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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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15 novembre 2011

MONTI PARTY

“Noi siamo tornati ad essere una house divided, una casa divisa al suo interno, come l’America ferita dalla schiavitù nel Sud e dall’abolizionismo nel Nord, come la Francia legittimista di Vichy e quella libera di De Gaulle. Mai gli americani, i britannici e altre nazioni civili sospenderebbero la regola della democrazia per fronteggiare i mercati. L’Italia con il governo Monti, che nasce dalle ottime intenzioni e dai riflessi condizionati di Napolitano, e dal getto della spugna di Berlusconi (umanamente comprensibile, politicamente dolorosissimo), si condanna a una condizione paurosa di minorità costituzionale, una democrazia in braccio agli ottimati.”

Il Ferrara indignato ha tutte le ragioni per esserlo. Le stesse di Ferrero, dei ragazzi di Occupy Wall Street e delle “casalinghe inquiete” del Tea Party, come lui stesso si premura di puntualizzare nell’editoriale quotidiano a suon di citazioni di Paul Krugman (babau liberal sino a pochi mesi fa e teorico del fallimento della Bce oggi). La plutocrazia ha commissariato la democrazia, il complotto s’è avverato, Casa Pound e gli anarchici avrebbero tutte le ragioni per manifestare insieme.

Bisogna chiedersi, a questo punto, se c’era un’alternativa. Ferrara, Ferrero, Sallusti, Feltri, Santanché, insieme a Susanna Camusso, hanno chiesto fino all’ultimo le elezioni per difendere la sovranità popolare e il bipolarismo. Non è però che siano mancate le occasioni, alla sovranità bipolare, per tentare di combinare qualcosa, ma per diciassette anni la politica è stata al cinema a vedere lo stesso film.

A parte annunci e mezze riforme (sempre grandi in conferenza stampa) tutti i tentativi di correggere i noti vizi della ditta-Italia – spesa pubblica fuori controllo, parassitismi pullulanti, baronie voraci e inefficienti, ignavia tecnologica – sono sempre naufragati miseramente. Prima che i poteri forti la commissariassero, l’Italia era comunque ostaggio di micro-poteri che l’hanno spolpata e condannata alla paralisi.

Qualche anno fa, a Bologna, al bar “il Gatto & la Volpe” (il mio salotto radical-chic di riferimento), si parlava del neo-commissario della città, la pugnace signora Cancellieri (data per papabile come nuovo ministro). Un vecchietto, ex vigilante all’annuale Festa dell’Unità provinciale, a un certo punto mi ha apostrofato così: “E tota c’la zant là, consiglieri, assessori e compagnia cantante, i van tot a cà?… A’m piès la Cancellieri!”

Prima ancora di alzare un pollice, il Monti non-politico è già il salvatore della patria. Ora verrà restituito lo scettro, gli elettori avranno ancora qualche decisione da prendere oppure se l’Italia sarà del tutto una provincia. Io spero nella seconda ipotesi: lo spazio politico è quello europeo e in quella dimensione va ritarata una qualche forma di autogoverno (non solo formalmente) democratico.

L’elezione diretta del presidente degli Stati Uniti d’Europa è solo la proposta più notiziabile, ma nell’epoca della rivoluzione tecnologica forse bastano i cittadini. Claudia Bettiol, ingegnere ambientale e mamma, si è inventata un manifesto per promuovere la costituzione di un’authority europea che s’intesti i beni culturali del continente, anziché svenderli per pagare i debiti. A partire dal Partenone. Migliaia di cittadini degli Stati membri stanno traducendo la proposta e raccolgono le firme.

È chiaro anche ai sassi che a suon di stangate forse si risanano i bilanci ma di certo si diventa poveri e che l’Europa della Bce, dei burocrati di Bruxelles e degli aiuti all’agricoltura ha fatto il suo tempo. L’euro stesso paga la sua intrinseca debolezza, senza un prestatore di ultima istanza ma con ventisette politiche economiche sul collo. La cosiddetta speculazione non può che andarci a nozze e sarà sempre così, specie in tempi di vacche magre. Per cui, è proprio il caso di dirlo, o si fa l’Europa o si muore.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

26 ottobre 2010

RIBELLI A BILANCIO

“Casa Pound e Blocco studentesco non sono formazioni antisistema, ma parte integrante del progetto di Berlusconi.” Parola di Renata Polverini. Su Twitter e Facebook sono circolate dichiarazioni come questa, di dubbia veridicità ma utili per illustrare il nuovo prototipo modaiolo di estrema destra, figlio (pare) della temperie post-ideologica che secondo un numero crescente di commentatori (anche insospettabili) avrebbe bonificato una cultura funestata sinora da mezzibusti mascellonati, teschi, celtiche e fascio-ciarpame vario.

A riprova di questa ripulitura in grande stile una grande casa editrice, Rizzoli, ha appena pubblicato Nessun dolore, primo romanzo su Casa Pound scritto dall’avvocato Di Tullio (il legale storico del centro sociale romano). Secondo l’entusiasta Angelo Mellone, sul Foglio (una paginata intera) “il ‘topo nero’ fa posto al ragazzo di tendenza, a una sorta di stile minimal-militant che acchiappa proselitismo pure tra le ragazzine. Tracce di sfiga lavate via a suon di combat rock, tamburi che pestano, chitarre distorte che sparano a megawatt, atmosfere narrative da Black rain sempre appese tra la tarda notte e il mattino presto, un concetto di amicizia che mischia attimi fuggenti, ragazzi della via Pal e surfisti di Point Break, Fight Club e il Bradbury di Fahrenheit 451”.

Si può ben capire, quindi, l’orgoglio (naturalmente post-ideologico) di Gianni Alemanno, nella seconda dichiarazione carpita dai social network: “Rivendico il merito di aver costruito un rapporto stretto con i ragazzi di Casa Pound, finanziando le loro iniziative”. E non sfugge l’accorta (e mediatizzata) eterogeneità delle loro ospitate alle iniziative del centro sociale (Stefania Craxi, Paola Concia, Marcello Dell’Utri tra gli altri), specie se messa a paragone con l’austerity politico-culturale che campeggia nell’altra metà del campo antagonista, a sinistra.

Ma non basta per accreditarsi come i Capitan Harlock delle periferie (mutuo sociale, venti famiglie che abitano nella sede romana dell’Esquilino, okkupazioni situazioniste), ribelli jungeriani senza macchia e senza paura degni di un caso letterario che sfida l’egemonia editoriale sinistrorsa. C’è sempre un Fini in agguato (terza dichiarazione sospetta): “Risulta astrusa la vocazione ribelle di Casa Pound che gode di finanziamenti dal potere che dice di voler contrastare.”

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

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