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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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13 aprile 2013

B COME BALLE

“Non ti ho tradito. Dico sul serio. Ero… rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!”

Chissà perché ma quando mi è capitato per le mani il volantino del Comitato “B come Bologna”, ribattezzato “B come Bambini” dal sindaco Merola con la grazia di una bombarda, mi è venuto in mente John Belushi. Sporco fino agli occhi, nella fogna, che si butta in ginocchio ai piedi della sua ex promessa sposa che ha mollato sull’altare (l’indimenticata Principessa Layla di Guerre Stellari).

“Se voti A: verrà abolito il contributo economico alle scuole paritarie convenzionate, circa 600€ a bambino all’anno… I gestori saranno costretti ad aumentare la retta annuale di almeno 600€… Questo provocherà un significativo calo degli iscritti, oltre 400 famiglie, da subito, abbandoneranno le scuole “paritarie non più convenzionate” e andranno ad infoltire le liste d’attesa delle scuole comunali e statali. Con i soldi non dati alle scuole convenzionate il Comune non sarà assolutamente in grado di dare un posto a tutti…”

Esticazzi se è un referendum consultivo. Il Pd di Bologna da qui al 26 di maggio pare non abbia di meglio da fare che andarsene in giro per circoli e periferie a tentare di convincere operai, casalinghe, pensionati, ex partigiani, studenti, volontari delle Feste dell’Unità e delle Case del Popolo, gente che ne ha mandate giù parecchie anche qui ultimamente, che si, alla fine dei conti, sborsare un milione di euro all’anno alle scuole private è cosa buona, giusta e inevitabile. Sennò arrivano le cavallette.

E pace se c’è la crisi, le scuole pubbliche cadono a pezzi, le liste d’attesa ci sono lo stesso e il milioncino viene gestito ogni anno in toto dalla misteriosa Federazione Italiana Scuole Materne, che dietro l’asettico acronimo FISM è una roba così: “Oltre le necessarie qualità professionali esigite dalle leggi civili, l’insegnante dovrà: a) possedere una solida conoscenza della visione cristiana dell’uomo e della dottrina della fede; b) accogliere con docile ossequio dell’intelligenza e della volontà l’insegnamento del Magistero della Chiesa; c) vivere un’esemplare vita cristiana”.

Pazienza, pure, se 250 euro e passa al mese di retta (in media) non sono esattamente a buon mercato: più del doppio della scuola pubblica (dove si pagano solo i pasti). Il gioco deve valere così tanto la candela da piazzarci il marchietto del Comune (cosa, credo, senza precedenti) sul sito internet del comitato “B come Bologna” contrapposto a quello dei cittadini, “Articolo 33”. Avanti coi carri, dunque, ora che l’unico cavallo rimasto in pista si chiama Matteo Renzi, è cattolico, e il suo (ex?) spin doctor pare abbia preso a cuore la madre di tutte le battaglie di ogni Don Camillo.

Eppure di questi tempi andare a raccontarla ai propri elettori, sempre più sinistramente simili all’ex fidanzata di Jake Blues, ci vuole un gran bel fegato. Anche perché c’è la possibilità che molti di loro si siano trovati, come me, ad avere a che fare con qualcuna di queste scuole paritarie che, figurarsi, di certo ce n’è delle bellissime. In quella a cinque minuti a piedi da casa mia però, nella Romagna profonda, fanno pregare i bimbi di tre anni due volte al giorno e dentro sembra di stare al mausoleo.

Dal sito Internet abbiamo pure scoperto che, a parità di punteggio, entrano “i figli o nipoti in linea retta di soci dell’Asilo”. Lo dice il regolamento, non il gossip di paese, c’è da fidarsi. Beccano anche un sacco di soldi da tutti, Comune, Provincia, Regione, la retta è il triplo di quanto spendiamo alla statale (dove con quattro soldi si sbattono per mettere in piedi una didattica ricca e creativa), ma in compenso è pieno di bagni. Mai visto tante Madonne, santi e cessi tutti in fila: non meno di un water ogni tre fanciulli.

E mentre mi rigiravo per le mani “B come Bologna, più scuole per tutti”, rimuginavo sul rinnovato matrimonio tra il Pd cittadino, la curia, il baronato e tutti i presunti poteri forti, coronato da due ali di battimani sincronizzati di Pdl, Lega e Udc. Proprio mentre l’esploratore Bersani si faceva infilzare come un tordo da Grillo e pur di evitare l’abbraccio con l’Impresentabile si lasciava corcare in streaming senza pietà.

In quel preciso momento il Pd di Bologna ha deciso, a freddo, di tirarsi un’atomica a sinistra lasciando da lì in avanti una prateria al Movimento 5 Stelle, che infatti ha già cominciato a fare quello che gli viene meglio: mettere il cappello sullo sbattimento di movimenti e associazioni assortiti. Per poi oscurarli (di solito son litigiosi e disorganizzati, si squagliano in fretta) e trasformare il conflitto in voti. Che si tengono tutti per loro.

Bologna, in fin dei conti, è sempre stata un laboratorio politico per la sinistra. Perché non dovrebbe esserlo pure nell’ora dell’estremo trash? Quindi delle due una: o Bersani bluffa e la via crucis con Grillo è stata una tragicomica gag alla Crozza, buona per andare a veder le carte del compare astrologico e tentar poi insieme l’omicidio bipartisan di Renzi. Oppure no: in entrambi i casi al Pd tira aria di estinzione. E dare in pasto la scuola pubblica non li salverà. Né dagli altri né, soprattutto, da sé stessi.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
"Mi sono rotto il cazzo" degli Stato Sociale è qui.

15 maggio 2012

ASSALTO AL PARTITONE

Dalle mie parti il Pd si chiama ancora Partito, con la “p” maiuscola”. Al di là degli aspetti folk (tortellini e cappelletti fatti a mano alle feste dell’Unità, volontari che distribuiscono il giornale al mattino, ecc.), la presenza dell’organizzazione erede del più grande partito comunista d’Occidente si fa sentire in pressoché tutti gli ambiti della società e della vita biologica di chiunque ne faccia parte, a qualunque livello.

L’intreccio fra Partito, Sindacato e Lega (che da queste parti significa ancora Lega delle cooperative) è la cifra distintiva del sistema emiliano, che nel corso degli anni ha definito comunità omogenee sotto il profilo politico, economico e culturale. Per lavorare, fare impresa, aprire una scuola di yoga o di tango argentino, farsi una partita a tressette con gli amici, presentare la dichiarazione dei redditi o farsi controllore i contributi per la pensione, andare a ballare o a sentire un concerto rock, in una maniera o nell’altra s’incoccia quasi sempre un qualche nipotino di Gramsci e Togliatti.

Quasi ogni paese, città, Provincia, oltre che la Regione, sono stati governati per sessant’anni dalla stessa famiglia politica e dalle filiazioni che da essa sono scaturite, al punto che quando queste stagioni sono state interrotte bruscamente dalla vittoria degli “altri” (Parma nel 1998 e Bologna nel 1999, i casi più celebri) sulle gazzette locali (ma anche nazionali ed estere) si è gridato all’evento. Intendiamoci: mediamente la qualità amministrativa è alta e gli asili nido della regione, per citare un esempio noto, hanno fatto scuola in tutto il mondo.

L’altra faccia della medaglia è l’aria da regime che, soprattutto in provincia, tira più o meno forte a seconda dei personaggi che si trovano al timone. Sarà banale dirlo ma la fine dell’ideologia, intese come religione civile che tutto teneva (non solo la grinta per tirare la pasta sfoglia dei tortellini o le ferie prese per fare volontariato allo stand della pesca gigante, ma anche l’omertà pietosa rispetto ad abusi e ruberie in nome del partito o del proprio conto corrente), ha fatto tracimare sovente ambizioni e appetiti.

Se a parole si cantano le lodi del libero mercato e del partito aperto e contendibile, nel profondo rosso padano si affilano i coltelli per scannare chiunque si avvicini al bandolo della matassa di potere, che tutto avvinghia. Il gap ideale e progettuale con un passato in cui, altro che Facebook, nel bene e nel male si faceva notte in sezione per determinare la “linea” fa il resto. Così la fedeltà è reclamata non più sulla base di notti trascorsi a sputar fumo e presentar mozioni, ma sempre più spesso sul terrore di non lavorare più o di essere esclusi, in una maniera o nell’altra, dai giochi.

Far finta che l’Italia non sia, da sempre, una congrega di congreghe (chiuse come ricci ad ogni minacciosa novità) è una della ribalderie più ricorrenti degli osanna al libero mercato, che tutti i mali spazza via. Ma c’è un momento in cui ogni congrega omogenea (pace sociale mixata con omologazione e conformismo) va in crisi: quando non è più in grado di assicurare benessere e qualità della vita (seppur minima) alla maggior parte di chi ci vive e, magari, i suoi capitani non si stanno dimostrando abbastanza coraggiosi.

In Emilia-Romagna, prima un po’ la Lega (Nord) poi Grillo hanno preso a scavare come talpe sotto i piedi del consenso consolidato del Partitone, apparentemente inossidabile. Ma mentre le sparate contro le moschee o altre bizzarrie tipo la Romagna indipendente (“Nazione Romagna” era lo slogan leghista, se non ricordo male) lasciano il tempo (e i voti) che trovano, la guerra per la salute (effetto collaterale di partite di business già chiuse in partenza) del Movimento a 5 Stelle comincia a pagare.

Acqua, ambiente, trasporti, connettività e sviluppo sono le cinque stelle polari che orientano l’azione del movimento sul territorio, mentre la democrazia diretta (assemblee pubbliche e forum online al posto delle riunioni nelle sezioni di partito) è lo strumento di partecipazione, sedicente rivoluzionario. Naturalmente il web già pullula di leggende metropolitane circa lo stalinismo di Grillo e le mire occulte dei suoi spin doctor di Casaleggio&Associati, veri registi occulti di tutta la baracca (secondo l’inevitabile vulgata complottarda) e assertori di un nuovo ordine mondiale, vagamente orwelliano. Stiamo alla politica.

“Parma è una città indebitata, con un grave dissesto economico. Il MoVimento 5 Stelle è un salto nell’ignoto, nel domani. Gli altri sono la continuità con il passato, la certezza del suicidio assistito. Vincenzo Bernazzoli, il candidato del Pdmenoelle è presidente della Provincia di Parma (ma le Province non dovrebbero essere abolite?) in carica (così se perde conserva il posto di lavoro) e sostenitore dell’inceneritore (che causa neoplasie), ha spiegato che il futuro di Parma è nel maggiore indebitamento bancario e che (nessuna paura) i suoi uomini sanno come trattare con i banchieri.”

Oltre che con Federico Pizzarotti a Parma (amministrata dal centrodestra da quasi quindici anni), definita nello stesso post da Grillo “la nostra piccola Stalingrado”, il M5S è al ballottaggio a Budrio (in provincia di Bologna) con Antonio Giacon vs Giulio Pierini (Pd) e a Comacchio (in provincia di Ferrara) con Marco Fabbri vs Alessandro Pieroni (centrosinistra allargato all’Udc). In tutti e tre i comuni della Regione in cui si vota lo scontro è tra il Partitone e i nuovi barbari di Grillo.

Da qui a domenica cercherò di raccontare le disfide elettorali, i protagonisti e le ragioni del contendere. Proverò a tracciare piccoli affreschi di paese in grado di sgombrare il campo dalla fuga nello stereotipo che caratterizza il mainstream nostrano e di capirci qualcosa nel piccolo terremoto in corso.

Per ora l’unico che ha accettato di parlare con tFP, il candidato sindaco del Pd a Budrio, mi ha stupito lamentando una strumentalizzazione “tutta nazionale” di un voto locale. E io che pensavo che fossero proprio i temi locali il cavallo di battaglia delle liste legate al brand Grillo. Spero che i candidati del M5S, contattati su Facebook nei giorni scorsi, sappiano far luce su questo piccolo mistero e sul resto. Diversamente dovrò affidarmi solo alla ricerca e il racconto sarà inevitabilmente più sfuocato.

(1 – continua)

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

5 marzo 2012

DALLA'S

“Ho lasciato i pantaloni in un cortile, ho perso anche una mano in un vicolo, era un pomeriggio di aprile… gli occhi me li ha portati via una donna grassa a forza di guardarla, le labbra le ho lasciate tutte e due su un’altra bocca o su una fontana, che a essere prudenti non si tocca, ma mi brucia come un vecchio fulminante… o muori tu, o muoio io… da oggi Roma avrà un altro Dio… io me ne vado via… io me ne vado via…”.

La Roma di Lucio Dalla era Bologna. Per quasi tutti gli altri cantautori che, per una ragione o per l’altra, sono associati alla città, Bologna è stato un punto di arrivo (Guccini viene da Pavana, Vasco da Zocca) oltre che un trampolino di lancio, per Dalla no. Era la grande madre, la lupa, il sacco amniotico (fetale come l’intrico dei suoi portici millenari) da cui scappare. Gli anni che “siamo i gatti neri, siamo i pessimisti, siamo i cattivi pensieri, ma non abbiamo da mangiare” sono gli anni del suo controcanto alla Bologna paciosa, che si risveglia nel ’77 col morto per strada e i carri armati in Piazza Verdi.

Certo, “il cucciolo Alfredo avvilito, impaurito, con i denti da lupo tradito si ferma un attimo e poi sale… si tratta di un giovane autobus dall’aspetto sociale a biglietto gratuito, regalo di un’amministrazione niente male…”. Ma poi “…nemmeno Natale è una sera normale, la gente con gli occhi per terra prepara la guerra… c’è guerra nei viali del centro, dove anche il vento è diverso, son diversi gli odori per uno che viene da fuori…”. Bologna, Dalla l’ha raccontata da dentro perché l’ha vissuta dal principio, da quando, da ragazzo, si aggirava davanti a San Petronio “per sentire gli odori dei mangiari e i discorsi della gente”.

Erano gli anni del jazz. Mio padre, che bazzicava una delle cantine in cui si suonava (“quando non c’era qualcuno che aveva trovato da far bene e si era chiuso dentro”), mi ha raccontato che Dalla spesso s’imbucava e cominciava a strimpellare tutti gli strumenti con febbrile talento (dopodiché veniva regolarmente cacciato, “andava per i cazzi suoi, poi era più piccolo”). Erano gli anni della rinascita della città di Dozza, dopo il fascismo e la guerra partigiana, della Bologna della festa della matricola, delle Balle dei goliardi, in cui ci si mangiava una lasagna alle quattro del mattino, da Lamma, e poteva capitarti di andare a prendere Louis Armstrong alla stazione, con la banda, e vedergli tirar fuori la tromba in mezzo al piazzale e rispondere a tono.

Lo show sulla morte di Dalla sui media è diventato uno show sulla Bologna dei giorni nostri, com’era inevitabile, con tutta la stucchevolezza retorica del caso. I politici tutti in fila a smazzare agenzie di stampa per uno che “lo sa che al suo funerale ci saranno e diranno: è stata la colonna sonora della nostra vita?” aveva sghignazzato ”una buona ragione per non morire”. Di qui forse la paranoia della Cei di vietare le sue canzoni al funerale, celebrato il giorno della sua nascita, oltre che titolo di uno dei suoi pezzi più celebri e celebrati (4/3/1943).

È ovviamente una cazzata perché è vero che i bolognesi farebbero volentieri a meno della soap in rampa di lancio (sabato al bar mi ha assalito un servizio di Studio Aperto sul giallo del testamento e ho capito che ci siamo), ma la musica non c’entra. Io non l’ho mai conosciuto, ma davvero “sembra che Dalla avesse già pensato a tutto, immaginato tutto, cantato tutto, perfino il momento preciso in cui si sarebbe girato e via.” Le sue parole, ora che se n’è andato in fretta e furia senza darmi il tempo di stufarmi, ci assalgono tutte insieme e attivano sinapsi di ricordi ed emozioni di cui non avevamo memoria.

Dio, il messaggio, è musica per chi ha la fede: un insieme di suoni che creano un’armonia. Nei tempi passati i cattolici erano più svegli. Quando hanno inventato le campane, ad esempio, si sono assicurati per secoli il dominio del tempo e tuttora se la giocano con sveglie, cellulari, orologi e suonerie. Con i canti gregoriani si sono prodotti in un esercizio di matematica sacra di rara abilità, del tutto simile all’om, campionando a tonalità esponenziale la frequenza del delfino. Oggi la musica di Dalla, poeta e credente nella Bologna “sazia e disperata”, la tengono fuori dalla chiesa.

Le persone normali, invece, celebrano proprio quella, la musica. Su Facebook un amico taxista, bolognese, mi ha chiesto se poteva prendere in prestito una mia citazione di Treno a vela – “Quanto costa una mela? Costa un sacco di botte! Se mi faccio picchiare un pochino la darebbe al bambino…?” – perché “cazzo l’ho ascoltata troppe volte”. Un altro, napoletano, invece mi ha scritto che “c’era una sua canzone, che una volta mi facesti sentire nella tua macchina, ma di cui non ricordo il titolo, che definisti “il comunismo”… la trovi?”. È quella con cui ho aperto l’articolo, e finisce così:

“… Dove chiudendo gli occhi senti i cani abbaiare, dove se apri le orecchie non le chiudi dalla rabbia e lo spavento ma ragioni giusto seguendo il volo degli uccelli e il loro ritmo lento… dove puoi trovare un Dio nelle mani di un uomo che lavora e puoi rinunciare a una gioia per una sottile tenerezza, dove puoi nascere e morire con l’odore della neve… dove paga il giusto chi mangia, chi beve e fa l’amore… dove, per Dio, la giornata è ancora fatta di ventiquattr’ore e puoi uccidere il tuo passato col Dio che ti ha creato, guardando con durezza il loro viso, con la forza di un pugno chiuso e di un sorriso e correre insieme agli altri ad incontrare il tuo futuro… che oggi è proprio tuo e non andar più via…”.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
"E non andar più via" l'ho presa qui.

23 febbraio 2012

TERZO MONDO FERROVIARIO


Mercoledì quindici febbraio, il sole in cielo e diversi giorni senza un fiocco di neve, mi arrischio a prendere un treno sulla famigerata tratta Ravenna-Bologna. La settimana prima, sempre di mercoledì (in piena bufera), il treno delle nove e tre quarti era stato soppresso e l’autobus sostitutivo ci aveva messo più di tre ore per raggiungere Bologna. Quindi opto per una postura guardinga e, nonostante il mio appuntamento in Fiera non sia prima delle undici e trenta, arrivo alla stazione di Russi alle otto e mezza.

Scopro subito di aver fatto bene, perché sia il treno prima che quello dopo sono stati cancellati e la gente (numerosissima al binario) non si capacità del perché. Dicono che le vetture sono da accomodare per via della nevicata, ma tutti sanno che le officine delle Ferrovie hanno licenziato a man bassa. Forse è per questo che ci mettono una settimana ad aggiustare una carrozza, penso fra me e me mentre il treno arriva con neanche dieci minuti di ritardo.

Quando le porte si aprono una muraglia umana ondeggia minacciosamente nella mia direzione ma, forte della convinzione che quella sarebbe stata la mia unica possibilità per andare al lavoro, mi acquatto sul gradino più basso in attesa di qualche pertugio. La stazione dopo, Bagnacavallo, stessa scena. Apertura porte, facce sbigottite, qualche spintone.

A Lugo il clima si surriscalda. Io nel frattempo sono riuscito a scovare un posto-acciuga in una carrozza e sto addirittura leggendo il mio Pynchon, ma fuori la gente non riesce a salire, scattano flash e volteggiano videocamere tra le minacce del capotreno ormai fuori controllo. A Castel Bolognese si sfiora la rissa, o forse no e si menano davvero, ma io riesco a vedere solo uno spintone e a sentire il ruggito del pendolare buggerato. A Imola il treno giunge tra ali di folla degne di un Gran Premio di Formula Uno. Ma nessuno potrà salirci sopra. Ancora grida e schiamazzi d’impotente frustrazione.

Intanto un rapido e intimo briefing con i compagni di sventura mi consente di mettere a fuoco le ragioni del delirio di giornata. Alla Fiera di Bologna oltre Univercity (dove devo andare io) c’è Alma Orienta, il giorno dell’orientamento per le aspiranti matricole dell’Alma Mater, e il nostro treno è l’unico in circolazione tra Ravenna e Bologna dalle otto del mattino e mezzogiorno. In più ha soltanto quattro carrozze e non è neanche una novità. I treni del mattino sono tutti così mentre quelli del pomeriggio, deserti, di solito ne hanno dalle dieci in su. Quando, qualche anno fa, ho chiesto lumi mi è stato risposto che dovevo organizzare una petizione di pendolari perché loro, i ferrovieri, non se li fumavano.

Quando ero piccolo l’Italia era un Paese sostanzialmente ricco e i bambini poveri erano quelli del Terzo mondo. Non era un modo di dire particolarmente elegante ma d’altronde neanche la povertà lo è. Nella bambagia del benessere anni ’80, “Terzo mondo” evocava lo spettro della povertà vera e nera, quella che avevano conosciuto solo i nostri nonni e che veniva esorcizzata di quando in quando da concerti benefici di pop star in cerca di redenzione e/o rilancio.

Il ventaglio delle metafore possibili per illustrare il declino italiano è davvero ampio, ma quella ferroviaria mi sembra la più indicata: negli ultimi vent’anni, i treni italiani sono rimasti sostanzialmente identici, come il loro Paese bipolaristicamente immobile. Carrozze, rotaie, motrici vecchie, sporche e mal funzionanti, sempre in attesa di una nevicata redentrice per potersi rinchiudere in officina mi parlano del mio Paese molto meglio delle proiezioni dotte di sociologi ed economisti.

Oggi a mio figlio racconto sempre che è un bambino fortunato, la povertà però non è più confinata ai documentari sull’Africa ma è diventata come lo spot della Vodafone: tutto intorno a te. L’Italia è un ricco Paese in decadenza, che si autoalimenta di scuse e alibi incrociati per non scommettere sul futuro, l’abbiamo ripetuto tutti talmente tante volte che mi annoio pure a scriverlo. Bisogna solo che ci rimbocchiamo le maniche e ci mettiamo a spalare a testa bassa, non ci sono cazzi.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

19 maggio 2011

LA MARCHESA DEL GRILLO

Se fosse venuta la tentazione di considerare quella di Bologna una mezza vittoria per il Pd, un 50,41% che impallidisce non solo davanti all’impresa di Pisapia a Milano e al colpo di teatro napoletano di De Magistris, ma pure di fronte al successo di Fassino a Torino, basti ricordare che due anni fa a Delbono occorse il secondo turno prima di piegare Cazzola. E che nel 1999, prima della parata trionfale del commissario del popolo Sergio Gaetano Cofferati, a salutare l’ingresso di Guazzaloca a Palazzo D’Accursio come primo e ultimo sindaco di centrodestra c’erano le bandiere di Ordine Nuovo e diversi gentiluomini con la testa rasata e il braccio teso.

Il centrosinistra bolognese è stato capace, in mezzo secolo e passa di governo della città, di mettere in piedi un sistema economico, produttivo e di potere che ha garantito una qualità della vita, dei servizi e delle tutele che per lunghi anni ha reso la vecchia signora dai fianchi un po’ molli, col seno sul piano padano ed il culo sui colli, come l’ha cantata Guccini, una fra le mete più ambite per studiare, lavorare, metter su famiglia, giocare ai bissanot (in dialetto, letteralmente, “mastica-notte”). Ora il modello mostra la corda.


Le cause prime non sono imputabili alla politica. Globalizzazione dei gusti e dei problemi, omogeneizzazione tecnologica e culturale, invecchiamento della popolazione e conseguente gap di comunicazione con la popolazione studentesca (vera e propria città nella città), affitti e costo della vita alle stelle hanno congiurato per trasformare Bologna in una cittadina medioevale fra le tante. Tutta la mistica che ne ha accompagnato l’immagine, quindi (grassa, tollerante, solidale, godereccia, ecc.), ha iniziato a sgretolarsi innanzitutto fra i bolognesi stessi, che hanno cominciato a non crederci più.


Le responsabilità della classe dirigente iniziano qui. L’avere giocato di rimessa, senza prendere di petto il cambiamento (o declino a sentire i pessimisti) che avveniva sotto gli occhi dei bolognesi (che ne parlano fra loro, nei bar e nelle osterie, da vent’anni), si è trasformato in una sorta di silente complicità. Il cambiamento, si sa, o lo si governa o lo si subisce e il centrosinistra bolognese ha optato per la seconda strada, arroccandosi in un autoesilio politico-culturale fatto di faide continue, personalismi, navigazione a vista che ha finito per far smarrire il senso del progetto, quell’impostazione felicemente sovietica (pianificazione) che aveva permesso a Dozza, Fanti e Zangheri di fare Bologna.


Il Movimento 5 Stelle è stata l’unica forza politica capace d’interpretare questo sentimento/sensazione di disillusione/disincanto, diffuso tra i bolognesi ben al di là delle percentuali ottenute dalla lista di Grillo, e di formulare un’offerta politica conseguente e vincente. Significativamente i maggiori successi, in Italia, il hanno ottenuti laddove il centrosinistra è figlio di un passato glorioso, ininterrottamente al potere da decenni, ma appare fiacco perché privo di strategia e/o di leadership carismatiche: Bologna, Rimini e Ravenna (tutti e tre tra il 9 e l’11%).


Una sorta di Lega di sinistra, o forse la versione italiana del successo delle liste ecologiste in tutta Europa (uno dei loro punti di forza progettuale è quello), una nuova opposizione che si annuncia sempre più ingombrante e decisiva in vista dei ballottaggi e dei prossimi appuntamenti elettorali. La sensazione, per quanto riguarda il centrosinistra, è che l
’appeal della sua proposta è inversamente proporzionale a quello del candidato grilino (come a Milano). Non a caso Grillo, a Bologna, ha dato del busone (gay in italo-bolognese) a Vendola: si sta già mettendo avanti col lavoro.


"Bologna" di Francesco Guccini è qui.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

16 maggio 2011

MI ASSENTO

Per la prima volta in vita mia oggi non vado a votare. Non per snobismo rancido o cinismo disarmato, solo non sono più disponibile a subire il ricatto. Dell’emergenza democratica, del momento storico delicato, della chiamata alle armi, del richiamo della foresta. Sempre la stessa storia, sempre lo stesso ricatto che pesa come un macigno su chi ha una coscienza politica (o l’avatar spolpato che ne rimane) a cui rendere conto. Oggi smetto.

Se vivessi a Milano sceglierei Pisapia, se stessi a Torino Fassino, a Napoli sarei disperato e a Bologna almeno mi rimarrebbe Willie. Invece dovrei andare a votare per la Provincia di Ravenna e intendo illustrare qui le ragioni per cui non ho intenzione di farlo. Non per espiazione anticipata né (spero) per esibizionismo da blogger, è che mi pare giusto illuminare quella parolina che chiude un po’ mestamente le tabelle della tv: astenuti.

Forse tutti gli astenuti anonimi hanno una ragione valida per accettare di buon grado di finire così in basso nella gerarchia civica, proprio il giorno della festa della democrazia. Non più al calduccio di uno dei loghetti colorati che ornano (contornati da numeri e percentuali) le prime serate dell’Italia al voto, ma nel gelido e anaffettivo “astenuti” esclamato dallo speaker in tono ospedaliero a margine dei piatti forti del match politico di giornata. Chi legge penserà: ecchissenefrega di che fa Orione domenica? Non ha tutti i torti, ma in fondo leggere è come votare: si può smettere in ogni momento.

Dicevo: Ravenna, provincia. Il paese dove vivo da qualche anno è piccolo e privo di grossi problemi/opportunità. La dialettica politica di solito si risolve in saghe strapaesane dove maggiorenti, rampanti e famiglie che contano incrociano le lame per definire il perimetro del proprio potere. Lo dico senza astio né alcuna sfumatura moralista, sia ben chiaro, mi pare semplicemente la trasposizione contemporanea delle disfide tra famiglie ai tempi dei Comuni, delle Signorie, del Papato temporale e del Sacro Romano Impero. Nulla di male, niente di nuovo.

Il tema politico locale che interessa me è la costruzione della centrale a biomasse al posto dell’ex zuccherificio Eridania: un chilometro da casa, mezzo dall’asilo di mio figlio. Non starò a tediare sui dettagli (è tutto in Rete, come al solito), basti sapere che: a) in zona non ci sono biomasse; b) non sono previsti risparmi economici per i residenti; c) l’impatto ambientale mi preoccupa e le spiegazioni delle amministrazioni di centrosinistra non mi hanno convinto; d) la devastazione di Palazzo San Giacomo, perla del barocco italiano che ha la sfiga di essere stato costruito (quasi quattro secoli fa) affianco, è quasi certa; e) “riqualificare il territorio” a suon di camion e asfalto mi pare una roba barbarica e antistorica.

Naturalmente non c’è solo la centrale a biomasse di Russi nelle elezioni di domenica ma nella mia lista di priorità è al primo posto. Quindi gli sponsor, Pd, Pri (e mi sarebbe piaciuto votarla, l’Edera romagnola) & company, sono out: tutta la parte sinistra della scheda. Rimarrebbero quelli di Di Pietro (contrari e intruppati, come al solito), ma piuttosto voto per Berlusconi. Poi, tolti Storace e Forza Nuova, rimangono Lega-Pdl (contrari alla costruzione della moschea di Ravenna, vero e proprio spartiacque ideologico tra buoni e cattivi), Udc e Fli (pro-centrale) e l’appassita lista civica dei comitati anti-centrale di cui ho rimosso il nome, crudelmente cacofonico.

Di certo è colpa mia, non mi va mai bene niente / sono un bastian contrario (o un anarchico bolognese in trasferta, come me la racconto io), ma alla Provincia di Ravenna non so per chi votare. Quindi passo e cito La profezia dei Celestini di Stefano Benni, per darmi un contegno (che non ho) e portare un po’ di conforto ai compagni dell’anonima astenuti “negli angoli delle città e della storia”.

“Il Grande Bastardo disse ai suoi discepoli Pantamelo e Algopedante: ‘È proprio dei giovani come voi essere affascinati da stregoni e sortilegi, e pensare che a essi sia riservato il privilegio di donare la fortuna e cambiare la vita. Ma esistono altre persone che compiono miracoli e prodigi, nascoste negli angoli delle città e della storia. Se vedi uno stregone con un copricapo di piume di orokoko che cammina sopra i tetti, fa volare le edicole e fa cadere polvere d’oro sui passanti, può darsi che la tua vita stia per cambiare, ma molto più probabilmente stai vedendo un video musicale.

Se vedi una persona che non si rassegna alle cerimonie dei tempi, che prezioso e invisibile aiuta gli altri anche se questo non verrà raccontato in pubbliche manifestazioni, che non percorre i campi di battaglia sul bianco cavallo dell’indignazione, ma con pietà e vergogna cammina tra i feriti, ecco uno stregone. Quando non c’è più niente da imparare, vai via dalla scuola. Quando non c’è più nulla da sentire, non ascoltare più. Se ti dicono: è troppo facile starne fuori, vuol dire che ci sono dentro fino al collo. Vai lontano, con un passo solo’.”

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

26 aprile 2011

REALITY BOLOGNA


“Ebbene sì: Teorema, la società di servizi fiscali convenzionata con il Caaf della Cgil Emilia-Romagna, ha pensato bene di uscire con lo slogan «Non fidarti degli sconosciuti».

Per mostrare attenzione verso le donne, suppongo (vedi l’immagine), ma in realtà sfruttando – e confermando, e rinforzando – la paura degli «sconosciuti». Che sotto sotto c’è in tutti, donne e uomini. Di destra e sinistra. Di qui alla paura dell’altro, dello straniero, del diverso, il passo è più che breve, è lo stesso identico passo: quello della Lega. Ma la Cgil non era di sinistra?”

Se Giovanna Cosenza, allieva di Umberto Eco e docente di semiotica all’Università di Bologna, fosse stata leghista probabilmente avrebbe tuonato contro il Caaf della Cgil che tappezza Bologna di messaggi subliminali pro-Pd. Nella città di Dozza e Fanti le elezioni sono alle porte e gli sconosciuti, gli stranieri, sono i barbari leghisti più che i migranti nordafricani. L’eventualità che la bandiera di Alberto da Giussano possa sventolare a Palazzo d’Accursio, dopo il ballottaggio che gli ultimi sondaggi danno per probabile per quanto difficile, non è più così remota. Di qui, forse, lo stato confusionale della sinistra e l’analisi un po’ fantasy della professoressa Cosenza sulla campagna delle Lance Libere.

A Bologna la Lega, al 3% fino a due anni fa, candida Manes Bernardini, avvocato di trentotto anni sostenuto da un Pdl mugugnante, bella presenza e “leghista dal volto umano”, secondo il sin troppo lusinghiero ritratto che ne fa Michele Brambilla su La Stampa. I sondaggi lo accreditano tra il 24 e il 33 per cento ed è l’unico ad essersi presentato, il 21 aprile, alla festa per la Liberazione della città (forse per far dimenticare di aver dichiarato che era avvenuta a “ottobre del 1945”). Non c’era Aldrovandi, il terzopolista sostenuto dall’unico ex sindaco di centrodestra Giorgio Guazzaloca e accreditato dell’8-9 per cento dei consensi né Bugani, il grillino che rischia di andare in doppia cifra e alla domanda “chi era Dossetti?” ha risposto mesto “non lo so”, né Merola.

“Atos Solieri contesta: «Uno scivolone può passare, due mica tanto, ora siamo alle comiche! Se uno si dimentica questi appuntamenti qui, a sem a post!»”. Virginio Merola, fresco trionfatore delle primarie del centrosinistra con venti punti di scarto sulla candidata di Sinistra e Libertà, è impegnato in una sorta di guerra alla comunicazione contemporanea. Il claim della sua campagna “Se vi va tutto bene, io non vado bene” è diventato un tormentone-scioglilingua cittadino e le sue spettacolari gaffes (“spero che il Bologna torni in serie A”) hanno già fatto storia, entrando di diritto nella narrativa da bar di cui Bologna, alla faccia di chi le vuole male, è ancora capitale morale. Per i sondaggi è in bilico. Tra il 45 e il 51 per cento significa rischio ballottaggio e l’incubo del ’99, diserzione elettorale della sinistra e vittoria dei cattivi, si profila nuovamente all’orizzonte.

Bologna, reduce da un anno e mezzo di commissariamento (record italiano) a causa delle repentine dimissioni di Delbono dopo le accuse di Cinzia Cracchi (ora capolista di una lista civica), non è solo “la città dei rancori”, come l’ha ritratta la puntata di Report dell’illustre cittadina Milena Gabanelli, ma nel dibattito pubblico prevale quell’aria da reality un po’ sfigato che la trasmissione ha catturato impietosamente nelle interviste sempre più sconsolate (da parte del giornalista visibilmente provato) agli aspiranti primo cittadino e agli esponenti della claustrofobica classe dirigente locale. Quando a Maurizio Cevenini, record man di matrimoni celebrati, quasi-candidato sindaco e capolista del Pd alle elezioni, è stato chiesto con qualche imbarazzo (“non sono riuscito a trovarli da nessuna parte”) che programmi avesse, lui ha risposto con un sorriso disarmante, da tronista in castigo, “eh lo so, è un mio difetto”.

Il teatrino di paese non riesce a nascondere la realtà di una città ferma, incapace di prendere decisioni, con 49 filobus su gomma Civis figli di nessuno costati oltre 150 milioni di euro (per ora) e parcheggiati al Caab, la stazione in eterno cantiere e deliranti progetti alla Blade Runner (people mover e altri dadaismi ingegneristici) sulla rampa di lancio. Una metropolitana in una città da 400.000 abitanti, per dire, fa un po’ ridere eppure se ne parla da due lustri, anche se non c’è verso di decidere. Invece la chiusura del centro storico alle auto, votata dal 70% dei bolognesi nel referendum del 1985, non è mai stata fatta. Forse basterebbe partire da quello che c’è, una città medioevale colma di tesori architettonici, dove si mangia bene e si sa vivere, valorizzarlo, e magari cominciare a dirlo un po’ in giro.

L'articolo è stato pubblicato (insieme con la foto) su The FrontPage.

3 dicembre 2010

"MEGLIO IL FUOCO DELLA BATTAGLIA"

“Due canaglie votate al male. Concentrato di malefica intelligenza. Subodoro una trappola. D’accordo. In chat su fb.” Mauro Zani non ha dubbi e, brusco e bonario come l’archetipo di emiliano che incarna, accetta su due piedi la mia intervista per tFP. “È il blog diretto da Velardi&Rondolino che mi dicono di salutarti (consapevoli del rischio di essere mandati a cagare per interposta persona) e mi piacerebbe sapere il tuo parere su Pd, Bologna, rapporto con la Rete. Se ti piace l’idea possiamo anche fare in chat, qui su Facebook, su Skype o dove credi.” Dopo un paio di giorni, a sera tarda, abbiamo combinato. Ecco il copia e incolla di com’è andata.

Zani (Z): “Forza”

Orione (O): “Dunque, Mauro Zani: consigliere comunale, consigliere provinciale, presidente della provincia di Bologna, segretario del Pci…”

Z: “Già, eccomi”

O: “Poi segretario regionale, consigliere regionale, deputato, eurodeputato e coordinatore della segreteria nazionale Pds-Ds, adesso blogger. Lei fa il blogger a tempo pieno? Ha smesso di fare politica attiva per davvero? Come si sente?”

Z: “Fermo lì. Una cosa per volta. Faccio il blogger certo. La politica la osservo e se del caso la critico. Son come quei pensionati che s’aggirano intorno agli operai al lavoro e… mugugnano, e… avanzano rilievi critici…”

O: “Ci tiene a rimarcare che ha smesso con la politica attiva, l’ho letto più volte. Dal distacco etereo del blog com’è, la politica?”

Z: “Già. Niente politica attiva. Altrimenti mi pensano in agguato dietro una siepe… il lupo cattivo… La politica non sta tanto bene”

O: “Lo stato di salute di Pd e Pdl sembrano darle ragione… Perché, secondo lei, dal ‘92 ad oggi il grado di consunzione di partiti e leader politici è così alto? A sinistra, in particolare, è un’ecatombe”

Z: “M’interessa più stare a ridosso del Pd naturalmente. E… son così annoiato d’aver sempre ragione”

O: “Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino, Cofferati, Franceschini, Bersani, Prodi… ne ho perso qualcuno?”

Z: “Beh, consunzione dei leaders? Forse, resta che s’avvicendano più o meno gli stessi. Li conosco, a memoria… Appunto son quelli”

O: “Ma perché nessuno molla, come lei? Non lo capisco. Voglio dire, ha una bella pensione, un sacco di amici sparsi per il mondo, parecchi libri da leggere in sospeso…”

Z: “Questione egoica. Hanno poco rispetto per le loro persone… e poi in pensione non si sta tanto bene. Meglio il fuoco della battaglia. Per mollare basta andare per cinque anni nel Parlamento Europeo. E non vedi l’ora che finisca! In sostanza per mollare bisogna fare un apposito training… io modestamente lo feci”

O: “Si vede… Devo confessarle che all’inizio non ci credeva nessuno…”

Z: “Già. Poi però non mi va di starmene zitto e buonino…”

O: “Nono, intendo che nessuno credeva che fosse lei”

Z: “Prego?”

O: “Alcuni hanno insinuato che fosse un vero e proprio furto d’identità… un gesto dadaista”

Z: “Fantastico, è un mondo pieno di matti!”

O: “Un erede di Guy Debord si era impadronito del brand ‘Mauro Zani’ e le stava suonando a tutti di brutto… beh, non era una tesi tanto campata in aria. C’era una discreta differenza tra il prima e il dopo di Mauro Zani”

Z: “In verità c’è chi sa bene che io ho sempre suonato, adesso ho semplicemente cambiato strumento. E non mi dispiace”

O: “Comunque, sono felice che quello che diceva che Zani era morto e il blogger era uno sciacallo identitario si fosse sbagliato…”

Z: “Comunque quello vero è il blogger, seppur in erba”

O: “Bene: da bolognese chiedo al blogger, che dal cv mi pare informato dei fatti, che sta succedendo a Bologna?”

Z: “Sono informato anche dei misfatti”

O: “Immagino… lo spettacolo penoso che la riportò in città nel ‘99 si sta ripetendo o è una mia idea?”

Z: “A Bologna assistiamo con ogni probabilità all’ultimo atto di una lunga storia. Quella di una sinistra al governo per mezzo secolo e che dopo la nascita del Pd s’appresta a passare il testimone ad altri. Difficile dire adesso come andranno le cose, ma può persin darsi che, con l’aiuto di Vendola, Dossetti si prenda una rivincita post-mortem. Naturalmente non ho nulla contro gli eredi di Dossetti, tanto più che fino a qualche mese addietro, era persin possibile che la rivincita la prendessero i legittimi inquilini di Via Altabella. Sì, insomma, per i non bolognesi la Curia. In sostanza non si sta ripetendo semplicemente lo ‘spettacolo’ del ‘99. Con la meravigliosa idea che ha fatto frettolosamente nascere il Pd tutto lo scenario è cambiato. Non son sicuro che a Bologna e a Roma se ne abbia contezza”

O: “Lo scenario è cambiato, non solo a Bologna e in Italia. Non mi pare che il Pse goda di ottima salute… I socialisti stanno perdendo ovunque in Europa, mentre la sinistra conquista il Sudamerica stato dopo stato, facendo la sinistra per davvero… Qual è la lezione?”

Z: “Infatti. Perciò, modestamente, a suo tempo spiegai che si trattava di cercare una nuova (parolone antico) sintesi. Un progetto demosocialista. L’idea, semplice, che siamo tutti democratici dopo l’89, e che quindi definirsi semplicemente tali è come cercar d’afferrare il nulla. Calci al vento. Perché la sinistra in America del sud vince? Semplice: perché critica la liberaldemocrazia nei fatti e non con la semplice ideologia, della serie siamo socialisti, punto. O siamo democratici, punto. Morale. Ci vuole un’identità definita. Per me basterebbe definirsi come democraticiesocialisti tutt’attaccato. Insomma ripartire bisogna, a costo d’attraversare il deserto.”

O: “Ok, e cosa significa, con un esempio, essere democisalisti? Demosocialisti, faccio fatica a scriverlo…”

Z: “Capire che tutte le democrazie sono alla prova della globalizzazione dell’economia e dei mercati, ad esempio, e di conseguenza imprimere efficacia alla democrazia chiudendo la fase (novecentesca) della liberaldemocrazia. Come? Recuperando e facendo circolare ideali, valori di giustizia sociale nella democrazia. Ed è chiaro che ciò significa promuovere taluni interessi contro taluni altri. Se son bigi tutti i gatti allora le persone stanno a casa. A guardare (quando va bene) la politica dallo schermo”

O: “Ultima domanda: perché non si è candidato lei sindaco di Bologna? Lo sa, vero, che con una buona campagna, lei poteva vincere…?”

Z: “Per la ragione che avrei avuto contro prima di tutto il Pd. E anche per il solito egotismo. Della serie: se non mi vogliono peggio per loro. In più io non son adatto per le autocandidature. Proprio per niente: all’ego s’aggiunge, paradossalmente, una ritrosia innata. Insomma siam mal fatti!”

E’ mezzanotte passata, l’intervista è agli sgoccioli e Zani si concede un’ultima zampata.

“Piccolo motto conclusivo per i dirigenti nazionali del Pd: quando i gatti han lo stesso colore scorazzano le volpi. E non son solo grilline. Occhio ragazzi!”

Il blog di Mauro Zani è qui.
L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

19 novembre 2010

BOLOGNA LA ROTTA

“Le primarie si chiamano così perché il Pd le perde prima?” Dopo Milano, va a finire che anche a Bologna ha ragione Crozza. Di certo sembra che il Pd stia facendo tutto il possibile per perdere: l’ex sindaco Flavio Delbono (che aveva sconfitto, nell’ordine, Cevenini, Merola e Forlani alle ultime primarie) si è dimesso a seguito dell’ormai celebre Cinziagate (sordida vicenda di piccoli vantaggi che l’ex vice-presidente dell’Emilia-Romagna si autoassegnava insieme alla sua compagna, prima della separazione e della conseguente retrocessione professionale di lei), e da quel momento sono iniziati i dolori.

Al coma semivigile del partito hanno fatto da contraltare l’iperattivismo dei suoi dirigenti, fiancheggiatori e amici, tutti proiettati a tentare la scalata allo scranno più importante dell’amministrazione cittadina, costi quel che costi. E le primarie, nate come strumento di selezione democratica, a Bologna si sono trasformate nell’arma perfetta per un redde rationem vorticoso che dura da diversi mesi tra capi e capetti, civici e politici.

Sembrava che il tipo adatto a “pacificare” fosse Maurizio Cevenini, già mister preferenze alle ultime regionali (quasi ventimila voto raggranellati), sindaco dello stadio (con lo striscione personale che sventola dalla tribuna e la Smart rossoblu che lo scarrozza in giro per la città) e recordman dei matrimoni (ha da poco superato il tetto delle 4000 cerimonie celebrate). Il “popolo della Festa dell’Unità” lo amava (scrivevano le gazzette cittadine), i volontari che friggono salsicce, impastano tortellini e passano le serate a servire montagne di friggione e di tagliatelle al ragù, l’avevano già incoronato sul campo della pesca gigante della festa provinciale, prima che un attacco ischemico gli facesse cambiare idea.

Prima di lui aveva abbandonato, a sorpresa, Duccio Campagnoli (ex segretario della Camera del Lavoro di Bologna, ex assessore alle Attività produttive della Regione), che era sembrato sino a quel momento l’avversario più solido del Cev. e aveva addotto motivazioni parapolitiche al suo gesto promettendo, poi, di farsi sentire all’interno del partito. Anche l’italianista Anselmi gliel’aveva già data su, a molti era sfuggito anche che s’era candidato, annunciando il proprio sostegno a Cevenini, che non aveva mancato di ricompensare il prof con il prestigioso incarico di “ambasciatore del Cev. presso l’ateneo”.

Chi non si è tirato indietro è Benedetto Zacchiroli, 38 anni, ex collaboratore del sindaco Cofferati (ha curato le relazioni internazionali di Bologna), consulente della città di Fortaleza (in Brasile) e dell’Unesco, incoronato “nuovo Renzi bolognese” da Lucio Dalla dopo l’azione virale con cui è stata lanciata la sua candidatura, che è stata in grado di cortocircuitare a proprio vantaggio la fame di news delle gazzette cittadine e la debolezza del fu partitone. Con lui in pista c’è Amelia Frascaroli, direttore della Caritas, sostenuta da Sinistra e Libertà e da ambienti prodiani. Dopo l’exploit di Milano del partito di Vendola, anche sotto le due torri è arrivata la nuova paranoia novembrina e i dirigenti del Pd stanno cominciando a temere che, in mezzo alla ressa, sia la canuta rappresentante del cattolicesimo più impegnato nel sociale a farcela (il leader della Caritas, Don Nicolini, è stato uno dei principali antagonisti della politica degli sgomberi di Cofferati).

Il vero affollamento, infatti, è dentro al Pd. Dopo la rinuncia di Cevenini sono riaffiorati pesantemente gli appetiti di partito. Virginio Merola, ex presidente di quartiere, ex assessore all’urbanistica di Cofferati, è stato il primo a rompere gli indugi, poche ore dopo l’annuncio del Cev., ma non è una gran novità visto che già alle scorse primarie aveva corso (e si era classificato al terzo posto, su quattro). Andrea De Maria, ex segretario della federazione di Bologna e storico antipatizzante di Merola gli è andato dietro al volo.

Anche la deputata Donata Lenzi per cinque giorni è stata candidata, poi ha annunciato il ritiro con una serie di dichiarazioni polemiche nei confronti del partito (sparare sulla croce rossa è sport diffuso) di cui quasi nessuno ha capito bene le ragioni. È finita, intanto, la telenovela-Segrè, iniziata dopo l’abbandono di Cevenini. Il preside della facoltà di Agraria (e fondatore di last minute market) voleva il sostegno unitario del fu partitone. Dopo Milano ha pensato bene di togliersi d’impaccio annunciando il sostegno alla Frascaroli (e l’arrivederci al Pd).

Last but not least, nelle ultime ore è spuntato il 36enne Ernesto Carbone, cosentino naturalizzato bolognese e direttore di Red. ”Mi piacerebbe candidarmi alle primarie ed è per questo che chiedo al segretario del Pd di Bologna, a questo punto, di rendere la partita aperta a tutti. Sono orgoglioso di fare parte del Pd e mi arrabbio con tutti quelli che parlano di società civile, ma non capisco perché io debba essere figlio di un dio minore e debba raccogliere il doppio delle firme rispetto agli altri. Se Donini non comprende questo, vorrà dire che dovrò restituirgli la tessera per raccogliere le 1500 firme come tutti gli altri“. Non ci sono più i dalemiani di una volta e Bersani alla fine ha spedito il non-commissario Davide Zoggia, a vigilare sull’anarco-Pd bolognese e sui suoi ultimi colpi di coda.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

4 novembre 2009

BOLOGNA 2.0


Se digito “Bologna” su Google la prima voce che esce è “Italia – Serie A: Bologna”.

Al secondo posto c’è “Bologna” su Google Maps, poi “Bologna Football Club 1909, il sito del Comune (Iperbole, la Rete Civica, la prima d’Italia), “Bologna” su Wikipedia, “Strage di Bologna” sempre su Wikipedia e i “risultati da Google News su Bologna”.
All’ottavo posto c’è Bologna Turismo, il sito ufficiale dedicato all’accoglienza nella nostra città, al nono l’Alma Mater Studiorum, poi l’Aeroporto Marconi, Bologna Fiere, il sito della Provincia di Bologna e quello dell’ATC (l’azienda dei trasporti). La prima pagina di ricerca su Google per “Bologna” finisce qui.
Cliccando su “Bologna Turismo” scopro che non esiste più. L’ente, creato da Comune e Provincia ai tempi di Guazzaloca, nel 2007 è stato messo in liquidazione e ha chiuso i battenti. È rimasto il marchio, una scarna directory del sito del Comune.

Quando ho chiesto a Fernando Diana, CEO di ZIngarate – una delle community di viaggiatori più visitate – quali danni creava a Bologna il non avere un portale dedicato all'accoglienza (a differenza di Mantova, Ferrara, Padova, di stazza simile ma che investono sul turismo), mi ha risposto senza troppi giri di parole.
“La percezione dell’utente web è che la città non ha nulla da offrire da un punto di vista turistico. Non si tratta di un danno, ma semplicemente oggi se non sei su Internet si ritiene che non esisti.”

In effetti l’esperienza quotidiana insegna che informarsi su Internet su qualunque tipo di viaggio è diventata la norma.
“Primo step: informazione per scegliere la destinazione.
Secondo step: organizzazione. Scegliere l’albergo, la navetta per raggiungerlo, i ristoranti, gli eventi, ecc. Su Internet ci sono consulenti turistici che propongono soluzioni integrate, Zingarate invece è un feedback costante di utenti che raccontano esperienze di viaggio”
Ogni viaggio ormai si base su informazioni prese online.
“La cosa più semplice, oggi, è cercare la destinazione sui motori di ricerca. Se c’è poca presenza online di Bologna su Google c’è poca presenza turistica della città., mentre oggi la presenza online di una città deve essere soprattutto sul turismo… alcuni studi della Bocconi sostengono che il 60% degli acquisti online riguarda il turismo…”

Io sono bolognese e mi sono sempre chiesto per quale ragione Bologna non investe sul turismo. Si dice sempre che è perché ha investito sulla Fiera. Per questo alberghi e ristoranti hanno prezzi stellari e si sono sempre barcamenati alla grande senza menarsela troppo a cercare nuovi clienti.
Bologna poi è una città studentesca. L’Alma Mater Studiorum – l’università più antica del mondo – ha compiuto novecento anni alla fine del secolo scorso e rimane una delle principali mete per decine di migliaia di studenti di tutto il mondo. Molti di loro, terminati gli studi, rimangono in città per lavorare, aprire un’attività e mettere su famiglia.
Negli ultimi due/tre anni però le immatricolazioni per la prima volta sono diminuite, segno di una perdita di smalto dell’Ateneo o dell’offuscamento del carisma della città.
Qualche anno fa Bologna ha perso il Future-Show, che ha deciso di trasferirsi armi e bagagli a Milano. Quest’anno il Motor-Show è stato dimezzato: sono rimasti gli show ma auto e motori saranno esposti da altre parti.

Bologna non sta investendo (ancora) sul turismo, men che meno online. Cosa ci guadagnerebbe a farlo?
“Avere una strategia web è inevitabile per competere sul mercato globale. Bologna poi non è Roma e le sue dimensioni permettono di calibrare gli interventi e raggiungere il target preciso.”
Per Diana definire il viaggiatore-tipo per Bologna è più facile
“si parte sempre dal prodotto. Il turista di Ibiza è diverso da quello di Bologna… non bisogna inventarsi molto, ma valorizzare quello che c’è e definire una strategia per il turista-tipo. Un errore classico della comunicazione dei tour operators istituzionali è fare campagne molto massive (tv, giornali, ecc.). Non serve. Basta un marketing mix a portata di budget in grado di raggiungere il target in modo mirato, soprattutto per le campagne worldwide.”
Turismo, università, fiera e lavoro sono le principali ragioni per venire a Bologna e la Rete può aiutare e promuovere e a semplificare l'accoglienza.
“Il web è lo strumento ideale per questi viaggiatori. Se tu fossi una stazione termale la maggior parte del target non ha confidenza col web, nel caso di Bologna studenti, docenti, business-men invece si.
In tutto il mondo il numero di persone che viaggiano e i viaggi per persona sono in costante aumento, mentre diminuisce il tempo di permanenza (3/4 giorni, ora, che per visitare Bologna sono l’ideale) e crescono gli aeroporti. Una volta esaurite le capitali e le mete primarie (in Italia Roma, Firenze, Venezia, Napoli) i viaggiatori si orientano sulle altre, più appetibili. Ad esempio Valencia in Spagna (di dimensioni analoghe a Bologna) ha avuto un aumento strepitoso delle visite negli ultimi anni.”

Anche azioni di marketing virale possono “costituire un salutare shock che fa uscire la città dal torpore comunicativo in cui versa. In linea generale e nel medio-lungo periodo il passaparola è l’arma vincente per promuovere e consolidare l’appeal della città.”
Il passaparola è lo strumento ideale anche per diffondere gli aspetti “caldi” della comunicazione di  Bologna (leggende metropolitane, luoghi mitici, culture underground)
“In una città puoi essere turista, viaggiatore o cittadino. Alle persone di solito piace essere viaggiatori, entrare nella cultura della città in profondità. L’ente non può fare preferenze tra operatori turistici (alberghi, ristoranti, ecc.) però può segnalare le esperienze dei viaggiatori passati e che hanno lasciato tracce su blog o social network.”

Fonti:
Comune di Bologna
Zingarate

Questo articolo è stato pubblicato oggi sul blog di Aprile, qui.
La "Finestra sull'Aposa", scattata a Bologna un paio d'anni fa, viene da qui.

18 luglio 2009

SULLA PELLE DEI RAGAZZINI


Non ci vuole molto per capire che mettere fuori legge l'alcol significa rendere una sbronza da Cointreau ancora più eccitante, a quindici anni. Chissenefrega dello stato, delle leggi, della salute, a quindici anni.
Ma la destra moralista e inconcludente della Moratti sceglie la strada della propaganda sulla pelle dei ragazzini e crea un pericoloso precedente che, di certo, il governo bullista dell'Avanzo di Balera raccatterà alla prossima orgia mediatizzata.

L'alcol è una droga pesante e come tale andrebbe trattato.
Senza il proibizionismo straccione che rincorre i ragazzini alla loro prima Ceres, ma con leggi che ne regolano l'uso e l'abuso. Sia per chi ne fa uso che - soprattutto - per gli altri. Ad esempio non è un diritto andare in giro con una bottiglia di vetro - un'arma - in mezzo alla strada, magari sbronzi.
E soprattutto c'è bisogno di un'opera sistematica di prevenzione. Bisogna spiegare ai ragazzi che diventare alcolizzati non è così difficile e che la vita, dopo, è un vero schifo.

L'immagine è tratta da una campagna che ho realizzato due anni fa per l'Arci di Bologna.
L'articolo del Corriere è qui.

9 giugno 2009

DIECI ANNI FA / 2



Di questi tempi, a quest'ora: sono in Piazza Maggiore, in lacrime.

Silvia Bartolini si è appena fatta rimontare al fotofinish da Giorgio Guazzaloca, al ballottaggio che decreta la fine delle giunte comuniste, ex-comuniste e postcomuniste dal dopoguerra in qua. Di qui a poco ne parlerà il Wasgington Post, con lo stupore in pompa magna.
In Piazza siamo in quattro o cinque, ragazze e ragazzi tra i 20 e i 30 anni. Alcuni
di loro dopo quella sera non li ho più rivisti.

A pensare a come ci sentivamo adesso viene da sorridere; è un po' cinico e triste forse ma è così: mi viene da sorridere perché ci stavamo proprio male. Io tra l'altro non avevo nessun motivo personale o professionale per essere triste, anzi.
Solo quella era la mia città e di fianco all'altare dei partigiani che l'hanno liberata, in Piazza del Nettuno a 50 metri da me, i fascisti lanciavano cori da stadio, canzoni e bottiglie. Ad altezza uomo.
Il Piazza si era già guadagnato un paio di cinghiate nella schiena, in un dibattito postelettorale che si prometteva alquanto agonistico.
Di lì a poco si sarebbe scatenata la tipica "caccia alla zecca" delle grandi occasioni, messa in atto da gentiluomini con la testa rasata e le vesciche gonfie di birra.

Non è serata per capelloni e clark che infatti si stipano in via del Pratello, culo contro culo e la tipica espressione della bestia braccata stampata in faccia.
Sulla scalinata di Palazzo D'Accursio campeggia la bandiera di Ordine Nuovo.

Due settimane prima, la Bartolini aveva sfiorato la vittoria al primo turno.
Sfiorato.

L'immagine è stata presa in prestito qui.

28 gennaio 2009

L'ISPETTORE SARTI È MEGLIO DI LOST!


Il più bel telefilm della storia della Rai, l'unico che rende onore alla città più bella d'Italia. La mia.
Sovrasta Twin Peaks, Lost e Desperate Housewives di tre spanne.

Un Gianni Cavina gigantesco e un cast di caratteristi formidabili e di guappi veri e propri. Tra l'altro Iaccarino, l'assistente siciliano di Sarti è uguale al buon Valerio, uno degli attuali vicesceriffi del Sindaco.
La Bologna di vent'anni fa, poi, era ancora uno spettacolo. E i poliziotti della Questura di Sarti Antonio erano più di sinistra di Bertinotti.
Tratto dai romanzi di Loriano Macchiavelli, il telefilm passava su Rai Due all'inizio degli anni '90.

Questo è il primo gruppo su FB dedicato all'Ispettore di Bologna. Se hai informazioni, notizie, dispacci d'agenzia su di lui o sei hai idea di dove si sia cacciato - proprio adesso che c'è così tanto bisogno di lui - fammelo sapere!

L'immagine è stata presa in prestito qui.
Il gruppo su Fb è qui.

11 dicembre 2008

PRATELLI D'ITALIA


A Russi/Twin Peaks piove sempre.
Sono tornato qui da Osgard, Rebecca, Thor e Vanessa (schienata come me) da poche ore, dopo una tre giorni a Gotham/Bologna.

Il Pratello è sempre più scuro.
Lunedì sera sono andato all'URP (il localino perbene che ha preso il posto del Black B. - il circolo di disadattati di cui ero socio - colpito dall'ordinanza di Cofferati) e sulla porta ho incontrato Zanon, gli occhi più spiritati del solito, che quando gli ho chiesto "come va?" mi ha risposto solo "sono molto preoccupato per il Pratello", prima di sparire definitivamente dalla mia vista.
Osvaldo sembra che abbia chiuso i battenti del tutto - qualcuno mi ha detto che ha restituito le licenze al Comune - Abdel, il gestore del bar di fianco al Mammuth (l'URP) ha iniziato lo sciopero della fame.
Mario Gatti lavora all'Atc.

Per la strada poca gente "normale" e pratellari radi e incazzosi. La sentenza di Lucio "hanno già mollato" non sembra temere smentite e la mestizia prevale su ogni faccia, grinza di freddo.

A parte il Mago, che non metteva piede
a Bologna da otto anni e non è neanche rimasto abbastanza per il pellegrinaggio che si era ripromesso. Prima di celebrare la sua ultima cena a suon di tagliatelle della nonna di Poggio (insieme a me, Poggio, Savic, la Simo e Cuma) all'URP ha ritrovato il neopapà Benna e Zollo, reduce dalla creazione della sua prima chiesa su facciadilibro.

Davanti al bancone  - sotto il manifesto della mostra sulla nobiltà involontaria del Balcon - anche il neoparafarmacista di Sogliano Cavour (ex capo dei buttafuori dei Ds) Flynt era allegro, complici forse le tre bionde piccole ingurgitate a grande velocità e ha raccontato che al bar del paesello le prende di santa ragione a tressette. Lui era sù per la laurea di Antonella, ieri. 
Dietro al bancone la Vale smadonnava scuotendo la testa, ma dava da bere a tutti.


Tutto sommato lunedì sera sembrava ancora di essere a Bologna, al Mammuth. E la gente per un paio d'ore sembrava essersi dimenticata tutta la sua incazzatura.

Bologna continua, nonostante tutto.

La foto del Pratello crepuscolare viene dal mio album su Bologna, su Flickr.

15 novembre 2008

TOPI DI FOGNA A BOLOGNA


Tutto in pochi istanti, ieri notte a Bologna in Piazza della Mercanzia.
Verso le tre e mezza un gruppo ragazzi usciti da una festa di laurea in Piazza Santo Stefano, sotto le due torri ha incrociato la sua strada con delle bestie. Prima sono stati insultati (comunisti e partigiani di merda) poi aggrediti con bottiglie di vetro, sedie e sgabelli presi a prestito dai locali della piazza.
La ragione? Nessuna: pare che avessero un look un po' troppo alternativo - addirittura  bonghi - per i gusti dei gentiluomini che hanno avuto la sventura di incontrare.

Due dei ragazzi aggrediti sono rimasti feriti. Uno, colpito più volte al volto, è stato ricoverato all’ospedale con prognosi di 25 giorni, ha fratture al viso e una sacca di sangue dietro l’occhio. È stata allertata l’equipe di medici del reparto di chirurgia maxillo facciale dell’Ospedale Bellaria per un intervento urgente.

La polizia dice di aver arrestato quattro degli aggressori e di essere sulle tracce di altri due. Si tratta di aderenti a gruppi di estrema destra.
In manette sono finiti: Luigi Guerzoni 33 anni bolognese residente a Ravenna, commerciante e responsabile provinciale giovanile di Forza Nuova, Vincenzo Gerardi 26enne operaio di Cento (Ferrara) residente ad Argelato, Gunther Xavier Latiano studente universitario di 25 anni, nato in provincia di Foggia e residente a Bologna, Alessandro Malaguti operaio ventenne nato a San Giovanni in Persiceto e residente a Crevalcore.

Il Guerzoni ed il Malaguti sono anche noti nell’ambiente per essere componenti della band musicale "Legittima Offesa" ospite di diversi concerti in tutta Italia e protagonista del documentario Nazirock. Guerzoni, inoltre, ha precedenti per reati di pubblica sicurezza (porto d’armi, discriminazioni razziali)  Gerardi è noto alle forze dell’ordine per danneggiamento, porto abusivo d’armi, rissa, ricettazione.

Anche a Bologna questa merda si annida nell'oscurità, come i topi che fanno tana in mezzo al lerciume. Bisogna mantenere l'ambiente aerato, pulire bene e tenere sempre le fogne alla giusta distanza: qualche ratto schifoso trova sempre il modo di sgusciare fuori.

L'immagine e le informazioni sono state prese in prestito qui.
L'articolo del Corriere: qui.

11 novembre 2008

SERIE B / LE ORIGINI

Che ci stai a fare a Bologna se non le vuoi più bene?
 
“Notti pericolose”
“Pratello, guerra tra nottambuli e residenti”
“Svegliano il Pratello con “la guerra del pane”.
“Comitati sul piede di guerra. Chiesto il ritiro di due locali fracassoni”
“Il Pratello è ormai fuori da ogni controllo”
“Pratello, guerra tra nottambuli e residenti”.
“Al Pratello guerra del pane tra i fracassoni della notte”
“Mistero in via del Pratello “nessuna guerra del pane”
Baghdad, Gotham City? No, Bologna. Striscia di Gaza? Macché, via del Pratello. Kamikaze? No, no baristi, camerieri, precariato vario e persone a passeggio (più o meno alcolico). Forze di occupazione? No, bottegai notturni (e botteghe culturali). Resistenti? No, solo comitati.
Questa è la Bologna che ci hanno raccontato i giornali con il solerte aiuto di taluni bravi cittadini, talmente coscienziosi da sentirsi in obbligo di farsi chiamare “comitato” per immaginare e far immaginare all’opinione pubblica di rappresentare anche quelli, ahimè, meno sensibili di loro al “bene comune” (nelle caratteristiche da loro fornite).
Non tutti i comitati sono centrali, è vero, però bisogna tenere conto delle loro gesta (e di quelle dei loro trombettieri) prima di scrivere a Babbo Natale una letterina piena di speranza e di empatica fiducia nel futuro delle magnifiche sorti e progressive di questa sazia e disgraziata città.
Per ora quindi: BENVENUTI IN SERIE B.
Benvenuti in una città che ha paura della propria ombra. Che non crede nella propria forza, non ha più voglia di ascoltare e non sente più chi ha voglia di vivere, bisogno di lavorare, chi rischia di tasca propria. Benvenuti nei garage a 50000 euro, in un posto in “doppia” a 300 euro, nelle cantine affittate in nero a migranti (a tanti euro). Benvenuti nella città turistica con gli alberghi a prezzi bloccati “perché c’è la fiera”. Con i bar chiusi la domenica, se non ci sono le partite e i bottegai diurni che ti chiedono “altro?” nell’istante preciso in cui hai finito di ordinare.
E benvenuti nella città delle pisciate contro il muro, della sporcizia (fisica e intellettuale) contrabbandata per controcultura, del poco amore. Fuori dalle residenze cintate miliardarie è terreno di guerra, lo dicono i giornali, quindi non vale la pena raccogliere la carta buttata dal frugoletto di mamma o la merda dell’adorato cagnolino, vero?
Ecco a voi la SERIE B. Ci volete rimanere a vita, scendere in C, o le volete ancora un po’ di bene a questa dannata città? 
 
Sembrano passati duecento anni, ma era il 2005. Stessa spiaggia, stesso mare: Bologna, Via del Pratello.
All'epoca ero uno dei soci del circolo -
il Black B - che firmava questo foglio, affisso davanti a tutti i pericolosi sovvertitori della pubblica quiete a cui il Sindaco uscente venerdì scorso ha imposto di chiudere bottega tutte le sere alle 10, per un anno. Pena l'arresto.

Forse per questo si è premurato di avvertire i Carabinieri prima del Vicesindaco e la Guardia di Finanza prima dell'Assessore alla cultura. Il povero Guglielmi ci è rimasto male e forse sono stati i suoi quasi 80 anni che gli hanno permesso di sospirare con candore
"Ci vivevo bene e mi sentivo a mio agio, anzi l'unico momento di ottimismo me lo procurava il Pratello con la sua vivacità e gioventù".

Al passato, come si parla dei cari estinti. La Scaramuzzino invece l'ha buttata in politica e ha denunciato il "metodo insopportabile" usato in contrasto con
"un lavoro portato avanti con commercianti e residenti".
Apriti cielo
"La Scaramuzzino è libera di non condividerle... ora è un problema suo cosa fare di fronte a queste ordinanze, se non le condivide, decida se il suo ruolo in giunta è compatibile con questa linea o no".

Qui comando io sennò fuori dalle palle, in estrema sintesi.

L'assessore Merola, colpevole di essersi candidato alle primarie senza la sua benedizione era già stato avvisato della chiusura in bellezza, i fuochi d'artificio che il signor Sindaco ha preparato per festeggiare a suo modo la liberazione da questa fottuta città.
Bisogna capirlo, d'altronde, c'è cascato anche lui.

Cinque anni fa era una popstar. Un sacco di gente credeva che fosse il Leader della sinistra italiana. L'avevano incoronato sul campo (mediatico) Moretti e girotondisti vari, sinistrati disperati e lavoratori incazzati, ma lui aveva esitato. Aveva esitato un momento di troppo (o forse non gli sarebbe bastata una vita intera) e aveva bisogno di una piazza per rilanciarsi. Non Palermo o Milano, troppo rischioso. Ci voleva una città-laboratorio, culturalmente e politicamente al centro del palcoscenico.
Lui poi doveva essere l'eroe indiscusso, l'unica parte in commedia.
"Riconquistare Bologna", suonava come una mitragliata ed era una
missione possibile (e molto mediatizzabile).

Poi magari ha pensato "si mangia pure bene, c'è gnocca, belle mostre", come le matricole che arrivano dai paesini della Puglia tutte speranzose. Che delusione dev'essere stata. Adesso che finalmente leva le tende si toglie i sassolini dalle scarpe. Tanto che gli frega?


Quegli scassacazzi del Pratello, cinque anni sui giornali? Tutti affanculo.
Creo un casino incredibile a Delbono, Merola & Co? Cazzi loro.
I miei assessori? S'inculino.
A chi non piacerebbe fare una festa così a una città che si odia?

9 ottobre 2008

SERIE A / 2


"È stata una scelta esclusivamente familiare. Nel fine settimana mio figlio e la mia compagna erano a Bologna. E 600 km in due giorni per un bambino di pochi mesi non si possono replicare in continuazione. Non si può pensare che un bambino cresca passando gran parte del suo tempo su un'autostrada"


Mah.
Secondo me se l'è cagata. Guazzaloca non sarà Batman, ma i sondaggi che circolavano negli ultimi tempi davano i due quasi alla pari. Con Guazza scomparso dalla faccia di Bologna da anni. Cofferati ha un sacco di difetti, ma sente la puzza lontano un miglio.

Comunque è una buona notizia per la mia città. La gente di sinistra potrà continuare a votare a sinistra e Gotham farà serenamente a meno del suo giustiziere senza macchia e senza paura - quello che la sera della vittoria arringava la folla urlando "non mi aspetto fedeltà, ma lealtà" - che lascia in eredità un bel po' di macchie e una tonnellata di paura, gratuita, scaricata sui bolognesi per potersi accreditare sui "media" nazionali come sindaco sceriffo, gagliardo anticipatore del leghismo di sinistra che ha riempito giornali e agenzie prima che Uòlter rinsavisse.

Non bisogna essere ingenerosi però. Sono sicuro che qualcosa di buono, qualcosa per cui sarà ricordato e rispettato, il mio (ormai) ex sindaco interista deve averlo pur fatto.
Adesso però non mi viene
proprio in mente.

L'articolo della Pravda sull'addio di Cofferati: qui.
L'immagine, uno dei soggetti della campagna elettorale del 2004, l'ho presa in prestito qui.

15 luglio 2008

COMINCIA L'ESODO


L'ora dei saluti si avvicina, i miciotti se ne stanno per andare.
Sono grandi ormai e neanche Madre Rebecca di Russi riesce più a tenerli a freno. Quando non dormono nascosti nei pertugi più improbabili o strettistretti sulla pedana del bagno (così di notte andare a far pipì diventa un'impresa funambolica) o pisciano / cagano (come mucche) o mangiano gli omogeneizzati tutti in circolo in un unico piatto, si scazzottano alla grande, masticano tutto e tentano di ciucciarci le dita dei piedi.

Sennò esplorano.
Non sono ancora capaci di fare i gradini, quindi gli manca il piano di sopra (da cui scrivo ora) ma giù hanno visto / annusato / strusciato tutto. Tra l'altro casa è ancora un magazzino (dobbiamo dipingere la libreria marcia dell'Ikea da due mesi) e in tutti i magazzini che si rispettano è pieno di assi in bilico da tirar giù, di casse polverose dietro cui pisciare, di quadri a cui aggrapparsi e fare tarzan.

La gita più gettonata è quella alla scoperta del Mostro (quando dorme).
L'aspirapolvere acceso incute nei miciotti un terror panico senza eguali (il bianco / grigio si è tuffato nella ciotola d'acqua una volta) e nel casino che regna sovrano spesso è abbandonato a sé stesso, smontato (è ad acqua) da qualche parte tra lo studio e l'ingresso. Prima o poi scatta sempre la perlustrazione di solito capitanata dalla grigina, che ha mostrato tenacia e carattere in questo suo primo mese di vita.

Stasera (o domani) la festa è finita per uno o due teppistelli.
Gli annunci su internet servono e Vanessa ha ricevuto già due proposte di adozione: una ragazza molto entusiasta si vuole portare a casa un maschietto, mentre un'altra ne vorrebbe addirittura due (e ne ha già un terzo a casa, a Ravenna!). Candidati: bianco / grigio e tigrato marrone.

Domenica se ne va di sicuro la grigina, ribattezzata Toffee da quel maraglio di Claudio (la Gigliola ha una bella sopportazione) e forse anche Tontaggine la segue a ruota.

Il Poppatore invece rimane con noi sino a settembre: Lucia (un'amica di mia mamma) ha chiesto un maschio di carattere, che tenga in riga gli altri micioni che girovagano nei pressi del loro giardino.
Sembra il ritratto del Poppatore, che ha cominciato a ciucciare la tetta di Rebecca che non era ancora uscito del tutto, è stato il primo a saltare fuori dalla cesta / casa e ad andare a esplorare il mondo e quando c'è da buttarsi non tira mai indietro le zampe.

Sopra botte tra titani, uno dei video girati da Vanessa, tutti su YouTube,

15 giugno 2008

A MEZZANOTTE VA


Mentre il governo schiera l'esercito per proteggere le nostre città dalla malapianta della criminalità e i sani di mente si scompisciano dalle risate (o si fanno i conti in tasca su quanto gli costa, a seconda del carattere) consapevoli dell'inutilità ostile (e gratuitamente allarmistica) della mossa,
quelli di Radio Fujiko si sono inventati la Ronda del Piacere.

Che venerdì 30 maggio è partita, appunto, a mezzanotte
tra le vie di Bologna, da Porta San Donato fino a via del Pratello passando da Via Zamboni, Piazza Verdi, il Baraccano, Piazza Maggiore, Piazza San Francesco e infine Via del Pratello. Quasi tutti i santuari del conclamato degrado cittadino (dove grazie a pub, osterie e zùven è anche più difficile essere stuprate però). Con collegamenti dagli inviati in Sardegna e in Olanda (ma va?).

Il delirio collettivo sulla sicurezza a Bologna è diventato un vero e proprio fenomeno di costume, giunto a contare (prima dei fujikiani) almeno sei ronde, rigorosamente e reciprocamente ostili. Oltre che inutili e brutte da vedere: gruppetti di frustrati amanti dell'arma fallica, facce truci girano per le strade a caccia di colpevoli veri o presunti, il concetto di criminalità che deborda in quello del decoro e dei mai-goduto si arrogano di decidere il limite del lecito (cioè che sognano di farlo, mentre si fanno le pippe con l'ispettore Callaghan o quando sgummano sui loro suv di merda tra gli splendidi vicoli trecenteschi).

Normale poi che un bravo cittadino, residente e bolognese possa dire a un barista di via Marsala (residente e bolognese anche lui)
stai attento, sporco negro, che ti faccio rimandare in Africa
Oppure che un capotreno fuori di testa (e bolognese) si metta a urlare in servizio
"sporca negra" e "schifosi, tornate in Africa" e "Berlusconi finalmente vi rimanderà tutti a casa"
 a una donna del Ghana che vive (regolarmente) a Palermo.

Prima che il blob della necrofilia ci sommerga del tutto Radio Fujiko ha schierato il suo bravo mini Yellow Submarines contro gli uomini in grigio.
La semplicità eversiva di un sorriso
, dicono.
Beh, meglio di niente.

A mezzanotte va
la ronda del piacere
e nell'oscurità ognuno vuol godere
son baci di passion
L'amor non sa tacere
e questa è la canzon
di mille capinere.


Traduzione per gli indecisi (più o meno democratici): altro che ronde, scopate!
Scopateci sopra.
 
Nella foto la Banda Bassotti di Radio Fujiko al Millenium, diecimila carnevali fa.

2 giugno 2008

SERIE A


Questo è il nostro Gay Pride...!
Dopo tutti questi anni passati a prenderlo nel culo...

Così Andrea Mingardi, artista di punta della mia città (sfighé e gisto e cesira tra le hits più popolari), ieri sera su èTv, visibilmente alticcio. Come simbolo di ripresa (anche mentale) certo non è il massimo.
Ma, da bolognese (anche se romanista), sono contento. Spero che la serie A possa significare qualcosa anche di extracalcistico per Bologna: è un'iniezione di energia di cui aveva bisogno.

L'ha capito bene il SIndaco (interista), che ha scelto questa simbolica giornata per rilanciare alla grande la propria (ri)candidatura.

Nella foto (presa in prestito qui) la formazione con cui il Bologna ha vinto il suo ultimo scudetto, nel 1964 all'Olimpico di Roma, nello spareggio con l'Inter: 2 a zero (mio babbo c'è andato!).


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permalink | inviato da orione il 2/6/2008 alle 19:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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marzo