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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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26 aprile 2011

REALITY BOLOGNA


“Ebbene sì: Teorema, la società di servizi fiscali convenzionata con il Caaf della Cgil Emilia-Romagna, ha pensato bene di uscire con lo slogan «Non fidarti degli sconosciuti».

Per mostrare attenzione verso le donne, suppongo (vedi l’immagine), ma in realtà sfruttando – e confermando, e rinforzando – la paura degli «sconosciuti». Che sotto sotto c’è in tutti, donne e uomini. Di destra e sinistra. Di qui alla paura dell’altro, dello straniero, del diverso, il passo è più che breve, è lo stesso identico passo: quello della Lega. Ma la Cgil non era di sinistra?”

Se Giovanna Cosenza, allieva di Umberto Eco e docente di semiotica all’Università di Bologna, fosse stata leghista probabilmente avrebbe tuonato contro il Caaf della Cgil che tappezza Bologna di messaggi subliminali pro-Pd. Nella città di Dozza e Fanti le elezioni sono alle porte e gli sconosciuti, gli stranieri, sono i barbari leghisti più che i migranti nordafricani. L’eventualità che la bandiera di Alberto da Giussano possa sventolare a Palazzo d’Accursio, dopo il ballottaggio che gli ultimi sondaggi danno per probabile per quanto difficile, non è più così remota. Di qui, forse, lo stato confusionale della sinistra e l’analisi un po’ fantasy della professoressa Cosenza sulla campagna delle Lance Libere.

A Bologna la Lega, al 3% fino a due anni fa, candida Manes Bernardini, avvocato di trentotto anni sostenuto da un Pdl mugugnante, bella presenza e “leghista dal volto umano”, secondo il sin troppo lusinghiero ritratto che ne fa Michele Brambilla su La Stampa. I sondaggi lo accreditano tra il 24 e il 33 per cento ed è l’unico ad essersi presentato, il 21 aprile, alla festa per la Liberazione della città (forse per far dimenticare di aver dichiarato che era avvenuta a “ottobre del 1945”). Non c’era Aldrovandi, il terzopolista sostenuto dall’unico ex sindaco di centrodestra Giorgio Guazzaloca e accreditato dell’8-9 per cento dei consensi né Bugani, il grillino che rischia di andare in doppia cifra e alla domanda “chi era Dossetti?” ha risposto mesto “non lo so”, né Merola.

“Atos Solieri contesta: «Uno scivolone può passare, due mica tanto, ora siamo alle comiche! Se uno si dimentica questi appuntamenti qui, a sem a post!»”. Virginio Merola, fresco trionfatore delle primarie del centrosinistra con venti punti di scarto sulla candidata di Sinistra e Libertà, è impegnato in una sorta di guerra alla comunicazione contemporanea. Il claim della sua campagna “Se vi va tutto bene, io non vado bene” è diventato un tormentone-scioglilingua cittadino e le sue spettacolari gaffes (“spero che il Bologna torni in serie A”) hanno già fatto storia, entrando di diritto nella narrativa da bar di cui Bologna, alla faccia di chi le vuole male, è ancora capitale morale. Per i sondaggi è in bilico. Tra il 45 e il 51 per cento significa rischio ballottaggio e l’incubo del ’99, diserzione elettorale della sinistra e vittoria dei cattivi, si profila nuovamente all’orizzonte.

Bologna, reduce da un anno e mezzo di commissariamento (record italiano) a causa delle repentine dimissioni di Delbono dopo le accuse di Cinzia Cracchi (ora capolista di una lista civica), non è solo “la città dei rancori”, come l’ha ritratta la puntata di Report dell’illustre cittadina Milena Gabanelli, ma nel dibattito pubblico prevale quell’aria da reality un po’ sfigato che la trasmissione ha catturato impietosamente nelle interviste sempre più sconsolate (da parte del giornalista visibilmente provato) agli aspiranti primo cittadino e agli esponenti della claustrofobica classe dirigente locale. Quando a Maurizio Cevenini, record man di matrimoni celebrati, quasi-candidato sindaco e capolista del Pd alle elezioni, è stato chiesto con qualche imbarazzo (“non sono riuscito a trovarli da nessuna parte”) che programmi avesse, lui ha risposto con un sorriso disarmante, da tronista in castigo, “eh lo so, è un mio difetto”.

Il teatrino di paese non riesce a nascondere la realtà di una città ferma, incapace di prendere decisioni, con 49 filobus su gomma Civis figli di nessuno costati oltre 150 milioni di euro (per ora) e parcheggiati al Caab, la stazione in eterno cantiere e deliranti progetti alla Blade Runner (people mover e altri dadaismi ingegneristici) sulla rampa di lancio. Una metropolitana in una città da 400.000 abitanti, per dire, fa un po’ ridere eppure se ne parla da due lustri, anche se non c’è verso di decidere. Invece la chiusura del centro storico alle auto, votata dal 70% dei bolognesi nel referendum del 1985, non è mai stata fatta. Forse basterebbe partire da quello che c’è, una città medioevale colma di tesori architettonici, dove si mangia bene e si sa vivere, valorizzarlo, e magari cominciare a dirlo un po’ in giro.

L'articolo è stato pubblicato (insieme con la foto) su The FrontPage.

19 novembre 2010

BOLOGNA LA ROTTA

“Le primarie si chiamano così perché il Pd le perde prima?” Dopo Milano, va a finire che anche a Bologna ha ragione Crozza. Di certo sembra che il Pd stia facendo tutto il possibile per perdere: l’ex sindaco Flavio Delbono (che aveva sconfitto, nell’ordine, Cevenini, Merola e Forlani alle ultime primarie) si è dimesso a seguito dell’ormai celebre Cinziagate (sordida vicenda di piccoli vantaggi che l’ex vice-presidente dell’Emilia-Romagna si autoassegnava insieme alla sua compagna, prima della separazione e della conseguente retrocessione professionale di lei), e da quel momento sono iniziati i dolori.

Al coma semivigile del partito hanno fatto da contraltare l’iperattivismo dei suoi dirigenti, fiancheggiatori e amici, tutti proiettati a tentare la scalata allo scranno più importante dell’amministrazione cittadina, costi quel che costi. E le primarie, nate come strumento di selezione democratica, a Bologna si sono trasformate nell’arma perfetta per un redde rationem vorticoso che dura da diversi mesi tra capi e capetti, civici e politici.

Sembrava che il tipo adatto a “pacificare” fosse Maurizio Cevenini, già mister preferenze alle ultime regionali (quasi ventimila voto raggranellati), sindaco dello stadio (con lo striscione personale che sventola dalla tribuna e la Smart rossoblu che lo scarrozza in giro per la città) e recordman dei matrimoni (ha da poco superato il tetto delle 4000 cerimonie celebrate). Il “popolo della Festa dell’Unità” lo amava (scrivevano le gazzette cittadine), i volontari che friggono salsicce, impastano tortellini e passano le serate a servire montagne di friggione e di tagliatelle al ragù, l’avevano già incoronato sul campo della pesca gigante della festa provinciale, prima che un attacco ischemico gli facesse cambiare idea.

Prima di lui aveva abbandonato, a sorpresa, Duccio Campagnoli (ex segretario della Camera del Lavoro di Bologna, ex assessore alle Attività produttive della Regione), che era sembrato sino a quel momento l’avversario più solido del Cev. e aveva addotto motivazioni parapolitiche al suo gesto promettendo, poi, di farsi sentire all’interno del partito. Anche l’italianista Anselmi gliel’aveva già data su, a molti era sfuggito anche che s’era candidato, annunciando il proprio sostegno a Cevenini, che non aveva mancato di ricompensare il prof con il prestigioso incarico di “ambasciatore del Cev. presso l’ateneo”.

Chi non si è tirato indietro è Benedetto Zacchiroli, 38 anni, ex collaboratore del sindaco Cofferati (ha curato le relazioni internazionali di Bologna), consulente della città di Fortaleza (in Brasile) e dell’Unesco, incoronato “nuovo Renzi bolognese” da Lucio Dalla dopo l’azione virale con cui è stata lanciata la sua candidatura, che è stata in grado di cortocircuitare a proprio vantaggio la fame di news delle gazzette cittadine e la debolezza del fu partitone. Con lui in pista c’è Amelia Frascaroli, direttore della Caritas, sostenuta da Sinistra e Libertà e da ambienti prodiani. Dopo l’exploit di Milano del partito di Vendola, anche sotto le due torri è arrivata la nuova paranoia novembrina e i dirigenti del Pd stanno cominciando a temere che, in mezzo alla ressa, sia la canuta rappresentante del cattolicesimo più impegnato nel sociale a farcela (il leader della Caritas, Don Nicolini, è stato uno dei principali antagonisti della politica degli sgomberi di Cofferati).

Il vero affollamento, infatti, è dentro al Pd. Dopo la rinuncia di Cevenini sono riaffiorati pesantemente gli appetiti di partito. Virginio Merola, ex presidente di quartiere, ex assessore all’urbanistica di Cofferati, è stato il primo a rompere gli indugi, poche ore dopo l’annuncio del Cev., ma non è una gran novità visto che già alle scorse primarie aveva corso (e si era classificato al terzo posto, su quattro). Andrea De Maria, ex segretario della federazione di Bologna e storico antipatizzante di Merola gli è andato dietro al volo.

Anche la deputata Donata Lenzi per cinque giorni è stata candidata, poi ha annunciato il ritiro con una serie di dichiarazioni polemiche nei confronti del partito (sparare sulla croce rossa è sport diffuso) di cui quasi nessuno ha capito bene le ragioni. È finita, intanto, la telenovela-Segrè, iniziata dopo l’abbandono di Cevenini. Il preside della facoltà di Agraria (e fondatore di last minute market) voleva il sostegno unitario del fu partitone. Dopo Milano ha pensato bene di togliersi d’impaccio annunciando il sostegno alla Frascaroli (e l’arrivederci al Pd).

Last but not least, nelle ultime ore è spuntato il 36enne Ernesto Carbone, cosentino naturalizzato bolognese e direttore di Red. ”Mi piacerebbe candidarmi alle primarie ed è per questo che chiedo al segretario del Pd di Bologna, a questo punto, di rendere la partita aperta a tutti. Sono orgoglioso di fare parte del Pd e mi arrabbio con tutti quelli che parlano di società civile, ma non capisco perché io debba essere figlio di un dio minore e debba raccogliere il doppio delle firme rispetto agli altri. Se Donini non comprende questo, vorrà dire che dovrò restituirgli la tessera per raccogliere le 1500 firme come tutti gli altri“. Non ci sono più i dalemiani di una volta e Bersani alla fine ha spedito il non-commissario Davide Zoggia, a vigilare sull’anarco-Pd bolognese e sui suoi ultimi colpi di coda.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

21 settembre 2010

PD X-FILE


“C’è delusione, c’è una richiesta di chiarezza e di unità nel centrosinistra. Bisogna stare in mezzo alla gente e non fare i giochini della politica. I partiti devono fare un atto di umiltà profonda, non individuare dei nemici, ma gli avversari, aprirsi alla società. La società bolognese è di pasta buona, non voglio lasciare l’orgoglio nelle mani della Lega Nord”.

Un’illustratrice di Ravenna sostiene con una certa decisione che Maurizio Cevenini, quasi-candidato del Pd alle primarie per il sindaco di Bologna, sia un alieno. Più precisamente un rettiliano, uno di quei serpentoni cattivissimi stile Visitors che secondo alcuni ufologi radicali si stanno infiltrando in tutti i gangli della nostra società (in Rete ci sono siti che forniscono una descrizione dettagliata di tutte le razze in circolazione e del loro rapporto con gli umani). Sul perché di tanta sicurezza risponde un lombrosiano “ma l’hai visto?”

A parte l’espressione (in foto sembra non sbattere mai le palpebre né smettere di sorridere), sono le parole di “Mister Preferenze” (com’è stato ribattezzato dopo le oltre diciannovemila croci sul suo nome rastrellate alle ultime regionali) che, se non di un rettiliano, sembrano quelle di un format. Il curriculum, poi, rende la candidatura un evento di folclore, la sagra strapaesana della bolognesità tanto cara al vecchio nemico Guazzaloca (l’ex macellaio che sconfisse la candidata distillata dal partitone nel 1999).

Il consenso schiacciante di cui sembra godere il già “sindaco dello stadio”, tutte le domeniche in tribuna con il suo striscione di dieci metri “Bologna nel Cuore” (il nome della sua forse-lista civica), deriva infatti dal suo “stare in mezzo alla gente”. Come consigliere comunale ha superato da poco il tetto dei 4000 matrimoni celebrati (forse il record del mondo) e la sua ape rosso-blu col solito slogan è una delle leggende metropolitane più comuni, dopo l’ormai sessantenne Beppe Maniglia che suona la chitarra a torso nudo in Piazza Maggiore e gonfia a colpi di polmone la borsa dell’acqua calda (anche lui si voleva candidare sindaco l’altra volta, ma da indipendente e non è riuscito a raccogliere le firme).

La Rete, e Facebook in particolare (oltre, naturalmente, allo stato di autoipnosi in cui pare giacere il locale Pd), hanno messo a Cevenini le ali ai piedi, amplificandone a dismisura il sistema relazionale e fornendo ai media locali (che godono assai a dettare la linea al fu partitone) sempre nuovi aggiornamenti sulle imprese del “Cev.” (altro suo soprannome, somigliante in modo un po’ inquietante al “Cav.” di Giuliano Ferrara).

Le prime indiscrezioni sulle sue idee forse hanno un po’ spiazzato il “popolo del web”: no alla grande moschea (cara alla comunità islamica locale e cavallo di battaglia della Lega), no alle simboliche nozze gay (come invoca la folta comunità lgbt cittadina, già celebrate da diversi sindaci di centrosinistra), si ai finanziamenti alle scuole private (parola di ex dirigente della sanità privata). “Forse gli alieni non si raccapezzano della mancanza di logica degli umani e hanno buttato lì i temi su cui c’è più casino”, chiosa l’illustratrice.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

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