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VOTO
Per il partito del diavolo. Quello dei mercanti, delle mignotte, dei preventivi.

Che ha inventato il marketing e gli hippie. Principio vitale e creatore, maschio, della contemporaneità. Ora, però, sta perdendo dei colpi. Martiri e beghini non fanno altro che strillare di valori e verità. Tutte balle per il vecchio tiranno, avvezzo alla ruvida legge del business e a quella melliflua del piacere. Parole incomprensibili, sparate in tutto il mondo dalla comunicazione.

Il re si era illuso. Per anni aveva dimenticato: non era solo al suo arrivo. La comunicazione era sempre stata lì. Creatrice, femmina, dell’umanità. Il vecchio aveva creduto di dominarla e in effetti per lungo tempo era andata così. Non aveva più memoria di essere anch'egli una sua creazione. Una funzione. Lei poi se ne stava in un angolo. Zitta e buona, casa e bottega. 

Non aveva fatto una piega neanche quando le aveva portato a casa la tecnologia. L'arrivo della nuova amichetta sembrava non turbarla. Anzi: assecondava di buona lena ogni morbosità del veccho pervertito. Poi ci ha preso gusto e ha cominciato a giocare per sé. La nuova non le dispiaceva affatto, era una complice ideale. Efficiente, assecondava ogni voglia con pruriginosa meticolosità. E aumentava sempre la posta.

Dominata e dominatrice, allora, si sono messe a giocare insieme. Proprio sotto gli occhi del re, che non vedeva e si compiaceva: la partita era sempre più eccitante. Ma gli sguardi tradivano e il vecchio era costretto a rincorrere. Sempre più spesso non capiva e passava in rassegna prima l'una poi l’altra, a ripetizione, per afferrare qualcosa. La bocca spalancata.

Loro lo tranquillizzavano, gli facevano le coccole e lo mettevano a dormire. Era stato un re glorioso e non si meritava uno scherno manifesto. Dentro di loro, però, sapevano già come sarebbe finita.


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13 aprile 2013

B COME BALLE

“Non ti ho tradito. Dico sul serio. Ero… rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!”

Chissà perché ma quando mi è capitato per le mani il volantino del Comitato “B come Bologna”, ribattezzato “B come Bambini” dal sindaco Merola con la grazia di una bombarda, mi è venuto in mente John Belushi. Sporco fino agli occhi, nella fogna, che si butta in ginocchio ai piedi della sua ex promessa sposa che ha mollato sull’altare (l’indimenticata Principessa Layla di Guerre Stellari).

“Se voti A: verrà abolito il contributo economico alle scuole paritarie convenzionate, circa 600€ a bambino all’anno… I gestori saranno costretti ad aumentare la retta annuale di almeno 600€… Questo provocherà un significativo calo degli iscritti, oltre 400 famiglie, da subito, abbandoneranno le scuole “paritarie non più convenzionate” e andranno ad infoltire le liste d’attesa delle scuole comunali e statali. Con i soldi non dati alle scuole convenzionate il Comune non sarà assolutamente in grado di dare un posto a tutti…”

Esticazzi se è un referendum consultivo. Il Pd di Bologna da qui al 26 di maggio pare non abbia di meglio da fare che andarsene in giro per circoli e periferie a tentare di convincere operai, casalinghe, pensionati, ex partigiani, studenti, volontari delle Feste dell’Unità e delle Case del Popolo, gente che ne ha mandate giù parecchie anche qui ultimamente, che si, alla fine dei conti, sborsare un milione di euro all’anno alle scuole private è cosa buona, giusta e inevitabile. Sennò arrivano le cavallette.

E pace se c’è la crisi, le scuole pubbliche cadono a pezzi, le liste d’attesa ci sono lo stesso e il milioncino viene gestito ogni anno in toto dalla misteriosa Federazione Italiana Scuole Materne, che dietro l’asettico acronimo FISM è una roba così: “Oltre le necessarie qualità professionali esigite dalle leggi civili, l’insegnante dovrà: a) possedere una solida conoscenza della visione cristiana dell’uomo e della dottrina della fede; b) accogliere con docile ossequio dell’intelligenza e della volontà l’insegnamento del Magistero della Chiesa; c) vivere un’esemplare vita cristiana”.

Pazienza, pure, se 250 euro e passa al mese di retta (in media) non sono esattamente a buon mercato: più del doppio della scuola pubblica (dove si pagano solo i pasti). Il gioco deve valere così tanto la candela da piazzarci il marchietto del Comune (cosa, credo, senza precedenti) sul sito internet del comitato “B come Bologna” contrapposto a quello dei cittadini, “Articolo 33”. Avanti coi carri, dunque, ora che l’unico cavallo rimasto in pista si chiama Matteo Renzi, è cattolico, e il suo (ex?) spin doctor pare abbia preso a cuore la madre di tutte le battaglie di ogni Don Camillo.

Eppure di questi tempi andare a raccontarla ai propri elettori, sempre più sinistramente simili all’ex fidanzata di Jake Blues, ci vuole un gran bel fegato. Anche perché c’è la possibilità che molti di loro si siano trovati, come me, ad avere a che fare con qualcuna di queste scuole paritarie che, figurarsi, di certo ce n’è delle bellissime. In quella a cinque minuti a piedi da casa mia però, nella Romagna profonda, fanno pregare i bimbi di tre anni due volte al giorno e dentro sembra di stare al mausoleo.

Dal sito Internet abbiamo pure scoperto che, a parità di punteggio, entrano “i figli o nipoti in linea retta di soci dell’Asilo”. Lo dice il regolamento, non il gossip di paese, c’è da fidarsi. Beccano anche un sacco di soldi da tutti, Comune, Provincia, Regione, la retta è il triplo di quanto spendiamo alla statale (dove con quattro soldi si sbattono per mettere in piedi una didattica ricca e creativa), ma in compenso è pieno di bagni. Mai visto tante Madonne, santi e cessi tutti in fila: non meno di un water ogni tre fanciulli.

E mentre mi rigiravo per le mani “B come Bologna, più scuole per tutti”, rimuginavo sul rinnovato matrimonio tra il Pd cittadino, la curia, il baronato e tutti i presunti poteri forti, coronato da due ali di battimani sincronizzati di Pdl, Lega e Udc. Proprio mentre l’esploratore Bersani si faceva infilzare come un tordo da Grillo e pur di evitare l’abbraccio con l’Impresentabile si lasciava corcare in streaming senza pietà.

In quel preciso momento il Pd di Bologna ha deciso, a freddo, di tirarsi un’atomica a sinistra lasciando da lì in avanti una prateria al Movimento 5 Stelle, che infatti ha già cominciato a fare quello che gli viene meglio: mettere il cappello sullo sbattimento di movimenti e associazioni assortiti. Per poi oscurarli (di solito son litigiosi e disorganizzati, si squagliano in fretta) e trasformare il conflitto in voti. Che si tengono tutti per loro.

Bologna, in fin dei conti, è sempre stata un laboratorio politico per la sinistra. Perché non dovrebbe esserlo pure nell’ora dell’estremo trash? Quindi delle due una: o Bersani bluffa e la via crucis con Grillo è stata una tragicomica gag alla Crozza, buona per andare a veder le carte del compare astrologico e tentar poi insieme l’omicidio bipartisan di Renzi. Oppure no: in entrambi i casi al Pd tira aria di estinzione. E dare in pasto la scuola pubblica non li salverà. Né dagli altri né, soprattutto, da sé stessi.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.
"Mi sono rotto il cazzo" degli Stato Sociale è qui.

4 marzo 2013

PRIMA DELL'ESTINZIONE


Una decina di giorni prima del 25 febbraio 2013, dopo che una pioggia di meteoriti aveva provocato esplosioni nel cielo degli Urali, un asteroide di centotrentacinquemila tonnellate e quarantacinque metri di diametro era sfrecciato a circa ventisettemila chilometri dalla Terra, alle 20 e 25, ora italiana. Senza apocalissi di sorta. Anche i più tenaci apologeti dell’Armageddon Maya ritardato si erano dovuti arrendere alla noiosa evidenza della persistente sopravvivenza della, cocciuta, specie umana.

Dopo dieci giorni, più o meno alla stessa ora, era ormai chiaro che in Italia il Maya di turno non era nato tra le nebbie della bassa padana di Bettola. Di lì a qualche ora l’inviato di Porta a Porta, imbalsamato nel suo piumotto circonfuso dalle luci di scena e dalla spettrale quiete residenziale promanante dalla villa del timoniere di Sant’Ilario, avrebbe spalancato le braccia e il sorriso, disarmante e disarmato: “non abbiamo contatti con Beppe Grillo, né col suo staff… di nessun tipo”.

“Gli alieni sono invece introvabili, non sai con chi parlare, sono inafferrabili, interlocutori politici potenziali e media sono alla stessa stregua tenuti fuori dalla porta, anzi non c’è la porta, non si sa dove stanno e che fanno, vai fuori dalla casa di Grillo a Genova o vai a Bologna dove c’è un’esperienza in Comune o cerchi disperatamente di vedere se c’è un modello siciliano di omologazione, chissà, non hanno l’etichetta al citofono, vogliono fare le sentinelle della rete dentro le istituzioni, la delega ai capi è assoluta, nessuno si sente autorizzato nemmeno a fingere di avere una opinione per sé, spendibile politicamente, comunicabile senza passare per l’imbuto del web controllato dal blogger.”

E pouf. Passa una settimana e l’Italia è Mars Attacks. Alieni, setta, strategia diversiva di matrice neoliberista o forza di occupazione che dir si voglia: fatto sta che la prima parte del tanto sbandierato piano di Grillo&Casaleggio è andato magicamente in porto e l’Italia, le istituzioni repubblicane e tutta la baracca sono in ostaggio. Dopo anni passati a far le prove, scimmiottando le Br prima (sul blog venivano pubblicati i “comunicati politici” con un font tipo ciclostile anni ’70) e scippando poi senza vergogna Alan Moore, Anonymous e il movimento antagonista dell’icona di Guy Fawkes.

Appena si aprono le urne, come per magia, alcuni dei protagonisti della storia della Repubblica recente e meno recente non esistono più. La polizia del karma inghiotte subito Fini, Di Pietro, i comunisti e i verdi di ogni ordine e grado (già semi-morti), Ingroia, ma anche Casini e Monti scompaiono presto dai radar delle agenzie dopo le prime, pallidissime, dichiarazioni di rito. Come previsto dal Piano di Occupazione Stellare del Nexus 7 con gli occhialoni, rimangono in piedi solo l’uomo di Bettola e quello di Arcore, nati sotto il segno della Vergine. Lo stesso giorno.

Vendola, come da programma, comincia a sbarellare e attacca a dare segni di diserzione ad appena ventiquattrore dalla chiusura dei seggi. Aveva impiegato fior fior di sonetti e narrazioni per spiegare al popolo della sinistra e ai fratelli dei media di volta in volta convenuti che Grillo era un fascista della peggior risma, populista e maschilista becero, gemello del Berlusca brutto e cattivo, e ora la stessa passione gli sgorga con medesima ispirata naturalezza per sostenere l’esatto contrario. Naturalmente ha buon gioco, il timoniere, a prenderlo per il culo senza troppi complimenti.

“Vendola si è ingrillato all’improvviso dopo le elezioni. Si è vestito di nuovo come le brocche dei biancospini. Sembra un’altra persona. Ha un rinnovato linguaggio, comunque sempre variegato, e adopera inusitate e pittoresche proposizioni verso il M5S. Vendola ci ama: “Grillo non è un fantasma per il quale bisogna convocare l’esorcista, è un nostro interlocutore”. È lo stesso Vendola che il 20 febbraio 2013, a tre giorni dall’appuntamento elettorale, su La 7 spiegava: “Grillo è un populista di piazza. Grillo è il virtuoso della demolizione ma chi ricostruirà il Paese? Grillo è un’evoluzione di Berlusconi.”

Tra l’altro probabilmente è vero. Grillo è un’evoluzione di Berlusconi tanto quanto il MoVimento a 5 Stelle è un upload di Forza Italia del 1994. Quello era un partito-azienda e questo sembra assomigliarci parecchio, il timoniere è il leader carismatico assoluto tanto quanto (e forse ancor di più) il Cavaliere Nero dell’epoca. Casaleggio-Stranamore, poi, è molto più affascinante di Dell’Utri, anche se con l’ex braccio destro di Berlusconi condivide la passione bruciante per le cavalcate culturali d’annata.

Dice bene Ferrara: “il punto è che i grillini, nel bene e nel male, perché questa è la loro novità e la loro forza oltre che la loro controversa ambiguità, non sono un partito di plastica come fu Forza Italia, magari, e non sono un partito di terra e sangue come fu la Lega nord, magari. Non sono proprio, i grillini, un partito o un movimento materiale, che abbia luoghi di formazione comprensibili e solidi, radici culturali, un legame anche labile con una tradizione, magari da ribaltare. Sono leggeri come ultracorpi, body snatchers, invadono lo spazio pubblico clonandosi e moltiplicandosi con il consenso elettorale legittimo, ma lasciandosi alle spalle piazze, polmoni e comizi che non esprimono la loro autentica identità istituzionale, il loro carattere come soggetto politico, ormai delegato a un esercito di piccole figure scelte da piccole folle mediatiche sotto la occhiuta sorveglianza di una società di marketing, la Casaleggio & Associati.”

Sono tutto e niente, festeggiati nell’ultima novecentesca orgia un po’ lugubre da Dario Fo ed Ernesto Galli Della Loggia, Leonardo Del Vecchio e “Bifo” (leader del ’77 bolognese), Celentano e Goldman Sachs. All together. E blanditi e corteggiati, a suon di minacce spuntate e lusinghe idiote quanto inutili, dall’agonizzante non-vincitore delle elezioni. Lo scouting dei grillini è una sonora stronzata che permette al timoniere di gridare al mercato delle vacche, il giorno della richiesta di quattro anni di carcere a Berlusconi per la presunta compravendita di senatore.

Dopo aver sbagliato tutto quello che c’era da sbagliare, dalle primarie blindate agli italiani ai giaguari sul tetto, a quel che resta del più grande partito della sinistra italiana rimane uno spazio di manovra molto limitato, ma decisivo. Essersi chiusi nella ridotta di un piccolo mondo antico immaginario, tra giovani-vecchi spartani molestatori di blogger e funzionari decrepiti che non rispondono a nulla se non a patetiche e suicide logiche di corrente, ha impedito sinora di mostrare al Pd la reale posta in gioco.

Il dopobomba ha l’innegabile vantaggio della nitidezza. E mentre il duo di Weimar gioca al Joker di Batman e soffia sul caos, aspettando l’ultimo rantolo di un sistema irriformabile per clonare definitivamente le istituzioni repubblicane in un software eterodiretto da una maggioranza di byte “eletti solo dalla Rete”, la gente in carne ed ossa comincerà presto a farsela sotto. Grillo ha scritto che di qui a sei mesi non ci saranno più i soldi per pagare pensioni e stipendi: significa che prevede che in sei mesi salti il banco.

Questo è, ragionevolmente, l’intervallo di tempo rimasto per far saltare il banco a loro. La seconda parte del geniale piano del timoniere e del guru capelluto prevede, dopo il blocco della democrazia repubblicana, il filotto. Si torna a votare, sbaragliano tutti e inizia Brazil. Per questo sono e saranno indisponibili a qualunque alleanza di governo, di qualunque genere, con qualunque programma. In questo sta l’evoluzione, l’upload, rispetto a Forza Italia: nella natura intrinsecamente totalitaria del loro movimento.

Ma c’è un ma, anche se tenue. La politica: qualcuno è in grado di portare in Parlamento alcune leggi (poche, radicali e in fretta) che rispondono all’incazzatura popolare e, rompendo l’incantesimo, mostrano che si può fare. L’aula sorda e grigia può riformare sé stessa e allora, si, Grillo potrà serenamente essere mandato affanculo dagli elettori. Che notoriamente non votano mai per gratitudine.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

19 gennaio 2013

CAYMANISTAN 2 / IL RITORNO

“Diciamo che la politica va vista con attenzione. Ingroia ora è un’eversione nera che incide nel profondo il movimentismo ormai smarrito che si definisce di sinistra, ma che poi si innamora di progetti di ultradestra come Grillo, Ingroia, Di Pietro. Berlusconi è stato comunque l’ultimo a fare politica estera e per questo l’han fatto fuori. Se non altro perché i nemici li preferisco davanti piuttosto che di fianco, butto anche io Ingroia.”

Il mio vecchio compare di occupazione Fabio Zanon, dopo un acceso e per certi versi tipico dibattito pre-elettorale su Facebook, risponde così alla questione che avevo posto all’attenzione dei miei amici virtuali: “Tra Berlusca e Ingroia giù dalla torre ci spedisco Ingroia”. Zanon conduce in queste ore un’appassionata e incredula campagna, da sinistra, contro la candidatura del magistrato palermitano.

La sua incredulità si appunta sull’innegabile dato di fatto che il calderone politico di tutte le sigle, associazioni, movimenti e collettivi dell’estrema sinistra (Partito Comunista dei Lavoratori escluso, se non erro) abbia come leader un magistrato, peraltro di nota propensione “manettara”, accompagnato da due ex colleghi come il brillante De Magistris e l’ormai spompato Di Pietro (apripista però di questa sorta di privatizzazione della politica per via giudiziaria).

Ironica sorte, quella dei militanti dei centri sociali, del movimento No Tav e di tutte le realtà antagoniste per cui, sinora, il magistrato di turno era stato fondamentalmente stato il capo delle guardie. Quello che mandava la perquisizione, faceva sequestrare il computer, arrestare i compagni di lotta. Ora legalità e questione morale (“intrinsecamente reazionaria” secondo un altro commentatore su Facebook), diventano erga omnes il mito fondativo della nuova rivoluzione civile e tengono in scacco gli altri. “Un po’ come se la Juve entrasse in campo dichiarando: il nostro obiettivo è rispettare il regolamento”. Sintetizza efficacemente Zanon.

Spostandosi un po’ a destra, poi, non è che il panorama si rallegri più di tanto. “Benvenuta Sinistra” ricorda con vago struggimento “Maledetta Primavera” e i sondaggi consegnano un poeta pugliese sembra sempre più sfiatato, un po’ dalla competition col magistrato (che si dichiara gagliardamente pronto a ritornarsene in Guatemala, dovesse girar male) e un po’ dall’inevitabile abbraccio mortale con la logica di governo (logica a cui peraltro è ben rodato), fatta più di compromessi e mezze sconfitte che di narrazioni ispirate.

“Il logo di Monti sarebbe perfetto come nuovo logo del Club Alpino Italiano, è tristissimo, quasi da pompe funebri e con un font vagamente fascistoide”. “Scelta civica: con Merkel per l’Italia” è senz’altro il fake più riuscito del nuovo logo del ressemblement centrista che fa capo a Monti. Che non è brutto, come dice Toscani, se la pubblicità dev’essere un modo per rappresentare con efficacia il prodotto.

Perché questo è il prodotto. Ormai a seguire anche distrattamente le cronache, pare evidente che definire elitario o tecnocratico l’approccio alla politica di Monti sia piuttosto generico e per certi versi fuorviante. Il premier si comporta, agisce e interagisce come se fosse né più né meno, tipo, che il responsabile risorse umane per l’Europa del Sud della Goldman Sachs o di una Spectre qualsiasi e gli fosse toccata in sorte la rogna di raddrizzare, secondo logiche aziendali immote e immutabili, la guappa Italia.

Intanto, nei duri fatti, la gente comincia a toccare con mano quanto e cosa significa la “cura Monti”. Non solo per una questione di quattrini, che sono più che sacrosanti sia chiaro, ma in termini di concezione della vita in comunità. Di spazi di libertà e responsabilità. Il nuovo redditometro, che inverte l’onere della prova tra Stato e individuo in materia fiscale, rappresenta assai bene la destinazione poliziesca a cui conduce il carro funebre dell’austerity montiana.

Gli alleati inevitabili, apparentati coi fratellini di sinistra di Vendola, sono allo stato attuale l’unico partito in campo. Il Maya di Bettola, confortato dai potenti fiati del destino, ha sparigliato le carte nella sua metà campo (e soprattutto in ditta), ma ora si trova coi sondaggi che lo inchiodano (di già) alla quasi ingovernabilità del Senato. Se Ingroia non desiste (e non mi pare il tipo, visti i precedenti) nelle regioni in bilico (Lombardia, Veneto, Campania e Sicilia) si fa dura.

Così, dopo le Cayman e il fuoco amico, è partita la corte a Renzi a cui pare stiano cominciando a piovere profferte di poltrone e primizie. Si dice che il Sindaco di Firenze aspetti il prossimo giro, il cadavere sul fiume, scommettendo da pokerista sulla fragilità del sempre più probabile Bersani-Monti-Vendola, per poi ripresentarsi in camicia bianca col sorrisetto sornione come a dire: avete visto? Di certo se avesse vinto lui, non si sarebbe assistito al Ritorno.

L’ennesimo Ritorno, nella partita ventennale tra Berlusconi e il resto del mondo, la solita incredibile telenovela che inchioda l’Italia a un’epoca in cui Internet era conosciuto solo da quattro scienziati occhialuti e il Muro di Berlino era caduto da qualche anno appena. L’Era televisiva, il passato che non passa, e che giovedì scorso è andato in onda in prima serata, da Santoro, e ha fatto lo stesso share della finale del Festival di Sanremo o dei Mondiali.

“Lasciate che vi spieghi com’è questo paese: questo paese non è governabile” ha esordito Berlusconi nella fossa dei leoni, con un sorriso smagliante. Chi, come i bagarini inglesi, credeva che sbroccasse, si mettesse a urlare paonazzo in volto, lasciasse lo studio, si è dovuto ricredere. “Santoro siamo da lei o siamo a Zelig?”  Ha esclamato a un certo punto in un vertice creativo, quando ormai l’intrattenimento aveva definitivamente sussunto la politica, prima di giustiziare il giustiziere: “Lascialo qua, Travaglio, lo voglio guardare in faccia”. Dopo, come da copione, sono (ri)cominciati i cazzi amari.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

4 gennaio 2013

IL MAYA DI BETTOLA


“«Il mondo lo hanno distrutto i politici, altro che la profezia dei Maya!». Il risultato non cambia. Barba bianca e ammirevole coscienza dell’identità collettiva, «noi valdesi stiamo scappando da seicento anni», il signor Aldo ricorda di quando il villaggio contava 340 anime e «le zappe non erano coperte di ruggine, e la farina non era la materia morta che è adesso ma una cosa buona da mischiare alla segale, per fare il pane». Nostalgia di un mondo che non c’è più, nel vero senso dell’espressione? «Distruggere quello che ti dà la vita è puro autolesionismo. Andate nelle vallate a vedere cos’hanno combinato, autostrade, dighe, cemento ovunque: se è finita davvero nessun rimpianto, io me ne sto quassù».”

Non so, francamente, se la farfalla di Bradbury abbia spiccato il volo, in qualche sperduto angolo del mondo il giorno del Solstizio d’Inverno del 2012, né se siamo o meno entrati ufficialmente nell’Era dell’Acquario all’insaputa di tutti, fatta salva naturalmente l’élite di fulminati new age che ci crede di brutto ed è pronta, ad ogni aperitivo, a sguainare l’arco nuovo di trinca e ad oliare la zappa. Io non mi sento così baldanzosamente razionalista da escluderlo. Mi pare che vedere i bambini che a due anni cercano di cliccare sulle pagine di carta, quando non hanno per le mani l’iPad, già significhi qualcosa.

Che poi non siamo in salute, che il mondo non stia bene, è chiaro quasi a tutti. La declinazione ovviamente cambia, ma la sostanza è la stessa. A che pro? Qual è la posta dello sbattimento? Produci, consuma e preparati a crepare alla meno peggio? Di quante autostrade avremo ancora bisogno per capire che il problema non è la coda, ma il week-end? La gag dei Maya, per chi ha avuto voglia di esplorare, questo è stata: l’occasione per mettere in fila le priorità, dare ordine alle domande.

“La fine del mondo è la punta Martel, neve, sole e lo spettacolo dei Tredici Laghi, il torrente dove nuotano superbe trote fario, il volo dell’aquila reale. L’altro mondo dev’essere finito due tornanti più sotto, a dar retta ai Maya, e un giorno qualcuno controllerà. Non c’è nessuna fretta.” Secondo l’aneddotica gossippara il villaggio di Pradeltorno sulle Alpi Cozie era uno dei tre o quattro buchi del culo del mondo in cui ci si poteva salvare dall’Armageddon.

Invece “il settimanale L’Eco del Chisone (…) ha scoperto che la leggenda piemontese è spuntata su Wikipedia solo il 4 giugno 2011, mentre le indicazioni su Bugarach affondano le radici nella notte dei tempi. Non solo: nessuna fonte citata, riscontri zero, e come si sa chiunque può arricchire le voci di Wikipedia senza alcun controllo. Secondo il giornale l’anonimo collaboratore della libera enciclopedia telematica risulta poi essere un utente Vodafone della vicina Pinerolo, c’è anche il numero dell’apparecchio…”

Ora che comunque l’allineamento non s’è allineato, la Cintura Fotonica non ci ha fritto come coleotteri maldestri nella lampada alogena e gli ufo non sono sbarcati su un rosso deserto piallato dal sole, adesso che alla mezzanotte del 21 dicembre 2012 – ora italiana – solo lo show un po’ mesto di un sito a caccia di click ha messo in scena il countdown per la fine di un mondo “che è già finito da un pezzo”, ora che sono passati pure Natale, Santo Stefano e Capodanno sarà finalmente chiaro a tutti che l’unico vero Maya in circolazione è nato a Bettola.

Non certo Monti e la sua allegra brigata di banchieri, giannizzeri finanziari e attempati perdigiorno della politica, di cui su Facebook circola una simpatica epigrafe virale: «Dopo la saldatura di Monti, Casini e Montezemolo con il Vaticano, mi aspetto l’appalto a Finmeccanica per la costruzione della Morte Nera». Monti è stato benedetto dalla follia nichilista di Berlusconi e forse il 24 febbraio è abbastanza vicino da non far notare troppo il l’assai poco tecnico codazzo d’imboscati, ma difficilmente riuscirà a far meglio di Mariotto Segni diciannove anni fa. Perché dovrebbe?

E certo non sarà una gang di mozzorecchi assortiti, che non ho capito bene se ha sussunto in toto la versione law and order de sinistra 1.0 (l’Idv del buon Tonino, kaputt nei sondaggi dopo l’irruzione della Karma Police) o se ha solo valorizzato i “compagni” più meritevoli e televisionabili, a fare la “rivoluzione civile” di cui vaneggiano sopra una versione oscenamente post punk del Pellizza da Volpedo. Bene che va rosicchiano un po’ a Vendola e un po’ a Grillo e fine della rivoluzione.

Di Berlusconi e della metà campo di destra francamente non vale la pena parlare. Più che altro non me la sento, già ci capisco poco tra nuovi partiti annunciati, primarie virtuali, psicodrammi vari, che mi pare poi si vadano ricomponendo in gioiose rimpatriate sullo skilift, e in più mi sembra che quella del capo sia una partita un po’ mesta. Se voleva giocare non doveva tentare di ammazzare Monti, ora non vuole arrendersi all’idea di non avercela fatta e continua ad alzare la posta con una coppia di jack in mano. Forse cerca la bella morte, con tutti quei nipotini. Che tristezza.

Alfine arriviamo a lui, al Maya di Bettola: l’uomo più sottovalutato del 2012. Proviamo a tornare con la mente, per un attimo, a un anno fa. Bersani era leader di un partito senza capo ne coda, o meglio con un capo, lui, assediato da un migliaio di codazzi impazziti convinti di essere qualcosa o qualcuno. Aveva appena digerito Monti, nonostante i sondaggi gli avessero ripetuto fino alla noia che se andava a “votare sotto la neve”, come strizzava l’occhietto il perfido Giuliano Ferrara, avrebbe fatto cappotto.

Monti aveva cominciato subito a picchiare come un fabbro, proprio là dove il dente duole: nella sua base di pensionati e aspiranti pensionati e annunciava sfracelli nel pubblico impiego, proprio là dove il Pd ha il consenso vero e il Sindacato tiene il suo ultimo bastione. Renzi e i “giovani”, spalleggiati dagli infingardi media liberali, lo bastonavano un giorno si, l’altro pure e appena per qualche ragione se ne dimenticavano o si facevano un week-end in pace, Rosy Bindi rilasciava un’intervista.

Ora, dopo aver accettato la sfida di Renzi (non era obbligato a farlo, anzi) e averla vinta di oltre venti punti, ha stupito tutti gli addetti ai lavori e ha indetto le primarie per la scelta dei parlamentari: prima assoluta nella storia repubblicana. Naturalmente, con sardonico cinismo emiliano, ha scelto la data più bulgara possibile, 29 e/o 30 gennaio, si è accaparrato una quota importante di nomine dirette e ha scatenato un sostanziale delirio politico-organizzativo nel partito. Chi può dirgli niente?

Risultato: l’uomo contro il partito liquido, del collettivo contro i personalismi, si è svegliato come il leader più craxiano degli ultimi vent’anni, al cui potere tecnicamente iperplebiscitario (due primarie vinte di fila) si somma la “fedeltà di progetto” degli eletti in Parlamento, del Pd e di Sel (che non a caso ha tenuto analoghe primarie, gli stessi giorni): gli devono tutto, se fanno casini stavolta li linciano. Non più caminetti, al massimo qualche pacca sulle spalle alle vecchie glorie, e azzeramento delle correnti da parte degli elettori. Una piccola apocalisse, con un solo cavaliere.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

29 ottobre 2012

CAYMANISTAN


“La Porsche ha chiamato “Cayman” la sua auto più brutta per fare un dispetto a Renzi”, “#Dalema va ai giardinetti per mangiare i bambini e dice che l’ha mandato Renzi”, “E’ stato Renzi a bloccare il treno Italo a Firenze Per dimostrare che #LucadiMontezemolo non va”, “Le zanzare ad ottobre sono state mandate da Renzi”, “Matteo Renzi è il vero autore dei libri di Fabio Volo e Federico Moccia”, “Ma chi paga la lavanderia per tutte quelle camicie bianche?”, “Renzi svela sempre il finale delle barzellette di Bersani”, “Ma non è che quell’auto che secondo la Moratti era stata rubata da Pisapia, invece l’ha presa @matteorenzi?”, “Salterò la pausa pranzo: ho protestato, il mio capo mi ha detto: #attaccaRenzi.”

Lhashtag di @AsinoMorto dice già tutto. Vendola, per cui il pm ha appena chiesto venti mesi di galera per abuso d’ufficio, e Bersani, la cui storica segretaria è stata appena indagata  per truffa aggravata, sono riusciti nell’impresa di mettere Renzi all’angolo. Chi osa non dico spendere parole apertamente lusinghiere, ma esprimere qualche moderato dubbio circa lo status di “nemico del popolo” affibbiato al sindaco di Firenze, viene lapidato sulla piazza di Facebook.

Oltre alla staliniana trasfigurazione dell’avversario in “nemico”, già sperimentata con Craxi e Berlusconi (con evidenti benefici per il paese, in declino da un quarto di secolo sotto tutti i punti di vista), la tentata sterilizzazione del pericolo – ché quando un moccioso impudente annuncia di voler tagliare il finanziamento pubblico ai partiti entro i primi cento giorni di governo di questo si tratta – si basa sul boicottaggio della partecipazione.

Le primarie sono il mito fondativo del Pd e del centrosinistra, l’unico, e il mastice che riesce a tenere insieme un elettorato sempre più scazzato e disilluso. Negli anni passati si sono sempre rivelate l’unica vera arma in più rispetto ai soldi, al carisma e alla certezza della leadership che regnava nel campo avversario. Ma anche questa, ovvia, considerazione non deve aver fatto breccia.

Così mia nonna, che ha quasi novant’anni e fa fatica a scendere le scale (ma è sempre andata a votare), gli studenti di sedici e diciassette anni e quelli fuori sede (i pugliesi poi sono veri ultras del loro governatore) se ne staranno a casa. Invece che presentarsi al seggio con la carta d’identità e il certificato elettorale (e una volta sola), come nel 2005, tocca una babele di puttanate burocratiche che, a parte le patetiche giustificazioni in politichese, significano solo una cosa: vade retro Renzi.

Spararsi nelle palle per far dispetto alla moglie: dopo che gli analisti hanno spiegato che più alta è la partecipazione più le chances di vittoria di Renzi aumentano, le varie staffette partigiane sono partite ad architettar tagliole. Ma se va a votare meno gente perdono tutti, perché oltre alle primarie bisognerebbe tentar pure di vincere le secondarie. Arrivarci dopo un flop, proprio adesso che Berlusconi spariglia di nuovo e patrocina (forse) le primarie del centrodestra, sarebbe il massimo.

Il quotidiano lancio degli stracci, inoltre, ha definitivamente eclissato i contenuti dal dibattito, anche riguardo la cosiddetta “fase 2” della campagna di Renzi (che continua a giocare alla lepre). “Cambiamo l’Italia” ha affiancato il claim “Adesso!”, riconducendo idealmente il sindaco di Firenze al “Change” di Obama, dopo che la fase uno ne aveva già sussunto e italianizzato l’iconografia sin nel minimo dettaglio.

Il particolare è che stiamo sempre parlando dell’Obama del 2008, quello trionfale e trionfante. Tutti continuano a citare la campagna, le strategie, lo stile, i contenuti, lo story telling di quell’Obama là. In quanti conoscono il claim del 2012, quello su cui tra pochi giorni il presidente chiede il voto agli americani per altri quattro anni? “Forward”, dalla speranza visionaria al realismo del buon padre di famiglia in una campagna stile Diesel, con un video che sembra il trailer di una serie tv (alla seconda stagione).

Renzi, come gli altri ma col rischio di pagare un prezzo più alto, è rimasto al 2008, l’epoca del “Se po’ fa’” con cui Veltroni rastrellò il 33% alle politiche. Nel frattempo però è cambiato tutto, diverse volte. L’altra sera Santoro gli ha chiesto conto a modo suo della “fase due”, citandogli l’ultimo libro di Paul Krugman “che si chiama proprio come il suo slogan, adesso!” (col punto esclamativo pure) e argomenta il fallimento delle politiche di austerity in Europa e in Italia. “Lei che ne pensa?”

Renzi ha abbassato un po’ gli occhi, ha ripetuto un paio di volte che gli editoriali di Krugman sul New York Times sono un prezioso contributo all’analisi, ha dato l’impressione di non averne mai neanche sentito parlare (del libro titolato come il suo claim). Ora, si può essere d’accordo e meno con Krugman, ma è il caso di avere un’opinione su quello che scrive, visto quello che scrive, se si ambisce così tanto a governare un paese (uno qualunque).

Invece la cosa più politica che Renzi ha tirato su fuori sul tema è che “è una questione di qualità della spesa pubblica” certo “a saldi invariati”. Spiccicato a Bersani, a Monti, a tutti. Poi nient’altro, nulla che a poche ore dalla fine della trasmissione potesse rimanermi impresso, al netto delle gag rottamatorie. Unico guizzo, vagamente cimiteriale: nei primi cento giorni di governo la mitologica legge sul conflitto d’interesse. Per dimostrare che non è l’Ambra del vecchio Caimano. Poca roba.

All’ora del conto, infine, la Sicilia non poteva mancare. I primi exit polls sulle elezioni erano fischiati in rete come ghigliottine al vento. Anche se i risultati ufficiali sembrano ridimensionare l’uragano, Caymanistan trema. Più della metà dei siciliani è rimasta a casa e l’altra ha incoronato campione del caos il “D’Annunzio a Fiume, un situazionista fuori situazione, un estroso beato nel posto tipico delle stramberie”. Come aveva predetto Buttafuoco, con bella prosa.

“Non è stato elegante manco in acqua, eppure ha fatto evento. Una nuotata come quella può farla uno svelto atleta scolpito da Fidia, non un Satiro attempato e tutta la bellezza di quella traversata s’è confermata nell’essere lui – l’uomo che viene da fuori – tutto il contrario di ciò che ha fatto, il più improbabile dei Colapesce. Nessuno ci credeva che potesse arrivare a nuoto, tutti cominciano a credere che lunedì possa sfasciare finalmente la regione siciliana.”

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8 maggio 2012

È NATA UNA STALLA

Un’altra volta. A vent’anni di distanza, tutto si ripete nella stessa, identica, maniera. Per filo e per segno, le elezioni hanno scandito il penultimo atto del big bang dei partiti, nel ben noto copione mediatizzato di mazzette, manette, assalto alla spesa pubblica e alla moneta corrente (ma senza la lira da svalutare) unito alla disperante incapacità di fare politica. Vent’anni passati a non decidere che cosa l’Italia avrebbe dovuto essere e ora, dopo che anche l’ultimo dei fessi li ha sgamati, tutti a gridare all’antipolitica dei bruti che minacciano le virtù repubblicane.

Così, come nel 1994 è arrivato il marziano antipolitico magnate dei media, adesso ce n’è un altro, che conosce quelli nuovi (di media). E sa (e lo scrive da anni a chiare lettere) che per vincere le elezioni contro quei morti di sonno da cui è circondato non servono congressi, tessere o sezioni né rimborsi milionari, che i partiti si spartiscono come gangster al saloon. Meglio usarli contro di loro, adesso che la gente fa davvero fatica ad arrivare alla fine del mese e che il bollettino dei suicidi per debiti se la gioca con quello dei caduti sul lavoro. Adesso, la gente, ai soldi ci guarda proprio.

La chiamano antipolitica, col riflesso condizionato di chi considera tout court la politica una cosa sporca e prende poco l’autobus. Forse perché, semplicemente, non credono possibile un mondo in cui un consulente informatico di una banca (che deve prendere le ferie per fare campagna elettorale) possa realisticamente arrivare al ballottaggio per diventare sindaco di una città come Parma. E non sono tanto i politici di professione (che si difendono alla meno peggio) ma la pletora di opinionisti che, eterni interpreti dell’arte del disincanto, adesso spalancano gli occhioni e sparano a caratteri cubitali.

La notizia più scioccante di queste elezioni non è l’affermazione di Grillo, su cui il solito Giuliano Ferrara contro tutti ha sentenziato, a una smagliante Bianca Berlinguer: “è il vero sconfitto della giornata, con questo clima mi aspettavo il 20/30 per cento”. La sorpresa vera è stata la botta d’arresto subita da Casini, Fini & Co. Come alle amministrative del 1993, al centro si è spalancata una voragine, considerata la caduta libera del Pdl (con Berlusconi in gita da Putin, per non saper né leggere né scrivere).

Il Pd dicono che tiene. A regola è il primo partito d’Italia (visto che il Pdl è via di scioglimento) e, nonostante non riesca a esprimere candidati nelle grandi città (a Genova è in testa Doria, indipendente, a Palermo Orlando, Idv, contro Ferrandelli, ex Idv), in termini di lista, appunto, tiene. Sarà per questo che D’Alema va predicando la fine delle leadership populiste e di certo, passata (se passerà) la paura dei ballottaggi, Bersani penserà (forse a ragione) di potersi giovare per un po’ dell’effetto-Hollande (segretario pacioso, senza grilli per la testa, vince le elezioni mettendoci la faccia).

Ma c’è un ma. Quel famoso effetto ’94 non c’è alcuna ragione per cui non debba ripresentarsi, con le stimmate dei giorni nostri. Non è che gli elettori del Pdl e della Lega (bombardata ma non del tutto affondata, anche se in via di mutazione grillina) siano scomparsi coi loro partiti. E se, putacaso, possono bastonare gli odiati post comunisti, magari votando una giovane faccia pulita senza partito, perché non dovrebbero farlo? Per paura dell’antipolitica?

Oltre a Parma, dove il candidato è al ballottaggio con quello del centrosinistra (Pdl quarto, tipo) in Emilia-Romagna la cartina politica diventa interessante, se letta in controluce. Il Movimento 5 Stelle va al ballottaggio a Budrio (in provincia di Bologna, roccaforte Pd) e a Comacchio (in provincia di Ferrara) con risultati sopra il 20 per cento. Tendenzialmente in regione non scende mai sotto il dieci e sfonda quando ci sono questioni in grado di dividere la cittadinanza, sul merito delle proposte politiche (inceneritore, centrale a biomasse, storici cavalli di battaglia).

Come nel 1993 oggi il centrosinistra tira a festeggiare, occhieggia speranzosa a Parigi e teme Atene come la peste, mentre Grillo sta organizzando l’opposizione nelle sue roccaforti (di voti, potere, spina dorsale), sui contenuti che scaldano davvero il cuore dei suoi, famosi, militanti di base come fa contro Lega e Pdl dalle loro parti (rivolta fiscale, nisba cittadinanza agli immigrati nati in Italia). Quando poi i suoi candidati si dimostrano intelligenti e preparati e i vecchi ras del villaggio sono troppo bolliti per correre (e/o per piazzare rampolli presentabili) rischia pure di vincere.

A occhio, a Bersani converrebbe davvero mandare tutti a spendere e andare a votare con questa legge elettorale. Tra un anno forse è troppo tardi (anche per l’effetto-Hollande). E a chi, quando sarà il momento, venisse in mente (Ferrara l’ha già esplicitato prima su Rai Tre, con evidente sadismo) di proporre qualcosa che assomiglia al governo di unità nazionale (non c’è bisogno di dichiararlo esplicitamente in via preventiva, dopo aver approvato una legge elettorale proporzionale, la gente capisce) perché “c’è bisogno di senso di responsabilità”, si tenga bene a mente la lezione di Avigliana.

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21 aprile 2012

CACCIA ALLA STREGA


“Siamo arrivati a dover leggere in un dispaccio di agenzia «se la ‘nera’ non dovesse arretrare dalle sue posizioni…». La Nera è naturalmente la vicepresidente del Senato Rosy Mauro, coinvolta nel malaffare che sta travolgendo i vertici della Lega. E se dalla prosa della cronaca transitiamo ai piani alti del giornalismo, ecco, con rinnovata passione lombrosiana, corsivisti e grandi firme affondare la penna non sul reato ma sul corpo, sfregiandolo (la badante, la strega, la terrona, mamma Ebbe, la virago), fino a insistere sulle sue mani rosse e nodose, come tocco finale di un rogo intellettuale.”

Norma Rangeri sul manifesto inquadra alla perfezione i termini della questione. Il sacerdote pagano, officiante per conto del matriarcato guerriero della Lega Nord, è stato azzoppato là dove non si può difendere senza farsi da parte e il lesto salvatore della padana patria s’è fatto sotto. Si può immaginare pure che, in un classico patto fra maschietti a suon di puzza di sigaro da circolo della caccia, l’eterno delfino Maroni abbia concesso clemenza alla family del Capo.

Infatti la direzione leghista, dopo la notte delle scope del “pulizia! pulizia! pulizia!”, su Bossi jr. ha glissato, cavandosela con un blando apprezzamento per il senso di responsabilità dimostrato mollando la cadrega. Belsito, lombrosianamente colpevole per definizione, andava cacciato di default, e sulla moglie del Bossi, fondatrice della Lega e negromante in capo, tutti si sono ben guardati da spiccicar parola.

Rimaneva lei, la goffa e trashissima vicepresidente del Senato dalle “mani rosse e nodose”, pure terrona di Brindisi. Lei faceva parte della famiglia solo in quanto “badante”, quindi Maroni & Co. hanno potuto esigere lo scalpo. Il leghista “buono”, amico di Saviano e del club dell’antimafia militante, è arrivato ad auspicare la nascita di un sindacato padano vero, diretto da un padano vero. Un trionfo di maschilismo e razzismo shakerati insieme, per lisciare il pelo alla “base”.

“Quando si dice che stiamo assistendo a una Tangentopoli al cubo, sappiamo che il contraccolpo non sarà un pranzo di gala. E dal lancio delle monetine siamo passati alla lapidazione.” Probabilmente Maroni, Tosi e tutta la simpatica compagnia di rinnovatori leghisti credono di avere a che fare con una manica di rozzi dementi, a cui basta dare in pasto la donnaccia del Sud e il tesoriere infingardo per potersi rivendere una catarsi etica talmente rapida da far sorridere anche i più gonzi.

Maroni ha chiesto e ottenuto il congresso a giugno, perché sa di non avere rivali con Calderoli mezzo azzoppato dalle inchieste pure lui, ma per i sondaggi la Lega è in caduta libera e l’ex ministro degli Interni rischia di fare la fine dell’altro delfino eterno intelligente di vent’anni fa. Colpisce che la nuova Tangentopoli cali come una mannaia proprio durante il ventennale delle imprese di Di Pietro e Borrelli. Ma siamo proprio lì. Con Bossi al posto di Craxi e Maroni-Martelli in fila da una vita. Intorno a loro, i monatti del mainstream che giocano alla lotta nel fango. Come allora, ma chi è il nuovo Bossi?

“Ma quant’è furbo, da uno a dieci, Beppe Grillo che sta girando l’Italia per spiegare che lo scandalo della Lega è una trama dei giudici servi di Monti contro l’opposizione? «Tocca alla Lega, poi a Di Pietro e quindi a noi!». Quant’è abile a urlare in piazza e su YouTube una tesi innocentista e complottista a proposito delle porcate della family, quando perfino Bossi ha dovuto scaricare il figlio e il Cerchio magico. A corteggiare i leghisti spaesati dagli scandali con il no alla cittadinanza per i figli d’immigrati, a costo di sfidare le ire dei blogger, e il ritorno alla parole d’ordine dello sciopero fiscale contro la corruzione politica.”

L’autorevole monito ai coscienziosi lettori del giornale-partito di Largo Fochetti di Curzio Maltese aiuta a mettere le cose nella giusta prospettiva. Il big bang leghista suona come allarme rosso per tutti, inclusa la bolgia d’indecisi a tutto del centrosinistra di palude. Nei sondaggi Grillo è già il terzo partito, 7 per cento e passa, dopo Pd e Pdl poco sopra il 20. Bersani è già lì che ammonisce serio serio, mentre Vendola, che per un po’ ci aveva pure creduto, dopo la tegola dell’inchiesta sulla nomina del primario pugliese, ha ancora voglia di tuonare.

“Il rischio è che i voti della Lega vadano nel fiume sporco dell’antipolitica perché o il centrosinistra sarà in grado di mettere al centro della sua battaglia la questione sociale e quella morale nel loro intreccio, oppure il rischio è che possa prevalere il peggio, come nelle più brutte stagioni della nostra storia. Dopo la crisi dei partiti nel ’92 è venuto fuori Berlusconi”. Ci vuole un bel coraggio.

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12 aprile 2012

GEMONOLOGHI

“Ma non mi fido della tua natura: troppo latte d’umana tenerezza ci scorre, perché tu sappia seguire la via più breve. Brama d’esser grande tu l’hai e l’ambizione non ti manca; ma ti manca purtroppo la perfidia che a quella si dovrebbe accompagnare. Quello che brami tanto ardentemente tu vorresti ottenerlo santamente: non sei disposto a giocare di falso, eppur vorresti vincere col torto. [...] Ma affrettati a tornare, ch’io possa riversarti nelle orecchie i demoni che ho dentro, e con l’intrepidezza della lingua cacciar via a frustate ogni intralcio tra te e quel cerchio d’oro onde il destino e un sovrumano aiuto ti voglion, come sembra, incoronato.”

Lo sbuzzo della citazione del Macbeth, Atto I, scena V, si deve a Flavia Trupia ed è perfetto per convalidare la vulgata corrente, il “lo sapevano tutti” della settimana di passione leghista: la Lega Nord era un matriarcato guerriero. A parte i quattrini pubblici che, secondo il pullulare d’inchieste, spruzzavano dalle casse del partito come champagne alle premiazioni delle gare di motociclette e alimentavano una bulimia di lauree, macchinoni, body-guards e cornicioni d’accomodare, era il potere il punto.

“Se tu vai sopra alla mansarda, c’è una brandina, ma non sto scherzando, ci sono le foto. C’è una brandina di quelle che sembrano per bambini, un comodino e una lampada. Per terra, piena piena, che prende tutta la stanza, libri di magia nera. Cartomanzia. Astrologia. Tutti eh! Ma ce ne saranno almeno un centinaio, tutti per terra, non su una scrivania. Niente, lei vive lì, quando è in casa è lì, con quei libri.”

È Nadia Degrada, amazzone contabile del Carroccio, che intercettata dipinge la tragicommedia del capo-feticcio usato come una bambola voodoo per far fuori i nemici interni e inaugurare una dinastia familiare, nutrita dal suo carisma. “Dopo Bossi, Bossi”. Questo, prima dello showdown pasquale, era il mantra che serpeggiava tra i pretoriani del “cerchio magico” di Manuela Marrone e Rosi Mauro, druide-cape e custodi del corpo del capo-popolo della grande epopea padana, forgiata nel monolocale di sua moglie.

Bossi è stato il sacerdote officiante di una liturgia, pagana e popolare, che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone. Il populista col dito medio sguainato, quello che “la Lega ce l’ha duro”, s’è persino inventato una discendenza etnica, i Celti, per spiegare antropologicamente la sua Padania, causa/missione fondata sul nulla. L’ampolla del Dio Po, Pontida, eccetera sono stati solo interpretati, dal Bossi, ma sono farina del sacco di qualcun altra. Qualcuna che legge di magia e/o che non ha fatto altro che un bel copia/incolla, dalla new age neopagana al Dna di un partito senza identità.

“Ma intanto Bossi fu altro, è stato una chiave per la comprensione e l’incanalamento di grandi e pericolose rabbie nordiste, ha flirtato con i mostri del secolo, da Milosevic in giù, ha usato una lingua da trivio, la sua gesticolazione corporale era la volgarità incarnata, ma mostro non è mai stato. Se chi gli sputa addosso adesso, brutti maramaldi che non sono altro, avesse fatto un centesimo di quello che ha fatto Bossi per cercare soluzioni ai problemi veri italiani, avrebbe il diritto di parlare. Chi ha il diritto di parlare?”

Giuliano Ferrara s’indigna per l’elettroshock mediatico subito dal vecchio leader. Da garantista, certo, ma soprattutto come testimone eccellente di una storia che si ripete: Craxi capro espiatorio di un sistema in panne, Berlusconi logorato da giudici e cortigiani e un Martelli-Alfano-Maroni sempre pronto ad approfittarne a suon di appassionate omelie dedicate al capo carismatico caduto in disgrazia e, contestualmente, affilando le lame in vista dell’agognato affondo.

“Io penso che queste cose non capitino per caso a Pasqua. Quando ci presenteremo davanti al Padreterno ci chiederà quante volte sei stato capace di ripartire: questo vuol dire Pasqua, ripartenza.” Dal palco di “Orgoglio leghista”, day after della crocifissione pasquale, Bossi ha chiesto scusa ai militanti per suo figlio, ha tentato di giustificarsi un po’ (tra i fischi), ha tuonato contro il solito complotto (ancora fischi) e si è arreso all’avvento dell’eterno delfino in un cortocircuito retorico vagamente psicanalitico: “Non è vero che Maroni è Macbeth”.

“La partitocrazia e Roma vogliono annientare la Lega perché la Lega è l’unica risposta. È  per questo che tenteranno ancora di dividerci… è la storia della Lega, i tentativi che ci sono stati di dividerci, di dividere la Lombardia dal Veneto, di spezzare quella magica operazione che fece Umberto Bossi nel 1991 creando la Lega Nord, la potentissima…”. E “basta con i cerchi”, però: secondo Maroni la magia è di Bossi, non delle fattucchiere della soffitta di via Gemonio. Per loro e per i loro accoliti sono pronte le epurazioni, roghi rituali e staliniani di un partito-tribù che ha esordito sventolando il cappio in Parlamento.

“Ce la faremo a risorgere? Certamente sì, ma non ci basta: noi abbiamo un sogno nel cuore, quello di diventare alle prossime elezioni politiche il primo partito della Padania… è il progetto egemonico di cui ha sempre parlato Umberto Bossi. Possiamo farcela se facciamo quello che ho detto: pulizia, nuove regole e unità. Senza polemiche fra di noi, chi rompe le palle fuori dalle palle! È un sogno? Certo, è un bel sogno. Il futuro appartiene a coloro che credono alla bellezza dei propri sogni.”

La Lega è stato l’ultimo partito di massa all’antica, modellato sul centralismo democratico del Pci e sulla democrazia progressiva di togliattiana memoria, e il suo capo assoluto (come lo erano i segretari del Pci) ha cominciato strimpellando canzoni alla chitarra con piglio belmondiano, come il suo amico-nemico Berlusconi. Il tramonto della sua avventura (mai termine fu più appropriato) coincide con quello dell’altra B che ha dominato la scena politica negli ultimi vent’anni.

È un terremoto vero, per la destra, molto simile a quel fatidico 1992 in cui la magistratura e i media spazzarono via, nel disonore, i partiti che avevano costruito la Repubblica dalle macerie. Occhetto e il Pds, allora, tentarono di approfittarne con miope cinismo e infatti arrivò Berlusconi, per vent’anni. La stessa latitanza politica di oggi con il rischio che, stavolta, “l’uomo nuovo” non abbia neppure un qualche conflitto d’interessi con cui tentare di ricattarlo. E che ci seppellirà, sì, ma con grande onestà.

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5 dicembre 2011

LACRIME, SANGUE E MERDA


Così come tra uomini e donne, anche per gli Stati essere deboli o forti non è una questione di genere ma di capacità/possibilità di decidere in proprio. L’Italia del commissario Monti è l’esempio perfetto di uno Stato storicamente giovane, costituzionalmente promiscuo e politicamente abbastanza debole da avere accettato, in centocinquant’anni di storia, praticamente tutto.

Da Mussolini al compromesso storico, dal partito dell’ampolla del Dio Po al governo a quello di Mastella, Diliberto e Pecoraro Scanio, passando per un’incredibile sequenza di aspirazioni golpiste (almeno quattro, solo dal 1963 al 1985), esecutivi balneari di ogni razza e l’eliminazione giudiziaria a mezzo stampa dei partiti che hanno scritto la Costituzione. Fino al Drive-in di massa degli ultimi anni con intercettazioni, escort e chiacchiere che hanno finito per eclissare la crisi e alla fine il governo stesso.

Poi, dopo qualche ora di festa per l’auto-deposizione del Caimano e dopo la selva di tripudi di loden e di alleluia per la ritrovata sobrietà al governo, ecco che la annunciatissima scure di Monti cala in tutta la sua crudezza, alle otto della sera, e le chiacchiere arrivano a zero. Con grande sobrietà, in un sol colpo il professore reintroduce l’Ici (rivalutando gli estimi), aumenta l’Iva e (agghiacciante) blocca la rivalutazione Istat per le pensioni oltre i 1000 euro.

La super-stangata prevede anche l’annunciata riforma delle pensioni, la reintroduzione della tracciabilità e un ulteriore taglio agli enti locali. Ferrara potrà lustrarsi gli artigli (dopo giorni e giorni di apologie di Paul Krugman), Calderoli rilancia già la secessione (“consensuale, sul modello Cecoslovacchia”), Ferrero annuncia lo sciopero generale, a Di Pietro prudono le mani, i sindacati si preparano alla battaglia e il Pd e il Pdl (al solito) non sanno che pesci pigliare.

Mi sa che non basteranno le tasse sui beni di lusso e i (presunti) tagli alla politica per decretare la fine anticipata della luna di miele fra il commissario Monti e gli italiani, che fino a ieri sera gli hanno tributato una fiducia quasi unanime. Né basterà il carisma istituzionale di Re Giorgio (come l’ha ribattezzato il New York Times), che forse ha salvato l’Italia dal default finanziario ingaggiando Monti con un’operazione di rara abilità, ma difficilmente potrà qualcosa contro le probabili ricadute recessive di questa manovra.

Monti ha tenuto fede alla promessa di non guardare in faccia a nessuno e continua a ripetere che tutti i riflettori sono puntati sull’Italia. Allo Stato debole per eccellenza l’altro ieri è stato lasciato il cerino in mano dalla Merkel davanti al Bundestag riunito: “Dai cambiamenti dell’Italia dipende il futuro dell’Eurozona”. E i cambiamenti sono arrivati per decreto legge, sobriamente denominato “salva-Italia”, e con un appello ai cittadini centrato sul rischio di “macchiarsi del fallimento dell’intera Eurozona”, perché “il debito pubblico italiano è colpa di chi ha governato l’Italia, non dell’Europa”.

“I sacrifici devono essere visti alla luce di un risveglio a favore del merito e contro i privilegi, i nepotismi, le rendite”. Per Monti “noi italiani siamo considerati delle individualità di spicco, simpatici”, e sembra di sentire la conferenza stampa di un commissario europeo tedesco o lussemburghese, di un consulente di una banca d’affari o dell’Fmi.

Essere uno Stato debole significa ciclicamente abdicare dalla democrazia e quando Monti annuncia “ho riflettuto in questi giorni che, visti i sacrifici che devo chiedere ai cittadini italiani, ho deciso di rinunciare ad ogni compenso come presidente del Consiglio e ministro del Tesoro e delle Finanze”, ho pensato che forse hanno davvero ragione Ferrara&Ferrero e questo è un tecno-golpe a tutti gli effetti.

Non è detto che sia un male. Non c’è dubbio, per esempio, che in termini metodologici questo governo è un altro mondo e Passera che annuncia report costanti, con gli stati di avanzamento delle riforme in programma, ne è l’emblema. Poi, quando l’algida ministra Fornero scoppia in lacrime annunciando il blocco delle pensioni e non riesce a terminare la relazione, metto a fuoco l’unica verità: siamo nella merda, mi sa che c’è poco da fare gli schizzinosi.

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9 novembre 2011

DO SOMETHING


In tempi in cui l’Italia rischia l’11 novembre dei conti pubblici a causa dell’impotenza dei suoi timonieri, l’azione in quanto tale assume connotati rivoluzionari. A guardarci bene il rovescio di popolarità del premier, sia tra gli elettori che sui mercati finanziari (oltre che tra le élites cosmopolite che lobbeggiano sull’economia globale, ma questa non è una novità), è dovuto proprio a questa percezione d’impotenza. Che per “l’uomo del fare” significa la pietra tombale sul suo carisma.

Così sono saltato sulla sedia quando ho aperto il sito del Corriere e mi sono imbattuto nell’azione di Giuliano Melani, che ha speso oltre ventimila euro per comprarsi una pagina del Corriere con un accorato (e molto ben scritto) appello agli italiani perché si comprino il debito, prendendo esempio dai giapponesi (il doppio del nostro e tutto in casa). “Io non sono Diego Della Valle, ma voglio essere uno dei portatori sani della soluzione. Questo appello mi è costato un botto, per favore non fatene carta da macero!”

“Sono circa 4.500 euro a testa: lo so che le medie ci fanno fessi ma state sicuri che molte persone dispongono di queste cifre”. Melani non ha fatto il vago, ma si è messo a fare i conti in tasca agli italiani entrando nel merito dell’investimento. “Vi giuro che ci conviene, negli ultimi due anni sono state poste in essere manovre per 200 miliardi, sono andati tutti perduti perché nel frattempo sono saliti i tassi d’interesse sul debito”. Impeccabile, e subito ipercitato da politici e banchieri. Sicché mi son detto: pensa se l’avesse detto Bersani a Piazza San Giovanni.

Invece la ditta, in compagnia dei soci di Vasto, era impegnata nell’operazione antipatia contro Renzi, uno che sgomita quando i giovani dovrebbero stare a cuccia e aspettare il proprio turno. Mettersi a disposizione. Troppo decisionista/protagonista questo Renzi, sembra Craxi o Berlusconi (ci è pure andato a cena, l’infingardo) a sentire gli umori della base del Pd, prontamente riportati dai segugi di Repubblica. Il Fatto l’ha paragonato al Duce, per non sapere né leggere né scrivere. Per la Bindi è un provocatore.

Secondo Bersani alla manifestazione del Pd “c’è stato solo un battibecco. È stata una cosa spiacevole. Ma vorrei ricordare che Renzi è uno del Pd e io sono anche il suo segretario.” E poi, naturalmente, bisogna pensare all’Italia, non ai destini personali, che non coincidono mai con le ambizioni di chi sta fuori dal cerchio magico. Poi arriva la rasoiata di Prodi: “Bersani è una persona eccellente, di grandi capacità, posso dirlo, è stato un mio ministro, ma non riesce a “uscire”… Non è confortante leggere che, con quel che succede, nei sondaggi il Pd non riesce a crescere come ci si aspetterebbe”.

Certo l’inazione snervante e inutilmente parolaia del centrosinistra, quella sinistra sensazione di “indecisi a tutto” che con il governo dell’Unione aveva rapidamente raggelato ogni speranza di cambiamento dell’elettorato, contribuisce non poco ai crucci del Professore. Anche Prodi non fa il vago e presenta il conto al “manico” della ditta, con tutta la crudele cortesia di cui un bolognese (acquisito) è capace.

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6 giugno 2011

ATTENTATO ALLA NEGROMANZIA


“A Nichi Vendola voglio bene. Ma quando va in una città che non conosce dovrebbe ascoltare più che parlare”. Promette proprio bene il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, che non ha digerito il comizietto al solito tempestoso e appassionato con cui il leader di Sinistra e Libertà ha salutato la sua storica vittoria, in Piazza del Duomo. Il carisma da trasferta del governatore della Puglia, aspirante Pisapia nazionale, è stato giudicato inelegante e inopportuno dal “sindaco di tutti”, che ha puntualizzato stizzito che “a Milano si è vinto perché abbiamo parlato dei problemi di Milano”.

Il negromante Vendola, a regola, se la deve guadagnare anche e soprattutto in casa propria e non basteranno i “comizi d’amore” e l’ispirazione poetica per ottenere lo scettro di candidato premier del centrosinistra. Anche il carisma popolano (supponendo che il cosiddetto popolo si disinteressi del tutto ai congiuntivi) di Antonio Di Pietro sembra essere offuscato dalla nuova pop star manettara che, fresco dell’immunità concessa dal Parlamento Europeo nella causa per diffamazione intentatagli da Mastella, ha sbancato l’elezione a sindaco di Napoli con oltre trenta punti di scarto sul candidato del Pdl e senza apparentarsi col Pd.

Ma il grande sconfitto, celebrato da tutti i giornali, che s’è candidato al consiglio comunale di Milano e ha preso la metà dei voti dell’altra volta, è il negromante-capo. L’attuale (e spesso deprecata a vuoto) personalizzazione della politica è una sua creatura, così come la cultura di massa che ha segnato nel bene e nel male l’Italia a colori e ha preparato il terreno. Ora forse gli è sfuggita di mano. L’era televisiva è agli sgoccioli e il solo fatto di dare la colpa della sua sconfitta a Santoro & Co. la dice lunga sulla consapevolezza dell’uomo circa la contemporaneità e i suoi crucci. Berlusconi è invecchiato davvero.

Fini, Casini e Rutelli, aspiranti negromanti da una vita, non se la passano molto meglio. Certo, possono consolarsi con il solito balsamo della rendita di posizione che, un po’ qui un po’ là, garantisce al cosiddetto Terzo polo (che al pari degli altri due è diviso su tutto ciò che in politica è fondamentale: valori, opzioni etiche, visoni del mondo) qualche scampolo di esistenza che solo l’Italia delle eterne signorie non rende del tutto effimera. Niente a che spartire con il sogno finiano della destra legalitaria e liberale che scaldava i cuori anche a sinistra (non sembra passato un secolo?) o con l’improbabile riscossa neo-democristiana dai capelli ormai quasi tutti bianchi, ma ancora abbastanza George Clooney per seguitare a prendere voti in parrocchia (Casini e Rutelli sono interscambiabili a tale proposito).

Chi pare non avere di questi problemi è il segretario del Pd. Bersani è unanimemente considerato l’anti-carisma per antonomasia e, di conseguenza, la nemesi antropologica di negromanti e arruffa-popolo. Di certo l’insperato trionfo elettorale della sua parte politica si deve a una nuova leva di negromanti che, per consolidare il potere acchiappato, si vede costretta ad ammazzare i padri, spesso vecchi e ingombranti. Il rabdomante Grillo l’ha capito al volo con De Magistris (ogm scoperto dal comico genovese e impiantato nell’Idv) e ha tentato di azzannare per primo tirando su il solito teatrino all’italiana.

Con la negromanzia berlusconiana al tramonto e i leader “usato sicuro” di centro, destra e sinistra in potenziale affanno, a Bersani tocca la scelta. Giocare in proprio, puntando sulla sua immagine di “affidabile riformista con la testa sulle spalle”, o puntare su un negromante di partito (c’è?) in grado sia di scaldare i cuori che di governare l’Italia? Non si sa contro chi correrà ma vista la posta in gioco conviene puntare sul migliore, anche se significa sacrificare un po’ di ego. Siam mica qui a smacchiare i giaguari, o no?

29 maggio 2011

L'ULTIMA CORSA DI VARENNE?


“Quale esper­t­o impazzito di marketing poli­tico ha suggerito al premier di presentarsi in tutti i tg come un propagandista, di diminuire la sua autorità e credibilità di pre­sidente del Consiglio e di lea­der del partito di maggioranza relativa di una grande nazione occidentale con discorsi da bet­tola strapaesana? Chi gli ha consigliato di perdere all’istan­te i voti dei cattolici diocesani abbracciando a Milano, dove le intemerate leghiste più sprovvedute non hanno mai at­­tratto consensi, la crociata del­la lotta a zingaropoli o il truc­chetto del trasferimento in terra meneghina di al­cuni ministeri romani, subi­to contraddetto dal sindaco della Capitale? Che cosa può portare il capo di una classe dirigente che dovrebbe pun­tare su libertà e responsabili­tà ad avallare, dopo la magra figura dell’attacco
ad perso­nam a Pisapia, e senza le do­vute scuse, l’idea che la vitto­ria dell’avversario nella lotta per il Municipio porterebbe terrorismo e bandiere rosse a Palazzo Marino?”

Giuliano Ferrara, con la tipica lucida crudeltà degli amanti traditi, denuda in poche righe il disastro politico della campagna elettorale sempre più disperata (con tanto di finti operai sguinzagliati in diversi quartieri a prendere le misure per finte moschee e finti rom a distribuire finti volantini pro-Pisapia) di Berlusconi, la cui – piuttosto probabile – disfatta rischia di tirarsi dietro tutto il resto. Ostaggio di una Lega debole, sconfitta nelle urne e sfibrata da faide, rivolte della base e contraddizioni che neanche il verbo del Bossi sembra in grado di placare, e ostaggio della propria storica inossidabilità, che gli ha impedito sinora di scegliere un successore a cui affidare la costruzione di un partito vero, il premier stavolta appare all’angolo del ring. A un soffio dall’ultimo gong.

Notapolitica e The Right Nation da diversi anni utilizzano la gagliarda metafora ippica per sbertucciare platealmente il divieto di pubblicazione dei sondaggi, escogitato presumibilmente per tutelare gli elettori da sé stessi (sono troppo stupidi per non farsi condizionare da rilevazioni statistiche a ridosso del voto o da – ommioddio! – spot televisivi, questi elettori). Secondo le ultime corse clandestine recensite, dopo la pubblicazione quasi quotidiana di tutte le gare preparatorie dei principali ippodromi in cui si disputano i Grand Prix più attesi, per i purosangue della scuderia Varenne si profila una vera e propria Caporetto.

“Ultimo giorno di gare, all’Ippodromo di Frizzy, per la preparazione alla finale del Gran Prix di Milano del 29-30 maggio. Anche stavolta, confermando un trend emerso nettamente negli ultimi giorni, Fan Pisapie ha dominato in lungo e in largo staccando di ben undici lunghezze Morattenne. Risultato vicinissimo al record stagionale fatto registrare mercoledì della scorsa settimana. Con una larga fetta della tifoseria di Varenne assente dagli spalti, in evidente stato di agitazione nei confronti dei coach della scuderia, il cavallo rosso ha galoppato in scioltezza fin dalle prime curve, arrivando sul traguardo in 55,5?, mentre la campionessa uscente non è andata oltre un modestissimo 44,5?. A questo punto, in vista della gara finale, l’obiettivo principale della Scuderia Varenne sembra essere diventato quello di limitare il più possibile le perdite, per evitare che la sconfitta si trasformi in un dramma.”

Se a Milano piange da Napoli potrebbe arrivare il colpo di grazia per la scuderia Varenne: “Lunedì Galopin du Magistry è arrivato al traguardo in 52?, con quattro lunghezze su Letterienne (48?). Giovedì le lunghezze sono diventate sette, con il puledro amato dai giudici di gara che ha fatto segnare un ottimo 53,5? contro il 46,5? del suo avversario. Nell’ultima gara in programma, però, quella di venerdì, il cavallo della Scuderia Varenne ha avuto un sussulto d’orgoglio, chiudendo il giro di pista in 48,5? contro il 51,5? di Galopin du Magistry, ad appena tre lunghezze dal battistrada. Barlume di speranza o canto del cigno?”

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"Il favoloso mondo di Pisapie" è stato pubblicato qui.

21 maggio 2011

"PISAPIA HA MESSO ZIZZANIA TRA I BEATLES"

“Pisapia volò sul nido del cuculo”, “Pisapia è apparso alla Madonna”, “Pisapia è il padre di Charles Manson”, “Pisapia rubava gli stemmi delle automobili Mercedes e Renault per farsi le stelle a 5 punte”, “Pisapia guida solo se ha bevuto almeno una bottiglia di Jack Daniels”, “Pisapia lecca tutta la crema dai ringo, e poi richiude il pacchetto”, “Pisapia caga per strada dando la colpa ai cani”, “Pisapia imbottisce gli slip con l’ovatta”, “Pisapia è stato battezzato da Marilyn Manson”, “Pisapia ti fa format:\c sul tuo pc”, “Pisapia ha passato la roba alla Gelmini. Poi lei ha scritto la riforma”, “Pisapia ha offerto il primo tiretto a Morgan”, “Pisapia ha fatto pubblicare una raccolta di sudoku sbagliati”, “Pisapia costudisce il segreto della Campana di Bronzo, è pronto ad invadere la terra a capo del popolo Yamatay”. “Pisapia è una scia chimica prodotta dal signoraggio che ha complottato un attentato alle torri gemelle per inscenare la morte di Paul McCartney”, “Noi siamo PISAPIA. Sarete assimilati. Ogni resistenza è inutile”.

“Pisapia ha comprato il primo petardo a Unabomber”, “Pisapia scrosta le opere esposte alla pinacoteca di Brera”, “Pisapia bara al fantacalcio”, “Pisapia annusa la maglia sotto le ascelle per capire se la può mettere il giorno dopo”, “Pisapia accende le candele in chiesa e non la lascia l’offerta”, “Pisapia si frega la patatina + rossa del sacchetto delle Più Gusto”, “Pisapia attaccava le caccole sotto il banco”, “Pisapia ha usato la sacra sindone come accappatoio”, “Pisapia respira elio alle conferenze solo per dare fastidio con la voce”, “…Pisapia è Keyser Söze…”, “Pisapia è quello che si mangia tutti i canditi del tuo panettone”, “Pisapia è punk”, “Pisapia scalda le monete con l’accendino e poi le da come elemosina agli zingari”, “Pisapia quando si traveste da mimo.. parla”, “Pisapia tiene occupati i parcheggi con le sedie“, “Pisapia si procura piacere strusciandosi sull’eternit”, “Pisapia è il produttore di Richard Benson!”, “Lo sceriffo di Sherwood era un antenato di Pisapia”, “Pisapia portava i film pormo a Bin Laden”, “Pisapia ha messo zizzania tra i Beatles”, “Pisapia ha scritto il finale di Lost”, “Pisapia ha fatto sciogliere i Litfiba. Poi, non pago, li ha fatti rimettere insieme!”, “Pisapia scarica da internet i tuoi cd…”.

“Pisapia ha appena accettato l’amicizia con Maria De Filippi”, “Pisapia mette il dito tra moglie e marito”, “Pisapia è nato in Kenia e non può essere eletto”, “Pisapia spende tutta la paghetta in figurine e liquirizie”, “Pisapia picchia i bambini con gli occhiali”, “Pisapia organizza Happy Hour sui marciapiedi”, “Pisapia tocca le tette alle Barbie”, “Pisapia durante i compiti in classe faceva scudo con l’astuccio per non far copiare i compagni”, “Pisapia paga i conti con i gettoni telefonici”, “Pisapia si è impossessato di Mike Bongiorno”, “Pisapia ha messo il proiettile vero nella pistola che ha ucciso Brandon Lee. Pisapia ti odio”, “Pisapia tiene occupato per ore l’ascensore quando devi portare a casa la spesa, e prima di uscire ci scorreggia dentro”, “Pisapia finisce la nutella e la spalma sui bordi del vasetto per farlo sembrare pieno!”, “Pisapia ha clonato il cellulare di Lele Mora”, “… Pisapia riesce a caricare FIFA 2011 sul Commodore 64…”, “Pisapia è lo stilista di Lady Gaga”, “Pisapia è l’uomo tigre”, “Pisapia vieterà l’uso dei fiocchi intercambiabili sulle Lelly Kelly… attente bambine!”, “Pisapia è il direttore occulto del Fatto Quotidiano”, “Pisapia caga sulle piste ciclabili”, “Pisapia è supercalifragilistichespiralidoso”, “Pisapia altri non è che il malvagio imperatore Zurg”, “Pisapia è Voldemort“, “Pisapia ha ucciso Laura Palmer”, “Pisapia è un apostrofo rosa tra le parole Red e Ronnie”.

“Primo esempio del vento che sta cambiando a Milano: cancellato LiveMi di sabato 21 maggio, in Galleria del Corso. Era l’inizio di LiveMi 2011 (che se vincerà Pisapia sarà cancellato dai progetti del Comune). Dava spazio a gruppi e artisti emergenti che potevano esibirsi con brani propri. In compenso Pisapia sta pensando a un megaconcerto con Jovanotti, Ligabue e Irene Grandi. Per dare voce a chi non ce l’ha”. Questa è la causa prima dello tsunami di messaggi (migliaia, sopra c’è solo una selezione sbrigativa) che ha investito la mansueta pagina Facebook di Red Ronnie, presentatore tv e collaboratore del sindaco Moratti, che ha tentato un po’ goffamente di difendersi appellandosi alla solita provocazione “perché è il prefetto che ha deciso. Perché quelli di Pisapia mi hanno già detto che se vinceranno, non riconfermeranno più la manifestazione che organizzo”.

La cazzata del povero Red Ronnie è stata il “la”, l’ispirazione, il pretesto liberatorio che mi ha confermato, se mai ce ne fosse stato bisogno, la superiorità morale di mezz’ora di risate. Che hanno seppellito le tigne di Berlusconi&Co e reso ancora più rock star il capo dell’orda di “terroristi”, “tossici”, “zingari” e “puzzoni”, alla conquista della capitale morale d’Italia.

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29 marzo 2011

NONOSTANTE NOI


Che lo spettacolo dell’Occidente nella guerra in Libia, al solito diviso e rissoso, sia desolante è fuori discussione. All’interno di questa desolazione, però, Francia e Italia si sono distinte in una sorta di rivincita della finale dei penultimi mondiali, con Sarkozy intento a menar capocciate a nemici e alleati, convinto di poterle poi capitalizzare in voti, commesse e prebende neocoloniali, e il governo italiano oscillante tra la fedeltà al campo occidentale in cui milita dal 1945 ad oggi e la nostalgia del bunga bunga politico-danaroso all’ombra del Libro verde.

Uno degli sport preferiti degli italiani, si sa, è cambiare casacca, idea, fedeltà, a seconda delle convenienze. Così, quando il premier ha espresso “rammarico” per la sorte del vecchio sodale Gheddafi, oltre al rispetto per la coerenza cameratesca dell’unico leader occidentale capace di familiarizzare pubblicamente con personaggi come Putin e Lukashenko, ben oltre l’etichetta dell’ormai celebre “diplomazia della pacca sulle spalle”, si stagliava nitidamente un messaggio che l’ex “migliore amico di Bush e dell’America” (che ha spedito il tricolore in Iraq e Afghanistan) ha tentato di far giungere al raiss: siamo ancora amici.

Ora che anche a destra regna il ‘pluralismo’ più radicale, tra neopacifismi e prudenti realismi si cominciano ad orecchiare (anche fuori dai circuiti criptofascisti) tesi complottarde degne del miglior Giulietto Chiesa. Alla base delle rivoluzioni del mondo arabo di questi mesi ci sarebbe il solito ordito demo-pluto-giudaico-massonico, la Spectre dei finanzieri (quasi tutti in odore di kippah) tenutari delle portaerei storiche del giornalismo, in grado di far schizzare il prezzo del pane pigiando un bottone e d’indottrinare la pubblica opinione a seconda dei propri malvagi disegni. Una cricca di speculatori senza scrupoli e i loro epigoni politici, che Tremonti ha definito gli Illuminati, quelli che tirano le fila della diabolica globalizzazione.

Naturalmente lo sterco del demonio ha una parte in commedia anche stavolta: gas, petrolio, acqua (ce n’è tanta in Libia) fanno gola a tutti. Non è detto però che i rissosi neo-nanetti occidentali riescano ad accaparrarsi tutto come ai bei tempi delle sahariane e delle canzoncine virilizzanti. Brasile, India, Cina e Russia si sono messi di traverso con strategica determinazione (senza deambulare a vanvera tra le bombe e le chiacchiere) e lo scenario si profila assai più complesso dei sogni-incubi dei complottardi di casa nostra. Di certo il governo di Frattini e La Russa pare destinato a giocare un ruolo da comparsa tra i bomber anglo-francesi (Berlusconi che bacia la mano se lo ricordano bene), Obama e le quattro potenze del BRIC, acronimo del nuovo blocco, decise a misurare in politica le performances ottenute in economia. Il ruolo di mediazione a cui da sempre aspiriamo per ora lo sta svolgendo, in tutta l’area, la Turchia di Erdogan (altra economia da corsa).

Poi, nonostante le miserie d’Occidente, la lotta continua. In Siria la polizia ha sparato anche ieri sui manifestanti di Daraa, mentre il regime di Assad si affanna con riforme e pretattiche che si stanno mostrando controproducenti. Venerdì scorso lo Yemen e la Giordania sono stati teatro di manifestazioni, morti e feriti. Tutto questo non spaventa gli insorti ma anzi moltiplica le braci dell’incendio. Con le ovvie difficoltà che comporta ogni processo di transizione, Egitto e Tunisia sono lì a dimostrare che tutto è possibile.

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2 marzo 2011

IL CORPO È MIO

“Incontro riservato tra il presidente del Consiglio e il cardinale che ha chiesto e ottenuto garanzie su biotestamento, scuole cattoliche e adozioni. Gli spauracchi delle gerarchie: «Fini ha nominato Della Vedova capogruppo, Casini è troppo debole, «il Pd premia i gay e pensa ai Pacs»”. Considerata la coincidenza tra dietrologie e recenti dichiarazioni pubbliche, suona tristemente plausibile che il premier pensi di risolvere il gap d’immagine presso l’elettorato più benpensante, causato dalle note vicissitudini politico-gossippare, con un classico do ut des. Tolleranza privata in cambio di intolleranza pubblica.

Niente di nuovo o di particolarmente scandaloso, specie se a scandalizzarsi è un’opposizione che su questi temi ha visto morire sul nascere partiti, coalizioni e programmi di governo. La legge sulle coppie di fatto dell’ex governo Prodi (poi abortita) ha cambiato talmente tanti nomi, loghi e contenuti da diventare una delle barzellette più macabre della precedente legislatura, assieme alle imprese di Mastella & De Magistris, alle manifestazioni dei ministri contro lo stesso loro governo e alle piantine di marijuana piantate da Caruso sul terrazzo della Camera dei Deputati (l’unico atto politico degno di questo nome di Caruso che si ricordi).

Una cosa però è fare il tifo per il ritorno dell’Elefantino in tv (è buona norma parteggiare per le persone intelligenti per partito preso, indipendentemente dal loro, finché si parla di tv), altra è non rendersi conto che se al Berlusconi bollito resta soltanto la sponda clericale nuda e cruda, per giunta senza margini di trattativa su nulla, è un problema per questa Italia. Il rischio è di due tipi: prosecuzione dello stato yemenita in tema di diritti civili delle persone di orientamento sessuale diverso da quello maggioritario, restrizione della libertà di cura e ricerca e dell’arbitrio sul proprio corpo. Dell’ultima parola.

In sostanza la posta in gioco, per l’ennesima volta da qualche secolo in qua, è l’habeas corpus. Ferrara e la sua truppa di teo-dadaisti di belle lettere possono infiorettare paginate intere di artifici retorici e minuetti linguistici ma la faccenda non cambia. Chi decide, in ultima istanza, sul proprio corpo? Chi decide che, in base al sesso che preferisco fare, posso ereditare la casa dal mio compagno/a oppure andarlo a trovare all’ospedale senza sperare nella clemenza del medico di guardia? Chi decide come e quando devo morire?

Se la risposta a queste domande è lo Stato (per conto di Dio, della Ragione, della Pachamama, di Maometto o Visnù poco importa) significa che io non sono padrone fino in fondo del mio corpo. La rivoluzione sessuale ha reso scontato un concetto che prima non lo era affatto, l’affermazione del dominio individuale sul corpo, e l’ha fatto rileggendo Wilhelm Reich, un genio del Novecento che dava scandalo sostenendo, contro il fascismo rosso e nero, che non si poteva essere liberi del tutto se non lo si era sessualmente.

Reich si scagliava anche contro la pornografia seriamente indiziata della “peste emozionale” che pian piano trasforma le persone nelle corazze che si sono costruite a partire dalle proprie ossessioni, sessuofobia inclusa. Su di lui non ci sono più dibattiti alle occupazioni come nel ’68 e invece che di liberazione sessuale la sinistra si occupa del lettone di Putin, ma per qualcuno l’allievo di Freud, morto in carcere negli USA nel 1957 dopo che la Food & Drugs Administration gli aveva bruciato i libri in piazza (come i nazisti e l’Inquisizione), è ancora il totem della propria ossessione. “La pornografia moderna è figlia di Reich il quale afferma che tutti i mali della storia derivano dalla repressione sessuale, la cui massima responsabile ovviamente sarebbe la Chiesa Cattolica.”

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9 febbraio 2011

CACCIA AL PREMIER

“La situazione politica ed economica italiana è diventata insostenibile. Troppi sono stati i soprusi perpetrati dall’intera classe politica agli italiani che hanno visto un progressivo e costante degrado dei diritti e della loro dignità”. Anonymous, gruppo hacker giunto agli onori delle cronache per alcune azioni pro WikiLeaks, ha lanciato per domenica scorsa alle ore 15 l’Operazione Italia, un attacco Ddos (Distributed denial of service), cioè un massiccio invio di finte richieste ai server con lo scopo di bloccare l’accesso al sito del governo.

La polizia postale si è affrettata a far sapere che tutto era sotto controllo, che nessun dato sensibile è stato rubato dai server anche se ha ammesso che questo genere di attacchi è difficile da fermare in tempi brevi. Infatti il sito è stato a tratti irraggiungibile, oppure talmente lento da rendere la navigazione quasi impossibile per tutto il pomeriggio. Come previsto da un attacco Ddos, che non mira a sottrarre nessun file o documento ma solo a bloccare il sito colpito per mettere il proprio messaggio al centro del dibattito.

Vista la quantità di agenzie e articoli usciti su tema, che riportavano fedelmente la preoccupazione di Anonymous per l’Italia democrazia a rischio, si può dire che l’obiettivo è stato raggiunto. In più sulla home del governo è comparsa a più riprese una frase beffardamente imposta (in gergo defacement, seconda azione riuscita): “Se il documento che state cercando è precedente all’8 maggio 2008 vi invitiamo a cercarlo nell’area “Siti archeologici” di Governo.it”.

Nelle stesse ore si consumava la scampagnata a villa San Martino. ”Come cittadini Viola ci dissociamo dall’iniziativa di una decina di facinorosi che hanno tentato di formare un corteo non autorizzato. Durante tutta la manifestazione la Rete Viola e il Popolo Viola di Milano hanno chiesto di mantenere la mobilitazione allegra, pacifica e colorata, seguendo lo spirito nonviolento dei Viola”. Il puntuale comunicato serale del portavoce Gianfranco Mascia non cancella certo le immagini della giornata.

L’ennesimo girotondo antiberlusconiano è degenerato nella caccia all’uomo, alla sua casa, alla sua domenica. Dopo tanto tam tam su Facebook e indignazione digitale la villa del satrapo, con tutta la sua immorale opulenza, dev’essere sembrata troppo vicina per non farci un salto. Com’è possibile stupirsene, in buona fede, dopo?

Il pomeriggio prima era andata in scena la versione vip del girotondo, con il solito convegno di intellettuali-star contro il cattivo da fumetto al governo. Repubblica.it è arrivata a vendere la battuta (un po’ goffa) di Umberto Eco su Berlusconi che “in comune con Mubarak non ha solo la nipote ma anche il vizio di non dimettersi” come stilettata ironica figlia di cotanto acume intellettuale (mentre la creatività antiberlusconiana sta tutta da un’altra parte). Invece che per la cazzata pericolosa che è: paragonare uno che magari è un tipaccio ma ha vinto le elezioni tre volte a Mubarak, di questi tempi, significa giocare all’Egitto con il culo degli altri (di solito gente con il culo meno caldo di quello di Eco).

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1 febbraio 2011

L'ILLUMINISMO ARABO

“Il chierico Ahmad Kathemi è stupido quanto il suo capo, Ahmadinejad. Nella preghiera del venerdì ha detto che le rivolte in Tunisia e in Egitto sono parte del riflesso della rivoluzione islamica in Iran. Qualcuno gli dica che non c’era un solo islamico o slogan islamico in Tunisia o in Egitto o in Yemen. Continui pure a sognare”. Il blogger libanese As’ad AbuKhalil mette subito in chiaro il significato dell’Illuminismo arabo in cui si comincia a sperare anche in Occidente, stavolta del tutto snobbato dalle piazze d’Egitto e della Tunisia in fiamme.

Quello che è stato definito “il contagio”, il prurito rivoltoso che già pregusta il piazza pulita dei vecchi sultani logorati da decenni di potere, si sta propagando a grande velocità. Algeria, Tunisia, Egitto, Yemen (al debutto assoluto) sono stati scossi alle fondamenta da manifestazioni, scioperi, disobbedienza civile, saccheggi e guerriglia online. Non ci sono solo le avanguardie politicizzate della Rete, la massa di giovani politicamente irrilevanti, spesso acculturati e sospettati, sinora, d’intelligenza col Nemico sia dai regimi che dall’Occidente (a cui i regimi hanno parato il culo in funzione anti-islamista), c’è anche la blasfemia barbarica dei saccheggiatori di templi e l’impagabile risposta delle ronde dei cittadini egiziani a difesa di luoghi e oggetti sacri all’intera umanità.

Eccita e commuove lo slancio di questi ragazzi rivoluzionari, in tutto e per tutto simili ai loro coetanei nostrani, che rischiano tutto per cambiare tutto. Eccita, commuove e fa riflettere la lucidità e l’apparente facilità con cui le scarmigliate truppe di blogger e utenti di Twitter e Facebook stanno mettendo in scacco uno dopo l’altro gli apparati di censura e repressione affinati dai regimi nel tentativo di evitare proprio quello che sta accadendo: la consapevolezza di massa come anticamera di uno sbrigativo congedo con disonore, in tutta fretta per non rimetterci la pelle. E tutto grazie all’accesso in massa alla Rete (+45% in Egitto sono l’ultimo anno).

L’Illuminismo arabo e la décadence italiana si contendono da un paio di settimane i titoli di apertura delle testate di tutto il mondo. Naturalmente è scontato, ma mai banale, segnalare l’enormità del baratro che separa una sponda del Mediterraneo dalle altre (anche solo come monito per i prossimi leghismi da sbarco estivo). Di là si fa la rivoluzione o si muore, di qua si sputtana il sultano, ci s’indigna, lo s’invidia di nascosto a suon di battutine davanti alla macchinetta del caffè, si finisce in mutandine e non cambia mai niente.


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26 gennaio 2011

L'AVATAR DI CALIGOLA


“Since the Roman Empire, politics here has been seen as a means to power and money. Even today, Italy remains a land where complex networks of connections and family ties can still, as in feudal times, count more than merit or position, whether in getting a job or a bank loan.” Rachel Donandio sul New York Times ha raccontato il reality-show Italia alla luce delle gesta del solito unico, celeberrimo, protagonista indiscusso “Surreal: a soap opera starring Berlusconi”.

Non c’è solo Caligola, l’avatar impazzito del presidente del Consiglio che sbraita contro Gad Lerner alle undici sera mentre gli italiani normali davanti alla tv (tutti quelli che potrebbero votare per lui) guardano il Grande Fratello, nell’articolo del Nyt “Prisoner of this world that he created”, ma anche “I invented a parallel life”, Ruby heart-stealer canonizzata in fascia protetta tv dall’avatar Berja-chic di Signorini, e soprattutto gli altri protagonisti del virtuality-show: gli italiani a casa. Quelli del televoto, che hanno già mandato tre volte Berlusconi a Palazzo Chigi e adesso lo metterebbero pure in nomination, ma non vedono alternative.

Il fatalismo italiano è il vero alleato di Berlusconi, secondo il Nyt. Niente di nuovo sotto il sole. Italiani brava gente, Franza e Spagna purché se magna, fascisti con il Duce e antifascisti dopo il 25 aprile e neanche nel ’92 andò diversamente. Tangentopoli (oltre l’incredibile percentuale di assoluzioni e lo spropositato numero di anni trascorsi preventivamente dietro le sbarre dagli imputati) non ha cambiato una virgola nella società, a parte la decapitazione dei partiti che avevano fatto la Repubblica, se non in peggio. Oggi il copione si ripete ma gli italiani hanno ancora meno voglia di sbattersi e, al massimo, s’indignano periodicamente a qualche festa comandata di piazza, su Facebook o davanti a Santoro e Floris. Insomma, a differenza che dal nonno di Ruby, la “rivolta non scatta”.

Il braccio di ferro tra Fiom e Fiat, anzi, ha spostato molti più consensi del Ruby-gate. La solita metà degli italiani per una ragione o per l’altra non si sconvolge troppo con la storia del puttaniere prestato alla politica (e/o sospetta che sia in buona compagnia). L’altra è in ostaggio dello speculare psicodramma di un’opposizione scompaginata che senza l’avatar di Caligola non esiste, un brusio indistinto fra uno strepito e l’altro del tiranno virtuale. Ormai si definisce solo per sua nemesi e, per questo, dovrà necessariamente arrivare fino alla fine dello show. Costi quel che costi. Si lustrino le baionette, dunque, e si olino le ghigliottine. Tanto poi arriva sempre la pubblicità. Chissà stavolta che programmi ci sono dopo.

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21 dicembre 2010

NEMICO DELL'ANNO


“Sono due facce della stessa medaglia, entrambi esprimono un desiderio di trasparenza. Ma mentre WikiLeaks attacca le grandi istituzioni attraverso una trasparenza involontaria con l’obiettivo di depotenziarle, Facebook dà la possibilità agli individui di condividere volontariamente informazione. Con l’idea di dare loro più potere.” È stato Richard Stengel, direttore di Time, a spiegare perché è la faccia di Mark Zuckerberg, miliardario imberbe fondatore di Facebook, a campeggiare in copertina come ”Person of the year 2010”. Nel sondaggio online promosso dalla prestigiosa testata statunitense i lettori avevano votato in massa per Julian Assange (che ha staccato Lady Gaga).

Nonostante l’esibita tecnofilia del Time si tratta del secondo ribaltamento del giudizio digitale nel giro di pochi anni. “La persona dell’anno 2006 sei tu. Sì tu. Tu controlli l’età dell’informazione. Benvenuto nel tuo mondo”. Peccato che i controllori dell’età dell’informazione, i lettori 2.0, forse meno creativamente della direzione avessero indicato a grande maggioranza il presidente della Repubblica bolivariana del Venezuela Hugo Chàvez, che poche settimane prima alle Nazioni Unite aveva scagliato l’ennesimo anatema contro il neoliberismo e gli Usa.

“È impressionante leggere come nel giugno 2009 l’ambasciatore statunitense in Honduras considerasse “totalmente illegittimo” in privato il golpe che in pubblico difendeva a spada tratta. Colpisce leggere che si chieda un rapporto sulla salute mentale di un presidente, quella argentina, colpevole di resistere a lusinghe lobbistiche.” Il blog Giornalismo partecipativo informa circa lo stato di avanzamento della pubblicazione dei cabli sull’America Latina integrazionista di cui Chàvez, bestia nera di Washington, è stato il frontman più plateale.

Chàvez e Assange, nemici degli Usa, hanno vinto online tra i lettori del Time ma sono stati esclusi dalla sua prestigiosa copertina che in altri tempi aveva incoronato Hitler (1938), Stalin (1939) e Khomeini (1979). Le rivelazioni del cable-gate di WikiLeaks, oltre al gossip diplomatico a uso e consumo della politica interna dei vari stati coinvolti (l’ultimo, in Italia, riguarda il presunto insabbiamento del caso-Calipari da parte del precedente governo Berlusconi), stanno mettendo definitivamente in chiaro il prezzo della ragion di Stato, in America Latina e non solo.

E mentre Hitler, Stalin e Khomeini sono veri e propri cattivi da fumetto, nemici conclamati dell’Occidente tutto, l’etichetta di terrorista appiccicata in fretta e furia al fondatore di WikiLeaks non tiene “perché il terrore, casomai, è solo nelle diplomazie”, come ha commentato John Doe su FrontPage. La gente normale, anzi, ha a disposizione un gioco per contribuire all’intera catalogazione dei cabli, dopo le prime anticipazioni diffuse dai media. Assange è un tarlo tutto interno all’Occidente, il contrappasso mediatico dei suoi valori, e il trailer del suo futuro prossimo. Roba che scotta.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

9 novembre 2010

CHI ROTTAMA I ROTTAMATORI

“Berlusconi deve rassegnare le dimissioni e aprire la crisi di governo. Se non si dimette noi andremo fuori dal governo.” I futuristi stracciano i rottamatori, nel derby (post)politico di questa domenica di novembre, in diretta Twitter anche su FrontPage. Gianfranco Fini, futurista per antonomasia, in un colpo solo annuncia l’imminente rottamazione di premier, governo e legislatura, dopo aver sancito che “non c’è in nessuna parte dell’Europa, e lo dico a ragion veduta, un movimento politico come il Pdl che sui diritti civili è così arretrato culturalmente a rimorchio, anche qui, della peggior cultura leghista”.

La kermesse di Firenze, di fronte all’atomica del presidente della Camera, ha finito per acquattarsi tra le news di seconda fascia, più per i nuovismi post veltroniani escogitati da Renzi e Civati: la keyword e il limite di cinque minuti per ogni oratore, il gong enorme, la lettura dei messaggi sulla pagina di Facebook, il diluvio di video citazioni, lo stile Steve Jobs imperante.

Il mezzo è il messaggio anche stavolta, da Firenze non è uscita una proposta politico-programmatica alternativa a quella (?) dei vertici del Pd ma un’idea di partito, forse antagonista alle salsicce e alle bocciofile, di certo minoritaria (le bocciofile e le salsicce sono ancora più numerose dei profili Facebook, nel ‘popolo delle primarie’) e ben sintetizzata da Andrea Manciulli, segretario Pd della Toscana, nel suo intervento a Firenze: “Ho ascoltato molte cose interessanti, alcune le condivido. Renzi e Civati sono i prìncipi di Facebook, io ho sempre le mani unte di qualcosa che ho mangiato cinque minuti prima e non vado d’accordo con le tastiere touch screen”.

“Almeno 10mila persone passate dalla Stazione Leopolda di Firenze, 6.800 i registrati, circa 150 coloro che hanno fatto interventi. “Prossima fermata Italia”, organizzata dai rottamatori Pippo Civati e Matteo Renzi è stata un successo.” Pollice alzato per Repubblica (è obbligatorio se si vuol correre), dunque, e fischi dall’assemblea dei circoli Pd, fissata a Roma lo stesso giorno (diversi giorni dopo che le date dell’evento fiorentino fossero pubbliche).

I rottamatori si ritrovano quindi nella spinosa condizione di ‘corrente designata’ (dalle cricche liberal dei grandi giornali, dagli antipatizzanti di salsicce&balere, dai mitici giovani), ma dicono di essere consapevoli che, su quel terreno, non si può che perdere (anche quando si vince). Tre segretari in tre anni di vita vorranno pur dir qualcosa.

L'articolo è stato pubblicato su The FrontPage.

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marzo