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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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8 maggio 2012

È NATA UNA STALLA

Un’altra volta. A vent’anni di distanza, tutto si ripete nella stessa, identica, maniera. Per filo e per segno, le elezioni hanno scandito il penultimo atto del big bang dei partiti, nel ben noto copione mediatizzato di mazzette, manette, assalto alla spesa pubblica e alla moneta corrente (ma senza la lira da svalutare) unito alla disperante incapacità di fare politica. Vent’anni passati a non decidere che cosa l’Italia avrebbe dovuto essere e ora, dopo che anche l’ultimo dei fessi li ha sgamati, tutti a gridare all’antipolitica dei bruti che minacciano le virtù repubblicane.

Così, come nel 1994 è arrivato il marziano antipolitico magnate dei media, adesso ce n’è un altro, che conosce quelli nuovi (di media). E sa (e lo scrive da anni a chiare lettere) che per vincere le elezioni contro quei morti di sonno da cui è circondato non servono congressi, tessere o sezioni né rimborsi milionari, che i partiti si spartiscono come gangster al saloon. Meglio usarli contro di loro, adesso che la gente fa davvero fatica ad arrivare alla fine del mese e che il bollettino dei suicidi per debiti se la gioca con quello dei caduti sul lavoro. Adesso, la gente, ai soldi ci guarda proprio.

La chiamano antipolitica, col riflesso condizionato di chi considera tout court la politica una cosa sporca e prende poco l’autobus. Forse perché, semplicemente, non credono possibile un mondo in cui un consulente informatico di una banca (che deve prendere le ferie per fare campagna elettorale) possa realisticamente arrivare al ballottaggio per diventare sindaco di una città come Parma. E non sono tanto i politici di professione (che si difendono alla meno peggio) ma la pletora di opinionisti che, eterni interpreti dell’arte del disincanto, adesso spalancano gli occhioni e sparano a caratteri cubitali.

La notizia più scioccante di queste elezioni non è l’affermazione di Grillo, su cui il solito Giuliano Ferrara contro tutti ha sentenziato, a una smagliante Bianca Berlinguer: “è il vero sconfitto della giornata, con questo clima mi aspettavo il 20/30 per cento”. La sorpresa vera è stata la botta d’arresto subita da Casini, Fini & Co. Come alle amministrative del 1993, al centro si è spalancata una voragine, considerata la caduta libera del Pdl (con Berlusconi in gita da Putin, per non saper né leggere né scrivere).

Il Pd dicono che tiene. A regola è il primo partito d’Italia (visto che il Pdl è via di scioglimento) e, nonostante non riesca a esprimere candidati nelle grandi città (a Genova è in testa Doria, indipendente, a Palermo Orlando, Idv, contro Ferrandelli, ex Idv), in termini di lista, appunto, tiene. Sarà per questo che D’Alema va predicando la fine delle leadership populiste e di certo, passata (se passerà) la paura dei ballottaggi, Bersani penserà (forse a ragione) di potersi giovare per un po’ dell’effetto-Hollande (segretario pacioso, senza grilli per la testa, vince le elezioni mettendoci la faccia).

Ma c’è un ma. Quel famoso effetto ’94 non c’è alcuna ragione per cui non debba ripresentarsi, con le stimmate dei giorni nostri. Non è che gli elettori del Pdl e della Lega (bombardata ma non del tutto affondata, anche se in via di mutazione grillina) siano scomparsi coi loro partiti. E se, putacaso, possono bastonare gli odiati post comunisti, magari votando una giovane faccia pulita senza partito, perché non dovrebbero farlo? Per paura dell’antipolitica?

Oltre a Parma, dove il candidato è al ballottaggio con quello del centrosinistra (Pdl quarto, tipo) in Emilia-Romagna la cartina politica diventa interessante, se letta in controluce. Il Movimento 5 Stelle va al ballottaggio a Budrio (in provincia di Bologna, roccaforte Pd) e a Comacchio (in provincia di Ferrara) con risultati sopra il 20 per cento. Tendenzialmente in regione non scende mai sotto il dieci e sfonda quando ci sono questioni in grado di dividere la cittadinanza, sul merito delle proposte politiche (inceneritore, centrale a biomasse, storici cavalli di battaglia).

Come nel 1993 oggi il centrosinistra tira a festeggiare, occhieggia speranzosa a Parigi e teme Atene come la peste, mentre Grillo sta organizzando l’opposizione nelle sue roccaforti (di voti, potere, spina dorsale), sui contenuti che scaldano davvero il cuore dei suoi, famosi, militanti di base come fa contro Lega e Pdl dalle loro parti (rivolta fiscale, nisba cittadinanza agli immigrati nati in Italia). Quando poi i suoi candidati si dimostrano intelligenti e preparati e i vecchi ras del villaggio sono troppo bolliti per correre (e/o per piazzare rampolli presentabili) rischia pure di vincere.

A occhio, a Bersani converrebbe davvero mandare tutti a spendere e andare a votare con questa legge elettorale. Tra un anno forse è troppo tardi (anche per l’effetto-Hollande). E a chi, quando sarà il momento, venisse in mente (Ferrara l’ha già esplicitato prima su Rai Tre, con evidente sadismo) di proporre qualcosa che assomiglia al governo di unità nazionale (non c’è bisogno di dichiararlo esplicitamente in via preventiva, dopo aver approvato una legge elettorale proporzionale, la gente capisce) perché “c’è bisogno di senso di responsabilità”, si tenga bene a mente la lezione di Avigliana.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

15 ottobre 2011

RAGE AGAINST THE MACHINE


“15 ottobre rivolta globale” scandisce un performer hip-hop indiavolato da uno dei tanti sound-system del corteo, in sottofondo gli spari dei lacrimogeni, le bombe carta, le sirene della polizia, le urla. Non è più tempo di indignarsi contro i violenti o di questionare su slogan, adesioni, partiti e non partiti: tutto l’armamentario politico novecentesco non serve a spiegare questo 15 ottobre. 951 città in 82 paesi del mondo, gli Indignati di tutto il mondo lanciano la loro sfida a banche, finanza, politica, presunti colpevoli della crisi e del caos, di cui la guerra di Roma resterà una delle icone indelebili.

“È una giornataccia per Roma…” la diretta video di Nino Luca sulla videochat del Corriere, su RaiTre c’è il ciclismo e su La7 un film con Pozzetto (per la televisione italiana non succede niente), trasforma la capitale nel set di “V for Vendetta”, il film-cult di questo movimento tratto dalla graphic novel di Alan Moore. Su tutte le testate online, a fianco delle gallerie di roghi e cariche vengono pubblicate le immagini del resto del mondo, da Seul a Sarajevo e da Varsavia a Hong Kong. Gli unici scontri sono quelli di Roma, come se l’Italia sentisse l’esigenza di ambire anche a questo, di primato.

“Un attimo di calma irreale”. Dopo un po’ di silenzio inquietante e di fuori-onda allarmati, l’anarco-diretta di Corriere.it riprende. “Siamo messi male, Andrea… siamo messi male”. Silenzio, sirene, allarmi e vetri in frantumi. La flemma di Nino Luca s’incrina leggermente “siamo stati costretti ad arretrare… siamo proprio dietro i poliziotti che vengono presi d’assalto… siamo in mezzo al guado, il corteo è spaccato in più tronconi. Adesso c’è del fumo a via Merulana, ci sono altri scontri a Piazza San Giovanni… E adesso è dura anche per noi lavorare, sono arrivati i fumogeni, anzi i lacrimogeni… urticanti”.

Sciamano maschere di Guy Fawkes, l’uomo che il 5 novembre del 1605 tentò di far esplodere il Parlamento inglese (reso da Alan Moore l’icona di “V”), in mezzo alle decine di migliaia di persone che continuano a invadere la capitale per tutto il pomeriggio. A Piazza San Giovanni arriveranno in pochi. Il cronista del Corriere riesce a intervistare una ragazza di Salerno, nascosta dietro la maschera, la stessa indossata dagli Anonymous per le loro scorribande sul web. Il tempo di pensarlo e sulla home del Corriere compare Julian Assange, abbarbicato sui gradini della chiesa di Saint Paul, a Londra, con un megafono in mano. La polizia gli appena impedito d’indossare la maschera.

“Si stanno disponendo per preparare la carica. Stiamo vivendo con voi questa emozione, vorremmo che fosse finito tutto da un pezzo… Cerchiamo una via di fuga, ma da qui non la vediamo. I capi-pattuglia richiamano i propri uomini, vedete? Siamo proprio dietro i carabinieri”. I carabinieri però non sono contenti. “Perché non andate a riprendere quelli che lanciano le bottiglie? Non dovete stare dietro le guardie! Ve ne dovete andare!! Per motivi di sicurezza, ve ne dovete andare!”

Nino Luca abbozza, un po’ mesto. “È che ci sentivamo più sicuri dietro i carabinieri… c’è nervosismo, è comprensibile, però noi qui siamo per fare il nostro lavoro…”. Poi sbotta in una riflessione a voce alta, che vale cento editoriali. “Sorprende… Sembra quasi, tutto pianificato… Da una parte i black bloc dall’altra le forze dell’ordine, in mezzo centinaia di giornalisti, telecamere, ragazzi con le macchine fotografiche…”.

Come se fosse l’ennesimo atto di una commedia/tragedia col copione già scritto. A sera una cupa conferma, alcuni manifestanti hanno assaltato un blindato dei carabinieri e sono riusciti a darlo alle fiamme. Prima che esplodesse, sopra, non hanno trovato altro di meglio che scrivere “Carlo vive”. Come se fosse vero, come sa la vendetta riguardasse ragazzi in divisa a millecinquecento euro al mese, come se dieci anni non fossero mai passati. Allora come oggi è la rabbia, moltiplicata dalla crisi, che dà le carte.

La foto l'ho presa qui.

4 gennaio 2011

LETTERA AGLI STUDENTI

Sperando di svicolare dignitosamente tra paternalismo senescente e cinismo distaccato, mi prendo queste righe d’inizio anno per rivolgermi ai militanti del Movimento Studentesco Nazionale, con tutte e tre le maiuscole proprio come ho trovato in giro per il web, manco fosse una citazione di un ciclostilato degli anni ’70.

Per la prima volta, dopo gli anni settanta infatti, si parla di Movimento Studentesco e non di Onda, Pantera, Udu, Cl, collettivi, Sinistra Giovanile, Azione Giovani e via citando. E questo fatto, di per sé, è già un evento. Nell’immaginario collettivo è passato che gli studenti in quanto tali esprimono un disagio vero, che in qualche modo mostra un nervo scoperto dell’Italia del 2010: quello dei giovani e del furto di futuro che si sta compiendo ai loro danni.

Con sfumature diverse, naturalmente, è opinione diffusa (confortata dall’esperienza quotidiana) che un disagio generazionale esista e valichi ampiamente le sensibilità politiche e le classi sociali. Il presidente Napolitano ha in qualche modo raccolto questo disagio, la sensazione che qualcuno o qualcosa abbia cambiato le carte del futuro, ma gli altri – politici, giornalisti e parolai vari – si sono limitati a dividersi, con diverse sfumature, in opposte tifoserie. Come a Genova.

E il fatto che non ci sia stato un altro Carlo Giuliani, alla manifestazione di Roma, è un miracolo, un caso fortuito di un destino che andrebbe accuratamente assecondato, evitando di fare della violenza un totem (ancorché simbolico) che alla fine dei conti ottunde la ragione e mena comunque rogna. Ma questo è scontato, a parole son buoni tutti. Meno scontato è capire in che modo capitalizzare quel credito di visibilità acquisito, l’essere percepiti da buona parte dell’opinione pubblica – nonostante le auto e le teste fracassate – come una buona causa. Quella di chi si batte per un’università migliore.

“ADOZIONE DI UN CODICE ETICO per evitare incompatibilità e conflitti di interessi legati a parentele. LIMITE MASSIMO AL MANDATO DEI RETTORI di complessivi 6 anni, inclusi quelli già trascorsi prima della riforma. Un rettore potrà rimanere in carica un solo mandato e sarà sfiduciabile. NUCLEO DI VALUTAZIONE D’ATENEO A MAGGIORANZA ESTERNA per garantire una valutazione oggettiva e imparziale. GLI STUDENTI VALUTERANNO I PROFESSORI e questa valutazione sarà determinante per l’attribuzione dei fondi dal ministero. VALUTAZIONE DEGLI ATENEI: Le risorse saranno trasferite dal ministero in base alla qualità della ricerca e della didattica. OBBLIGO PRESENZA DOCENTI A LEZIONE: avranno l’obbligo di certificare la loro presenza a lezione.”

Alcuni di questi punti della riforma Gelmini sono da almeno quindici anni bandiere dell’associazionismo di centrosinistra (oggetto ossessivo di quella vasta letteratura minore che pullula fra i documenti politico-programmatici redatti nottetempo da comitati fumanti) e, anche se bisogna vedere cosa c’è sotto i titoli (e nei decreti attuativi), prima o poi bisognerà prenderne atto. Perché non accettare, quindi, la proposta del ministro e chiedere di discutere nel merito, fare controproposte puntuali e obbligare i parlamentari di riferimento a presentarle? Che senso ha lasciare la riforma dello status giuridico dei docenti-baroni, la cui legge era stata palleggiata tra Camera e Senato per due-tre lustri, al solo governo Berlusconi e rifugiarsi nell’aventino mediatico della piazza tout-court? Perché non stupire con effetti speciali, tipo l’intelligenza?

L'articolo è stato pubblicato (con un altro titolo) su The FrontPage.

30 ottobre 2008

IL BLOCCO NERO


Quando a Genova nel 2001 comparvero i black bloc (curiosa l'assonanza con blocco studentesco no?), misteriosamente la polizia non li beccava mai. Loro attaccavano, bruciavano, devastavano, picchiavano tutti quelli a portata di spranga, poi sparivano. Le forze dell'ordine arrivavano sempre con un minuto di ritardo e manganellavano i manifestanti pacifici.
Anche il campeggio in cui alloggiavano non venne mai perquisito, a differenza di quello delle tute bianche - allo stadio Carlini - e di quello degli autonomi.

Ieri a Piazza Navona è andato in scena lo stesso film. D'un tratto sono comparse le spranghe e i caschi, celtiche e svastiche, e la manifestazione pacifica e diventata un mattatoio davanti agli occhi degli agenti di polizia, in tenuta antisommossa e immobili per cinque lunghi minuti.
I "media" poi hanno fatto di nuovo il loro dovere, propinando all'Italietta disperata la solita favola degli opposti estremismi: destra e sinistra che usano la strada come un ring con la scusa della Gelmini.
Un anziano docente che ha visto passare Cossiga gli ha gridato "sei contento adesso?"

In effetti c'è di che gioire per i piduisti di casa nostra. Dopo l'annuncio poliziesco di Berlusconi e la consulenza terrrorista di Cossiga a Maroni, l'oliata macchina del blocco nero si è rimessa in moto con rinnovato vigore. L'articolo di Curzio Maltese sulla Pravda, il video pubblicato dal Corriere documentano il tradizionale sodalizio di piazza tra picchiatori (fascisti, black bloc che differenza fa? A Genova tra l'altro c'erano diversi militanti di Forza Nuova che non sfilavano certo con le focolarine) e forze dell'ordine.
Ma come sempre le facce degli agenti provocatori infiltrati tra gli studenti possono starsene tranquille: con i tempi della giustizia italiana se ne parla - al massimo - tra cinque o sei anni.

Gli studenti invece devono stare in campana. Troppe belle facce pulite, troppa determinazione a non farsi strumentalizzare, troppi contenuti: ci credo che poi prendono in parola il vecchio idiota e li infiltrano!
Genova è stata la tomba politica del movimento dei movimenti (quello che contestava la cattiva coscienza neoliberista che ci ha portato alla crisi di oggi) perché la violenza è la tomba mediatica di qualsiasi movimento. Specie di quelli perbene.

La foto l'ho presa in prestito qui.

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