra la padella e la brace. Qualcuno di giovane, “nuovo”, credibile, ma un po’ meno marziano del sindaco di Firenze, almeno agli occhi del target Pd, senza disinvolte gite ad Arcore nello score e con meno brillantini e paillettes televisive. Qualcuno come Pippo Civati.

La sua rete ha lanciato in questi giorni “Occupy Primarie”, la campagna online che fino al 12 ottobre sforna ogni giorno una cartolina per l’Italia ed è culminata mediaticamente nel “blitz dell’Ergife”, il gotico hotel pullulante di déja-vu dove si è tenuta l’Assemblea del Pd. Sono sempre gli stessi che hanno formulato i sei referendum per smuovere le acque dentro un partito in cui, senza il ricorso al pueblo su certi temi non si muove foglia. E che ora chiedono di votarli insieme alle primarie. Con o senza Civati sulla lista.

Questo pare proprio l’ultimo giro di giostra. Ma che succederà poi, al Pd, se e quando la rottamazione sarà compiuta? Una volta che i vecchi oligarchi con cui prendersela sempre avranno davvero levato le tende o comunque si limiteranno a brontolare, come tutti i bocciatori in là con l’età? Cosa rimarrà del Pd con un governo a trazione renziana (o montiana)? Il congresso è oggi, anche questa partita si gioca ora.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
La campagna "Occupy Primarie" è stata realizzata delle Lance Libere.

9 novembre 2010

CHI ROTTAMA I ROTTAMATORI

“Berlusconi deve rassegnare le dimissioni e aprire la crisi di governo. Se non si dimette noi andremo fuori dal governo.” I futuristi stracciano i rottamatori, nel derby (post)politico di questa domenica di novembre, in diretta Twitter anche su FrontPage. Gianfranco Fini, futurista per antonomasia, in un colpo solo annuncia l’imminente rottamazione di premier, governo e legislatura, dopo aver sancito che “non c’è in nessuna parte dell’Europa, e lo dico a ragion veduta, un movimento politico come il Pdl che sui diritti civili è così arretrato culturalmente a rimorchio, anche qui, della peggior cultura leghista”.

La kermesse di Firenze, di fronte all’atomica del presidente della Camera, ha finito per acquattarsi tra le news di seconda fascia, più per i nuovismi post veltroniani escogitati da Renzi e Civati: la keyword e il limite di cinque minuti per ogni oratore, il gong enorme, la lettura dei messaggi sulla pagina di Facebook, il diluvio di video citazioni, lo stile Steve Jobs imperante.

Il mezzo è il messaggio anche stavolta, da Firenze non è uscita una proposta politico-programmatica alternativa a quella (?) dei vertici del Pd ma un’idea di partito, forse antagonista alle salsicce e alle bocciofile, di certo minoritaria (le bocciofile e le salsicce sono ancora più numerose dei profili Facebook, nel ‘popolo delle primarie’) e ben sintetizzata da Andrea Manciulli, segretario Pd della Toscana, nel suo intervento a Firenze: “Ho ascoltato molte cose interessanti, alcune le condivido. Renzi e Civati sono i prìncipi di Facebook, io ho sempre le mani unte di qualcosa che ho mangiato cinque minuti prima e non vado d’accordo con le tastiere touch screen”.

“Almeno 10mila persone passate dalla Stazione Leopolda di Firenze, 6.800 i registrati, circa 150 coloro che hanno fatto interventi. “Prossima fermata Italia”, organizzata dai rottamatori Pippo Civati e Matteo Renzi è stata un successo.” Pollice alzato per Repubblica (è obbligatorio se si vuol correre), dunque, e fischi dall’assemblea dei circoli Pd, fissata a Roma lo stesso giorno (diversi giorni dopo che le date dell’evento fiorentino fossero pubbliche).

I rottamatori si ritrovano quindi nella spinosa condizione di ‘corrente designata’ (dalle cricche liberal dei grandi giornali, dagli antipatizzanti di salsicce&balere, dai mitici giovani), ma dicono di essere consapevoli che, su quel terreno, non si può che perdere (anche quando si vince). Tre segretari in tre anni di vita vorranno pur dir qualcosa.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

29 giugno 2009

PRIMARIE 2.0


"Franceschini e Bersani. Due candidati, due diverse strategie.
Il primo si è tolto la giacca, si è posto davanti alla libreria (non quella con le bottiglie di vino in verticale e le guide turistiche dietro la quale era stato immortalato un paio di settimane fa su CHI, ma l'altra, quella con i libri), ha tirato fuori la sua miglior inflessione ferrarese, ha acceso la videocamera, mezzo busto, e via. Niente sigle. "Per non tornare indietro" 6minutie57secondi di dichiarazione video caricata sul proprio sito personale e su quello di youdem e, ovviamente, condivisibile e linkabile da tutti."


Con l'Avanzo di Balera all'angolo del ring - che strilla "spazzatura!!!" a qualunque faccia da giornalista gli capiti a tiro - e il PIL dell'Italia che se tutto va bene a fine 2009 frana del 5 per cento, il Pd non poteva che fare il congresso.

Cosa peraltro complicatissima, visto che lo statuto per eleggere il segretario impone prima il congresso "classico" che seleziona le candidature, poi le primarie aperte a tutti. Ma se nessuno raggiunge il 50% è l'assemblea nazionale (eletta alle primarie) che decide.
Da adesso al 25 ottobre (data fissata per le primarie) ci sono quattro mesi. Quattro mesi di congresso in (se va male) tre tempi sfiancherebbero anche il partito più in palla del mondo, figuriamoci il Pd.


L'articolo completo, il Bianconiglio pubblicato oggi da Aprile, è qui.
La foto l'ho presa in prestito qui.

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